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Full text of "Annuario letterario e artistico del mondo latino (organo della Società elleno-latina di Roma) pubblicato per cura di Angelo de Gubernatis"

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in 2012 with funding from 

University of Illinois Urbana-Champaign 



http://archive.org/details/annuarioletterarOOdegu 



ANNUAEIO 
LETTERARIO E ARTISTICO 

DEL 

MONDO LATINO 

(ORGANO DELLA SOCIETÀ ELLENO-LATINA DI ROMA) 

PUBBLICATO PER CURA 

DI 

ANGELO UE GUBEENATIS 



ROMA 

VIA LUCREZIO CARO, 67 

1908 



Proprietà letteraria 



Società Anonima tipo-litografica toscana — Pistoia 



Ai Lettori 



Spero che gli antichi soci delV Elleno -Latina 
gradiranno V innovazione, che diminuisce della metà 
la quota annua sociale, e sostituisce le Cronache di- 
sperse con questo Annuario compatto, che, d'anno in 
anno, rifletterà la miglior parte del movimento annuo 
letterario ed artistico del mondo latino. 

Dalla forma e dal carattere di questa pubblica- 
zione, nel primo suo saggio, i lettori ne rileveranno 
gli intenti, e argomenteranno pure quanto gli bisogni, 
per compiersi e risponder meglio agli intenti di chi 
lo promuove. 

Io ho tracciato la via; ma sarò grato ad ognuno 
de 1 nostri Soci e Lettori che vorrà adoprarsi per ren- 
dere più vivace e più benefica V opera intrapresa, af- 
finchè, col concorso di molti, essa attesti la nostra 
concordia nelle idealità che proseguiamo. Io chiamo 
a raccolta, invito, segnalo quanto posso, ciò che mi 
pare atto a indicare il risveglio della nostra gente; 
ma è necessario che siamo in molti a muoverci e com- 
muoverci, e a ridestare le nostre forze latenti per 



~£ rivelarle e metterle in opera. 



548936 



D' anno in anno, V Annuario potrà riuscire mi- 
gliore. W auguro, intanto, che si faccia buon viso 
da tutti i soci a questo tentativo; che, se la scarsa 
favilla ora accesa gran fiamma seconda, potremo an- 
cora vedere nel mondo latino che vogliamo rappresen- 
tare, accendersi, presso ogni popolo nostro, luminosi 
fari di civiltà che attestino il più glorioso de J nostri 
risorgimenti. 

Il Direttore 



L'IDEA LATINA 



L' idea latina, anzi ogni cosa, si fonda sopra una 
legge d'armonia e d'ordine. 

Vi ha da essere una certa simmetrica quadra- 
tura, come nel cervello latino, così nell'architettura, 
nella legge, nella vita, determinata e moderata da 
un senso di misura e di proporzioni. 

Secondo l'etimologia, prettamente latina, V orcio 
e il rìtus risalendo ad una sola antica radice ariana 
(or o ri) che vale andare, e segna perciò 1' anda- 
mento, la regola, la norma, tutto ciò che è fuori 
dell'ordine, e contro un rito stabilito, e oppure in- 
composto, non appare latino, e antiestetico, perchè 
non ha saputo prendere una forma stabile. 

La gravità stessa della lingua e dell'incesso del- 
l'antico Romano, dava indizio di fermezza. 

L'antico romano era rimasto il più legittimo cu- 
stode dell'antico dharma ario-indiano, che, avendo 
da prima soltanto significato ciò che è saldo, ciò 
che è fermo venne ad esprimere il dovere e il dì- 
ruto e tutto ciò che è giusto, buono, e sano;, fìrmi- 
tas significava anzi, così bene la salute, che ìnfir- 
mus o non fermo, instabile, vacillante fu detto l'uomo 
malato ; e, poiché il cielo che non si muove esso stesso 
regola il moto degli astri, e li sostiene fu chiamato 



— 6 — 

da Sant'Agostino firmamento. Così Cicerone nel De 
Repubkca riconosceva che gli auspici, ossia la re- 
ligione, il senato fondati da Romolo erano stati i due 
egregi firmamenti della Repubblica : « Romulus quum 
haec egregia duo firmamenta reipublicae peperisset, 
auspicia et senatum ». 

La fermezza dà solidità, sicurezza e presidio. 

Si è molto disputato sull'origine della parola jus, 
giure, onde sono derivate le parole juslus, justitia, 
juramentum, jusjurandum ; ma poiché non sembra 
potersi staccare, per la sua radice, da ju-vo,ju-venis 
(un'antica iscrizione dhjuns invece di jus) che pro- 
priamente valgono fortificare, forte o valido, non 
pare che il jus abbia, nel suo primo senso, signifi- 
cato altro che forte parola la quale risale anch'essa 
alla prima radice dhar, onde provennero il dhar-ma 
indiano, il fìrmus latino; onde giurare e affermare 
sarebbero state parole sinonime; e perciò quando 
Cicerone nelle Tusculanae insegnava: « corpora 
juvenum labore firmari » veniva a dire chi si devono 
fortificare, con la fatica, i corpi di quelli che do- 
vrebbero essere forti»; cosi sacrare, giurare, af- 
fermare, (da sacer, in origine forte, potente) e sa- 
cramentum, juramentum, affirmatio furono sino- 
nimi e significarono una cosa forte, salda che si dovea 
mantenere e non si poteva distruggere; né videro 
troppo male quegli antichi nostri etimologisti che 
richiamavano già fermo a forma, come quella che 
dovea dare stabilità all'idea ario-latina, e stabilire 
nella forma il dharma. Nelle favole d'Igino si fa- 
ceva il Giuramento figlio dell'Etere e della Terra, 
come chi dicesse dello spirito e della forma, dello 
spirito che acquistava saldezza in una forma dure- 
vole, come chi dicesse ancora del soffio divino elle- 
nico che perdeva la sua mobilità prendendo consi- 
stenza nella forma romana. 



_ 7 — 

Ma, lasciando stare la etimologia, se bene anche 
il linguaggio abbia avuto una parte grandissima nel 
determinare e nel fissare l'idea latina, vediamo bre- 
vemente come questa idea di forza schietta, ordinata 
al bene, siasi venuta manifestando ne' varii atteg- 
giamenti e nelle varie manifestazioni della vita ro- 
mana. Per Tàryo primitivo non c'era verità senza 
realtà; il sat ossia ciò che è, divenne il vero e il 
tuono; o Vasai, ciò che non è, riuscì il falso ed il 
cattivo. Su questa prima idea etica, si fonda tutto 
il diritto romano. La giustizia romana posava sopra 
una base positiva, certa e salda, che avrebbe potuto 
chiamarsi dharma o forma e si chiamò invece jus, 
per divenire leoc, ossia legge formale, che diveniva 
al tempo stesso freno, legamento e regola alla in- 
tiera società obbediente sotto la giurisdizione ro- 
mana. 

Una delle glorie più grandi, nella storia della 
gente latina, è che il diritto romano s' insegna an- 
cora in tutte le università del mondo, anche in paesi 
non latini. Esso ha dato la sua disciplina a tutte le 
legislazioni civili, perchè fondato su principi immu- 
tabili di giustizia universale, all'infuori e indipen- 
dentemente d'ogni capriccio tirannico individuale, e 
d'ogni tumulto. 

Se talora i tumulti di popolo hanno dato anche 
in Roma motivo e principio a nuove leggi più larghe 
e più liberali, mostrandone il bisogno, talora urgente 
e necessario, la legge stessa è stata governata da 
un'alta disciplina morale retta da un senso di tem- 
peranza e di giustizia e però di umanità; che il 
principio di umanità è principio di somma giustizia. 
Roma ha riconosciuto del pari i diritti della famiglia 
e della società, della religione e dello stato, del pa- 
triziato e del popolo, e stabilito la libertà singolare 
nell'ordine universale. Tutti i suoi dissensi si com- 



— 8 — 

posero in un grado superiore di civiltà, nel quale 
l'antica vis veniva a temperarsi nella virtus. 

E Dante e Macchiavelli, prima, poscia i grandi 
uomini politici inglesi presero inspirazione dagli an- 
tichi ordinamenti di Roma per comporre, nella pace, 
il primo, le lotte medievali fra il papato e l'impe- 
ro, il secondo, le discordie italiane che impedirono 
l'unità nazionale, gli ultimi, le lotte di classe. Roma 
ha molte volte unito ciò ch'era diviso ed armoniz- 
zato ciò che pareva inconciliabile, perchè il senso 
di giustizia che dominava naturalmente e tradizio- 
nalmente il genio latino obbligava a riconoscere i 
diritti umani in quanti ne acquistavano dignità; cosi 
come s' era già riserbato, prima del Cristianesimo, 
il diritto di vendicare in libertà gli schiavi, così che 
da una famiglia di liberti potè discendere Augusto 
il primo degli imperatori romani, e liberto era quel 
Terenzio che ripeteva col greco Menandro non es- 
sergli straniero nulla di ciò di' è umano, così il di- 
ritto laziale estendeva ai primi popoli soggetti, e 
poscia il diritto della civitas, a tutto il mondo che 
desiderava incivilirsi con Roma. 

Ora non vi è più nel mondo la sola civiltà el- 
leno- latina, e si parla d'una civiltà slava, come si 
può parlare d'una civiltà asiatica, d'una civiltà ame- 
ricana, e un giorno forse si parlerà anche di una 
civiltà africana. 

Ma nessuna dì queste civiltà, per ora, ha un'idea 
come la latina. Il solo fatto che il più grand' uomo 
della moderna Germania, il principe di Bismark, pose 
il principio della forza che deve sovrastare al di- 
ritto, parrebbe dover distruggere ogni principio di 
civiltà; e, per ora, la civiltà slava è specialmente rap- 
presentata dall'autocrazia russa, la civiltà antica 
asiatica è quasi scomparsa, la civiltà nuova si regge 
coi riflessi della civiltà europea e la civiltà ameri- 



— 9 — 

cana ha per suo principale esponente quel mostro 
immane che si chiama il trust. 

Consoliamoci dunque che l'idea latina dica ancora 
qualche cosa di più e qualche cosa di meglio, e rac- 
cogliamoci perchè trionfi; poiché, solamente dove 
l'idea trionfa, si può parlare di vera civiltà. 

Sarebbe veramente assurdo ogni proposito, ogni 
disegno di ricostituire materialmente un antico im- 
pero romano, o anche un impero medioevale caro- 
lingio e sacro-romano absburghese, o svevo, o prus- 
siano, col pretesto del nome di Roma; le nuove mo- 
narchie, i nuovi stati che si costituirono in Europa 
sul principio specialmente della nazionalità, si sot- 
trarrebbero a qualsiasi dominio che avesse ambizioni 
territoriali. 

Ma l'Italia, come la più legittima erede dell'an- 
tica civiltà latina, può assai bene sostenere l'impero 
ideale del buon diritto, per farlo valere; e, quando 
di questo buon diritto fossero consci ed interpreti 
continui solerti e generosi (d'accordo specialmente 
con la Francia, già ben preparata ad ogni sentimento 
cavalleresco, ad ogni campagna per la luce, per la 
pace, e per una libertà fratellevole),dico d'accordo, 
sovrano e ministri, oratori e pubblicisti, che sapes- 
sero mettersi al di sopra d'ogni considerazione uti- 
litaria, opportunista, per fare valere sentimenti su- 
periori di somma giustizia, questo nuovo senso di 
magnanimità penetrato nel consiglio e nell'opera del 
governo e del popolo italiano, restituirebbe al mondo 
latino tutta la sua dignità spirituale, tutta la forza 
morale necessaria a regolare gli eventi, facendone 
una buona e provvida consigliera a se stessa, da 
prima, e quindi a tutte le altre nazioni. 

So bene che si suole trattare dì sogno e d'uto- 
pia ogni specie di alto vagheggiamento ideale, e che 
i creduti savii presenti moderatori della cosa pub- 



— 10 — 

blica, anche in Italia, si sono ridotti alla condizione 
d'umili cuochi i quali, dovendo servire, giorno per 
giorno, in tavola, per sodisfare gli appetiti urgenti, 
non si danno alcun pensiero dello stomaco che deve 
digerire i loro manicaretti, spesso velenosi. Ma ab- 
biamo veduto che nel passato, i più grandi o più bei 
sognatori hanno creato il diritto romano, i liberi 
Comuni, i fulgori del nostro Rinascimento, le gioie 
del nostro Risorgimento. 

Se il Foscolo, il Mazzini, e il Manzoni, non aves- 
sero sognato l'Unità d'Italia, se il Balbo, il Gioberti, 
l'Azeglio, e il Giusti tirandosi dietro una catena di 
scrittori ardenti non avessero, con l' idea, dato il 
fuoco alla miccia, Cavour e Garibaldi non avrebbero 
potuto operare i loro miracoli. 

È dunque necessario che chi scrive in Italia 
continui a tenere alta la parola, nella visione d' un 
migliore avvenire, non lasciandosi raffreddare dal 
gelido scetticismo dei meccanici della politica odierna; 
e questo ufficio spetta specialmente ai pubblicisti ed 
ai maestri. 

Noi dobbiamo sentirci orgogliosi di questa mis- 
sione che nessuno ci ha imposto, ma che ci siamo 
data da noi stessi. 

Quando, nel dicembre del 1883, io lanciava da 
Firenze in Europa la mia festeggiata Revue Inter- 
nationale, con uno scopo pacifico ed umanitario, 
ringraziando Dio d' avermi fatto nascere in Italia, 
per concedermi di dare tutto il mio ardore nell' o- 
pera che intraprendevo intenta a riunire gli uomini 
e pacificarli con la luce (de m' avoir fait naitre en 
Italie pour me permettre de verser tout mon feu et 
toute ma fougne italienne dans cette ouvre de pa- 
ci fication par la lumière), al mio appello risponde- 
vano illustri scrittori d'ogni nazione, non solo per 
confortarmi, ma per aiutarmi all'opera, e, tra i primi, 



— 11 — 

dalla Germania il professore Franz von Holzendorff, 
proponendo, nella mia Revue lnternalionale, la crea- 
zione di una cattedra d'insegnamento internazionale 
nell'Università di Roma. L'Holtzendorff, dopo averne 
parlato con Pasquale Stanislao Mancini, suggeriva 
che s'invitassero, l'uno dopo l'altro, i più celebri pro- 
fessori di diritto Romano, nelle varie università del 
mondo civile, a tenere un corso di diritto Romano 
nel suo senso più largo, nell'Università di Roma, 
rilevando come il diritto romano sia stato la base 
fondamentale di ogni Codice civile, come la Storia 
della Costituzione Inglese è la chiave del Diritto 
pubblico moderno ( 1 ). 

( l ) L'Holtzerdorff conchiudeva eoa parole che hanno 
ancora oggi, dopo venticinque anni, un gran significato, 
e che meritano di essere meditate, accolte e tradotte in 
opera gagliarda. 

« Ce que je viens de dire, par rapport à une chaire 
internationale de droit Romain, peut s'appliquer égale- 
ment, et encore avec plus de raison, à Pétude de l'Ar- 
cheologie. Il est hors de doute, que relativement à cette 
branche de science, Rome et Athènes surpassent de beau- 
cocp tous les autres endroits. 

Ce fait a dejà étó reconnu d'ailleurs, par quelques 
Gouvernements étrangers qui y ont crèé des Instituts 
Archéologiques, pour y faire observer des fouilles. Mais 
ce but n'est pas le seul qui mèrite d'ètre pris en consi- 
dération; car l'enseignement de l'archeologie est également 
important pour l'éducation d'une generation de professeurs, 
qui doivent aussi comprendre l'antiquitè, à un autre point 
de vue que celui de la critique des manuscrits et de la 
grammaire. On pourrait aller plus loin; car ce que je viens 
d'expliquer ne serait peut-ètre que le commencement du 
nouveau développement intellectuel, base sur le rappro- 
chement et le conctact des forces electriques de l'esprit 
humanitaire. Si l'on veut cultiver le pur classicisme, cette 
lumière du monde à laquelle nous devons la renaissance 



— 12 — 

Da un quarto di secolo, questo consiglio fu dato ; 
ma gli uomini dalle alte vedute come il Mancini, 
sono scomparsi pur troppo dalla scena politica ita- 
liana dove entrarono invece i piccoli e meschini fac- 
cendieri. Tuttavia, poiché l'età senile non ha soffocato 
alcuno de' miei entusiasmi, né disturbata una sola 
linea de' miei alti ideali e Dio mi consente ancora 
d'aprire la bocca dalla cattedra e di tenere la penna 
in mano, io continuerò, fino all' ultimo soffio di vita, 
ad agitare la fiaccola di tutte quelle verità luminose 
che mi attirarono verso la gran luce fin dall'età 
mia più tenera, perchè ho fiducia che qualche gio- 
vane, vicino o lontano, la raccoglierà dalle mie 
mani, per inondarne un giorno qualche angolo di 
terra di luce benefica che diventi faro di nuova ci- 
viltà. 

Angelo De Gubernatis 



des arts, le renouvellement de la pensée philosophique, 
l'èlévation du caractère de l'homme, en peu de mot, la 
crèation d'une noblesse cosmopolite moderne, l'Italie doit 
tendre avec ardeur à faire de Rome, en se servant, sans 
distinction de nationalitè, de toutes les forces qui sont 
disponibles, un centre de culture pour toutes les bran- 
ches de la science archéologique, dont la vie de notre 
epoque recoit ses meilleures inspirations. Croiton que 
Rome ne puisse charmer uniquement que les yeux de 
l'artiste et des hommes tels que Goethe, Niebuhr et Guil- 
laume de Humboldt? Bien des jeunes esprits, qui doivent 
lutter journellement contro les difficultès de leur exi- 
stence, et qui ne peuvent regarder au de là de l'horizon 
d'un cercle restreint se sentiraient elevés dans les hautes 
régions de la vie intellectuelle, lorsque, guidès par les 
heros de la science moderne, et descendant des hauteurs 
du Capitole au milieu des ruines du Forum Romanum, 
ils apprendraient à saisir les lecons tirées de la tragèdie 
des siècles ». 



L' ELLENISMO 



Io mantengo alla Società nostra il primo titolo, 
che, or sono cinque anni, mio fratello Enrico, allora 
Console Generale in Corfù, ed io le abbiamo dato, 
di Società Elleno- Latina. 

Se bene il mio proposito evidente fosse quello 
di raggruppare intorno ai nome di Roma tutte le 
energie del Mondo Latino, concentrandone le atti- 
vità disperse, di far noto anche ai non Latini ciò 
che si produce di meglio, di più nobile nel mondo 
Latino, di attestarne non solamente la vitalità co- 
stante, ma di scongiurare pronostici d' un decadi- 
mento che non può aver luogo, e, al tempo stesso, 
di segnalare V opera simpatica de' non Latini che 
hanno maggior fede in noi, e maggior cura delle 
nostre memorie che non ne abbiamo, talora, noi 
stessi ; se bene, in somma, nella mia qualità di an- 
tico Elleno, trapiantato da cinque secoli e mezzo nel 
mondo Latino, io debba sentirmi, ora, più fortemente 
attaccato al suolo latino che all' avito dell' antico 
golfo d' Ambracia, ove si decisero da Augusto le sorti 
dell'Impero Romano, tuttavia, lo spirito più puro 
dell' antica Ellenia dominando spesso la mia mente 
e, quasi per soffio divino, incitandomi ad opere buone 
der rivestirle di bellezza, io ritengo pur sempre, che 



— 14 — 

il migliore auspicio per il mantenti mento della glo- 
ria, nel nome latino, sia il vagheggiamento continuo 
di quelle forme di bellezza sovrana che lo spirito 
ellenico ha create e che V uomo non ha ancora tro- 
vato modo di superare, dopo tanti secoli di vita e 
dopo tanto concorso di popoli a destare e rendere 
operose nuove civiltà. 

Come gli Dei dell' antica Elienia, fra tutti i con- 
cepimenti mitici e religiosi, sono ancora dominanti 
nella nostra memoria ed immaginazione ; come gli 
eroi ed i filosofi dell' antica Elienia ci offrono mag- 
gior sembianza della divinità; come il Cristianesimo 
nutrito della prima fede giudaica, scaldato nell'amore 
del prossimo della carità e compassione della religio- 
ne buddhica, s'avvivò con San Paolo di Tarso, che be- 
vette a larghi sorsi alle fonti elleniche la miglior parte 
della sua dottrina e la consolidò rendendola universale 
per mezzo del genio romano ; come gli Etruschi ed 
i Romani, al contatto e allo spiro del genio ellenico, 
si rinnovarono e trasfusero quindi in ogni popolo 
barbaro un sangue gentile, noi dobbiamo ancora ri- 
conoscere nella parola ellenismo V espressione delie 
più alte idealità umane. Che, se alcuno può pensare 
che il così detto ellenismo dell'età Neroniana, del- 
l' età Adriana in Roma, e del nostro Rinascimento, 
segnò pure un periodo di grande corruzione di co- 
stumi e di perversità, nell' ordine morale, non è da 
incolparne V ellenismo, ma vuoisi invece attribuire 
al traviamento che importò ogni eccessiva raffina- 
tezza, ogni degenerazione; allora l'eroe può facil- 
mente divenire un tiranno violento e sanguinario; 
il santo, un perfido impostore; la pura vergine una 
santarellina ; il grazioso efebo un basso strumento 
di oscenità ; si perturba l' ordine morale, si viola 
la giustizia, si distrugge ogni armonia, quell'armo- 
nia divina che il vero ellenismo ha sempre cercata 



— 15 — 

e esaltata e resa manifesta nel suo aspetto più puro 
e più luminoso. 

Ma, come il mondo latino o il Romanismo non 
può oggi vagheggiare altro imperialismo o dominio 
universale che quello della verità e della giustizia, 
così il mondo ellenico o l'Ellenismo non può signi- 
ficare altro che un bisogno di estendere ad altri 
ogni spirito gentile, il culto della bellezza, la col- 
tura e genialità della vita in un sentimento di ele- 
vazione dell'uomo dal bruto, nella contemplazione 
delle grandi armonie del creato. 

Sotto questo aspetto, considerati, Ellenismo e 
Romanismo non sono destinati a perire, ma anzi 
possono rinnovarsi infinitamente, e poiché rappre- 
sentano la più alta forma del progresso nell' uma- 
nità, tutte le altre forme parziali di civiltà, si chia- 
mi giapponese od americana, slava o germanica, de- 
vono cedere ad esse, perchè sono civiltà soltanto in 
quanto consentono alle leggi sovrane di bellezza, di 
libertà, di bontà e di giustizia che V ellenismo e il 
Romanismo, nelle loro manifestazioni più alte e più 
pure, hanno imposto al mondo intiero. 

Ogni nuova civiltà ha sicuramente arrecato 
qualche nuovo elemento non dispregevole alle anti- 
che due civiltà classiche, che non può essere ne- 
gletto ; e pure, se alcuna credesse di potersi sostituire 
ad esse, distruggendole, distruggerebbe insieme il 
suo proprio fondamento. 

Ma come nella parola Romanismo chi volesse pre- 
supporre un diritto presente di Roma a ricostituire 
la sua potenza materiale su le basi de' domini dell'an- 
tico impero romano, parrebbe un sognatore, così sa- 
rebbe ugualmente assurdo che, nel nome dell' Elle- 
nismo si mirasse ad assorbire e distruggere le nuove 
nazioni che si sono, con razze non elleniche, sopra 
le coste dell' Asia Minore, delia Siria, dell' Africa e 



- 16 — 

nella penisola balcanica, nel volgere de' secoli, in- 
tieramente e fortemente costituite. Ogni invasione 
di territorio per parte di Romani o di Greci su ter- 
ritorii legittimamente occupati da popoli liberi di 
governarsi da sé sarebbe un fare violenza alla na- 
tura, ed ogni violenza che si faccia alla natura sa- 
rebbe sacrilega. 

Prendiamo esempio dalla nazione Svizzera; nella 
Svizzera sono quattro popoli diversi : Tedeschi, Gri- 
gioni, Italiani e Francesi ; vi è alcuno che possa 
immaginarsi, nell'età nostra, un attentato alla libertà 
degli Svizzeri ? Se le ambizioni tedesche, perche vi- 
vono, nella Svizzera, popoli di lingua e razza germa- 
nica, se le ambizioni francesi, perchè in alcuni can- 
toni si parla da gente di origine francese la lingua 
francese, se le ambizioni italiane, perchè nel can- 
ton Ticino si parla italiano, nell' Engadina si parla 
ladino, si estendessero fino al proposito di violare la 
indipendenza della nazione elvetica, rompendone la 
federazione, non solo la Svizzera, ma Y umanità intie- 
ra si solleverebbe contro una incivile aggressione al 
diritto degli Svizzeri a governarsi da loro, tenendo in- 
violati i loro territori, di qualunque razza essi siano. 

Ma, come s' è veduto, nella Svizzera, la Francia 
avere una salutare influenza, con la sua civiltà, so- 
pra i cantoni, dove si parla francese, la civiltà ger- 
manica estendersi, con felice sovranità, sui cantoni 
di lingua tedesca, così la coltura italiana penetra 
largamente nelle città del canton Ticino e tra i Gri- 
gioni, senza che la Confederazione Elvetica, se ne al- 
larmi, senza che nasca alcun conflitto tra la Svizzera 
e i vicini paesi di civiltà dominante ed assorbente. 

Perchè non potrebbe e non dovrebbe avvenire 
il medesimo tra i popoli balcanici ? perchè tanta dif- 
fidenza e tant' odio fra Serbi, Albanesi, Rumeni, e 
Bulgari da una parte, e Greci dall' altra ? 



— 17 — 

Io mi ricordo, con dispiacere, del poco favore con 
cui eminenti uomini di stato serbi ed eminenti uo- 
mini di stato rumeni accoglievano il mio entusia- 
smo per T ellenismo che ritenevo dover essere il sof- 
fio vivificatore di quella confederazione di Stati Uniti 
balkaniciche vagheggiavo; io volevo dare all'unione 
un alto motore, indipendente dai tentennamenti, on- 
deggiamenti equilibristici dell' opportunismo politico, 
odierno ; poco m' importava di sapere se la Serbia 
piegasse verso la Russia o verso 1' Austria, se il 
governo Rumeno volesse essere più tedesco che la- 
tino, se il governo bulgaro amoreggiasse con 1' Au- 
stria, la Russia o la Turchia ; la questione vitale, 
per l' esistenza e prosperità di queste tre nazioni 
costituite in tre stati, mi pareva dover poggiare più 
in alto, e trovar sua base non in fittizie alleanze con 
imperi possenti, le quali potevano d' anno in anno 
spostarsi, ma in un' armonìa civile, la quale mi pa- 
reva solo possibile se il soffio delle antiche idealità 
elleniche, accompagnate col genio pratico e saldo 
della romanità, avesse dato impulso, vita e reggi- 
mento al nuovo stato federale. Ma la questione del- 
l' ellenismo fu abbassata, pur troppo, nelP età nostra 
a un semplice e rabbioso contrasto di ragioni ter- 
ritoriali, a una disputa volgare di proprietà dispu- 
tatele' confini, per il possesso materiale di un lembo 
più o meno vasto di territorio ambito egualmente 
da due parti, insomma, a un basso litigio. 

La penisola balcanica che potrebbe così bene 
difendersi da sé stessa, e sottrarsi alla protezione 
opprimente delle grandi potenze, con una federazio- 
ne di Stati concordi in un solo ordinamento civile, 
per la discordia che la strazia lascia sempre aperto 
il varco all' intrigo straniero, che ha interessi a 
mantenere vivi gli odii e le divisioni. 

E fu con non piccolo dolore eh' io dovetti pur 



— 18 — 

troppo rilevare che, tra quegli stessi Rumeni già 
tanto propensi a Roma, per le paure che il Gover- 
no prendeva de' Greci da una parte, perchè la no- 
stra Società s'intitola Elleno-Latina e del Governo 
Austro Ungherese dall' altra, perchè rivendichiamo 
lo stesso liberale trattamento per gli Italiani ancora 
soggetti all' impero che i Rumeni rivendicano per 
i loro fratelli della Transilvania e della Bucovina, 
si misero alla loro volta in sospetto e declinarono 
1' onore d' avere un secondo congresso latino a Bu- 
carest, quasi si temesse da quel Governo un' inva- 
sione di Greci e di Latini in Romania che venisse 
a disturbare improvvidamente la pace europea. 

Io sento ora, con piacere, eh' è sorta in Grecia 
una società che s' intitola U Ellenismo, alla quale, 
in quanto significhi espansione di quanto ci ha tra- 
smesso di più puro e di più alto l'antico genio d' Elle- 
nia, aderisco quasi religiosamente, ugualmente dispo- 
sto, tuttavia, a staccarmene, ove, sotto la maschera 
dell' ellenismo, si mirasse a diminuire alcuno de' di- 
ritti acquisiti dai varii popoli della penisola balca- 
nica, e fosse proposito de' nuovi Ellenisti di muover 
guerra con armi micidiali a nazioni di varia razza 
che hanno non solo diritto di vivere, ma di crescere 
e di farsi valere con opere gagliarde. 

Idealista invitto, non mi lascio facilmente se- 
durre dai clamori che sollevano Rumeni, Greci, 
Bulgari, levando la voce per commuovere la stam- 
pa e la diplomazia europea, esagerando un po' tutti 
i torti del vicino, offendendosi a vicenda e talora 
anche calunniandosi. Tutti avendo, nelle questioni 
minime che vengono agitando in pubblico, un poco 
di ragione e un po' di torto, non è cosa facile porsi 
arbitro di tali contese. Bisognerebbe, invece, che in 
nome della vera Romanità e del vero Ellenismo, si 
trovasse il modo di farle cessare per sempre, e di ter- 



— 19 -- 

minarle tutte in un accordo, che rendesse gli Stati 
Uniti, siano pure regi, della penisola Balcanica, ve- 
ramente soli padroni de' loro destini, nella nuova 
Costituzione federale, dove si governassero libera- 
mente la Serbia con la Bosnia e l'Erzegovina, il 
Montenegro, l'Albania, la Bulgaria, la Romania col 
ia Transilvania e la Bucovina, e finalmente la 
Grecia. 

Ma, frattanto, importerebbe, che della Romanità 
come dell' Ellenismo si formasse da tutti un concetto 
ben chiaro, che escludesse subito ogni pretesa di 
conquiste territoriali, ogni invidia della potenza vi- 
cina, la quale una sola forte federazione potrebbe fare 
che non riuscisse temibile. Se alcuno degli stati for- 
manti la nuova Lega federale spiegasse, in confronto 
degli altri, una maggior virtù, una tale virtù mag- 
giore tornerebe a vantaggio e non a detrimento del- 
l' intera federazione. 

Ho sotto gli occhi due recenti opuscoli di propa- 
ganda, antibulgarica e antirhmenica, pubblicati dal 
presidente della nuova Società Hellenismos, V egre- 
gio cattedratico che insegna una parte del diritto 
nell' Università di Atene, il professor Neocle Kasa- 
sis. Probabilmente sono già apparsi opuscoli rumeni 
e bulgari, che avranno risposto .vivacemente alle 
fiere accuse contenute in questi due opuscoli. Ma, si 
può anticipatamente pronosticare, che, non ostante 
il valore de' polemisti, e l'eloquenza de' varii li- 
belli, essi lasceranno il tempo che hanno trovato. 
In questo continuo scambio e ribattersi d'offese acer- 
bissime, s' irritano gli animi inutilmente e s'invele- 
niscono le piaghe, senza curarne alcuna. 

La verità vera raramente vien fuori da questi 
contrasti ; una parte di essa o si vela o si altera ; 
la storia, l' etnografìa, la geografia, la linguistica, 
la statistica si manomettono perchè manca, gene- 



— 20 — 

Talmente, in queste discussioni, il senso di sincerità, 
di equità, e di umanità, o di umana giustizia. 

Dopo tutto, dobbiamo persuaderci che la politica, 
quale si fa dai moderni uomini di stato, parlamen- 
tari e giornalisti, è una mala bestia, destinata a man- 
tenere in perpetua agitazione gli spiriti, inquieta la 
società, disordinata la vita, per difetto appunto di 
quelle grandi idealità che l'Ellenismo e la Romanità 
ci dovrebbero inspirare. Ma quanti sentono vera- 
mente il puro Ellenismo, quanti la schietta ed au- 
stera Romanità ? 

•Dobbiamo dunque proseguire ad educare lo spi- 
rito ad una maggiore elevazione, per metterci al di 
sopra delle piccole questioni e renderci degni di 
trattare le grandi. 

Ma la guerra guerreggiata che si fanno ora, 
mal guidati, i popoli e i governi della penisola bal- 
canica, non è molto adatta a ricondurvi la pace, la 
tranquillità, la serenità e la consecutiva prosperità 
de' singoli stati. Invece d' instigarsi a vicenda, sa- 
rebbe necessario un gran calmiere, che temperasse 
tutti gli eccessi e moderasse tutte le pretese.' Né si 
accorgono i polemisti che quanto essi rimproverano 
al loro vicino hanno fatto essi stessi, e che i mezzi 
meno belli che si usano ne' vari combattimenti so- 
no, pur troppo, comuni a tutti. 

È giunto perciò il tempo delle resipiscenze che 
pongano un termine alle vane ed ingiuste recrimi- 
nazioni. 

Greci, Bulgari, Rumeni, Serbi, Albanesi tutti 
hanno virtù loro proprie, tutti, più o meno antichi, 
ma legittimi, diritti che devono essere rispettati. Ciò 
che hanno fatto finqui per la discordia si provino a 
farlo per la concordia, a fine d' arrivare a quella 
costituzione degli Stati Uniti balcanici che dovrebbe 
essere la loro meta ideale. Mirando a questo solo 



— 21 - 

deale, si potrà rinnovare nell' età nostra il miracolo 
teli' antica Grecia, dove Atene, Sparta e Tebe furo- 
lo grandi, per degna rivalità, e per sé stesse, fino 
;he non si combatterono con le armi fra loro, fin 
;he non si disunirono. La piccola Grecia unita vinse 
lue volte T immenso esercito persiano, e dominò nel 
Jediterraneo Orientale ; la piccola Grecia divisa fu 
tssorbita da prima da' Macedoni, poscia dai Romani. 
Noi non possiamo dunque desiderare per la vi- 
cina penisola balcanica, altro che la sua unione per- 
etta, rappresentata da un saldo patto federale, e, 
)er riuscire a tale scopo è necessaria soltanto una 
uifizionia di sovrani i quali si mettano d' accordo 
lell' interesse de' loro popoli, senza 1' intervento 
elle Grandi Potenze, che non proteggono ma schiac- 
iano e spogliano, godendo sole de' vantaggi delle 
•resenti divisioni, e mirando ad una larga usurpa- 
rne, che porrà forse termine ad alcuni torbidi pre- 
enti, ma distruggerà intieramente la figura e l'es- 
enza de' popoli che ora, un po' selvaggiamente, si 
ombattono; palleggiarsi le ingiurie, rispondere « par 
bs balles aux balles » è un modo di perpetuare lo 
tato di guerra, non già di farlo cessare ; ed anche 
o stesso sistema di una forzata violenza fatta per 
ciezzo delle scuole di confine, in nome della nazio- 
lalità, alla libertà ed alla natura, è un grave er- 
ore. In un paese civile, la scuola di confine do- 
rebbe inculcare l'amore e il rispetto per il vicino, 
Lon 1' odio e il disprezzo ; agevolare col vicino i 
uoni rapporti, i commerci, i parentadi, per creare 
ma vera concordia di popoli ; questo dovrebbe es- 
ere il grande ufficio della scuola di confine, e, in- 
r ece, si eccitano, da una parte e dall'altra, in no- 
ae di un falso patriottismo, i maestri laici od ec- 
lesiastici, a mantenere le diffidenze, i rancori, e 



— 22 — 

F animo bellicoso contro il vicino che rìev' essere 
sempre un nemico. 

L' Ellenismo odierno dovrebbe dunque inspi- 
rarsi dai Consigli amfizionici dell' antica Grecia, non 
solo per impedire che sorgano contese, fra gli stati 
dell' antica Ellenia, ma per far prevalere le id^e 
pacifiche e lo spirito di concordia in tutte le deli- 
berazioni che si prenderanno tra stato e stato nella 
penisola ellenica. 

Se il signor Kazasis, pertanto, che ha rimesso 
in onore adesso la parola santa dell' Ellenismo, vuole 
ripristinarla nell'opera, richiamandola al suo più 
alto e più nobile significato, dovrebbe, ora, dopo 
tante accuse, contro i Bulgari e contro i Rumeni, 
che possono soltanto crescere, non diminuire la ir- 
ritazione de' due popoli presi di mira, domandare 
egli stesso, egli primo, l'oblio di tutti i dissensi, e 
litigi passati, e, dolente di averli troppo vivamente, 
troppo acerbamente denunciati, con maggiore spi- 
rito, con atto di più superba umiltà, farsi promo- 
tore di un nuovo consiglio amfizionico di cinque so- 
vrani, il Re di Romania, il Re di Grecia, il Re di 
Serbia, il Principe di Montenegro, il Principe di 
Bulgaria, i quali riuniti in Congresso pacifico sta- 
bilissero fra tanto un modus vivendi simpatico tra 
gli stati balcanici e preparassero la via alla Costi- 
tuzione definitiva di tutti i cinque regni, che soli 
saranno forti, quando sapranno mostrarsi e tenersi 
uniti, per resistere a tutte le pressioni moleste delle 
grandi potenze, che ne diminuiscono 1' autorità, la 
libertà e 1' attività civile. 

Dopo di ciò, a persuadere i nostri fratelli Rumeni 
che, nel giorno in cui la federazione degli Stati Bal- 
canici possa divenire una bella realtà, essi, come 
non hanno di certo nulla a temere, dalla Romanità, 



— 23 — 

non solo non devono temere, ma desiderare V in- 
fluenza classica dell' Ellenismo nella loro cultura 
mi piace riprodurre per intiero, dall' opuscolo testé 
citato dal Kazasis : La Macedoine et les Roumains, 
un intiero capitolo, ov'egli raccoglie le testimonianze 
degli stessi Rumeni sulla buona efficacia dell' Elle- 
nismo, nella passata coltura rumena; su questo cam- 
po, tutti possiamo dunque intenderci ed affratellarci. 

Angelo De Gubernatis 



LES GRECS EN ROMANIE 



L'antique Dacie, une fois soumise par les légions 
romaines, sous Trajan, des colonies militaires y fu- 
rent établies par cet empereur, destinées à garantir 
la sécurité des frontières dans cette partie reculée 
de l'Empire universel. 

Du croisement des races aborigènes avec les co- 
ions établis par Trajan sont issus les Roumains 
actuels et ce peuple, à la formation duquel ont cer- 
tainement concouru de nombreux élérnents helléni- 
ques, a entretenu de tout temps des relations suivies 
avec les Grecs; ces relations sont devenues plus 
étroites encore dans le cours de ces derniers siècles 
depuis la conquète de la pénisule des Balkans par 
les Turcs. Dans les régions du Bas-Danube, bien que 
dépendantes de l'empire ottoman, et malgré l'anar- 
chie sanguinaire de ces époques sombres, malgré les 
guerres, les incursions et les fréquents bouleverse- 
ments politiques, on pouvait rencontrer un certain 
respect des droits de l'homme, totale ment inconnu 
dans les autres provinces de l'empire. Les princes 
étaient choisis dans les maisons les plus puissantes du 
pays. Le gouvernement exercé par eux, bien qu'es- 
sentiellement despotique, était cependant un gouver- 
nement chrétien, à tous égards supérieur à l'admi- 



— 25 — 

nistration ottomane; celle-ci alors, plus encore que 
de nos jours, méritait d'ètre appelèe la négation de 
toute administration et de toute justice. 

Dès le commencement du XVIII siècle l'admini- 
stration des principautés de Valachie et de Molda- 
vie fut confiée à des Grecs issus des familles les plus 
illustres du Phanar. Il est de mode chez certains 
des historiens roumains de s'attaquer au regime 
phanariote; ce qui est hors de doute, c'est que ces 
hommes d'elite ont reudu de signalés services à la 
civilisation des régions danubiennes. Ils ont fonde 
des écoles, redige des codes de législation; l'agricul- 
ture de ces pays leur est redevable de ses premiers 
progrès, ils ont encouragé le commerce et donne 
une impulsion considerale à la production locale. 
Les provinces danubiennes, en ce temps-là, étaient 
occupées par une population de serfs exploités par 
une caste peu nombreuse de nobles, les fameux bo- 
yars. Les princes phanariotes amenèrent à leur suite 
de nombreux Hellènes qui se sont adonnés à la cul- 
ture de la terre, au commerce et à l'industrie; sous 
l'influence de l'administration phanariote, les pro- 
vinces moldovalaques acquirent les éléments d'une 
certame civilisation dont étaient dénuées les pro- 
vinces limitrophes de la Serbie et de la Bulgarie 
gouvernées directement par des pachas, et leur si- 
tuation n'avait rien à envier à celle de la Russie ou 
de la Hongrie: ce résultat était dù à l'administra- 
tion des hospodars grecs. 

La culture hellénique régnait sans conteste dans 
les hautes classes aussi bien que dans les classes 
moyennes de la société. L'ambition de tous les Rou- 
mains était de passer pour des Grecs: ils adoptaient 
les usages et les coutumes helléniques et se plaisaient 
a donner une forme grecque jusqu'à leurs noms. Cet- 
te influence de l'hellénisme continua à s'exercer ju- 



— 26 — 

squ'au soulèvement de la nation grecque en 1821 ( i ). 
Le descendant d'une illustre famille du Phanar, Ale- 
xandre Ypsilantis, le premier, rèva l' union poli- 
tique des deux principautés danubiennes et leva en 
1821 l'étendard de l'insurrection dans la principali- 
té de Moldavie ( 2 ) ; le soulèvement devait dans la 
pensée de son auteur réunir tous les Chrétiens, sans 
distinction de races, contre la tyrannie ottomane: 
pour mener à bien cette oeuvre de délivrance, il 
s'était assuré le concours des Grecs, des Serbes et 
des Bulgares habitant la Moldovalachie. Par malheur 
le mouvent organisé par cet homme au coeur noble 
et élevé ne put aboutir; les causes de cet insuccès 
doivent ètre cherchées, d'une part, dans l'abandon 
de la cause grecque par le tsar Alexandre dont Ypsi- 
lantis avait été l'aide-de-camp, et en second lieu dans 
la trahison de quelques Moldovalaques, notamment 
du fameux Théodore Vladimirescu. Lorsque le sou- 
lèvement fut noyé dans le sang, la Sublime Porte 
retira aux Grecs l'administration des principautés. 

* 
* * 

Une administration étrangère, quelque éclairée 
et humaine qu'elle soìt, ne peut manquer de soule- 
ver les critiques et l'opposition des populations in- 
digènes, principalement des classes influentes qui ont 
l'ambition bien naturelle de prendre la place des 



(*) Noi ricordiamo come un frutto raro della coltura 
greca in Moldavia, la principessa Elena Ghika, più cono- 
sciuta sotto il nome di Dora W Istria, cui era stato mae- 
stro il Papadopulos. 

( 2 ) Neil' insurrezione, tra i martiri dell' indipendenza 
ellenica, figurò pure un De Gubernatis, che cadde, com- 
battendo sotto le insegne del principe Ypsilanti. 



— 27 — 

étrangers. Pour diverses raisons, uno fois que les 
principautés furent retirées à l'administration pha- 
nariote, celle-ci fut plus d'une fois dócriée et calom- 
nióe. Je m'abstiens de rappeler en ce moment les 
mobiles qui, de nos jours, provoquent chez quelques 
Roumains un mouvement de systématique hostilité 
à l'égard du regime des hospodars grecs; la plupart 
de ses détracteurs ont servi ou conti nuent à servir 
une politique inspirée bien plus des intérèts de cer- 
taines puissances étrangères que de ceux de leur 
pays. J'aime mieux invoquer l'opinion exprimée par 
quelques savants roumains sur l'action exercée dans 
les provinces danubiennes par la civilisation grecque 
et l'administration phanariote. 

En 1887 pendant les fètes célébrées à 1' univer- 
sité de Jassy, le professeur Erbitcheano, devant un 
auditoire compose de toutes les autorités de l'elite 
de la société roumaine pronongait les paroles mé- 
morables que voici: « Conservons un souvenir im- 
pèrìssable de ceux qui ont èie les auleurs du de- 
veloppement de Vinslruction dans le seìn du peuple 
roumain. 

« Les ècoles grecques, poursuivait le savant 
aussi érudit que consciencieux qu'est M. Erbitcheano 
bien qu 'indirec f emen> ', ont èie d'une grande utilitè 
pour les Roumains; elles les ont èduquès, les ont 
iniliès à la culture generale de Vliumanitè, leur ont 
enseignè de penser avec ferveur a leur patrie et à 
la culture de leur langue nalionale. 

« Les Grecs ètaient privès en Turquie de la 
f acuite (V exprimer libremenl V amour qiCils porta- 
ienl à leur patrie; la culture hellènique et les idèes 
palriotiques leur ètaient interdiles par la force du 
yatagan ture; trouvant dans notre patrie un pays 
mimi de quelques privilèges (place sous l'administra- 
tion des princes grecs), ils y ont dans leur enthou- 



— 28 - 

siasme pour la délivrance de leur patrie asservie, 
fonde des écoles appelées à former une nouvelle ge- 
neration, imbue d'idées libérales. A l'abri de cette 
terre, sous l'egide des privilèges dont jouissaient nos 
princes, les Grecs ont entonné leurs hymmes à la 
liberté et à la patrie et ont répandu le eulte parmi 
nous. Etait il possible que les Roumains ne fussent 
pas enflammés à leur tour p*r les sentiments de pa- 
triotisme et de liberté qui exaltaient les Hellènes? » (') 

Un autre patriote rouroain, M. Cogalniceanu, 
dans un discours universitaire, parlait également 
en termes vibrants de l'influence, determinante qu'ont 
exercée les Hellènes sur le réveil du sentiment na- 
tional chez les Roumains. « C'est aux événements 
de 1821, dit-il, que nous sommes redevables de tous 
les progrès accomplis depuis.,., ce sont ces événe- 
ments qui ont réveillé parmi nous le sentiment na- 
tional, jusqu'alors complètement endormi. ( 2 ). 

Plus consciencieusement et avec plus d'éloquence 
encore ont été défenìues la mémoire de l'hellénisme 
en Moldovalachie et l'oeuvre historique qu'il accom- 
plit dans cette contrée, par l'éminent historien rou- 
main M. Yorga, professeur d nistoire à l'université 
de Bucarest, dans un discours prononcé à l'Athénée 
de cette ville sur « l'éducation roumaine du temps 
des Phanariotes ». 

Nous croyons devoir glaner quelques passages 
de ce discours remarquable. La lumière de la science 
fait brillament ressortir les services que les Grecs 
ont rendus aux principautésdanubiennes; ce discours 



(') Const Erbiceanu, Discurs rostit in aula Uni ver- 
sitei din lassi asupra scolei grece ni Romane en occasiu- 
nea sorbarei jubileului, page 35. 

( 2 ) Michaìl Coyalniceanu, Letopisetele etc., voi. 1, Cù- 
vent introductit la cursul de Istoria Nationala, page 13. 



— 29 — 

est plus q ir ime apologie, c'est un véritable panégy- 
rique de l'influence civilisatrice de l'hellénisme dans 
ces contrèes. 

« Un des services les plus nobles, dit M. Yorga ? 
qui incombent à l'historien, c'est la destruction des 
mythes. C'est une oeuvre belle et utile que de dé- 
masquer les mensonges des panégyristes, puisqu'il 
s'agit de toute fagon de mensonges. Mais en denon- 
gant, en réduisant à néant une legende calomnia- 
trice, en plus du devoir qui s'impose à tout esprit 
consciencieux en face de la vérité, on a le senti— 
ment d'accomplir un devoir plus sacre encore ; c'est 
celui de faire entendre la voix d'humanité, de ju- 
stice en faveur de ceux qui ne peuvent répondre 
et se justifier, en faveur des morts. 

« Ai-je donc l'intention de relever les Phana- 
riotes et de montrer dans les personnages stigma- 
tisés dans nos traités d'histoire des hommes hon- 
nètes ? 

« Oui ! je le dis sans ambages. J'ai pour mission 
dans l'accomplissement de mes fonctions, de rétablir 
la vérité, et je puis accomplir cette mission... 

« Je vous déclare d'ores et déjà que l'oeuvre de 
réparation est une oeuvre patriotique. 

« Les princes en question avaient aussi des par- 
tisans parmi la noblesse de ce pays; leur cour était 
composée d'éléments indigènes aussi bien que de pro- 
tégés venus de Constantinople. Ces boyars étaient 
rayonnants lorsqu'ils étaient avisés de la nomina- 
tion de leur protecteur (phanariote) qu'ils servaient 
loyalement. Le boyar Niculcea traite Constantin Mau- 
rocordato de Majesté, et ne trouve pas de paroles 
dignes de célébrer ses louanges. Tournez qnelques 
pages et vuus lirez les nombreuses munificences et 
bonnes oouvres.de Constantin Voda par lesquelles il 
a embelli la terre de Moldavie. 



— 30 — 

« Nous ne trouvons nulle part la condamnation 
du regime phanariote, aacune opposition systémati- 
que à ce regime. D' où vient ce silence? Ou bien les 
Phanariotes n'ont pas été tels qu'ils nous sont dè- 
peints, ou bien la noblesse du pays a cette epoque 
était la plus avilie des noblesses connues. Permet- 
tez-moi d'admettre la première de ces suppositions 
cornine plus flatteuse pour notre patriotisme. 

« Mais pourquoi le monde paysan, lui qui n'est 
pas attirò par 1' appàt des places gouvernementales, 
ne se remuait-il pas? Ne pouvait-il donc pas lutter? 
N' avait-il pas le coeur de se soulever ? 

« Non, les paysans roumains étaient ceux-la 
mèmes qui plus d'une fois avaient rem porte des 
victoires sous l'étendard russe. 

« Le prince phanariote portait la responsabilité 
d'une situation qu'il n'avait pas créé, et d'un re- 
gime quo les leur eux-mèmes avaient trouvé lors 
de la conquéte. 

« Nicolas Mavrocordatos s'est montré un prince 
emèrite en Moldavie : il fut simple, juste, travailleur, 
et les plus humbles panni le peuple, les moujiks, 
trouvaient toujours audience auprès de lui, pour le 
grand désappointement des boyars. Il rachetait des 
hommes emmenés en esclavage par les Tartares, il 
trompait les Turcs pour obtenir le relàcbement de 
ses administrés, lorsque ceux-ci ètaient condamnés. 
Il fondait des villages et instituait des foires et des 
marchés. Il rendait des comptes tandis qu'il ny é- 
tait pas tenu. Et, ainsi que le rapportent les chro- 
niqueurs du temps, toutes les gens du pays étaient 
joyeux et remerciaient Dieu de ce qu'il leur avait 
envoyé un prince bon et miséricordieux, de ce que 
l'ordre et l'abondance en céréales et autres denrées 
règnaient partout. Personne ne voyait son boeufou 
son chariot réquisitionnés de force.... Les prévari- 



— 31 — 

cateurs seuls étaient mécontents parco qu'ils ne pou- 
vaient voler. 

« Costantiii Mavrocordatos était un homme éclai- 
ré dont les lumières jouissaient d'une réputation eu- 
ropéenrie. Il introduist de l'ordre dans l'administra- 
tion des deux principautés et de nouvelles méthodes 
de gouvernement qui ont précède la loi organique 
introduite par lui. 

« C'est gràce à lui que le serf parvint peu à peu à 
la liberté; par des mesures graduelles et congues avec 
sagesse, il a préparé l'oeuvre d'affranchissement, qui 
doit sans conteste etre considérée cornine 1' aurore 
d'une nouvelle pèriode dans l'histoire de notre race. 

« Grégoire Ghika (*) dément par sa simplicité les 
accusations d'un luxe frisant la dépravation, qu'on 
portait contre les Phanariotes (le prince paraissait 
au divan revétu d'un costume en vulgaire étoffe de 
laine pour faire la legon à ses courtisans prodigues). 
Il rnérite une place d'honneur parmi nos princes de 
toute epoque par la sollicitude qu'il montrait pour 
la diffusion de l'instruction, pour l'ordre dans le 
gouvernement et pour le progrès vers l'autonomie du 
pays. Ghika fonda des ècoles, des usines, eleva des ino- 
numents; il se desista d'une partie de sa liste civile 
pour subvenir du traitement des instituteurs publics. 
Son oeuvre gouvernementale démontre une nature 
foncièrement bonne, mais aussi un esprit civilisateur. 

« Alexandre Ypsilanti arrèta l'émigration et at- 
tira dés colons étrangers dans le pays par la ré- 
duction des impòts; il releva l'instruction supérieure, 
réunit autour de lui des érudits de tous pays, dota 
la Valachie d'un code et transforma Bucarest sac-^ 
cagé en une ville habitable ». 

Neoclès Kasasis '• 



( l ) I Ghika erano d'origine albanese, ma avevano ri- 
cevuto la loro coltura dalla Grecia. 



UNA GLORIA ROMENA 

(HASDEU) 



Al momento in cui scrivo, se noi siam già presso 
alla metà di Gennaio, l'anno romeno finisce. « 1907 » 
Triste anno, sopratutto per la Romania ! Triste anno 
che non solo colle rivolte agrarie, fortunatamente 
e prontamente arrestate, lasciò brutta traccia di sé 
ma triste ancora per le* perdite inobliabili che la 
Morte arrecò tra le file de' suol grandi. E quali 
perdite ! Non parlerò del pittore PompUian, di Jo- 
sif Vulcan e di altri che pur lasciarono largo rim- 
pianto, ma sopratutto di due, di due altissimi e ve- 
ramente insostituibili, la cui fama varcò le frontiere 
della Romania: voglio dire di Nicolae Grigorescu, 
il grande pittore nazionale e di Bogdan Ilasdeu il 
grande erudito: due colossi, l'uno nella pittura di 
cui restano quadri immortali (e di cui diremo altra 
volta) — 1' altro nella storia, nella filologia, nella 
letteratura... e in altri dieci rami dello scibile: gran- 
de un pò in tutto... in tutto, sì, fuorché nell' arte 
della reclame... o del darla a bere... che par l'arte 
odierna per eccellenza. 



Bogdan Petriceicu Hasdeu non è, come ho detto, 
una gloriola di quelle che brillano un istante e spa- 



— 33 — 

riscono, è una gloria autentica destinata a crescere 
col tempo e ad irradiare per anni ed anni le genera- 
zioni future. Anche quando le opere dell'Hasdeu dai 
Romeni non si leggeranno più, sempre saran ricordate 
come basi o punti di partenza di molte altre che su 
quei primo edilizio si costruirono, sempre saran ce- 
lebrate come modelli di erudizione profonda ed ori- 
ginale, come sintesi di verità incrollabili, come quelle 
infine che — nel momento di maggior bisogno — 
voglio dire dell'Indipendenza romena, fornirono alla 
patria la coscienza di sé e delle proprie origini, ar- 
ricchirono la lingua del popolo, ne ampliarono il 
pensiero — e tentarono, quasi non bastasse, di dar 
allo-stesso popolo una credenza futura, d'oltre-tomba ; 
credenza che potrà bensi esser derisa dagli sciocchi, 
ma che non è meno per questo un bisogno sentito 
e, forse, un coronamento di filosofia. 

Dicono che, negli ultimi anni, egli avesse nella 
fronte spaziosa e per 1' ampia barba qualche tratto 
di V. Hugo e di Tolstoi. Ebbene, di quest'ultimo egli 
ebbe anche — se pur è lecito chiamarlo cosi — il 
misticismo. 

Bogdan Petriceicu Hasdeu nacque nel 1836 da 
una vecchia famiglia di boiari nel villaggio Christi- 
nesti poco lontano da Hotin in Bessarabia. Suo pa- 
dre Alessandro fu un distinto naturalista e scrittore. 
Bogdan fece i suoi studi di diritto e di lettere in Russia 
a Karkov, ottenne nel 1854 la licenza in diritto, servì 
qualche tempo negli ussari Russi, indi, dimissionario e 
spossessato d'ogni suo bene, passò in Moldavia dove fu 
nominato membro del Tribunale di Cahul. Nel 1858 
andò a Jassy; nominato ivi professore di Storia, ini- 
ziò la rivista settimanale « Romania » che poi più 
tardi sostituì coi « Fogli di Storia romena, editi al- 
lora in caratteri cirillici. Nel 1862 stampò la rivista 
scientifico-letteraria « Din Moldava » che poi mutò 



— 34 — 

il nome in « Lumina » (Luce) apparsa questa però 
in caratteri latini. 

Nel 1864 si sposa colla signora Giulia Faliciu 
dalla quale ebbe la figlia Giulia di cui parleremo 
più sotto. 

Dal 1864 al 1867 pubblicò « Studi critici sopra 
V Moria romena » ; un giornale umoristico « Sati- 
rul »; alcuni studi sul giudaismo, Razvan si Vidra, 
dramma storico in versi; la Principessa Roxandra 
dramma in prosa; Trei Crai de la Rasarti (I tre Re 
dell' oriente, o Re magi) comedia di costumi; molte 
poesie occasionali, sociali, storiche ed una traduzio- 
ne in versi di Ovidio. 

Nel 1867, eletto deputato dalla Bessarabia, entra 
nella politica, stampa subito il foglio politico-settima- 
nale « Traian » seguito dalla « Colonna di Traiano » 
giornale che diviene letterario ed assume immedia- 
tamente un' alta importanza per la « Storia critica 
dei romeni » ivi pubblicata, lavoro denso di erudi- 
zione, di scoperte storiche, etimologiche, investigante 
la derivazione dei nomi d'ogni città, d'ogni strada ro- 
mena e sostenuto da un' argomentazione logica e 
serrata non meno che da una folla di osservazioni 
e comparazioni ingegnose. 

Dalla Storia, Hasdeu passò alla filologia. Pro- 
fessore di questa scienza 'alla facoltà di Bukarest, 
fece ben presto apparire tre volumi di « Cuvinte. 
din oatrini (presso a poco : Parole dei vecchi) uno 
dei quali trattò della lingua parlata dai Romeni dal 
1550 al 1600, 1' altro dei libri popolari nel XVI se- 
colo ecc. ecc. 

Nel 1886 infine, incominciò quel colossale lavoro 
a cui, per finirlo, sarebbero occorse varie vite d'uo- 
mini, voglio dire lo « Elymologìcum Magnum Ro- 
maniae » che giunse, com'era a prevedersi per le 
troppo ampie basi, solo sino alla lettera C e che 



— 35 — 

forse non sarà da altri mai finito, a meno che — 
come pei dizionario Larousse in Francia — una 
società di dotti non si riunisca appositamente. (*) 

Oltre a ciò Hasdeu fu per molti anni direttore 
degli Archivi di Stato, Membro del consiglio per- 
manente d' istruzione, Membro dell' Accademia ecc. 

Dal poco che ho detto — e non ho ricordato 
forse che un terzo de' suoi lavori — si vede subito 
come il carattere distintivo dell' Hasdeu sia V enci- 
clopedismo o l'erudizione. Egli era quel che un al- 
tro laboriosissimo romeno, Vasile Urechia, amava 
chiamarsi, un poligrafo, uno cioè che poteva pas- 
sare indiiTerentemente e con pari successo da un'ope- 
ra etimologica ad un dramma in versi, dalla Storia 
del Voivoda Giovanni il Terribile ad un libro di 
-epigrammi. 

E, a proposito di questo nuovo libro che ho ci- 
tato, aggiungo che chi vogiia avere il titolo di molte 
altre opere ch'io ho tralasciate, può rivolgersi al Di- 
zionario ultimo (Ecrivains chi monde latin) del De 
Oubernatis, il direttore di questo annuario- Egli che 
mi ha chiesto un articolo sull' Hasdeu, rimarrà un 



( x ) Questo, secondo me, avrebber dovuto fare i Eo- 
meni. Invece dell' Etymologicum Magnum fu incaricato 
un altro valoroso, il sig. Filippide che però, dopo 9 anni 
era ancor lontano dalla fine. L'Accademia romena allora, 
ha creduto di far bene chiedendo ne sian ridotte le basi. 
Il Filippide ha rifiutato (e di ciò lo applaudiamo) sicché 
ora continua il Dizionario il sig. Sextil Puscariu ma egli, 
nientemeno, farà il tutto in soli tre volumi, quanti cioè 
ne occorsero all' Hasdeu per la sola lettera B. Come si 
vede, il lavoro se non proprio snaturato, vien troppo ri- 
dotto perciò io insisto sulla mia idea d' una commissione 
di dotti, 1' unica che possa condurre a buon porto 1' ope- 
ra necessaria e vasta dall' Hasdeu iniziata. 

P. E. B. 



— 36 - 

po' sorpreso e forse dolente di vedersi qui nominato. 
Ma si guardi bene dal tagliarmi, perchè s'io metto il 
suo nome a questo punto, non è già per vano elogio, 
bensì per una comparazione che mi par giusta e per 
far meglio comprendere il mio pensiero. Tra l'Ha- 
sdeu e il De G-ubernatis, infatti, trovo grandi ras- 
somiglianze: la stessa varietà di lavoro è in entrambi, 
lo stesso dar mano ad opere colossali che sgomen- 
terebbero persone di minor fibra, lo stesso amore 
della patria, dell'umanità e, infine, la stessa erudi- 
zione enciclopedica congiunta ad una operosità ve- 
ramente, assolutamente ammirevole. 

Tanto l'uno che l'altro han pubblicata una vera 
biblioteca: ora chi può misurare tutta 1' influenza 
che tal mole di pubblicazioni ha certamente avu- 
ta nello svolgimento e nel progresso del pensiero 
umano? 

Solo che, al posto degli studi indianistici, così 
profondi nel De Gubernatis, bisogna collocare la 
parte mistica o, meglio, spiritistica dell' Hasdeu, 
parte che il De Gubernatis non credo abbia se non 
in dose minima o almeno grandemente minore. Nel- 
l 'Hasdeu, invece, le credenze spiritiche eran diventate 
quasi un'ossessione ed egli non si contentò soltanto 
di pubblicare il suo « Sic cogito » che tante discus- 
sioni destò in Romania ma tutto ciò che lo circon- 
dava era ormai solo manifestazione di quel pauroso 
e pur consolante pensiero. 

Tale ossessione neh' illustre erudito ebbe una 
causa immensamente patetica: la morte di sua figlia 
Giulia — e non v' è davvero da meravigliarsi. 

Giulia Hasdeu fu una di quelle rare apparizioni 
di cui deve gloriarsi e addolorarsi nello stesso tempo 
F umanità che pensa e ama. Deve gloriarsene im- 
perocché essa fu un genio precoce che molto fece 
e molto prometteva; addolorarsene, perchè, a 19 anni, 



— 37 — 

se ne volò da questa terra quasi anelante ad aure 
più pure. Sene giudichi: a due anni sapeva già leg- 
gere, ad undici aveva terminate le classi ginnasiali, 
a sedici passava brillantemente alla Sorbona gli esa- 
mi di retorica e di filosofia: aveva una bella voce 
di mezzo-soprano, sapeva e bene di pittura, era nata 
col dono dell' eloquenza, sicché alla Sorbona stessa 
tenne due conferenze una delle quali sul 2° libro 
di Erodoto. Il suo fisico pareva far mostra di una 
costituzione robusta e destinata a lunga vita; ma il 
microbo dell' etisia la minava. Mori, come ho detto 
a 19 anni, non senza aver lasciati buoni scritti: 
Bourgeons ti avvìi: Eéves et fanlaìsies : Chevalerie : 
Idyle, Legende : un Proverbio pel teatro scritto a 14 

anni, ed una quantità di schemi drammatici, Si 

pensi ora alle strazio d'un padre che era stato ral- 
legrato da tale figlia; si pensi allo stràzio di chi, 
dopo tante speranze non gli resta se non una con- 
solazione: quella di pubblicar le opere postume del 
buon genio perduto ! 

L'Hasdeu, nella convinzione di vivere in comu- 
nione reale collo spirito di sua figlia (e della mo- 
glie Giulia pur morta) si era anzi fabbricato a Cam- 
pina, sua residenza un Castello assai bizzarro (ne 
ho sottocchio una fotografia) ma dei tutto simbolico e 
che portava appunto il nome di « Castel ul Iulia Ha- 
sdeu » Di tale Castello — secondo l'illustre vegliar- 
do — non una pietra era stata posata, non un muro 
eretto senza che egli, ad intervalli, ne avesse avuta 
la suggestione dallo spirito della morta figliola. Esso 
è un miscuglio, come disse un recente visitatore, di 
genialità e di fantasia, di ordine e di disordine ma 
sempre espressione di un pensiero alto e commo- 
vente. Più che abitazione, vero tempio eretto per 
un ricordo, tutta la costruzione ha come base la 
cifra tre: simbolo della Trinità. Tre le finestre, tre 



— 38 — 

le porte, i muri e la torre di tre metri o di un mul- 
tiplo di tre. Il centro dell'eòi fizio è una piccola scala 
di ferro al sommo del quale è un Cristo enorme 
benedicente, e poi armi colla iscrizione Pro fide et 
patria, una porta su cui è scritto: « E pur sì muo- 
re! » -altari druidici su cui si legge: 2 IVLII (le 
due Giulie, madre e figlia) ed altre cose strane ch'io 
tacerò; ma interessante mi pare ancora il menzionar 
due altari a mezzo dei quali F idea principale del- 
l'Hasdeu si chiarisce, voglio dire quella riguardante 
la figlia Giulia la quale avrebbe avuto incarnazione 
ili altre donne, successivamente progredienti e no- 
bilitantisi sin a culminare in Giulia stessa e tanto 
da dar luogo alla seguente scala metempsicosica: 



Agnodike 




Hypatia 




Beatrice Portinari 




Juana Veranez 




Elisabetta Tudor 




Maria Corday 


Iulia Hasdeu 


1 



Scala che è su uno degli altari mentre sull'altro è 
in senso inverso. 

Ma lasciamo queste cose che, mentre potrebbero 
far pensare i lettori della rivista Luce e ombra, 
potrebbero far credere ad altri che V intelligenza 
dell'Hasdeu fosse offuscata. Tutt'altro: egli era per- 
fettamente lucido, tanto che una volta disse in un 
discorso: « Prima di tutto son vecchio, secondaria- 
mente son Bessarabiano, terzo, infine sono spiritista. 
» E spiritista in faccia a tutti, senza nascondermi: 
» spiritista per studio e per pensiero, dolendomi sol- 



— 39 — 

» tanto che, nel secolo nostro, tale credenza non possa 
» condurre al martirio di fuoco o di sciabola.... ma 
» solo esporre alla tortura di dover soffrire le ob- 
» biezioni e le beffe degli sciocchi o degli ipocriti.. » 

Lasciamo queste cose, ripeto senza però citar 
rapidamente un fattarello che molti giornali, anni 
sono, riportarono. Come è noto egli lasciò erede del 
suo Castello il piccolo Principe reale Nicolae. Ebbene, 
un giorno, per fare alla principessa Maria la comuni- 
cazione di tal suo desiderio testamentario, chiese 
un'udienza. Ricevuto, la Principessa con molta dol- 
cezza, ma decisamente, gli diceva che non era pos- 
sibile accogliere tale lascito particolare. — Ebbene, 
Altezza, rispondeva il vegliardo, poiché voi non 
credete che ciò mi sia stato ordinato da uno Spi- 
rito, e voi non avete la convinzione della loro esi- 
stenza, permettetemi almeno che io ve la dimostri. 
Che cosa fa il Principe Nicolae appena vi vede? 

— Che fa? Ciò che fan tutti i bimbi quando ri- 
veggon la mamma. Felice di ritrovarmi, mi accarez- 
za e mi bacia. 

Ebbene: permettete ch'io vegga il Principino. 
Chiamatelo — ed io vi mostrerò immmediatamente 
la potenza dello Spirito. Appena entrato, il piccolo 
Principe invece di rivolgersi a Vostra Altezza com'è 
solito, s'indirizzerà a me e correrà ad abbracciarmi.. 
Vi prego, Altezza, concedetemi tale prova... 

La principessa la concesse. Il Principino appena 
entrato fissò lungamente la madre.... Poi, vedendo 
T Hasdeu, corse a lui e lo abbracciò.... 

La Principessa rimase sbalordita.,.. 






Io son ben lontano, dall' idea di voler parlar 
singolarmente di ogni opera del Patriarca di Cam- 



— 40 — 

pina o anche di darne un semplice sunto. Le sue 
opere son tante che in ambedue i casi, dovrei avere 
lo spazio occorrente ad un libro di non piccola mole. 
Ma dirne qualcosa sia pure a spizzico, gioverà affin- 
chè non si creda che la parte che chiamammo mi- 
stica, superi in lui la parte operosa e positiva. 

La sua Istoria Critica, dice Iuliu Dragomirescu 
(uno de' suoi più entusiasti ammiratori) tradotta in 
francese, fu presentata da Ion Bratianu al Congresso 
di Berlino del 1878 e sulla base di quel libro, può 
dirsi, fu data alla Romania nientemeno che la l>o- 
brugia (Dobruscia, Dobrogea). Il suo Cuvinte din 
Bairdni, dice lo stesso scrittore, vivrà senza dub- 
bio almeno mille anni. Ambedue queste opere re- 
steranno a guisa di fari eterni sul mare della pro- 
grediente Romania. Per essi i Romeni sapran sempre 
con sicurezza, chi siano, da donde vengano, ove de- 
vono tendere. Quanto all' Etymologicum Magnum 
Romaniae è tale poderoso lavoro che basta legger- 
ne una pagina per ammirare 1' immensa erudizione 
di chi osò iniziarlo. Il Neamul Basaraoilor è opera 
gigantesca, un labirinto di rarità storiche.. La storia 
Tolleranza religiosa in Romania, i Principia di 
filologia comparata sono pure libri che rivelan le 
meravigliose qualità del filologo geniale, dello sto- 
rico coscienzioso, del filosofo illustre. 

Ma io ho già detto dapprincipio che l' Hascleu 
fu anche un artista. Il suo « Satirul » il volume 
di poesie « Mikutzka » e sopratutto i suoi lavori 
drammatici « Principessa Roxandra » e « Razvan 
e Yidra » lo provano più che a sufficienza. Ra- 
zvan e Vidra fu dato qualche mese fa ai Teatro 
Nazionale di Bukarest ed ebbe ancora il grande suc- 
cesso di un tempo. Si vede in esso, scrisse il gior- 
no dopo il critico dell' Adeverul Emil. D. Fagure 
« lo scrittore talvolta irrispettoso della forma, bru- 



— 41 — 

tale, selvatico quasi, ma quanta forza, quale ammi- 
rabile bellezza! Più ascolto il possente poema, più 
lo consiglio alla giovane generazione. Non solo 
l'eroe e l'eroina del dramma avvincono per l'inten- 
sità della loro vita psichica e passionale, ma anche 
nei personaggi secondari il genio di Hasdeu — così 
assetato di creazione — ha plasmato con vigore 
figure indimenticabili ». 

Ora, se ciò vien detto dopo la rappresentazione 
odierna di un lavoro scritto molti anni or sono, bi- 
sogna convenire che in esso e' è non solo pensiero 
forte e resistente ma queir arte veramente umana 
« che non passa. » 



* * 



E pure, con tuttociò una vera popolarità l' Ha- 
sdeu non l' ebbe mai ed anche a' suoi fùneri ove 
avrebbe dovuto convenir tutta Bukarest, non v'eran 
che 26 persone ! È incredibile, nonostante il suo de- 
siderio ripetuto di voler esser sepolto modestissi- 
mamente. Ma è appunto quando quel desiderio vien 
manifestato che, se poca è la pompa, immenso dev'es- 
sere il concorso dei discepoli e degli ammiratori. 
Sin a prova contraria continuerò dunque a credere 
che i giornali non seppero convenientemente annun- 
ziare l'arrivo della grande salma e che il popolo non 
accorse perchè non sapeva. Oh, se avesse saputo, 
il popolo, che è sempre buono e sempre sa onorare 
i grandi lavoratori, non sarebbe certo mancato! 
Diecimila persone almeno dovevano guidar all'estre- 
mo riposo quel forte operaio del pensiero ! 

Pensiero che non muore! Aspettate dieci anni, 
aspettate che i colpiti dalla sua sferza dileguino 
anch'essi sotterra, aspettate che l'invidia o la gelo- 
sia si calmino, e vedrete Hasdeu risorger dalla tomba 



— 42 — 

per salir più radioso nel cielo della scienza. Ora è 
sparito. La legge del Ritmo universale che vuole 
dopo il moto ascendente quello della discesa, la legge 
inesorabile ed inevitabile ha coinvolto anche quel 
grande spirito e l'ha portato... dove? Forse accanto 
alla figlia amata, adempiendo a' suoi voti di ven- 
t' anni ? Speriamo. Speriamo per noi e per lui e che 
la vita dell' anime sia veramente eterna! 

Oggi ad ogni modo, almeno col corpo, è accanto 
alla figlia adorata, accanto a quella Giulia che pas- 
sò come un lampo e fu inaridita come V erba dei 
campi.... » 



Finisco con due brevi strofette. Quando noi en- 
trammo in Roma, V Hasdeu — italiano d' affetto — 
pubblicò un carme di circostanza, inneggiante all'Ita- 
lia e alla Romania, carme preceduto da due versi 

del Petrarca: 

« * 

« Si faccia lieta udendo la novella 

E dica: Roma mia eavà anoor bella; » 

Si permetta a me ora per semplice omaggio al 
grande sparito, di tradurre in italiano in quella lin- 
gua che egli amava due sue strofette. Sono intitolate 
« Bor » cioè Desiderio nostalgico, e le traduco quasi 
letteralmente, più in prosa forse che in poesia. Ec- 
cole : 

DOE 

Guardando l'onda cheta Tale è il desir possente 

pensierioso restai. \ che il mio spirito empiè. 

Quanto, quauto è profonda Lontana è la sorgente 

per un passo che fai ! da cui sen venne a me. 

E pure ha scaturigini D' ignoti rii le origini 

in valli assai lontane - par dica, ecco, nascondo... 

e in mille, ecco, si prodiga Ma poi che in me si versano 

ruscelli, archi, fontane ! tutte, quanto è profondo ! 



— 43 — 

Tale è per Hasdeu il clor, ma per me piuttosto 
tale è il suo poderoso pensiero, il quale ebbe chissà 
dove le sue mirifiche sorgenti, ma che non si può con- 
templare senza l'esclamazione: Quanto è profondo: 

San Remo 

Pier Emilio Bosi 



SULLY PRUDHOMME 



Le poète des penseurs et des àmes délicates, le 
philosophe ami des humbles n'est plus. Partout, en 
France, en Europe, dans le monde entier, cette perte 
est douloureusement sentie ; partout, où il y a des 
coeurs sincères épris de l'idéal, élite de la Société 
littéraire, ou simples perdus dans la foule, il y a. des 
regrets et des larmes. 

Et, dans notre siècle, avide de jouissances im- 
médiates, impatient d'honneurs, de pouvoir, où se 
déchainent tous les appétits brutaux, e' est une sorte 
de consolation que de voir si universellement aimé 
et regretté un homme qui se contenta toute sa vie 
de rendre aussi belle que possible son oeuvre poé- 
tique, délucider, avec le plus entier désintéressement, 
les plus hautes questions philosophiques, de répan- 
dre autour de lui, sans en jamais rien dire, tant de 
bien fait avec tact, que tous ceux qui Font appro- 
ché, oubliant son genie poétique, se disent seulement : 
« Il était si bon ». 

Je sortais de ses entretiens*, élevée au dessus de 
moi-méme et des difficultés de l'esistence: il avait 
le secret des « mots de vie ». Nous parlions surtout 
poesie, souvent philosophie, rarement de lui méme; 
c'est pourtant de sa bouche que je tiens certains dé- 
tails pouvant aider à le mieux comprendre; sans étre 



— 45 — 

nouveaux, présentés par lui, ces détails devenaient 
l'occasion d'un développement qui me faisait pénétrer 
avec fruit dans cette àme si haute et si profonde. 

Il avait travaillé, en vue de l'Ecole polytechni- 
que ; il aimait les mathématiques et « réussissait 
mieux », me dit il un jour, « les théories que les 
problèmes parce qu'il avait l'esprit logique et man- 
quait de cette sorte de divination qui fait trouver 
la bonne marche ». Il attribuait a ces études scien- 
tifiques approfondies, son besoin de précision et de 
rigueur; contrairement à beaucoup d'écrivains, il 
considérait les sciences corame très utiles au poète; 
corame je déplorais le temps qu'elles avaient pris 
à ma vie : « Ne regrettez rien, me dit il encore quinze 
jours avant sa mort, vous leur devez cette force 
d'expression que je remarque en vos vers; vos vers 
sont pleins ; c'est une qualité assez rare chez une 
femme. » 

Il aimait beaucoup la philosophie: Descartes, 
Pascal, Kant, étaient ses auteurs préférés. Il aimait 
l'esprit lucide de Descartes, la sincérité de Kant. Sur 
son bureau était une statuette de Descartes ; dans 
une petite case, dose au regard profane, le moulage 
du masque de Pascal ; il aimait à le faire voir et 
toucher à ceux qu'intéressaient les questions philo- 
sophiques ; j'eus un jour l'honneur de décrocher et 
raccrocher le plàtre précieux ; je passai ines doigts 
sur le front puissant qui inventa les mathémati- 
ques, et d'où surgirent les Pensées; je contemplai 
ces yeux clos, aux cils longs, mystiques évocateurs 
du « Mystère de Jesus », ce nez dominateur, cette 
bouche mince et énergique du janséniste austère et 
des Provinciales : quelle diflérence entre cet homme 
et le maitre si doux ! Pourtant, à travers les àges, 
un lien les unissait: cet amour puissant, passionné 
de la vérité et de la justice. 



— 46 — 

Il avait rachete d'une facon assez curieuse, a 
une dame allemande, una médaille de Kant. D'autres 
médailles l' entouraient; il aimait les medailles et ce 
genre d' art convanait à son genie: plus que tout 
autre artiste, le médailleur a besoin d'exprimer ses 
idèes avec justesse et précision; obligé de restreindre 
la composition, de finir les détails, de supprimer tou- 
tes les inutilités; certaines des poésies de Sally 
Prudhomme sont, en leur genre, de véritables mé- 
dailles. 

Ainsi, il vivait, écrivant et pensant, dans la so- 
ciété des plus illustres morts. D'horribles névralgies, 
qui l'avaient obligè à se retirer à Chàtenay auprès 
de sa soeur, ne l'empéchaient pas de travailler; au 
contraire, disait il, le travail adoucissait ses souf- 
frances et c'est dans ces conditions qu'il composa 
ses principales études philosophiques : le Credit de 
la science, le Problème des causes finales, Essai sur 
le libre arbitre, Pascal. 

Il était, cependant, avant tout et par dessus tout. 
poète ; ses poésies les plus « sèchement » philosophi- 
ques, comme « l'habitude » conservent leur tour poè- 
tique; P image l'emporte sur la définition; ses oeuvres 
phi losophiques, « Que sais-je » par exemple, sont toutes 
pénétrées de poesie. Il n'avait jamais voulu adopter 
les prétendues reformes du vers francais ; le rythme, 
la rime étaient à ses yeux des éléments indispensa- 
bles; mais ses idées à ce sujet n'avaient rien de fa- 
natique ; pour lui, la rime ajoutait sa sonoritè à 
l'espression ; elle devait provoquer à la fois une sur- 
prise et une satisfaction de l'oreille, mais on ne de- 
vait jamais lui sacrifìer la pensée; il prohibait les 
rimes banales ; exigeait la consoline d' appui toutes 
les fois que la syllabe n'etait pas ou très rare ou 
très sonore ; quant aux innovations, heurts de plu- 
riel contre singuler, de ve.rbes en ent et de pluriels 



— 47 — 

en s, il les considèrait cornine des essais sans grande 
utilitè, et qui s'useraient d'eux-mèmes. Dans le « Ry- 
thme des Vers, » dans le « Testament póetique », 
il a plus particuliérement insistè sur la necessitò 
des régles fixes, sur les variations acceptables du 
rythme, la valeur et l'emploi de la cesure ; il pro- 
hibait l'enjambement, sauf lors qu'il était vraiment 
expressif, et rejetait surtout celui d'un hémistiche 
entier: il y a en effet dans l'enjambement, comme 
dans la syncope, un brusque changement de rythme, 
une sorte de rupture d' équilibres très espressif, mais 
qui perd toute sa valeur, étant mal amene ou lon- 
guement continue. Il avait accepté la coupure en 
trols de l'aléxandrin qui peut, inattendue, dans un 
passage de passion, produire un grand effet, mais à 
titre exceptionnel seulement ; dès la première heure, 
il me fit comprendre la beautè de la strophe, et 
toutes les ressources que peut offrir au poète le mé- 
lange des strophes de rythme divers. 

« L'art des vers, me disait-il, est indispensable 
au poète; le vers est un merveilleux instrument ; 
le rythme, la rime, la sonorité des mots, tout cela 
est de la musique; mais la musique n'est pas la 
poesie ; la musique n'exprime pas toute la pensée ; 
elle la laisse deviner, elle conserve quelque chose 
de vague qui permet l'interprétaticn; la parole ex- 
prime la pensée, mais, dépourvue des ressources de 
la musique, elle n'ébranle pas Fame tout entière ; 
la poesie, c'est la musique, et c'est la pensée, et c'est 
encore autre chose ; on apprend l'art des vers, mais 
on nait poète. 

Pour lui, le poète avait une sorte de ròle très 
élevé à remplir ; un jour, je lui portais les pièces 
dernières de mon livre, le coeur battant ; car l' é- 
preuve était pour moi capitale; j' y avais mis toute 
mon àme : les sommets des Alpes, péniblement gra- 



— 48 - 

vés, m'avaient laissé une irapression de calme et de 
paix; il me semblait avoir touché au seuil du tem- 
pie, et j'écrivais, reposée, les premières strophes, 
lorsqu'on m'annonga la catastrophe de Courrières ; 
ce fut une nuit horrible; je me sentais responsable, 
au milieu d'une société responsable, de tous les cri- 
mes et les malheurs des dernières années : les mas- 
sacres d'Orient, l'inexpiable guerre du Transwaal, 
les boucheries de Moukden, et maintenant, Courriè- 
res ; demain, peut étre, la monstrueuse guerre eu- 
ropéenne ? Et une idée me secouait toute : Qu'avais- 
je fait? — Mais qu'avais-je pu taire? — Eh? qui 
donc ne peut parler, ne peut écrire, ne peut agir ? 
Sais-tu le pouvoir d'un mot, d'un acte ? personne ne 
doit faillir à la tàche commune ; tu as ta part de 
responsabilitè !... Et j'écrivais, le coeur saignant ; 
c'était corame un dialogue douloureux avec moi 
méme; lorsque je tombai de fatiguer j'avais écrit: 
Sur les Sommets. 

C'est cette pièce que je présentais à mon cher 
Maitre. Cornine à l'ordinaire, il lisait attentivement, 
signalant les imperfections, répétant a haute voix 
les vers qui lui paraissaient meilleurs. 

« J'ai, des cris discordants, crée la syinphonie ». 

« Oui, dit il, c'est bien là le ròle du poète » 
Il continua, interesse: 

.... Telle au reflux, la conque irisée et sonore 
Rotile eri ses plis, reflets d'une loiutaine aurore, 
Les hurlements des morts et des bateaux sombrés. 

« Voilà de beaux vers, dit-il, de très beaux 
vers ». 

Il continuait visiblement ému: 

.... Va-ten, tu n'as rien fait pour l'immortalité : 
Qu'irnportent les sanglots, le rève, la parole, 
Va! l'amour est fécondité. 



— 49 - 

« Oui, dit-il, le poète qui se complait en son 
rè ve, et oublie les hommes ». 

« .... Pourquoi le ver vers uioi ta lampe, uoir mineur ? » 

Il lisait tout bas maintenant, et, tout d'un coup, 
je vis ses yeux se mouiller; un tremblement agitait 
la feuille, il me tendis les bras... 

« C'est bien, c'est très bien, mon enfant, voulez 
vous me permettre ?... 

Il me serra dans ses bras. 

« Vous ètes vraiment poète, c'est très beau ; 
c'est curieux comme certaines femmes sont arrivées 
à faire de belles choses ». 

Et tandis que je me relevais : 

« Je suis heureux, bien heureux, dit-il ; je se- 
rat contìnue. » 

Continuer son oeuvre! Tàche difficile; nous ne 
pouvons, nous qui avons été ses fidèles disciples, 
aspirer à l'égaler un jour. Nous sommes bien dé- 
cidés à lutter de tout notre pouvoir contre l'enva- 
hissement de la poesie vulgaire et banale, ou gros- 
sière et malsaine, contre les modifìcations, faci les 
excuses aux défaillances de l'energie, à accepter 
seulement ce qui peut ètre une ressource pour ex- 
primer quelque nuance nouvelle de notre comple- 
xité moderne; mais combien nous nous sentons fai- 
bles, et au dessous de notre tàche ! 

L'oeuvre de l'homme est aussi difficile à conti- 
nuer que l'oeuvre du poète. Il nous disait, dans cette 
dernière entrevue que nous eùmes avec lui, ce 24 
Aoùt: « J'ai beaucoup aimé la France, j'ai fait com- 
me les autres mon devoir en 1870, j'ai écrit pour 
elle quelques poésies, mais je n'ai jamais voulu me 
mèler de politique; je n'ai pas voulu asservir mon 
jugement aux querelles des partis »; et, en effet, dans 
toutes les circostances, souvent difficiles, où Fon fit 



— 50 — 

appel à son jugement, il sut rèpondre librement et 
avec une parfaite équité ; il trouvait le mot juste 
apaisant les colères. 

Il mettait à se laisser ignorer, le soin que d'au- 
tres mettent à s'étaler; ses volumes de vers, qui 
sont universellement répandus lui rapportaient peu 
de chose, et la meilleur passait aux raains des 
deshérités. Il avait des raffinements de délica- 
tesse dans ses libéralités : la majeure partie du prix 
Nobel fut consacrée a la fondation d'un prix de 
poesie pour les débutants pauvres; il ne voulait pe- 
ser en rien sur les décisions du jury; il ne lui pa- 
raissait pas légitime de favoriser ses élèves dans les 
concours; en ce sens, ses scrupules allaient peut- 
étre trop loin, 

Il ne cherchait ni la fortune, ni les honneurs; 
et les honneurs lui vinrent de partout; il les ac- 
ceptait un peu confus, s'efforcant par suite de les 
« mèriter » « Je n'ai pas fait assez de bien » me dit- 
il un jour qu'il était particulièrement souffrant: cette 
année mème, où son vingt cinquième anniversaire 
à l'Académie réunit ses amis, où son portrait fut 
salué à l'exposition annuelle, une médaille frappée 
en son honneur, où, son titre de Grand officier de 
la Légion d'honneur ne lui permettant guère un 
plus haut grade, on lui donna, avec la Couronne ci- 
vique, la plus haute marque d' estime; il n'en resta 
pas moins le plus simple des hommes, accueillant 
avec la mème bienveillance les riches et les pau- 
vres, les arrivés et les ignorés... 

Dans cette dernière et inoubliable entrevue, nous 
eùmes le bonheur de lui causer une dernière joie. 
Avec la nai'veté qu'ont parfois les grands hommes, 
il ignorait que ses livres, si goùtés de l'elite, avaient 
pénétré jusqu'au peuple, que les enfants des écoles 
pleuraient sur la « première solitude » et que des 



— 51 — 

ouvriers demandaient ses poésies dàns les bibliothè- 
ques, écoutaient avidement, aux conférences popu- 
laires, « le songe », « les vieilles maisons », « les 
impressions de guerre », et tant d'autres. Et ce lui 
fut une douce jouissance de sentir qu'un lien de plus 
s'était forme entre sa pensée, et l'àme obscure des 
foules, qu'il avait tant aimée, et à qui il consacrait 
ses dernières heures : le matin mème il avait encore 
travaillé à son dernier ouvrage sur les questions 
sociales; le soir, il expirait au milieu des siens, dans 
sa calme retraite toute fleurie... et la sérénité de 
cette fin de vie nous rappelle ses vers : 

« Puisse-je ainsi m'asseoir aa faìte de ines jours 
Et contempler la vie. exempt enfin d'épreuves, 
Gomme du haut des monts, on voit les grands détours 
Et les plis tourmentés des routes et des fleuves. » 

M. Berthet 



Aux disparus. 

Aimés, aimés enfuis, qiCètes vous devenus ? 
Etes-vous à jamais disparite sous la terre? 
Ou vous envolez vous des tombeaux froids et nus, 
Fiamme errante, le soir, au jardin solitaire f 

Etes vous là, vivants, dans les fleurs des tombeaux? 
La Terre dévoreuse a, ponr V oeuvre de vie, 
Tout repris à ces corps tant aimés et si beaux.. 
Mais votre cime, à sa faim reste -t-elle asservie ? 

Vos rèves, vos amours, ó très chers, où sont ils ? 
Etes vous habitants d'une terre ignorée ? 
Avez vous revétu des corps purs et subtils ? 
Etes vous dispersés au loin dans Vempyrée ? 

Vivez-vous seulemeut encor dans la mémoire ? 
Irez vous avec nous dans Véternel oublif 
Feuille qui sombre au lac, en ride un temps la moire,, 
La brise du soir glisse, efface un dernier pli. 

N* est il plus rien de vous ? Et Vabsurd N~éant 
Est il la mer sans fond où s' éteint la Pensée % 
Quel vain but poursuit dono la vie en nous créant ? 
A quoi bori ces efforts et eette oeuvre insensée ? 

Avec VAme du monde etes vous confondus ? 
La Mort, vous délivrant de V immonde poussière 
A t-elle découvert à vos jeux éperdfus , 
L 7 Unite que voilait notre argile grossière ? 



— 53 — 

Chant des absents. 

« Ce qu'en nous vous aimiez, demeure. 
Il n'est rien qui vive ni meure, 
II il 1 est rien que VEtemité. 

Nous sommes les Yivants, 6 fréres ! 
Vos cris, vos appels téméraires, 
Vers un Idéal de beante, 

Sont des éclairs de notre vie : 
Votre wif est inassouvie ; 
En vos diversités bomés, 

Vous ne savez pas ce qu'est VEtre : 
Mowir à vos chaines, e 1 est naitref 
A V infini nous sommes nés. 

Le Mal, les larmes de la terre, 
Sans cesse, au creuset salutaire, 
E,i fleurs d'amour sont transformés : 

Nous sommes ces fleurs lumineuses, 

Epaves des ìioules kaineuses, 

Nous les Aimants, nous les Aimés ! 

Vous aimiez en nous Vharmonie, 
La Loi sainte unique, infime 
Et Vincorruptible Beante: 

Nous sommes les vivants f Tout passe... 
Il n'est plus de temps ni d' espace, 
Il n'est rien que VEtemité. 

M. Berthet 

Au Pere Lachaise, 1 novembre 1907 



1/ ETÀ D' OKO DEL EINASCIMENTO 

A ROMA 



Un Banchiere-Mecenate del Cinquecento. 

Tra le numerose pubblicazioni inglesi su cose 
latine uscite di recente dalle stampe londinesi, una 
delle più importanti pel soggetto e per l'interesse, 
è il bel volume illustrato del Prof. Rodolfo Lanciani 
suir Età d' oro del Rinascimento a Roma nel Cin- 
quecento. ( £ ) 

L' illustre insegnante di Topografia antica Ro- 
mana alla Sapienza, con questo nuovo studio, è ve- 
nuto ad accrescere la serie già lunga delle sue opere 
su Roma antica, di cui egli è si dotto e geniale 
illustratore. 

In queste pagine, l'autore dipinge in modo vi- 
vace e pittoresco la città eterna nel cinquecento e la 
vita che in essa si menava sotto Paolo III ed i Papi 
successivi; parla a lungo dell' arte, degli artisti e 
dei Mecenati che li proteggevano; e pieno d'interesse 
è specialmente l'ultimo Capitolo su Messer Agostino 
Chigi « il Magnifico », di cui darò qui un breve sunto. 



(*) « The golden days of the Renaissance in Rome 
(London, Archibald Constable e Co 1907) 



- 55 



Agostino Chigi, nato a Siena circa il 1465, fu uno 
di quei felici mortali ai quali la fortuna sorride fino 
dalla culla, e che muniti di rare doti mentali riesco- 
no in tutto ciò che intraprendono. 

Venuto a Roma in ancora giovane età dalla sua 
nativa Siena, ove egli si era già occupato con buon 
successo di affari e di commercio, trovò nell' Urbe 
assai più vasto campo per esercitare le sue straor- 
dinarie attività finanziarie, e mise subito su un mode- 
sto studio in via dei Banchi, l'antica strada dei ban- 
chieri nel Trastevere, non lungi, forse, dalla pitto- 
resca dimora di Bindo Altoviti con le sue belle loggie 
prospicienti quello storico fiume. 

Nella poetica Roma del Cinquecento, molte delle 
strette e tortuose vie portavano nomi derivanti dai 
mestieranti che ivi vi avevano eletto domicilio ; tali 
erano le vie dei Cappellari, dei Cartari, dei Chiavari, 
dei Calzettari, dei Giubbonari, dei Coronari, dei Se- 
diari, etc. etc, alcune delle quali conservano anch'og- 
gi quegli stessi nomi suggestivi. 

E così pure molte chiese di Roma, oltre il nome 
del Santo titolare, recavano la donominazione della 
Nazionalità di quella colonia di stranieri che vi si 
aggruppava intorno, nella ristretta cerchia della vita 
e del lavoro, poiché in quel tempo, più poetico del 
nostro, quando la religione era insieme un culto ed 
un dovere sociale, la chiesa parrocchiale formava 
il pernio spirituale dell' esistenza della gente che 
viveva sotto 1' ombra dei suoi grigi muri. 

Nel 1502, Agostino Chigi divenne socio con Fran- 
cesco Tommaso, avendo già accumulato, per conto 
proprio, un discreto capitale. D'allora in poi egli andò 
sempre allargando la sua sfera d' azione, per dive- 



— 56 — 

nire, nel corso di pochi anni, il più ricco e più im- 
portante banchiere non solo dell' Italia, ma di tutta 
1' Europa, trattando affari anche con 1' Oriente. 

Il vero punto di partenza della sua straordina- 
ria fortuna fu il monopolio eh' egli per il primo, si 
accaparrò delle Saliere di Ostia, di Corneto, Cam- 
posalino, Cervia e Manfredonia ; poi 1' altro delle 
Miniere di allume, sostanza allora rara e fornita 
all' Italia dalla Turchia, fino al giorno in cui un 
certo Giovanni de Castro ne scoperse 1' esistenza 
nelle colline di Tofa presso Civita-Vecchia. Queste 
Miniere di allume fruttarono somme enormi ai for- 
tunati capitalisti, tra i quali Agostino Chigi, che, 
forse, per debito di riconoscenza a quel suolo gene- 
neroso, vi fondò la bella chiesa di S. Maria della 
Sughera. 



La vita dei banchieri era nel cinquecento in- 
sieme semplice e fastosa. 

Bindo Altoviti, immortalato con un busto, dal 
Cellini, i fratelli Bini, lo stesso Agostino Chigi, ed 
altri ancora, tenevano i loro uffici o banchi in vecchie 
case del Trastevere che era, in quel tempo, il quar- 
tiere della finanza ed il centro degli affari in Roma, 
come lo è oggidì la City a Londra. 

Ivi, essi stessi trattavano gli affari al minuto 
ed air ingrosso, in mezzo all' esercito dei loro nu- 
merosi commessi. Negoziavano da pari a pari coi 
Papi e coi re ; serbavano nelle loro immense cas- 
se-forti veri patrimoni sotto forma di pegni in gioie 
ed in argenteria, come i Bini, che ebbero in con- 
segna dal Papa, loro debitore per molti milioni, la 
famosa tiara gemmata di Giulio II. 

Il Cinquecento fu 1' età d'oro anche per i ban- 



— 57 — 

chieri, perchè i sovrani ed i nobili si preoccupavano 
assai più di spendere e spandere i loro denari che 
di accumularli o farli fruttare ; essi s' intendevano 
poco o nulla d' affari o dell'impiego dei denaro ; ed 
i giuochi di borsa non erano stati ancora inventati! 

Perciò Agostino Chigi, mediante la sua grande 
pratica ed il suo finissimo fiuto d'affarista, potè, con 
assai meno fatica di un Americano odierno, diven- 
tare, in uno spazio relelativamente breve di tempo, 
arcimilionario. 

Difatti, nel fiore della sua età virile, egli era 
giunto ad un grado tale d'opulenza che ignorava 
lui stesso la cifra totale del proprio patrimonio ! 

Egli possedeva allora, oltre la casa centrale d'af- 
fari a Roma, donde si diramava la vasta rete del 
suo commercio, altre cento case bancarie per tutta 
l'Europa ; cento Navi commerciali salpavano dalle co- 
ste sotto alla sua bandiera; e circa venti mila uo- 
mini erano impiegati nei suoi negozi. 

Una delle ragioni principali della sua rapida 
prosperità fu forse la sua audacia. 

Egli seppe sempre approfittarsi a tempo di ciò 
che Shahspeare chiamò « la marea montante della 
fortuna. » 

Aveva larghe e quasi profetiche vedute ed in- 
tuizioni finanziarie, né si peritava talvolta di ri- 
schiare i suoi capitali ; come, quando, per esempio, 
trovandosi alla famosa fiera annuale di Foligno, ove 
si davano convegno tutti i negozianti dell' Italia, 
egli, con largo gesto di padre eterno, acquistò ipso- 
facto tutte quante le mercanzie ivi esposte a pronti 
contanti, per rivenderle poi con enorme profitto. 

Per questo suo speciale genio commerciale, Ago- 
stino Chigi era divenuto famoso per tutto il mondo, 
quale re della finanza europea. 

Ma egli deve però la sua immortalità ad una 



— 58 — 

ragione ben più importante, cioè al suo profondo ed 
intelligente amore per i' arte. 

Il carattere del Chigi era duplice e complesso; 
vi erano in lui, difatti, in strano contrasto d'armo- 
nia, due uomini affatto diversi l'uno dall'altro : l'af- 
farista e l'artista; il banchiere astuto ed il gran 
signore innamorato del bello e degli artisti produt- 
tori di opere belle. 

Per un capriccio della sorte, a lui nato con tutte 
le tendenze e le aspirazioni del grande artista, non 
era stato però concesso il genio creatore. Egli rimase 
quindi, per tutta la sua vita, soltanto un dilettante 
squisito, un avido ed abile collezionista di oggetti 
rari e preziosi. 

Per consolarsi forse della mancanza in sé stesso 
della facoltà creatrice, egli adorava gli artisti, li pro- 
teggeva e li accarezzava, pagandoli generosamente, 
affinchè essi eseguissero per lui opere immortali e 
traducessero per mezzo del pennello o del loro scal- 
pello i propri sogni artistici. 

Questi sogni luminosi dei Chigi erano spesso 
originali ed ispirati ad una certa grandiosità di 
concetto. 

Erano sogni di un poeta miliardario; come, 
nell' occasione del « Solenne Possesso » di Leone 
X, 11 aprile 1513, per festeggiare degnamente il 
passaggio del corteo papale davanti al suo palazzo, 
egli fece riedificare un ruinato arco trionfale, sosti- 
tuendo alle statue scomparse figure nude viventi 
poste in classici atteggiamenti ! 

Questo tableau vivant di nuovo genere, avrà 
certo incantato gli occhi del Papa umanista e dilet- 
tante d'arte, che, passando sotto l'arco, sul suo bianco 
cavallo, arabo, avrà pure sorriso, nel leggervi l'iscri- 
zione latina, in lettere dorate colossali, che diceva : 

« Venere, la dea del piacere, regnò sotto Ales- 



- 59 — 

Sandro VI: Marte, il dio della guerra, imperò sotto 
Giulio II ; con te, o Leone, principia, invece, il re- 
gno di Minerva, dea della sapienza ! » 

Questo benvenuto dato in nome degli Dei del- 
l' Olimpo al principe della Chiesa cristiana, era de- 
gno esordio al regno di quel papa Mediceo; e lo 
avrà anche preparato a vedere senza meraviglia, 
scolpite dal Filarete, sul portone di bronzo di San 
Pietro, le leggende mitologiche degli amori di Giove 
insieme alle favole di Esopo ed ai fatti della Sacra 
scrittura; — strana fusione di sentimento pagano col 
pensiero cristiano, che fu propria all'opera dell'U- 
manesimo e ne costituì forse il fascino principale. 



Agostino Chigi era dunque l'uomo del suo tempo 
ed il fine apprezzatore di quella meravigliosa fanta- 
smagoria che fu T età del Rinascimento a Roma. 

Né, per volgare ostentazione di ricchezza (come 
gli odierni miliardari americani), ma per solo sen- 
timento estetico, egli impiegava di continuo i suoi 
agenti su tutte le piazze dell'Europa per procurargli 
oggetti rari: quali, pitture, scolture antiche, cera- 
miche, arazzi, trine e ricami, gemme e perle, broc- 
cati ricchissimi, che intassava a profusione nelle 
sue varie e sontuose abitazioni. 

Questo principe della finanza Cinquecentista, 
viveva, difatti, come un re che fosse stato poeta, cir- 
condato, tra le sue pareti famigliari, di cose belle. 
Dormiva su un letto di fata scolpito in avorio ed 
intarsiato d'oro e di pietre preziose; si bagnava in 
una vasca di solido argento, nell'acqua profumata da 
rare essenze orientali. 

Sibarita, ma savio, egli amava principalmente il 
lusso pel lato estetico che esso può offrire. Amava 



— 60 — 

i bei giardini ed i fiori esotici ; e coglieva pure, nel 
giardino della vita, i più rari fiori umani — cioè le 
donne più leggiadre di quel tempo. 

Nelle sue vaste scuderie, scalpitavano cento ca- 
valli, di cui allevava una razza speciale da tiro 
che servivano forse più ai suoi amici principi e car- 
dinali ai quali li prestava, che a lui medesimo. 

Una. volta, per capriccio originale, egli volle 
inaugurare le sue nuove scuderie alla Farnesina, 
col darvi, in quel locale, una cena sontuosa a Leo- 
ne X ed alla sua corte. 

E quando il Papa si meravigliò di tanto lusso 
di addobbi e di piatterie d' oro e d' argento, Ago- 
stino Chigi avrà forse risposto con spirito che come 
il nostro Signore si era degnato nascere in una 
umile stalla, così egli si era permesso di ricevere 
sua Santità in una scuderia: e sollevando i pesanti 
arazzi di Fiandra mostrò nascoste da quelle cortine 
le mangiatoie dei cavalli ! 

Questa fu una delle tante famose feste che il 
ricco Cavaliere offrì al Papa suo amico nella sua 
nuova villa. Un' altra festa fu data nel grazioso 
casino, poi distrutto, costruito in fondo ai giardini 
sulle rive del Tevere. 

In quella occasione, dopo ogni portata, il vasel- 
lame d'oro e d'argento fu, con ostentazione di fasto 
orientale, gettato nel fiume ove, sotto all'acqua, era- 
no però state tese delle reti per riceverlo ! Ed uno 
storico senese presente tra gli invitati narra come 
tre immensi pesci serviti in tavola, costaron da soli 
250 corone d'oro ! 

Ma il più luculliano dei banchetti dati dal Chigi 
fu quello imbandito il 28 Agosto 1519, in occasione 
delle sue nozze., un po' tardive., con Francesca 
Andreozza, la bellissima sua amante che egli aveva 
rapita a Venezia. 



— 61 — 

Questo banchetto fu servito nella sala terrena 
(a loggiato allora aperto) della Farnesina, dal soffitto 
recentemente dipinto da Raffaello, aiutato da Giulio 
Romano, con la storia di Psiche e la cena degli Dei 
dell' Olimpo. 

Papa Leone X e venti cardinali siedevano alla 
splendida mensa servita con i cibi più rari, fatti ve- 
nire apposta da ogni parte del mondo. 

Oggi, visitando quella sala, è facile rievocare con 
la fantasia la scena gaudiosa. Ecco, seduto in capo 
tavola la corpulenta figura di Leone X, dalla 
brutta e materiale, ma caratteristica fisionomia me- 
dicea, dalle grasse e bianche mani assuefatte a ma- 
neggiare gli oggetti preziosi con tocco delicato dì 
dilettante, come lo rappresentò Raffaello nel famoso 
ritratto a Pitti. E ci sembra ancora udire il riso 
forte e gioviale di sua Santità, mentre presta ascolto 
a qualche motto spiritoso di Messer Agostino, op- 
pure si volta a mormorare qualche galanteria alla 
bella sposa di lui sedutagli al fianco. 

E forse siede pure tra gli invitali la snella e 
spirituale figura del divino pittore, con la chioma ca- 
stagna spiovente sulla veste di velluto nero, con lo 
sguardo distratto, rapito in chi sa quali luminose 
visioni; mentre che accanto a lui fa contrasto la 
più virile e rubiconda faccia di Giulio Romano, solo 
assorto nei piaceri gastronomici della tavola. 

Né certo vi sarà mancato l'altro elemento fem- 
minile in quello splendido convito, nella persona di 
alcune di quelle giovani, bellissime e colte donne 
chiamate allora « honesle cortigiane », le amiche 
non solo amorose, ma anche intellettuali degli uma- 
nisti e dei prelati. 

Nella Roma del Rinascimento, quelle leggiadre 
impure imperavano non solo per le loro grazie fisi- 
che ma, anzi tutto, per la loro cultura e per il 



— 62 — 

loro spirito. Al pari delle famose etère greche, 
esse tenevano alto lo scettro dell' intellettualità; 
e celebri fra esse furono: la bionda Tullia d'Aragona 
dichiarata dai suoi contemporanei « senza parago- 
ne » ; la bellissima Imperia, che, morta a 26 anni, 
fu sepolta a S. Gregorio al Celio, ove un' iscrizione 
latina ne ricorda « la leggiadria incomparabile »; 
la Tartara; la Porzia Lucrezia, e la Padovana, le 
quali, quando uscivano per recarsi in chiesa o al 
passeggio, erano accompagnate, come tante princi- 
pesse, da un corteo di servi e di ammiratori. 



Per costruire quella villa bellissima, allora chia- 
mata la Chigiana (in seguito Farnesina), Agostino 
Chigi si era valso della mano d'opera del suo com- 
paesano Baldassarre Peruzzi, il celebre architetto 
senese ; poi a decorarla di affreschi aveva chiamato 
il Sodoma e Raffaello. 

Il Chigi aveva conosciuto quell'ispirato <r< Mat- 
tacelo » del Sodoma a Siena, ed entusiasmato del 
suo genio lo aveva menato seco a Roma, per pre- 
sentarlo al Papa ed ottenergli lavoro in Vaticano. 

Ma l'estro strano ed indipendente del Sodoma 
non era fatto per piacere all'imperioso pontefice, 
che, dopo breve tempo, lo licenziò, facendo distrug- 
gere ciò che il Sodoma aveva già dipinto nelle Stanze 
per dar posto agli affreschi di Raffaello. 

Fu allora che il Chigi, forse per consolare l'ami- 
co pittore di quel dispetto papale, lo incaricò di 
dipingergli nella Fernesina la propria camera da 
letto. 

Ed il Sodoma V ornò difatti di quel suo capo- 
lavoro « Le Nozze di Alessandro il grande con 
Rossana, » eh' è forse la sua opera più bella. 



— 63 — 

Nella grande sala terrena, Raffaello, intanto, fini- 
va di dipingere la poetica storia di Galatea vogante 
come Afrodite, sulle onde marine, in mezzo all' al- 
legro e lascivo corteo dei Tritoni e delle Nereidi. 

Mentre il divino pittore lavorava alla Farnesina, 
egli era ancora in tutto il suo primo ardore amo- 
roso per la bella Fornarina, quella certa Margherita 
Luti o Luzzi figlia di un fornaio senese, che, du- 
rante nove anni, fu oggetto della sua più grande 
passione. 

La modesta casa paterna della bella donna stava 
accanto all' antica porta Settimiana che dà accesso 
alla via della Lungara, (la più bella via del Traste- 
vere, di recente vandalicameete deturpata.) 

Dalla Farnesina, Raffaello poteva scorgere in 
distanza la casa dell' amante, e così spesso si senti- 
va attirato verso di essa dalla potente calamita del- 
l' amore, che egli trascurava, per essa, il suo lavoro. 

Questa lentezza del pittore dispiacque tanto ad 
Agostino Chigi, ch'egli pensò di far allontanare per 
alcun tempo 1' oggetto che lo distraeva. 

Non sappiamo in quale modo il Chigi effettuasse 
il suo intento, cioè quel ratto ; ma, col denaro, tutto 
riesce, persino l'impossibile ! 

Però, il fatto sta che lo stratagemma fu inutile, 
perchè Raffaello privo della donna adorata, divenne 
cupo e taciturno, finse, forse, di cadere malato, e 
non volle più lavorare. 

Cosi, come spessso segue, 1' amore trionfò ! La 
Fornarina tornò e con essa ritornò pure la salute 
ed il buon umore del pittore che, ottenuto dal Chigi 
il permesso di tenerla presso di sé mentre dipingeva, 
in breve, terminò il suo lavoro. 

Una poetica nebbia d' incertezza e di mistero 
ha sempre avvolto questa vaga personalità femmi- 



— 64 — 

nile, intorno alla quale nulla sappiamo di certo. Si 
crede che la Fornarina sia stata il modello della 
famosa donna velala (Pitti) e quello, idealeggiante, 
della Madonna di San Sisto. 

Risulta però come cosa certa ch'essa fu grande- 
mente amata da Raffeallo, il quale, per esserle fedele, 
non volle mai sposare la propria fidanzata, la po- 
vera Maria Bibbiena che morì poi pel dolore del- 
l' abbandono ; risulta pure che il pittore lasciò per 
testamento alla sua donna amata quel tanto « da 
farla vivere honestamente ». 

Sembrerebbe di certo che la bruna Fornarina non 
fosse stata donna volgare, ma d' animo fine e genti- 
le, che adorasse con ardente passione il suo illustre 
amante e rimanesse inconsolabile della sua perdita. 

Una prova evidente della fedeltà di lei è stata 
di recente scoperta dal Prof. Antonio Valerio (citato 
dal Lanciarli), sopra un antico registro appartenente 
alla Congregazione di Sant'Appollonia che accoglieva 
le povere donne pentite. In quel registro si legge 
come, quattro mesi dopo la morte di Raffaello, la 
Fornarina, alias la Margherita Luti, venne am- 
messa come monaca in quel pio ritiro per passarvi 
il resto della sua vita. 

Il documento citato dice : 

« A di 18: Augusti 1520 Hoggi è stala ricevuta 
nel nostro Conservatorio: Margherita, Vedova, fi- 
gliola del quondam Francesco Luti da Siena. » 

Queste pocho parole scritte su un vecchio foglio 
ingiallito dal tempo, sono eloquenti perchè gettano 
come un fulgido sprazzo di luce sul dolce mistero, 
rivelando quanto profondo debba essere stato davvero 
l'amore della Fornarina per Raffaello ! Poiché, morto 
quel suo grande diletto, essa, sebbene ancora nel 
fiore della bellezza, sentì che tutto era ormai finito 
per lei ! 



— 65 — 

La povera, derelitta, « vedova », come pietosa- 
mente si denominò, non volle aspettare altro dalla 
vita, ma preferì seppellire la propria bellezza da 
lui immortalata e il proprio corpo giovanile a lui 
consacrato, nel triste sepolcro dei viventi, 

Cinta di neri vedovili, la bella « velata » di una 
volta, entrò nel piccolo misero chiostro del Trasteve- 
re — poco lungi dalla Farnesina ove aveva trascorso 
il suo breve sogno amoroso — e il pesante portone 
si richiuse dietro a lei per sempre, e la sua soave 
individualità spari nell' oscuro mistero della clausura 
eterna ! 



# # 



Ed anche la vita di Agostino Chigi, l'amico ed 
il Mecenate di Raffaello, ebbe il suo epilogo amo- 
roso. 

Finissima anima d' artista, egli fu sempre, a 
quanto pare, vulnerabile alla bellezza femminile ed 
alle tenere passioni. 

Dopo aver sposato in prime nozze Margherita 
Saracina, che morì senza prole, egli s'innamorò paz- 
zamente a Venezia di una bella giovane di nome 
Francesca Andreozza che rapì e fece sua amante. 
Egli aveva allora varcato la quarantina, ciò che 
prova che né gli affari né le accumulate ricchezze 
avevano potuto inaridire il cuore di quello strano 
banchiere-artista ! 

Con la facile morale del Cinquecento, che tutto 
perdonava all' amore ed ai suoi seguaci, egli sposò 
la bella Francesca soltanto più tardi, anzi pochi me- 
si prima di morire. Il matrimonio fu celebrato in 
gran pompa dal Papa in persona il 27 Agosto 1519 
e solennizzato con lo splendido banchetto già de- 
scritto. 



— 66 — 

Francesca sopravvisse poco tempo a suo marito 
e mori ancora giovanissima, lasciando orfani quattro 
loro figli. 

Morto Agostino Chigi, la sua colossale fortuna 
rapidamente guadagnata e generosamente spesa in 
favore dell'arte e degli artisti, cadde, ad un tratto 
come un castello di cartone. 

I suoi beni furono divisi e sparpagliati tra i suoi 
numerosi eredi, e la bella villa la Chigiana, eretta 
da lui con tanto intelletto d' amore artistico, fu 
venduta, co' suoi tesori di pittura, all' incanto, per 
un prezzo assai modesto, al Cardinale Alessandro 
Farnese, nipote del Papa; e perciò, d'allora in poi, 
tolse il nome di Farnesina. 

Agostino Chigi mori da principe, com' era vis- 
suto, e venne sepolto nella cappella gentilizia ch'egli 
si era già in vita fatta preparare ed ornare dai suoi 
artisti prediletti. 

Col Chigi sparisce il tipo dello splendido ban- 
chiere-Mecenate cinquecentista, il quale, come Mida, 
non solo col suo ingegno finanziario mutò in oro 
ciò che toccava, ma seppe anche — ciò eh' è ben 
più importante — trasformare il vile metallo in opere 
d' arte immortali ! 

Evelyn 



La Musica italiana alia corte Sassone 



e» 



(Sunti dalla Storia della R. Opera di Dresda di Robert Prólss.) 

Nel Gap. Ili La Prima Opera Italiana : 

Gìovan Giorgio «I (nato 1613) non era soltanto 
un monarca amante del fasto, ma anche d'intelletto 
artistico. In ispecie sembra che il senso per la mu- 
sica sia stato suscitato e coltivato presto nel prin- 
cipe. Forse Scliùtze, che nel 1629, gli dedicava la 
prima parte delle sue « Symphonìae Sacrae », gli 
fa maestro. Delle sue composizioni ci è conservato 
il Salmo 117 « laudate Domìnum omnes gentes ». 

Fa così che dal principe furono accolte le insi- 
stenze di Schùtze, di ristaurare la Cappella princi- 
pesca totalmente decaduta. 

Perquanto SchiUze — nella lettera del 1645 — 
avesse raccomandato al padre del principe Giovanni 
Giorgio di salariare specialmente cantanti italiani, 
« nel caso cioè che Vostra Altezza volesse essere 



(*) A dimostrazione dell' interesse che anche i non 
Latini prendono per i popoli latini e del prezioso contri- 
buto che essi portano alla storia della nostra civiltà, mi 
piace accogliere nel nostro Annuario la versione che il 
Dottor Franz Ohlsen, già nostro carissimo discepolo, ha 
curata per noi di un capitolo importante dell'opera te- 
desca. Il Direttore 



— 68 - 

servita degnamente » — pure di tale consiglio non 
fu tenuto conto, probabilmente perchè da una parte 
il Principe regnante temeva le spese, dall' altra per- 
ché gli sarà sembrata poco conveniente la parteci- 
pazione di cantanti cattolici al culto protestante (*). 
Non così il principe ereditario, che già nel 1547 te- 
neva italiani nella sua cappella, e cioè Bontempì 
quale compositore e discantista, Saulì quale basso e 
Severo quale istrumentìsta. 

Il Schùtz cadde in sospetto di avere coi suoi 
consigli indirettamente provocato tale scelta, come 
risulta da una lettera di Schùtze al Principe del- 
l' anno 1653, nella quale si legge : « che molti no- 
bili ecclesiastici e secolari lo accusassero essere egli 
il movente per cui il Principe ereditario avesse in- 
trodotto nella cappella parecchi musicanti dell'Italia. 
« Prega il principe — prima che giunga a sentore 
di ciò — di liberarlo di tale sospetto, specie din- 
nanzi allo spettabile Minislerìo della cappella dì 
corte, presso il quale io mi trovo perciò in credilo 
odioso ». Per il rimanente io giuro a Dio, che nel 
mio ufficio non m' è stato mai odioso questo nuovo 
JDireclorium Musicum italiano istituito da Vostra 
Altezza Principesca (perquanto a me e ad altri te- 
deschi serva piuttosto ad impicciolimento che ad esal- 
tamento della nostra qualità). 

La chiamata degli italiani alla corte di Dresda 
pare che vada connessa con due viaggi di studio che 
il Principe fece fare a Crisloph Bernhard, impiegato 
fin dal 1618 come altista. Secondo Maitheson infatti, 



( x ) Fino al 1696 la casa dei Wettin era — al pari 
del popolo sassone — protestante. Non fu che in que- 
st' anno che passò alla chiesa cattolica, per poter cingere 
anche la corona di Polonia. Da allora fino ai giorni 
nostri — cioè anche dopo la perdita della Polonia — la 
casa regnante di Sassonia è rimasta cattolica. 



— 69 — 

egli avrebbe condotto seco da Roma, la prima volta 
due castrati, la seconda un tenorista e due altisti, 
fra i quali ultimi, Perandi, che però — pare — di- 
venisse ben presto Vice-Maestro di Cappella. Anche 
Schùlz — maestro di Bernhard, che stimava tal- 
mente da proporlo già nel 1651 come suo sostituto — 
allude al primo di questi due viaggi, dicendo : « il 
quale (Bernhard) il nostro clemente Padrone un 
anno fa volle conservare in carica accanto agli 
Italiani. » 

La predilezione di Giovan Giorgio II per gli 
Italiani e per la musica italiana era già tanto pro- 
nunciata in quel tempo (1652), che si adoperò a 
sottrarre alla Duchessa di Baviera alcuni de' suoi 
musicanti italiani ; il che provocò tanta maggiore 
indignazione da parte della principessa, quanto mag- 
giori erano le cortesie a tale proposito usate allora 
fra corte e corte. Essa si lagnò aspramente col Prin- 
cipe che le promise piena soddisfazione. 

Giovan Giorgio II, appena assunto al trono, fuse 
la già cappella del principe ereditario con quella 
sotto la direzione di Schutz, primo maestro di cap- 
pella, di Bontempi e Attrici, maestri di cappella, 
e di Bernhard vice-maestro di cappella. La cappella 
si componeva di quattordici cantanti, sei giovanetti, 
diciassette istrumentisti, quattro organisti e il can- 
tore di corte. Perquanto il sovrano mostrasse una 
spiccata predilezione per la musica ed i cantanti 
italiani, pure il suo sentimento di giustizia non gli 
permetteva di negare completamente la sua stima 
ai meriti dei tedeschi. Il vecchio maestro Scliùlz fu 
tenuto in onore fino alla sua fine. Ma stimava an- 
che Bernhard, che da allora in poi divenne 1' ap- 
poggio dei tedeschi. Ciò non ostante gli Italiani ot- 
tennero il sopravvento. Fra i pochi cantanti tedeschi 
emergeva il celebre Basso Giovanni Jàger, che aveva 



— 70 — 

battuto vittoriosamente i suoi rivali italiani. Dal- 
l' elenco dei componenti la cappella nell' anno 1666 
non solo risulta uno straordinario ingrandimento 

— connesso colla costruzione d'uno speciale teatro — 
ma anche il crescente influsso degli stranieri. 

Di quanto si stimasse il talento degli Italiani 
superiore a quello de' tedeschi, dicono alcune cifre. 
Mentre Schiitz, in qualità di primo maestro di cap- 
pella, non riceveva che 800 talleri, i maestri italiani 
(tra i quali dal 1633 contava anche il Perandi) ti- 
ravano 1200 per uno; e mentre il vice-maestro di 
cappella Bernhard era tassato a 500 talleri, lo sti- 
pendio del suo collega Novelli ammontava a 800 tal- 
leri. I cantanti, oramai, erano quasi esclusivamente 
italiani, e ai due tedeschi Schiitz e Bernhard si 
contrapponevano cinque maestri e vice-maestri di 
cappella italiani. Gli stipendi dei Cantanti non supe- 
ravano ancora quelli dei maestri di cappella, pure 

— in confronto di prima — già si trovavano in rap- 
porto inverso a quello degli istrumentisti ( 1 ). 



(*) Ecco 1' elenco dei componenti la cappella nell' an- 
no 1666 : 

Schiitz, primo maestro di cappella . . talleri 800 
Bontempi, Albrici, Pallavicini, Perandi, mae- 
stri di cappella . . . ciascuno talleri 1200 
Bernhard e Novelli, vice-maestri di 

cappella e tenori ... » 500 e 800 

David Tópfer, Cantore di corte . . . . 300 

Weber, Vice-Cantore di corte .... 200 

Forchheim, violino e primo istrumentista . . 400 

Dedekind, Maestro concertatore . ... 400 
Domenico Metani, Bartotomeo Sorlisi, Gabriel Bat- 

Ostini, Antoni de Moran, soprani . caduno 800 

Antonio Ruggieri, Antonio Fedi, altisti . » 800 

Paolo Seppi, Altista 600 

Gottfr. Ursinus » 400 



— 71 — 

È naturale che la predilezione degli italiani da 
parte delle corti tedesche non potesse essere di gio- 
vamento alla musica nazionale. Purtuttavia era scu- 
sabile : mentre in Germania le terribili guerre ave- 
vano assopita la cura della musica — abbandonan- 
donandola ai soli cantori e organisti — in Italia 
invece sbocciava ad una fioritura tanto più ricca, a 
forme sempre più seducenti. L'opera musicale — sotto 
Monfeverde, — più e più s' era andata imponendo, 
Gli seguirono Cavalli e Cesti, che seppero animare 
melodicamente il recitativo. Fra il 1637 e 1700 la 
sola Venezia conta quaranta compositori e trecento 
cinquantasette opere. La stessa musica di chiesa cede 
a questo influsso, come testificano già il Concerio 
di Viadana e la Cantata da Camera di Carissimi. 
Ma anche la virtuosità degli istrumentisti incomin- 
ciava a spuntare : gli strumenti a corda avevano 
raggiunto perfezionamento mirabile a Innsbrucìi, a 



Johann Mailer Altista 100 

Amaduccì, tenore 800 

Adam Merkel » 400 

Paul Kaiser- » 100 

Pietro Paolo Scandalibenì, basso .... 800 
Joh. Jciger » .... 600 
Stephan Paul .... 800 
Donat Róssler » .... 100 
Walther, Marziani, Volprecht, violini . . cadmio 400 
Eichter, violino e tromba .... - 300 
Volprecht, Filo Mathes, Simon LeonJiardt Gott- 
fried Ertisene, trombe 300 

Ephraim Richner, fagotto 300 

Gottfried Faneschky e Eriger, cornette caduno 300 

Winkler, Westhof, Tasehenberg, tromboni » 300 

Eettel sen 400 

» jun 200 

Johann, teorbista ..... . 100 



— 72 — 

Brescia, a Cremona. Un po' più tardi Corelli portò 
T uso del violino alla perfezione. Nelle scuole di canto 
a Venezia e a Bologna si riusciva a dare alla voce 
umana una flessuosità ed una tecnica fine allora 
ignorata. 

Ma non tanto nei prègi, e nemmeno nelT unila- 
teralità ed esteriorità dell* indirizzo musicale dive- 
nuto dominante in Italia, si celava il pericolo del 
suo influsso in Germania — bensì nella boria degli 
artisti italiani, i quali — inebbriati de' propri trionfi 
— incominciavano a considerare dovunque la mu- 
sica e il teatro come di loro esclusiva proprietà — 
nonché nell' astuzia colla quale ordivano le loro 
speculazioni, senza schivare mezzi di sorta. Solo più 
tardi tutto ciò si sarebbe esplicato, ma già fino da 
allora incominciarono a farsi notare sintomi sospetti. 
L' industria schifosa della castrazione, tendente ad 
ottenere per via artificiosa discanti ed altisti di caro 
prezzo, era esercitata nel modo più svergognato ed 
in iscala vastissima. Ed alquanto più tardi, accanto 
alle scuole propriamente di canto, sorsero degli isti- 
tuti ne' quali le giovinette venivano, non solo istruite 
nel canto, ma ancora iniziate ai misteri della cor 
tigianeria e perfezionate in arti aflìni. (Barthold : 
Le personalità storiche nelle Memorie di Jacopo Ca- 
sanova) . 

A Dresda pare che gli Italiani dapprincipio ab- 
biano osservato un contegno abbastanza discreto. I 
rapporti, anzi, fra il castrato Bonfempi e Schùlz 
erano basati su reciproca stima. Nel 1851 Schùtz 
propone V Eunucus Andreas Buontempi come pro- 
prio sostituto, non potendosi dubitare delle sue al- 
titudini, ed avendo dato prova finora di essere an- 
che per il rimanente del suo contegno un giovane 
discreto, gentile e trattabile ». 

Nel 1653 invece, da un altro scritto, risulta una 



— 73 — 

certa irritazione : « Perciò (vi si legge) mi sembra 
quasi umiliante e doloroso — nelle domeniche dove 
finora il Direttorio spettava non a me, ma al vice- 
maestro di cappella — eh' io debba ogni volta e sem- 
pre cedere il posto e bisticciarmi con una persona 
tre volte più giovane di me e per di più castrata, 
dinnanzi a gente che in gran parte non ci com- 
prende ». 

Nel 1656, Bontempi, dal canto suo, ottenne un 
rivale in Vincenzo Attrici da Roma, che la Re- 
gina Cristina di Svezia aveva condotto seco dall'Ita- 
lia e che qui ottenne l' impiego di maestro di cap- 
pella. Pare che in seguito a ciò i rapporti tra Bon- 
tempi e Schùtz andassero migliorando. Nel 1660, il 
primo dedica al secondo « suo signore ed amico » 
un trattato per mezzo del quale « anche chi sia del 
tutto ignorante di musica, debba saper comporre. » 
D' allora in poi si ritirò sempre più dagli avveni- 
menti musicali, per dedicarsi a' suoi studi scientifici. 

Giovanni Andrea Angelini Bontempi era nato 
nel 1620 a Perugia. Il nome Bontempi lo assunse 
per desiderio del suo curatore Cesare Bontempi, 
uomo spettabile della sua città. Studiò a Roma presso 
Virgilio Mazzocchi — maestro di cappella a S. Pie- 
tro — ed entrò nel 1643 come cantante nella cap- 
pella di Venezia. Di li, nel 1650, passò ai servigi 
del principe di Sassonia. Era uomo di vasta coltura, 
conosceva parecchie lingue e si segnalò sia come ot- 
timo cantante, direttore e compositore, quanto come 
storico, architetto e meccanico. Né lode minore gli 
fu tributata per il suo zelo per la chiesa cattolica 
nei paesi eretici. Nel 1662 — in occasione delle nozze 
dell' unica figliuola del principe, Erdmuthe Sophie, 
col conte palatino Ernst Christian von Branden- 
burg-Baireuth — poetò e mise in musica 1' opera 
« Il Paride », che fece furore, anche perchè era la 



— 74 — 

prima opera italiana apparsa nella Germania setten- 
trionale. Esiste ancora lo spartito, e Fùrsienau non 
le può negare dei pregi melodici, specie nel tratta- 
mento del recitativo. Per altro il forte di Bontempi 
era piuttosto la musica di chiesa. Nel 1604 fu eletto 
ispettore della Nuova Commedia — della quale è 
menzionato anche come architetto e meccanico. Nel 
1666 venne alla luce il primo libro delle sue « Sfo- 
rte della Casa di Sassonia » (ultimato solo nel 1677), 
e nel 1671 la sua Storia della rivoluzione Russa. 
Dopo la morte di Gian Giorgio II, tornò in Italia, 
dove, nel 1695, pubblicò ancora una Storia della Mu- 
sica. 

Fra i beniamini del Principe contava pure il Mae- 
stro di cappella Attirici, uomo di grido e di talento, 
che attirò molti discepoli, ma contemporaneamente 
era invaso da una strana irrequietezza, che gli impe*- 
diva di restare a lungo al suo posto. Nel 1663 uscì 
addirittura dai servigi del Kurfurst, per rientrarvi 
nuovamente nel 1666. 

Tanto più tenace era 1' attaccamento con cui i 
cantanti Domenico Melani e Bartolommeo Sorlisi 
rispondevano alla benevolenza del loro padrone. Fu- 
rono tosto ammessi al servizio intimo del principe 
ed impiegati come camerieri segreti. Più tardi sa- 
lirono persino al grado di Kammerherren, e special- 
mente Sortisi divenne un personaggio influente. 
Colla mediazione di Giovan Giorgio, ottenne dall'Im- 
peratore il titolo nobiliare di Schmiedefeld e Dip- 
poldiswalde. Maggior furore però fece in quello 
stesso anno il suo matrimonio, cui il clero s' era 
opposto a lungo ma invano, e che il popolino qua- 
lificò « Nozze da cappone ». Più tardi Sorlisi piantò 
un grande giardino, chiamato allora « il giardino 
italiano », che il sovrano visitò più volte, e nel 
quale si allestivano di tanto in tanto delle commedie. 



li) — 

Ed invero Melarli e So /'lisi erano due cantanti 
meravigliosi' — a sentire un sonetto nel quale si 
decanta il collega Bontempi nel 1666. 

Di simile benevolenza da parte del Principe go- 
devano inoltre i cantanti Batlistinì e Boriato de' Ama- 
ducei, citati anch'essi come camerieri segreti. 

Dopo lo prima diserzione di Albrici (1663), di- 
venne maestro di cappella Perandi, il quale pare 
appartenesse alla scuola romana e si fosse segnalato 
nella musica da chiesa e da camera. Anzi Mattheson 
1' ha chiamato den Affectenswinger (il domatore de- 
gli affetti). Morì nel 1678. Al suo posto salì Seba- 
stiano Cherici, che però sembra aver lasciato Dre- 
sda già nell'anno successivo. È lecito ammettere che 
anche il futuro maestro di cappella Carlo Pallavi- 
cini da Brescia sia entrato circa 1' anno 1667 quale 
vice-maestro di cappella nei servigi della corte sas- 
sone. Egli contava fra i compositori più festeggiati 
dell' epoca. Le sue opere furono eseguite fra il 1666 
e il 1687 a Venezia con grande successo. 

In tale stato di cose, naturalmente, i musicisti 
tedeschi non potevano rappresentare che una parte 
subordinata. Bernhard, che in fine s' era stancato 
di lottare contro gli intrighi e le pretese degli ita- 
liani, chiese ed ottenne il suo congedo (1667). 

Sia per agevolare un' intesa fra i componenti la 
cappella italiani e tedeschi, sia per sistemare sta- 
bilmente il servizio divino, anche durante i frequenti 
viaggi del Sovrano, che usava portare con sé la 
maggior parte della cappella — nel 1666 fu da que- 
sta segregata una piccola musica tedesca per il ser- 
vizio di Chiesa. Così si giunse ad una partizione di 
cantanti in due corpi : de' quali il primo non con- 
teneva che quasi solo italiani, laddove gii strumen- 
tisti costituivano un terzo corpo. 

In un elenco del 1680 — anno di morte di Gio- 



— 76 — 

vanni Giorgio II — la cappella si trovava dunque 
cosi divisa : Il corpo di cantanti italiani, con Albrici 
maestro di cappella e Novelli vice-maestro, otto 
cantanti (fra i quali un solo tedesco Johann Jdger) 
due organisti ed un notista — con una paga com- 
plessiva di novemila duecento Talleri. Il corpo tedesco, 
con Christoph Bernhard vice-maestro di cappella 
e David Tópfer cajitore di corte, Joh. Christian 
Bólim organista inoltre altri cinque cantanti ed un 
notista, con un onorario complessivo di novemila quat- 
trocento settanta talleri. Il corpo degli istrumentisti 
col maestro concertatore Joh. Wìlh. Furcheim e 
diciannove istrumentisti richiedeva cinquemila ot- 
tanta Talleri. In confronto del bilancio del 1666, 
dunque, si rileva una considerevole riduzione. 

Fino al 1667, tutte le rappresentazioni teatrali 
si erano svolte nelle sale del palazzo, le più grandi 
nel salone gigantesco costruito dall' Elettore Moritz, 
le più piccole in altri ambienti, talora persino nei 
padiglioni dei giardini. Oltre all' opera succitata « II 
Paride » e poche altre commedie e tragedie, questi 
spettacoli non consistevano che in balli musicati e 
figurati (Singballet), ai quali partecipavano ancora 
le Dame e i Cavalieri della corte come ballerini e 
figuranti, mentre i cantanti della cappella eseguivano 
la parte vocale. Perquanto sfarzosamente si allestis- 
sero talvolta, non potevano reggere al confronto co- 
gli spettacoli offerti dalle case espressamente costruite 
in Italia. Non costò quindi troppa fatica agli Italiani 
d'indurre il principe amante di lusso e di costruzioni, 
ad edificare anche una speciale Casa da commedia. 

La prima rappresentazione nella nuova Casa 
della Commedia — il 27 gennajo 1667 — consisteva 
d' un prologo e dell' opera « It Teseo » scritta e mu- 
sicata da Andrea Moneglia da Firenze. E questa la 
rappresentazione decantata dal Bontempi nel suo so- 



— 77 — 

netto. In seguito però non furono rappresentate che 
delle commedie e delle tragedie. Solo nel 1671 si 
riparla della, rappresentazione d'un' opera : « Apollo 
e Daphne » con musica di Perandi e di Bontempì. 
Il testo era tedesco, ed anche la musica si accostava 
di più alla maniera tedesca. Tanto il libretto quanto 
lo spartito si conservano ancora nella reale colle- 
zione musicale. Quesf opera fu eseguita esclusiva- 
mente dai membri della cappella, e molte parti fem- 
minili furono sostenute da giovanetti. Grande ne 
dev'essere stato il successo, se fu ripetuta tanto nel- 
l'anno susseguente, quanto nel 1678 e nel 1679. 

L' orazione funebre del predicatore Geier curatore 
della cappella — in morte del primo maestro diret- 
tore Schufz nel 1672 — è notevole per la libertà 
colla quale viene attaccando l' indirizzo della nuova 
scuola italiana nella musica di chiesa, per quanto 
quest'indirizzo fosse apertamente favorito dalla Corte. 
« Perdonatemi, signori musicisti, esiste ora in chiesa 
un modo nuovo di cantare spezzato, danzante e poco 
o punto devoto, più confacentesi al teatro e alla 
piazza da ballo che alla chiesa. Cos' è infatti questa 
nuova maniera saltellante se non una commedia, di 
cui i ballerini siano i cantori ? » Peraltro questo giu- 
dizio, acerbo ma in certo qual modo giustificato, non 
impedì che le rappresentazioni della Cappella di cor- 
te sassone salissero a fama mondiale. 

La morte del grande Elettore, avvenuta 1' anno 
seguente, portò ad una interruzione di qualche tempo. 

Se il successore Giovanni Giorgio III — uomo 
irrequieto e battagliero — non era del tutto alieno 
dai piaceri della pace (da bambino aveva organizzato 
il ballo « La prigione del Moro a Scìiirun »), pure 
le guerre in cui fu travolto gli imposero di fare 
molte economie. Ne fu colpita anzitutto la cappella. 
Gli Italiani furono congedati, V èiat fu ridotto a 800 



— 78 — 

talleri. Errerebbe però chi da questi atti deducesse 
una predilezione del principe per la musica tedesca. 
Caso mai era il sentimento del dovere nella sua 
qualità di sovrano tedesco, che lo induceva a favo- 
rire anzitutto gli artisti tedeschi. Ma la spedizione 
insieme cogli Austriaci contro i Turchi (1384) e il 
conseguente viaggio a Venezia — se mai simile pre- 
dilezione fosse esistita — diedero al gusto del Prin- 
cipe un indirizzo nuovo, definitivo. Il carnevale, al 
quale partecipò, pare non tardasse a fare il suo ef- 
fetto, e 1' opera italiana, che proprio allora incomin- 
ciava a dare adito al bel sesso, acquistando un'attrat- 
tiva tutta nuova e suggestiva, pare s' impadronisse 
tosto della sua fantasia. Fra le cantanti che allora 
agivano a Venezia, occupava il primo posto Marghe- 
rita Salìcola. Popolarmente, non la si chiamava al- 
trimenti che Margherita la bella, e sembra che fosse 
lei che facesse sorgere nel grande elettore di Sassonia 
T idea di riedificare a Dresda 1' opera italiana. Senza 
dubbio, l'acquisto della Salìcola era la prima condi- 
zione a tale impresa e il già maestro di cappella 
Pallavicini — che per V appunto si trovava a Vene- 
zia — avrà fatto da intermediario, giacché il sovrano 
stesso — nell' esecuzione del suo progetto — si li- 
mitò alla sola scritturazione di questi due, lasciando 
tutte le altre pratiche al Pallavicini. Anzi, da una 
lettera del principe risulta che la prima rappresen- 
tazione d'opera italiana in Dresda dovesse aver luogo 
il giorno della propria festa, la seconda per 1' ono- 
mastico di Margherita. Però alla scritturazione di 
questa artista si opposero alcune circostanze, le quali 
— insieme agli sforzi di vincerle — costituiscono un 
piccolo romanzo. Margherita non era che ospite al 
teatro di San Giovanni e Crisostomo a Venezia e 
stava ai servigi del Buca Carlo IV di Mantova, il 
quale pare sapesse apprezzarne il possesso, tanto che 






- 79 — 

non si fece pure il minimo tentativo di ottenerne 
la cessione. È vero che più tardi si volle negare di 
aver saputo di tale relazione; ma il ratto della Sali- 
sola fa testimonianza da per sé. Tanto lei quanto 
suo padre, ch'era anch'esso ai servigi dello stesso 
duca, acconsentirono al progettato ratto. E, pochi 
giorni dopo la partenza del Sassone, anche la celebre 
cantante era sparita dalla città della laguna, per se- 
guirlo sotto la scorta del fratello e d'alcuni fidi tra- 
vestiti. Lungo la via, raggiunse il suo nuovo padrone, 
che a Monaco la presentò all' Elettore di Baviera. 
anche questi naturalmente mostrò il più vivo inte- 
resse per il talento della diva. Intanto però il Duca di 
Mantova considerava la cosa come un vile oltraggio. 
Non solo fece inseguire per mezzo di bravi la can- 
tante e sfogò tutto il suo risentimento contro la di 
lei famiglia, ma incaricò uno dei suoi cortigiani di 
trasmettere una sfida all' Elettore di Baviera. Costui 
per altro — che giustamente riteneva aver, per lo 
passato, dato prove sufficenti del proprio coraggio — 
preferì appianare la vertenza per via diplomatica, il 
che gli riusci pienamente, grazie l' intermediazione 
dell' Elettore di Baviera. 

Margherita a Dresda dapprima non prese parte 
ai concerti di corte né alla musica da tavola. Sol- 
tanto il due febbrajo 1686 fu inaugurata la nuova 
opera italiana con 1' « Alarico ». Ancora però non 
s' era al completo : sicché il principe si dovette far 
cedere dal conte Kolowrai il tenore Martini. La Sa- 
lìcola segnò come « Pulcheria » un grande successo 
e fu decantata in un sonetto. Pare che credesse op- 
portuno usare molta circospezione alla corte ; infatti 
il libretto dell' opera contiene una dedica alla Prin- 
cipessa di Sassonia. 

Il 2 febbrajo 1687 fu rappresentata un' opera di 
Pallavicini: « La Gerusalemme Liberata »• Il li- 






— 80 — 

bretto contiene una dedica del figlio Stefano Palla- 
vicini, il quale — appena sedicenne — già fin dal 
1686 era impiegato come poeta di corte. La Salicola 
— nelle vesti di Annida — suscitò la generale am- 
mirazione. Pare che vi partecipasse anche il soprano 
Sergio della Donna, V altista Antonio Giustachini 
e il basso Ruggiero Fedeli. Almeno questi tre furono 
scritturati nel gennajo 1687. L' opera del Pallavicini 
è andata perduta. Furslenau dice di lui che, in mas- 
sima si sia mantenuto fedele al gusto del Bontempi, 
che però abbia fatto uso più largo dei mezzi stru- 
mentali del tempo ed abbia progredito nell' applica- 
zione della melodia e del ritmo. 

Anche in queir anno 1' opera venne arricchita 
nelle persone del soprano Giuseppe Rossi, dell' al- 
tista Luigi Pietro Grua (più tardi vice-maestro di 
cappella) e del teorbista Girolamo Albini — scrit- 
turati da Pallavicini durante una sua visita a Ve- 
nezia. 

Morto Pallavicini, Nicolaus Adam Strunch fu 
incaricato di condurre a perfezione l' incompleta 
opera di quello: « Antiope ». Ma in questo primo 
esercizio della sua carica già venne in conflitto cogli 
Italiani. Questi si opposero di cantare composizioni 
che non lasciavano — secondo V uso — il campo 
libero al cantante. Per di più, dichiararono — come 
si legge nel rapporto del primo maresciallo di corte 
von Haugwitz — di voler cantare solo sotto la di- 
rezione di Bernhard, e solo in, caso di malattia di 
questo, sotto Strunck, mai però volendo eseguire la 
composizione di questo. Haugwitz aggiunge quest'os- 
servazione : « Non trovo che i citati Musicisti Ita- 
liani siano tutti soggetti tanto eccellenti e — non 
ostante le paghe sì elevate — possano permettersi 
delle pretese sì inaudite, quali, vivente il beatissimo 
principe (allude a Giov. Giorgio II) non sarebbe stato 



— 81 — 

mai possibile levare contro un vice-maestro di cap- 
pella ». Il principale sobillatore era stato Ruggiero 
FedelLìlà siccome il sovrano minacciò di congedarlo, 
gli Italiani si sottomisero in tutto. Ciò nonostante il 
Fedeli fu poco dopo congedato, sospettandosi che ogni 
tanto cercasse di sobbillare gli altri musicisti. D' al- 
tra parte pare però che anche Strunck non fosse 
I uomo il più trattabile — giacché anche fra lui e 
Bernhard sorgevano continui malumori. 

Nel 1689, apparve sulle scene V Antiope — poesia 
di Carlo Pallavicini, musica dei primi due atti di suo 
padre, terzo atto di Strunck — ed ebbe esito felice. 
Accanto alla Salicola brillava Rosana Santinelli, 
scritturata di fresco. 

Nel 1691, una pasquinata diretta contro la Sali- 
cola procurò alcune noje al primo maresciallo di corte 
von Haugwitz. Il sovrano commentava così tale in- 
cidente : « si deve aver pazienza con questo popolo 
poco dissimile dalla canaglia de' calderari (s' inten- 
dono probabilmente gli zingari girovaghi) e che si 
riconciliano presto, quanto presto si inquietano ». 

Queir anno è anche notevole per il ballo « Il 
tempio $ amore » che — secondo Frùstenau — me- 
rita piuttosto il nome di opera, giacché il ballo non 
sembra sovrabbondarvi. Oltre a molte dame e cava- 
lieri della corte vi agirono anche il principe eredi- 
tario e suo fratello Federico Augusto. 

Il dodici settembre 1691 morì Giov. Giorgio III 
a Tubinga. 

In Giovan Giorgio IV (nato nel 1668) un lungo 
viaggio in Italia, specie a Venezia, alimentò V ere- 
ditario gusto per la musica e per il teatro. La sua 
predilezione per gli Italiani risulta dal fatto che 
— morto Bernhard nel 1692 — e sostituito dallo 
Strunck nominò vice-maestro di cappella il già al- 
tista Carlo Luigi Pietro Grua, con uno stipendio 



— 82 — 

di gran lunga superiore a quello tirato prima da 
Bernhard, quale maestro di cappella. 

Slrunck sentiva bene che, fra tali circostanze, 
non poteva pensare a sviluppare degnamente le sue 
attitudini a Dresda ; perciò chiese al sovrano il per- 
messo di fondare — col suo appoggio — un' opera 
a Lipsia. E, infatti, il decreto del 13 giugno 1672 gli 
concesse il privilegio di far rappresentare opere 
musicali durante le fiere di Lipsia « affinchè con 
ciò venga insegnato più e più lo studium musicum ì 
e Vostra Altezza abbia anche nel proprio paese un 
Seminario dal quale — volendo — possa attìngere 
per riempire le lacune che venissero formandosi 
nella cappella di Vostra Altezza ». 

Così Lipsia — prima di Dresda — ottenne uno 
stabile teatro d' opera. 

Ma intanto anche a Dresda si coltivava 1' opera. 

L' anno 1691 portò 1' opera « Alfonso », il 1693 
« Camillo Generoso » e « Arsinoe », al quale ul- 
timo lavoro cooperò una cantante della corte di Bai- 
reuth Gianetta. 

Nel 1694 segui l'opera « Aleramo ed Adelaide », 
che costituì l' ultimo trionfo — per allora — del- 
l' opera italiana a Dresda. Già il 27 aprile, la morte 
improvvisa dell' Elettore doveva porre fine per qual- 
che tempo al suo splendore. 

Nel Cap. IV : Lotta fra il gusto artistico italiano e 
francese sotto Federico Augusto 1. 

Federico Augusto I (nato 1670) aveva ereditato 
dal nonno e dal padre il gusto per 1' arte, pel fasto, 
pel godimento sensuale della vita. Alla musica 1' a- 
veva avviato Westhof e Bernhard. Ma più che 
altro 1' attiravano gli spettacoli teatrali. Nel 1691 lo 
troviamo fra i ballerini del ballo « Il tempio d' Amo- 



— 83 — 

re ». Un soggiorno di più di due anni presso le corti 
di Francia, di Spagna, d' Italia avevano sviluppato 
vieppiù tale tendenza. 

Perquanto non inaccessibile ai pregi dell' arte 
italiana, pure lo allettavano in modo meno resistibile 
le forme più mobili, più piacevoli dello spirito fran- 
cese — a introdurre le quali si rivolse ogni sua 
cura. 

In Italia, l'Opera aveva preso uno sviluppo im- 
portante per mezzo della scuola napoletana, guidata 
dallo Scarlatti, discepolo di Carissimi. La riforma 
dello Scarlatti era destinata ad esercitare un influsso 
tanto più diretto sulla Germania, inquanto che da 
qui era, in certo qual modo, partito. Infatti la prima 
sua opera la scrisse a Monaco, dove fungeva per 
qualche tempo da Maestro di Cappella. Prima di tor- 
nare in Italia, in Vienna conobbe la città germanica 
dove maggiormente si coltivava la musica italiana 
ed ove ne fu sviluppata anzitutto la parte strumen- 
tale :• T armonia. Scarlatti diede maggior sviluppo 
alla parte melodica dell' Opera, arrotondò l'aria (che 
già presentava la sua forma tripartita), diede il peso 
massimo nell' accompagnamento orchestrale al quar- 
tetto a corda — senza fare, per altro, maggior uso 
degli altri strumenti. 

A ciò fu dato la prima spinta in Francia da Jean 
Baptisle Lully. Fiorentino di nascita, a diciannove 
anni s' era elevato dalla qualità di sguattero a quel- 
la d' Ispettore generale dell'Istituto de' 24 violini 
di Luigi XIV. Il forte delle sue composizioni stava 
nella parte strumentale, alla quale fu conceduta una 
parte ben più vasta che non le assegnassero gli Ita- 
liani. Sul suo valore ancora oggi si è molto discordi. 

Fu questa F opera che — accanto alla fiorente 
tragedia e commedia francese — avvinse Federico 
Augusto I. 



— 84 — 

Il congedo di tutti gli italiani, che costituì il 
primo atto del suo potere, fece credere che ormai 
per loro fosse giunta l'ora estrema. Nel 1697, invece 
ne troviamo di nuovo impiegati alcuni. E nel 1699 
fu incaricato Angelo Costantini da Verona (nato 1653) 
di costituire una speciale compagnia di cantanti, at- 
tori e ballerini francesi. Costui s'era procurata una 
grande fama a Parigi nelle vesti di Arlecchino e 
d' una maschera da lui creata e chiamata « Mézé- 
tin », recitando colla stessa bravura in italiano e in 
francese. Mézétin, dai membri della nuova compa- 
gnia, fu accusato di dolo. Secondo 1' « Histoire TJni- 
verselle cles Thèatres de tou*es les Nations » invece 
sembra che la causa per cui cadde in disgrazia del 
re ( 4 ) fosse di natura intima. « Le onorificenze con- 
feritegli dal sovrano, tra altre, la nobiltà nel 1699, 
ed i titoli di cameriere segreto, tesoriere di menus 
plaisirs, sovraint endente della gioielleria gli mon- 
tarono talmente la testa, che prese i' ardire di cor- 
teggiare una dama amata dal Re, pigliandosi giuoco 
del suo benefattore. La donna si sentiva offesa da 
simili proposte, ma taceva. Continuando però Mézétin 
le sue insistenze, essa ne informò il Re, il quale, 
avendo una volta — origliando — colto le arroganti 
espressioni del suo rivale, gli si avventò contro colla 
spada sguainata e V avrebbbe immolato, se non gli 
fosse tornata in tempo la ragione. Lo fece rinchiu- 
dere nel forte di Kónigslein ( 2 ), e nonostante l'inter- 



(*) Dal 1697 1' Elettore di Sassonia cinge la corona 
reale di Polonia. Per maggiore brevità useremo il titolo 
re, regale etc. anche per quanto concerne la Sassonia — 
seppure ufficialmente tale titolo rimanesse riservato al 
capo dello stato polacco, mentre quello sassone continuava 
a portare il titolo di principe elettore. 

( 2 ) Feste Kónigstein forte e prigione tuttora esistente, 
presso 1' Elba, poco distante da Dresda. 



— 85 — 

posizione del conte di Wackerbarlh e il rapporto del 
comandante la fortezza — secondo il quale Costan- 
tini era ammalato, respingeva ogni medicina, vo- 
leva morire e chiedeva lo sì facesse sapere al Re » 
dovette rimanervi per sei anni (1702-1708). Nel lu- 
glio del 1708 riacquista la piena fiducia del re, e 
nell' anno successivo è lui che allestisce — in occa- 
sione della venuta del Re di Danimarca — il diver- 
tissement « Le Thèatre des Plaisirs » e 1' opera del 
maestro dell' imperiale cappella Carlo Badia « Gli 
Amori dì Circe con Ulisse » diretta dal cantante 
Ballerini, probabilmente scritturato apposta. 

Nel 1715, poi ritroviamo il Costantini incaricato 
di scritturare una nuova compagnia drammatica 
italiana, a capo della quale fu posto certo Tommaso 
Ristori ( 1 ). La sua compagnia sembra si sia data 
precipuamente alla Commedia dell' Arte. 

Soltanto col trattato di Varsavia però (1716) 
s'inizia un'era di nuova vita musicale alla corte di 
Dresda. Primo incentivo vi diede il principe eredi- 
tario, che aveva raffinato il suo gusto artistico du- 
rante i suoi lunghi viaggi in Francia, in Italia, a 
Vienna (dal 1711-1719). Durante il suo soggiorno a 
Venezia nel 1716, in casa del suo banchiere Bian- 
chi — marito d' una celebre cantante e pianista — 
gli fu porta 1' occasione di conoscere al completo le 
notabilità musicali venete. La predilezione per la 
musica italiana, maturata in tale ambiente, lo deci- 
sero a mettere in cuore di suo padre la ricostruzione 
dell' opera italiana presso la sua corte. Federico Au- 
gusto I vi si arrese non senza riluttanza. Forse te- 
meva che potessero sorgere conflitti colla cappella, 



(*) Un probabile antenato di Adelaide Eistori, nata, 
come si diceva, sul palcoscenico di Cividale, da una fa- 
miglia di artisti. 



— 86 — 

che già mostrava segni di gelosia. Forse anche vi 
vedeva minacciate le sue predilezioni musicali. Co- 
munque sia, non tutti i contratti stipulati — invero 
costosissimi — meritarono il suo acconsenti mento. 
Ad eccezione del maestro di cappella Giovanni David 
Heinichen; questi si riferivano unicamente ad Ita- 
liani. L'acquisto più prezioso senza dubbio era co- 
stituito dal maestro di cappella Antonio Lotti e di 
sua moglie Santa Siella, che traevano lo stipendio 
— allora inaudito — di talleri diecimila cinquecento. 
Importantissimi inoltre il soprano Francesco Ber- 
nardi detto Senesìno ed il violinista Veracìni, din- 
nanzi al quale — si diceva — s' inchinasse lo stesso 
Tarlinì. Per il rimanente la compagnia si compo- 
neva : del Soprano Margherita Caterina Zani, del- 
l' altista Lucia Gaggi, del soprano Matteo Berselli, 
del tenore Guicciardi, del poeta Luchini e d' altri 
cinque cantanti. L' onorario di tutta 1' opera italiana 
nel 1718 montava a talleri quarantacinquemila. 

Antonio Lotti, nato in Venezia nel 1665, ed al- 
lora uno de' più importanti campioni della scuola 
veneta, discepolo del Legrenzi e maestro di Bene- 
detto Marcello, dal 1692 era organista di S. Marco. 
Eccelleva per semplicità e chiarezza di stile, since- 
rità di sentimento ed efficacia d' espressione. Il suo 
forte erano le composizioni di chiesa ed i Madrigali. 
Per 1' opera gli mancava energia e vivacità — ma 
nessuno, ne' tempi a lui vicini — ha saputo trarre 
maggior partito — ed in modo naturale — della voce 
umana (Fètis). 

Neil' istrumentazione egli aveva progredito più 
della maggior parte de' suoi connazionali — i quali 
in questo punto erano rimasti indietro ai Francesi e 
più tardi ancora più ai Tedeschi. Il quartetto a corda 
forma per lui la base dell' accompagnamento istru- 
mentale, ma pure vi aggiunse nel modo più carat- 



— 87 — 

teristico e più vario gli istrumenti a fiato. Furstenau 
osserva che è appunto questa la caratteristica delle 
sue opere scritte a Dresda, e che si può derivare* 
per una parte dall' influsso della musica tedesca, e, 
dall' altra, connettere cogli eccellenti blàser della 
cappella sassone. Di lui si conoscono diciannove 
opere. 

Sua moglie Santa Sfella contava fra le prime 
cantanti del tempo. Quanz osserva che possedeva 
una poderosa voce di soprano e che si segnalava 
per buona intonazione e buon trillo, mentre gli 
acuti le costavano una certa fatica. « V Adagio era 
il suo forte ; il così detto (( tempo irritato „ V ho 
inteso per la prima volta da lei ». 

Anche Senesino — secondo Quanz — si segna- 
lava per buona intonazione ed ottimo trillo. Aveva 
un buon mezzo-soprano e il suo portamento era con- 
siderato perfetto, pieno di fuoco e di nobile natura- 
lezza; gli si confacevano, tuttavia più le parti eroi- 
che che quelle amorose. 

Di pari passo con questa eccellente ma costosis- 
sima compagnia, avanzava la costruzione d'un nuovo 
teatro dell' opera. 

Gli architetti Alessandro e Girolamo Marco, 
insieme a sei pittori e cinque macchinisti e due 
interpreti erano stati chiamati d all' Italia. Il 9 Set- 
tembre 1718 fu posta la prima pietra dell'edificio. 

Nel frattempo si era eretta una scena provvi- 
soria in un salone del palazzo Reale, che fu inau- 
gurata il 25 ottobre 1717 col Melodramma Pastorale 
in tre Alti « Giove in Argo », versi di Luchini, 
musica di Lotti, decorazioni e macchinario di Mauri, 
balli del maestro di ballo Lupare. Fra un atto e 
l' altro, la Costantini e il basso Borsari cantavano 
intermezzi italiani. È questa la prima volta che in- 
contriamo a Dresda tali intermezzi musicali, che da 



ora in poi vengono intessuti regolarmente nelle 
rappresentazioni d" opera. Ben presto però furono 
anche eseguiti isolatamente, e gli intermezzisti ita- 
liani per lunga pezza costituiscono una concorrenza 
pericolosa per le compagnie drammatiche tedesche. 

Il Re — forse temendo che le sue predilezioni 
personali potessero essere adombrate dalla grande 
arte degli italiani — fece allora rafforzare anche il 
corpo di ballo e la Commedia francese e italiana. 
La compagnia drammatica italiana, sotto Giovanni 
Alberto Ristori — figlio dell' antico impresario — 
allestiva anche piccole opere, intermezzi e serenate. 
Contemporaneamente Ristori era direttore della pic- 
cola Musica dì camera detta anche cappella polacca 
— perchè era stata staccata dalla cappella stabile, 
per poter accompagnare il Re ne' suoi viaggi. Ri- 
stori era un compositore oltremodo produttivo ed i 
suoi Intermezzi e le sue opere comiche divennero 
popolarissimi. 

Il Carnevale del 1718 portò, fra V altro, un'opera 
nuova: « Ascanio, ovvero gli odi delusi del san- 
gue » di Lotti, con intermezzi di Francesco Gaspa- 
rini e Giov. Buononcini. 

I balli erano musicati da Volumier. In occa- 
sione delle feste che neh' agosto dello stesso anno 
furono allestite a Moritzburg ( i ), si rappresentò 
l' opera di Ristori « La Cleonice » ; tosto dopo 
furono congedati la Zani, la Lucia ed Angelo Gazzi. 
Ma la lacuna lasciata non tardò ad essere tosto ri- 
colmata. Ver acini — che ne fu incaricato — riuscì 
ad ottenere Margherita Durastantì (stipendio 5221 
Talleri), Maria Antonia Lamenti detta Coralli e 
Vittoria Tesi, alle quali più tardi furono aggiunte 



( J ) Villeggiatura in vicinanza di Dresda, ancora oggi 
frequentata dai Reali di Sassonia nella stagione di caccia. 



— 89 — 

ancora le cantanti Madeleìne de Salvaz e Giovan- 
na Eleonora stessa, scritturata per otto mesi insie- 
me al marito, celebre suonatore Ernst Christian 
Hesse. Al posto del Luchini, che nel 1718 spari in- 
sieme ad una giovinetta di Dresda, fu riacquistato il 
già poeta di corte Stefano Pallavicini. L' acquisto 
massimo però era la Tesi. Quantz dice di lei : « La 
Tesi era fornita d' una voce di contralto maschia- 
mente robusta. Nel 1719 — a Dresda — cantò per 
lo più arie composte per basso. Ora però — a Na- 
poli (1725) — oltre al magnifico e al serio aveva 
acquistato nel canto una piacevole carezzevolezza. 
Straordinaria era la potenza della sua voce. alto 
o basso nulla le costava fatica ; ma essa sembrava 
specialmente nata a trascinare con sé gli spettatori 
colla azione — specie nelle parti maschili ». 

Ormai si disponeva d'un personale artistico, il 
quale soltanto pochissime corti potevano vantare 
l' eguale, e fiduciosi si poteva andar incontro alle 
grandi e prossime festività in onore del principe ere- 
ditario — alle quali pare che tutto V apparato mi- 
rasse. 

Intanto era compiuta anche la fabbrica della 
nuova Opera e terminati cosi i preparativi per la 
parte musicale — teatrale della festa — Quest'edi- 
ficio era allora uno de' più grandi teatri d' Europa 
— La decorazione seguiva il gusto italiano allora 
dominante. — Il soffitto era adorno di pitture di 
Mauro. 

Nella persona dell 1 arciduchessa Maria Giusep- 
pina — figlia maggiore dell' Imperatore Giuseppe I, 
che nelF agosto 1719 andò sposa al principe eredi- 
tario di Sassonia — le arti musicali alla corte di 
Dresda guadagnarono una novella protettrice : in- 
fatti, la giovine principessa giungeva da una delle 
corti più artistiche del mondo, ed era essa stessa 



— 90 - 

allieva del celebre maestro di Cappella Porfile. — 
Delle feste, che si protrassero dal due al trenta set- 
tembre, non daremo che qualche cenno : 

Il 3 settembre ebbe luogo nel nuovo Opernhaus 
la rappresentazione dell' opera « Giove in Argo » 
già data precedentemente e nella quale, questa volta, 
la Laurenti e la Tesi assunsero le parti della Zani 
e del Gazzì. Il 7 settembre si ripetette 1' « Asca- 
nio » di Lotti, il 13 andò in scena la nuova opera 
di Pallavicini e Lotti « Teofana », con balli di Lu- 
pare, musicati da Volumìer, decorazioni di Mauro. 
Vi agirono Senesino, Sanie Stella, Boschi, Dura- 
stanti, Berselli, Tesi e Guiccìardi. In luogo d' in- 
termezzi — fra atto e atto — s'erano intercalate 
delle allegorie nelle quali la Coralli (scritturata 
unicamente a tale scopo) apparve come Felicità e 
come Najacle. 

Il primo giorno della festa dei sette pianeti giun- 
se ad esecuzione la cantata di Heinichen « La Gara 
degli Bei » — il secondo giorno (la festa dì Giove) 
una cantata di Lotti eseguita da Boschi (Giove), 
alla quale tenne dietro una giostra. Anche la caccia 
della terza giornata — sacra a Diana — fu iniziata 
da una cantata dell' Heinichen. Intanto si succede- 
vano feste di carattere più popolaresco, per la quale 
il due settembre V osteria di tutte le nazioni, quale 
l' attore francese Jean Prisson aveva schizzato il 
progetto e durante la quale gli attori francesi e 
italiani eseguivano piccole scene improvvisate. Pec- 
cato che simili baldorie venissero pagate a sì caro 
prezzo : infatti il complesso delle festività inghiottì 
ben quattro milioni di Talleri. 

Lotti colla moglie, Bossari e la Costantini fu- 
rono congedati immediatamente dopo le feste — gli 
altri artisti invece scritturati per un altro anno. 



— 91 — 

La fama della cappella e dell' Opera di Dresda 
sparsasi all'estero, vi fece accorrere Hdndel, nella 
speranza di potervi trovare de' cantanti per la sua 
opera a Londra. Naturalmente questo suo intendi- 
mento non gli fruttò V accoglienza più lusinghiera, 
come risulta da una lettera del conte di Flemmìng 
alla signorina von Schulenburg, nella quale si dà 
del pazzo al compositore... Furstenau poi ammette 
la possibilità che V arroganza che gli Italiani poco 
dopo si permisero aveva lo scopo di portare ad una 
rottura colla corte, onde ottenere mano libera nelle 
trattative intavolate da Hdndel. Ed infatti 1' inci- 
dente di Senesino che durante una prova dell'opera 
di Heinichen « Flavio Crispo » si permise di get- 
tare a' piedi del maestro la sua parte — indusse il 
Re a congedare l' intera Compagnia italiana, com- 
presivi persino i pittori, i mastri muratori e gli in- 
servienti. 

Può darsi, per altro, che considerazioni d'ordine 
economico abbiano cooperato — e anche più, forse, 
un certo rincrescimento di vedere il gusto francese 
a poco a poco sopraffatto da quello italiano. Quello 
per qualche tempo tornò a fiorire. — Ma tosto il 
principe ereditario fece valere i suoi diritti. Questa 
volta però i sacrifizi dovevano essere minori. A tale 
scopo l'ambasciatore sassone a Venezia — conte 
Villìo — ricevette Y incarico di rintracciare tre gio- 
vani ben disposte cantatrici e quattro giovani ca- 
strati — onde farli perfezionare a spese del Re. 

Venezia e Bologna — da molto tempo — gode- 
vano fama universale per le loro scuole di canto ; 
cosi le sorelle Anna e Maria Rosa Negri furono 
fatte istruire nel convento alla Pielà Maria Cala- 
mo dal maestro di cappella Scalari, pure a Ve- 
nezia — e quattro castrati scambievolmente ivi e a 
Bologna, anzi uno di loro — Giovanni Bindi — 



— 92 — 

presso Porpora. Già nel 1725 però si era proceduto 
a Dresda alle scritturazione di altri cantanti e can- 
tataci italiani, ottenuti a condizioni molto più miti 
che non per lo innanzi. 

Solo l' anno susseguente furono riprese le rap- 
presentazioni d' opera col « Calandri » di Pallavi- 
cini e Ristori (i quali, dunque, non erano stati con- 
gedati). 

Ancora un anno dopo un' altra opera degli stessi 
« Un pazzo fa cento ovvero Don Chisciotte » fece 
meritatamente furore. Nel 1728 finalmente, Fede- 
rico II — visitando insieme a suo padre la Corte 
Sassone — trovò di nuovo 1' opera italiana a Dre- 
sda ad un' altezza tale che — inebbriato dell'impres- 
sioni ricevute — prese la risoluzione di chiamare 
in vita anche a Berlino una simile fioritura d'arte. 

In quest' epoca giunse dall' Italia a Dresda la 
fama di un giovine tedesco che a Napoli e a Ve- 
nezia, era passato di trionfo in trionfo sia come 
cantante e pianista, sia come compositore : — era 
Adolfo Basse — dalla bocca del popolo, dalle lab- 
bra delle belle chiamato il caro anzi il divino Sas- 
sone. Che per la fama che la Sassonia allora s' era 
acquistata in musica, ogni eccellente musicista te- 
desco non sembrava poter essere che Sassone, tanto 
che per es. lo stesso Hàndel dai musicisti italiani 
fu considerato tale. La gloria del giovane Hasse fu 
circonfusa d' una nuova aureola, allorquando la can- 
tante più celebre dei tempo, la bella, festeggiata 
Faustina Bordone gli donò la sua mano, il suo 
amore. 

Proprio allora Faustina, e per la sua arte e per 
la sua bellezza, aveva provocato a Londra una gara 
e riportato la vittoria sur un' altra cantante poco 
meno festeggiata di lei — colla quale s' era già mi- 
surata a Venezia — la Cuzzoni. Doveva farle, quin- 



— 93 — 

di, un senso sgradevole di trovare a Venezia un 
nuovo rivale nel favore del pubblico e degli inten- 
ditori, per quanto su d' un campo del tutto diffe- 
rente. Ed invero i successi dell'Hasse non conosce- 
vano l'eguale. Le donne lo coronavano di fiori, i 
poeti lo festeggiavano nei sonetti, e dovunque si 
mostrasse era accolto da acclamazioni. Faustina — 
venuta a Venezia collo scopo unico di riposarsi dalle 
passate fatiche — visse, ne' primi tempi, molto riti- 
rata. Sicché, per due mesi, le due sielle non ebbero 
modo di vedersi. Ma un bel giorno non potette più 
resistere alla tentazione di vedere, d' udire colui che 
formava l'ammirazione di tutti. Si dice che essa — 
in una soirée dov' egli suonava — si sia posta, non 
vista, dietro la sua sedia ed abbia seguito il suo 
canto con ammirazione crescente, per poi — sempre 
non vista, ritirarsi dalla sala. Ma il suo cuore vi era 
rimasto. Non poteva liberarsi da queir impressione 
e, abituata all' adempimento d' ogni suo desiderio, 
seppe attirare il suo eletto presso di sé, legarlo 
tutto a sé — tanto che il gran mondo di Venezia 
un bel mattino fu sorpreso dalla nuova del matri- 
monio Hasse- Bordone. 

I biografi narrano come Hasse, da allora innan- 
zi, non componesse che per Faustina, che solo 
l'amore per lei gli dettasse le note. Certo è che sua 
moglie non ebbe piccola parte nel consolidamento 
della sua fama. Il suo « Artaserse » — creato nel 
1740 — fu la prima Opera scritta sotto tale influsso. 

Intorno a quest'epoca i due furono sorpresi 
dalla chiamata alla Corte Sassone. Ivi P anno susse- 
guente, giunse ad esecuzione — con insolito suc- 
cesso « Cleofide - Brama per Musica del famosis- 
simo Signor Giov. Andolfo Hasse, detto il Sasso- 
ne », sotto la direzione dell' autore e la cooperazione 
della moglie. 



— 94 — 

Già nel 1731 però Hasse riabbandona Dresda. 
Nel 1732 dirige al teatro Grìmani di Venezia le 
sue opere « Demetrio » e « Euristeo ». Nella pri- 
ma la Cuzzoni, nella seconda Faustina sostennero 
la parte principale. Il che fa presupporre che fra 
loro fosse ristabilita la pace. 

Soltanto nel 1734 — in seguito ad una nuova 
scritturazione — i coniugi Hasse ritornarono a 
Dresda. 

Da questi fatti rivelati dal Fùrstenau risulta 
chiara la insussistenza delle calunnie mosse ai Has- 
se, e secondo le quali Faustina sarebbe rimasta 
- senza interruzioni - a Dresda fino al 1740, men- 
tre suo marito — infelice e ingannato — sarebbe 
stato costretto a lunghi viaggi. Che Faustina, al 
suo apparire, avesse suscitata la passione del Re, al 
punto da togliere al marito il privilegio del possesso 
unico della donna, sarebbe un fatto che di per sé 
solo — in que' tempi — non sarebbe stato impossi- 
bile, e perciò appunto tale diceria avrà trovato cre- 
dito. Ma una tale relazione — se mai fosse sussi- 
stita — non avrebbe potuto avere che breve durata. 
Invece, i coniugi Hasse riuscirono a formarsi a Dre- 
sda una posizione talmente sicura ed a esercitare 
un influsso sulla corte, quale forse in tutta la storia 
del teatro rimane senza esempio. Hasse non abban- 
donò mai Dresda senza la moglie. 

Colla morte di Re Federico Augusto 2, (1733) 
il gusto francese era destinato a perdere il suo in- 
flusso sulla corte di Dresda. Contemporaneamente 
alla commedia francese fu sospesa quella italiana. 
Alcuni degli attori italiani ottennero delle pensioni. 

Ma, nel campo dell' opera, gli Italiani, ormai, 
erano divenuti i padroni assoluti alla corte di Dre- 
sda. — 



— 95 — 
Nel Cap. V. — V Opera sotto Hasse. 

Il genio della razza germanica — giustamente 
s' è detto — per primo avea ritrovato sé stesso nella 
musica, ed in essa s'era sforzato ad innalzarsi a no- 
vella vita. 

D'altra parte però — per essere giusti — bi- 
sogna ammettere che questa così detta Opera tede- 
sca o non si poteva misurare colle migliori produ- 
zioni italiane o era completamente debitrice a quella. 
Anzi, ciò che allora si chiamava opera tedesca, in 
contrapposizione all' opera italiana, non erano che 
le forme di quest'ultima trattate in modo proprio o 
infrancesate. Il solo Keiser — ritornando al canto 
popolare — faceva un' eccezione. Per il rimanente 
sembra che la distinzione fra opera italiana e tede- 
sca sia consistita nel tralasciare il recitativo. 

Ad ogni modo, in quel tempo, mancavano an- 
cora cantanti e cantatrici tedeschi che avessero po- 
tuto far fronte a quelli italiani, né persino a quelli 
francesi. 

Vediamo ancora tutti musicisti tedeschi pelle- 
grinare in Italia, per imparare dagli Italiani. An- 
che Hdndel deve servirsi dell' aiuto di cantanti e 
cantatrici italiani, per poter allestire un' opera, che 
fosse degna de' tempi. 

Anche Hasse segue quest' andamento^ anzi — 
per quanto fosse tedesco — il suo gusto e la sua 
coltura musicale appartengono interamente all'Italia. 

Giovanni Adolfo Hasse (nato nel 1699 presso 
Amburgo), inviato dal Duca Augusto Guglielmo di 
Bruuswik in Italia onde perfezionarsi negli studi 
musicali, si affidò in Napoli alla guida del Porpora 
finché gli fu adempiuto il desiderio di essere am- 
messo presso il celebre ma già vecchio Scarlatti. 
Già nel 1725 si presentò pubblicamente — sotto la 



— 96 — 

protezione del suo maestro — con una serenata a 
due voci, che — eseguita da artisti come Farinelli 
e Tesi — suscitò la più grande meraviglia ed ebbe 
per conseguenza l' incarico da parte della Corte di 
scrivere un' opera « Sesostraie » il successo della 
quale decise per la sua carriera. 

Hasse s' era appropriato completamente la tec- 
nica della scuola italiana padroneggiandone tutte le 
forme con graziosa facilità. Ma non si può negare 
che il successo duraturo delle sue opere lo dovette 
all' eccellenza de' suoi cantanti ed istrumentisti, non- 
ché a' meriti dei testi. Questi ultimi, per la massi- 
ma parte, erano del Metastasio, i cui versi veni- 
vano presi d' assalto da quasi tutti i compositori di 
allora. Metastasio aveva accolto e sviluppato mag- 
giormente la riforma del melodramma iniziata da 
Apostolo Zeno. A. W. Schlegel dice di lui : « Forse 
giammai altro poeta ha posseduto capacità supe- 
riore alla sua di esprimere con tanta brevità i 
tratti essenziali d' una situazione patetica ». 

E di quali forze esecutive non disponeva Hasse! 
Artisti come Ermini, Annibali, Bindi, Pisendel, 
Zelenha, Cattaneo, Hunt, Weiss, Buffardini, Quanz, 
Richter, Francois de Riche etc. facevano della sua 
cappella una delle prime d' Europa. 

Ma Faustina ora doveva oscurare tutti.... per 
quanto già contasse almeno trentatrè anni. Ancora 
nel 1742 entusiasmò Federico il Grande per la gio- 
vanilità della sua presenza e la freschezza del suo 
canto. « Envoyez moi » scrisse questi poco dopo 
ad Algarotli « s' il sepeulpar le soufflé de Zèphire 
quelques bou/fees des roulements de la Faustìne ». 
Ella aveva ricevuto la sua istruzione da Benedetto 
Marcello e Francesco Gasparini; più tardi però 
studiò ancora sotto la direzione di Bernacci. Gaspa- 
rini — discepolo del Lotti e celebre contralto — 



— 97 — 

fondò a Venezia un' eccellente scuola di canto. Ber- 
nacci invece era uno dei rappresentanti più emi- 
nenti della scuola Bolognese, che cercava di dare 
all'arte del canto una base scienti Oca. Hàndel lo 
chiama « il re dei cantanti », ed il suo metodo an- 
cora oggi forma la base deli' istruzione di canto ita- 
liana. 

I successi di Faustina non trovavano paragone. 
A Firenze si coniarono monete per lei. A Londra 
si vuole che un cavaliere inglese si sia battuto con 
un principe della casa Orleans sostenendo la supe- 
riorità di Faustina sulla Cuzzoni. Quanz ì che 1' udì 
nel suo periodo aureo — riferisce come avesse una 
voce di mezzo soprano non troppo chiara ma pene- 
trante. — Ovunque applicava il suo eccellente trillo. 
Fu la prima ad eseguire la ripetizione della stessa 
nota con grandissima rapidità, precisione e legge- 
rezza. A tutto ciò accompagnava una mirabile effi- 
cacia sia nell' espressione patetica quanto in quella 
eroica. 

La storia dell' Opera di Dresda, fra il 1733 e 
il 1747, non è che la storia dell' Opera di Hasse. In 
genere ne scriveva due o tre all'anno. 
1734. — « Caio Fabrizio » parole di Apostolo Ze- 
no (scritta per l' Italia). 

Intermezzo « V Artigiano Gentiluomo ». 

Lo stesso anno la corte si recò a Warsavia ed 
insieme con gli Hasse, sicché si potettero dare due 
opere di Pallavicini e Ristori: — « Le Fate » e 
« Arianna ». 

Nel 1737 ritorna la Corte con gli Hasse, che 
celebrano nuovi trionfi in « Senocrita » e « Ata- 
lante ». 
1738. — « La Clemenza di Tito » parole di Meta- 

stasio. — Per le nozze della figlia maggiore del 

Re col Re Carlo di Sicilia. 



— 98 — 

— « Irene » parole di Pallavicini. — Per le 
nozze della figlia maggiore del Re col Re Carlo 
di Sicilia. 

1739. — Gli Hasse passano nuovamente in Italia. 
Viene scritturato 1' oboista Besozzi, celebre in 

tutta Europa per la purezza del suo tono e la gra- 
zia del suo portamento. 

1740. — « Demetrio » parole di Metastasio, col re- 
lativo Intermezzo « La Serva Padrona » di 
Pergolese. 

1741. — « Numa Pompilio » di Metastasio, colFIn- 
termezzo Pimpinella e Marcantonio di Palla- 
vicini. 

1742. — Muore il poeta di corte Pallavicini — ed 
è sostituito dal consigliere di legazione Claudio 
Pasquini. 

» — « Lucio Papirio », parole di Apostolo Ze- 
no (in occasione della venuta di Federico il 
Grande). 

» — « Bidone Abbandonata » parole di Meta- 
stasio. 

1743. — « Antigone » parole di Metastasio. 

In essa agisce il tenore « Amorevoli » - scrit- 
turato nel 1742 - e il basso Campagnari. 
1745. — « Arminio », parole di Pasquini. Precorse 

immediatamente la guerra, e Federico il Grande 

— dopo il suo ingresso in Dresda — se la fece 
ripetere, avendo inteso che contenesse delle al- 
lusioni politiche. Così anche a Berlino giunse ad 
essere rappresentata. Infatti la guerra non guarì 
punto il debole del re di Prussia per la musica. 
« Oggi si rappresenta Arminìus » — scriveva 

da Dresda il 19 dicembre, a Frederickslioff — « e 
tutti i giorni v' ha o musica o Opera ». Ne' suoi gior- 
nalieri concerti da camera, Hasse sedeva al piano, 
Faustina e Bindi cantavano. 



— 99 — 

Presso la Corte Sassone invece l' interruzione 
de' divertimenti musicali e teatrali perdurò anche 
dopo la guerra. Tant'è vero che fu rilasciato a Pie- 
tro Mingotti — fratello di Angelo Mingotti ed an- 
ch' egli impresario teatrale viaggiante per la Ger- 
mania — il permesso di erigere un teatro nel punto 
più centrale della città, e di agirvi — col consenso 
del re — colla sua compagnia nei mesi di luglio e 
d'agosto. — Questo teatrino fu inaugurato il 7 lu- 
glio coll'opera « Argenide » di Metastasio e Vinci; 
sotto la direzione di Paolo Scalabrinì. Per quanto 
le condizioni di questa compagnia non dovessero 
essere splendide, pure le sue rappresentazioni fecero 
epoca, inquantochè il pubblico potrebbe udire anche 
altre opere all'infuori di quelle di Hasse e formar*- 
sene — pe' suoi quattrini — un giudizio indipen- 
dente e proprio. 

Dopo la partenza della compagnia Mingotti il 
reale cantante d'opera Campagnari ottenne il per- 
messo di rappresentare opere esclusivamente co' suoi 
discepoli : tutti tedeschi. — Cantarono nell' Opera 
« Astrea placata ovvero la felicità della teiera » di 
Metastasio e Giovanni Giorgio Schùrer e « la Ga- 
lalea » degli stessi. 

Soltanto nel 1747 furono riprese le rappresen- 
tazioni d'opera alla Corte, inaugurandole con « Se- 
miramide » di Metastasio e Hasse, reduce, quest'ul- 
timo dall'Italia. 

L'anno 1747 portò un nuovo grande avveni- 
mento nella vita musicale di Dresda: Mingotti — tor- 
nando — condusse seco una cantante di primissimo 
ordine: sua moglie Regina Mingotti. 

Regina Valeniini era nata a Napoli nel 1728. 
Discendeva da genitori tedeschi — e appena in età 
d'un anno — venne con questi in Germania. Le pri- 
me impressioni musicali le ricevette in un convento 



— 100 — 

di Orsoline, dove fu posta da uno zio, dopo la morte 
del padre. Per liberarsi dai dispiaceri in casa di sua 
madre, acconsentì alle nozze col già attempato Min- 
gotti, che aveva scoperto la sua magnifica voce, sti- 
mandola una dote inapprezzabile. 

Il 1° giugno — nell'imminenza delle duplici 
nozze del principe di Baviera colla principessa Ma- 
ria Anna di Sassonia, e del principe ereditario di 
Sassonia colla principessa Maria Antonia di Baviera, 
Mingotti iniziò le sue rappresentazioni — in pre- 
senza della corte — coli' opera « Bidone » di Sca- 
ldarmi. Oltre Regina Mingotti, vi agirono : Giustina 
Tuccotti, Canini, Giacinta Forcellini, Ant. Casati, 
Pelegrino Gaggiaii. A questa rappresentazione for- 
tunata seguì, il 25, nel piccolo teatro, Demetrio di 
Scalabrini, e il 28 — sur un palcoscenico improv- 
visato nel parco reale di Pillnitz (*) 1' opera com- 
posta da Gluck probabilmente per queste nozze « Le 
nozze d'Ercole e d'Ebe. » 

L'impressione suscitata da Regina in quest' a- 
zione non potè essere cancellata nemmeno dalla 
grande Opera « La Spartana generosa ovvero Ar- 
chidamia » per Pasquini e Hasse — per quanto vi 
partecipasse il celebre artista Giovanni Carestini, 
nonché Jean Georg Noverre — che allora faceva 
furore per la sua riforma nell' arte della danza — e 
vi avesse fornito le decorazioni il pittore Giuseppe 
Galli — anch' egli allora stimatissimo e chiamato 
appositamente. 

La nuova principessa ereditaria Maria Antonia 
Walpurgis (nata 1724) non solo amava la musica, 
la poesia e la pittura — ma le coltivava con for- 



(!) Parco e Palazzo sull' Elba, tuttora seconda resi- 
sidenza del regno di Sassonia, presso a poco come Pot- 
sdam del regno di Prussia. 






— 101 — 

bina. Scriveva versi italiani e francesi, pigliandosi 
a modello Metastasio, come nelle composizioni di 
opera Basse. La sua predilezione per la musica ita- 
liana le chiudeva la mente alla nuova suggestione 
che partiva dalla musica d' un Giudi. Anche a Dre- 
sda continuava i suoi studi musicali: nel canto, pres- 
so Porpora, nella composizione presso Basse. 

Nicolò Porpora — nato nel 1685 a Napoli — 
fu non solo uno de' compositori più eminenti ma il 
più celebre maestro di canto dell' epoca sua. Dalla 
sua scuola uscirono i più forti cantanti, un Fari- 
nelli, un Caparellì, Sambìnellì, Salìinbeni, liberti, 
etc. Probabilmente gli giunse a Monaco la chiamata 
a maestro di canto della principessa — fors' anche 
si trovava già in Dresda, quand' ella vi giunse. — 
Certo è che non era debitore di tale onore alla me- 
diazione dell' Basse — il quale, per quanto suo al- 
lievo, aveva preso tosto un'attitudine d' invidia, anzi 
d' odio, contro colui che gli aveva conteso la supre- 
mazia a Venezia. Se dunque da una parte possiamo 
accettare per sincero e artisticamente giustificato 
l' interessamento che Porpora tosto mostrò per la 
voce e la disposizione di Regina Mingotii, dall' al- 
tra questo interessamento deve essere stato sfruttato 
a svantaggio di Hasse. La vecchia volpe di Mingo/lì 
riconobbe tosto quali vantaggi ne avrebbe potuto 
trarre per sé e per sua moglie e, sia per giovare 
realmente all' educazione artistica di sua moglie, sia 
per compiacere all' ormai vecchio Maestro e concit- 
tadino, non solo raccomandò Regina alla sua prote- 
zione, ma la fece anche da lui istruire. 

Poco dopo la prima delle Nozze di Ercole e di 
Ebe, per rescritto del 22 luglio 1747, essa fu scrit- 
turata alla Reale Opera, con uno stipendio di 2000 
Talleri. Non vi può essere dubbio che Porpora met- 
tesse a profitto in ciò, tutto il suo ^influsso sulla sua 



— 102 — 

regale alunna, e sul nuovo Birecteur des Plaisìrs 
« Heinrich von Biesshan ». Il 18 luglio — gene- 
tliaco della principessa — Regina Mingotti si pre- 
sentò al teatro dell'opera nel « Filandro » di Ni- 
colò Porpora « Un avvenimento » — scrive Fùr- 
stenau — « per la prima volta nel grande Opera- 
haus un' Opera non composta da Hasse — per la 
prima volta una cantante accanto a Faustina ! » 
Quando poi Porpora fu eletto anche a Maestro di 
Cappella — accanto a Hasse — era palese che la 
posizione di quest'ultimo doveva essere sensibilmente 
scossa. Ma Hasse non era uomo da cedere il campo 
al suo rivale ; d'altra parte era tanto uomo di mondo 
che egli seppe evitare ogni apparenza d'inimicizia 
personale, e trattenere sua moglie dalla lotta aper- 
ta contro la Mingotti. Tanto più attivo si sarà svolto 
il giuoco degli intrighi nascosti. Quanto infuriasse- 
ro allora i partiti in Dresda risulta dalla dichiarazio- 
ne d'un amico di Hasse, l'ambasciatore inglese Sir 
Charles Williams, « che la Mingotti che fosse capa- 
ce di cantare un'aria lunga e patetica » — e ciò 
senza averla udita. Che quando l' ebbe udita più 
tardi pubblicò un' apposita ritrattazione e fece dei 
tutto per farne la conoscenza personale. 

Ma allo stesso modo che tali intrighi non im- 
pedirono alla Mingotti di giungere presto a fama 
mondiale, non doveva riuscire a Porpora — se mai 
fosse stata sua intenzione — di tener fronte a lun- 
go a Hasse in Dresda. Nel 1750 questi aveva otte- 
nuto d' essere nominato Primo Maestro di Cappella, 
d' essere cioè posto al di sopra del Porpora. Nel 1751 
poi vediamo come quest'ultimo — e nel 1752 anche 
la Mingotti — abbandonassero Dresda, non ostante 
che Faustina appunto nello stesso 1753 abbando- 
nasse per sempre la scena. 

Fra le rappresentazioni dell' anno 1747 trovia- 



— 103 — 

mo registrato ancora : qualche Opera di Scalàbrìnì 
eseguita dalla compagnia Mingotti. 

L'Ercole sul Termodonte — azione drammatica 
di Metastasìo e Schurer, eseguita dagli alunni di 
Campagnari nella piccola Opera. 

Vari Intermezzi di Hasse. 

E finalmente i' Opera « Leucippo » di Pasquinì 
e Hasse data in Villa. 

Negli intermezzi, meritarono generali approva- 
zioni gli interpreti Pietro Mira, Domenico Cricchi, 
e Rosina Rusinettì Bon. Quest' ultima, celebre sou- 
brette, era stata scritturata nel 1746; passò però nel 
1748 con suo marito — 1' architetto Bon — a Ber- 
lino ai servigi di Federico il Grande. 

Nel 1748 apparve 1' opera nuova « Demofonte » 
di Metastasìo e Hasse, decorazioni di Bìbiena. Nello 
stesso anno s' incendiò il piccolo teatro del Min- 
gotti. 

L' anno susseguente, le Pantomime, gli Inter- 
mezzi, le Opere buffe e i balli di bambini — coi 
quali allora l' impresario Nicolini girava per tutta 
la Germania — esercitarono qui, come dovunque, 
grande attrazione. 

Per due anni il teatro dell' opera rimane chiuso 
per restauri. 

Nel 1750 — rinnovato dal Bibiena — fu ria- 
perto coli' opera Attilio Regolo di Metastasìo e Hasse. 

Intorno a tale rinnovamento del teatro si espri- 
me tuff altro che favorevolmente un rapporto del- 
l' anno 1750. « Dietro insistenti preghiere dell' Ita- 
» liano Bibiena » — vi si legge — « gli fu affidata 
» la costruzione di questa fabbrica ; ma i suoi mu- 
» tamenti sono riusciti così cattivi, anzi così mise- 
» randi, da non meritarsi la minima approvazione, 
» e il regio primo maestro di costruzioni, Signor 
» Giovanni Cristoforo Knófel, di fama mondiale, à 



— 104 — 

» di già ricevuto l' incarico di raggiustare per via 
» tedesca ciò che la via italiana ha guastato. » Dallo 
stesso rapporto risulta come neir « Attilio Regolo » 
la Mingotti agisse di nuovo accanto a Faustina, e 
precisamente nella parte del giovane Regolo « La 
» della costruzione del Bibiena » — continua — 
« col crollo d' una macchina ci avrebbe quasi ra- 
» pilo una cantante degna di pianto, e certo per 
» la morte di Mademoiselle {la Mingotti) si sareb- 
» be meritato di essere sbranato, se il di lei casliet 
» non avesse salvato luì e lei ». 

La stessa relazione ci informa anche abbastanza 
minutamente intorno ad una Compagnia d" Improv- 
visazioni organizzata già nel 1737 dal Conte Villio 
di Venezia e che fu mantenuta fino alla morte del 
Re. Si componeva di sedici persone, ed oltre alla 
suddetta specialità, si produceva anche in Operette 
e Balli. Il Direttore ne era Antonio Bertoldi e ci è 
dipinto come uomo istruito, padrone di più lingue, 
spiritoso. Portava la maschera deli' Arlecchino per 
la quale pareva proprio fatto apposta. 11 Tabarino 
insieme e il Marchese erano rappresentati da Ca- 
millo Conzachi omiciattolo gobbo, ma attore per- 
fetto. Né minor lode è tributata a Bernardo Vul- 
cano che sosteneva le parti d' amanti moderali (?) 
e di vecchi tranquilli, ed in cui tutto - occhi, fac- 
cia, mani, piedi - parlavano. Pietro Morelli in- 
vece è disegnato come pessimo attore. Lode entu- 
siastica è prodigata a Marta Focari : « il suo por- 
tamento è regale. Non è la più giovane — ma si 
giurerebbe che la sia ! » Di Giovanna Casanova (*) 



( x ) Madre di Giacomo Casanova, il famigerato avven- 
turiero, che compare qui ripetutamente. Nel 1752 fu in- 
caricato di tradurre in italiano il ballo magico « Zoroa- 



— 105 — 

è detto : « La sua faccia è vecchia, nonostante la 
magìa teatrale ! Una femina cattiva, un vero de- 
monio di femina, la rappresenterebbe meglio che 
non un amante ». 

L' anno susseguente - dopo una serie di trionfi 
insieme col Salimbeni - Faustina si accomiatò dal 
pubblico della platea coli' opera 77 Ciro riconosciuto 
di Metastasio e Hasse. 

Felice Salimbeni era nato nel 1712 a Milano 
ed era stato istruito nel canto da Porpora e da Ap- 
piani. Ovunque giungeva suscitava il più grande 
entusiasmo, perchè — se rigida e senza vita era la 
sua dizione — il suo canto era magnifico, la sua 
arte magica. I suoi passaggi dal più lieve mezzo di 
voce fino a tutta 1' esplicazione della sua forza era- 
no d'una finezza impensata. Gli sarà mancato il 
fuoco e l'energia dell'espressione passionale, pure 
nel patetico dev' essere stato maestro, nelF adagio, 
nel brillante andante non fu raggiunto da nessuno. 
Si dice che Metastasio — che 1' ammirava — abbia 
cercato di disegnarcelo co' versi seguenti : 

(Ollmp. I Atto, 4 a scena). 

lo 1' ò presente. Avea 

Bionde le chiome, oscuro il ciglio ; i labbri 

Vermigli sì, ma tumidetti e forse 

Oltre il dover; gli sguardi 

Restii e pietosi; un arrossir frequente, 

Un soave parlar.... 



stro » di Gahusac e Rameau, che giunse ad esecuzione 
con grande pompa e alla prima del quale il traduttore 
fu presente. Forse anzi, temporaneamente, stette a' ser- 
vigi della corte Sassone, giacché nei conti del Marzo 1752 
si parla di un aumento di stipendi. Giovanna Casanova 
era anch' essa poetessa. E sua 1' opera Le Contese di Me- 
stre e Malghera per il trono » rappresentata nel 1748. 



— 106 — 

Fin dal 1743 impiegato all'opera di Federico il 
Grande, s' era riuscito, soltanto per mezzo dell'astu- 
zia, ad ottenerlo per la corte Sassone. La scusa fu 
trovata in un mal di petto incipiente. 

L' opera di Berlino, in contraccambio, si procurò 
l' artista dresdese Car eslini il quale, non ostante 
che possedesse — secondo Quanz — la più bella 
voce d' alto che questi avesse mai udito, pure non 
riuscì a far di meritare Salimbeni. A Dresda, d'altra 
parte, solo per poco tempo se ne potette godere. 

Con successo non cantò che (oltre neir opera 
Leucippo data già prima) nei Ciro Riconosciuto 
(la quale — è vero — fu ripetuta ben quattordici 
volte) e nell' oratorio / Pellegrini di Hasse. Intanto 
il suo male aveva progredito seriamente, tanto che 
si dovette affrettare a cercare salvezza in Italia. - 
Insieme alle sue dimissioni ottenne ima pensione di 
quattromila Talleri a vita... concessione colla quale 
la Corte non si esponeva a troppo gravi sacrifizi — 
che già nel mese di agosto il Salimbeni soggiacque 
al suo morbo in Leibach. 

In questo stesso anno, cade anche l' inaugura- 
zione della magnifica chiesa cattolica di corte, or- 
nata di statue eli Lorenzo Mattioli, e che nel 1754 
ottenne un prezioso dono nell'organo costruito dal 
celebre Gottfried Sìlbermam dietro le piante di 
Gaetano Cliiaveri e Sebastiani. 

Segue ora di nuovo una lunga fila d' opere di 
Basse. 

1753. — Solimano, parole di Migliavacca discepolo 
di Metastasio, assunto nel 1752 al posto di Pa- 
squini. Vi fu esplicata una pompa mai vista 
fino allora nemmeno presso questa splendida 
corte. Apparvero sulla scena veri e propri Ele- 
fanti, camelli, cavalli. - L'affluire del pubblico 
era tale che ancora per la duodecima rappre- 



— 107 — 

seriazione alcune signore della corte sL fecero 
occupare dei posti da guardie svizzere, su che 
— naturalmente — non ebbero poco da ridire 
le dame della città ( 1 ). 
1755. — Ezio; nel trionfo d'Ezio apparvero quat- 
trocento persone, cento due cavalli, cinque car- 
ri, otto muli, otto dromedari. 

In queste opere brillarono alcuni dei nuovi scrit- 
turati : anzitutto Teresa Albrizzi-Todeschini che — 
al pari di Sophie Deuner — di cesi che fosse una 
delle amanti del Conte Brutti. Inoltre i soprano Gio- 
vanni Belli e Bartolomeo Patini t Caterina Pilaja, 
il mezzosoprano Angelo Monticela e il contralto 
Bruscolini. 

Nell'estate 1754 — in assenza della Corte — 
recitò nel teatro al Giardino del Conte Bruni la 
Compagnia d' Opere di Giovanni Battista Locatela, 
che forni alla capitale nuovi elementi musicali. Il 
suo repertorio si componeva delle opere Buffe : « Il 
mondo rovescio », « La Calamità de' cuori » « Il 
Mondo della Luna », tutti di Galuppi - « Le Pe- 
scai rici » di Ferdinando Bertoni ; « Il Ritorno di 
Londra » di Domenico Fischietti, e « La Cascina » 
di Giuseppe Scolari. Degli attori si nominano: Aga- 
ta Zani, Teresa Alberto, Angelo Michael Potenza, 



(*) Le irregolarità che ne seguirono diedero occa- 
sione ad un nuovo rigoroso regolamento teatrale. Così, 
per es., si pose un freno alle esigenze degli artisti sulla 
guardaroba teatrale. Per ogni prima rappresentazione di 
un pezzo le signore ottenevano un paio di calze di seta 
ed un paio di scarpe. Un primo ballerino riceveva ogni 
sera un paio di calze ed ogni due sere un paio di scar- 
pe. Ciascun attore e ciascun cantante due paia di guanti 
nuovi. 



— 108 — 

Anastasio Masso, Nicolò Peretlì, Caterina Masi e 
Gabriele Messìeri. 

Schulze nella sua « Storia del Teatro d' Am- 
burgo » loda gli elementi di questa compagnia, che 
immediatamente dopo Dresda recitò ad Amburgo. 
Come la personalità più importante rileva Giovanna 
della Stella — che tuttavia non troviamo nel sur- 
riferito elenco. 

In quest' anno, Y attore e impresario italiano 
Pietro Moretti ottenne il permesso di erigere un 
nuovo teatro non lungi dal Palazzo Reale, e di farvi 
rappresentare opere italiane e drammi tedeschi. — 
In seguito, la casa passò alla corte, e il Moretti ne 
fu nominato Direttore. Pare però che si fosse reso 
colpevole di certe irregolarità, in seguito alle quali 
venne congedato nel 1771. Dapprima angusto e di 
legno, 1' edifìcio fu nel 1783 e 1793 ampliato e con- 
solidato, e — sotto forma più o meno invariato — 
tu usato fino ai 1841. 

In questa casa dunque, nella estate 1755 Loca- 
telli inaugurò di nuovo le sue rappresentazioni. — 
Questa volta si dà « Arcadia in Brenta » « Il 
Filosofo di Campagna », « Il Conte Caramella », 
« / Pastori per allegrezza impazziti » — tutti del 
Galuppi — e inoltre « Lo Speziale » di Vincenzo 
Pallavicini. 

Il suo personale aveva subito delle modifica- 
zioni : vi troviamo ora Angela Conti Giuliani detta 
la Banderina, Giusto Ferdinando Tenducci detto 
il Senesino, Anastasio Masso, Teresa Alberto, Ga- 
briello Messieri, Caterina Masi e Gaspero Barozzi. 
Tenducci più tardi fece furore a Londra. 

Locatelli apparve nel 1756 per la terza volta 
in Dresda, facendo rappresentare — accanto alle 
opere antiche — * I Vaghi Accidenti tra Amore 



— 109 — 

e Gelosia » di Galuppì, « II Pazzo glorioso » e 
« La Maestra » di Gioachino Cocchi. 



Lo scoppiare della terza guerra di Slesia mise 
improvvisamente in iscompiglio tutta la magnificen- 
za artistica della corte Dresdese. Gli artisti anda- 
rono dispersi uno per uno. Hasse già nel 1758 e '59 
aveva ottenuto il permesso di seguire un invito del 
Re di Napoli, da dove si volse verso Venezia, e nel 
1761 a Vienna. 

Col ritorno del principe ereditario nel 1762, pe- 
rò, ricominciò a funzionare il teatrino italiano di 
Morelli. Pare che il suo repertorio si componesse 
essenzialmente di Intermezzi ; solo un' opera in due 
atti si nomina « La Cameriera sposala per forza » 
Nel 1763 tornò il Re. 

L' avvenimento musicale più importante di que- 
st' anno fu la rappresentazione dell' opera « Tale- 
stri Regina delle Amazzoni » composta e poetata 
dalla Principessa ereditaria. Già nel 1754 la sua 
opera « Il trionfo della fedeltà » era andato in isce- 
na dinnanzi ad un ristretto pubblico di cortigiani, 
ed essa stessa aveva sostenuto la parte di Nice. Lo 
storico del teatro inglese « Burney » loda molto 
queste composizioni. D' altra parte vi è manifesto 
l' influsso di Metastasio e di Hasse, come risulta an- 
che dalla corrispondenza della stessa autrice col 
conte di Bruiti. 

Poco dopo il Re Federico Augusto II fu colto 
da apoplessia, e la vita musicale ebbe a subire pro- 
fondi cambiamenti. L'opera e la commedia italiane e 
il corpo di ballo furono sospesi. Hasse si ritirò, col- 
la moglie, a Venezia dove morì nel 1783. Nello stes- 
so anno Burney pone anche la morte di Faustina. 



LA FAMIGLIA NELL' ETICA DI G. MAZZINI 



(1) 



Santificate la famiglia nell'unità 
dell'amore. Fatene come un Tem- 
pio dal quale possiate congiunti 
sacrificare alla Patria. 

Affermato, nel giusto e relativo senso della pa- 
rola, il principio d'eguaglianza tra la donna e l'uomo, 
sia come due distinti subbietti, sia come due anime 



(*) Lo scritto che siamo lieti di offrire come una pri- 
mizia, è un capitolo di un grande e dotto lavoro, che il 
Dott. Ugo Della Seta, critico profondo romano, ha pronto 
per la stampa e che verrà pubblicato, dentro l'anno, sotto 
il titolo : Giuseppe Mazzini Pensatore. L' opera sarà ar- 
ricchita di copiose note indicanti le fonti alle quali l'Au- 
tore attinse per illuminare la figura di un genio latino, 
che cresce, come suol crescere quella d'ogni grande, quanto 
più s' allontana nel tempo e nello spazio. L' opera sarà 
divisa in tre parti. La prima tratterà la dottrina religiosa 
di Giuseppe Mazzini, studiata teoricamente e nella storia, 
con uno sguardo alla religione dell' avvenire, e conside- 
razioni sulla religione dello spirito (teo-cosmogonia, mi- 
stica, pratica religiosa). La seconda parte esaminerà la 
dottrina filosofica del Mazzini e specialmente la dottrina 
della conoscenza, la psicologia, e l'etica del pensiero maz- 
ziniano. La terza, si volgerà intorno alla dottrina morale, 
cioè alla morale in generale, o alla morale individuale e 
all' etica pedagogica. In questa terza parte, dopo avere 



— Ili — 

attratte e fuse dal sentimento dell'amore, il Mazzini, 
colla riabilitazione dell' amore, intendeva sovratutto 
riabilitare l' istituto della famiglia, istituto, ben os- 
serva, che se di fronte al comune, alla nazione, al- 
l' umanità rappresenta un' associazione individuale, 
sorpassa pur sempre, come prima forma d' associa- 
zione la ristretta sfera dell' individuo, da essa, dalla 
sua costituzione, dalla sua finalità dipendendo princi- 
palmente il progresso e la felicità sociale. Il problema 
della famiglia anzi, pei molteplici interessi collettivi 
che vi si connettono, è per lui uno dei più gravi e dei più 
complessi problemi sociali e fu questo uno di quelli 
che più lo preoccupò in tutta la sua esistenza; oltre- 
ché taluni fugacissimi accenni nei suoi numerosi 
scritti — e primo tra questi la pagina ch'egli dettò 
in un album nel 1871, per le nozze della figlia di 
Giuseppe Petroni — è noto che ad esso dedicò tutto 
un capitolo, il sesto, dei Doveri dell'Uomo. 

E le prime sue armi dovettero appuntarsi na- 
turalmente contro quei sistematici negatori che al 
guasto onde vedono tarlato un dato organismo so- 
ciale altra forma di rimedio non sanno trovare che 
disconoscerne la ragion d' essere e reclamarne la 
soppressione. Tali i fourieristi e i sansimoniani che 



trattato della concezione generale mazziniana dell'indivi- 
duo e della vita, della donna e dell' amore, viene a ra- 
gionare della famiglia; e questo saggio che prenunzia il 
comprensivo lavoro illustrante la mente sovrana ed il cuore 
magnanimo di Giuseppe Mazzini, è appunto uno de' ca- 
pitoli della terza parte. Essendo stata la famiglia il prin- 
cipale fondamento della grandezza latina, noi siamo lieti 
di far parlare, con 1' eloquenza di Ugo Della Seta, il genio 
di Giuseppe Mazzini, che, dopo avere agitato il secolo de- 
cimonono, può ancora essere faro luminoso alla società 
latina del secolo XX. 

A. D. G. 



— 112 — 

nel 1830 formularono, com' è noto, una protesta con- 
tro la «oppressione»; tali le dottrine comunistiche 
dell'Internazionale che, nelle dichiarazioni del con- 
gresso di Genova e del Consiglio Generale di Londra 
del 1869, poiché trovavano la famiglia fondata sul- 
r ineguaglianza tra la donna e l'uomo e nido sovente 
d' egoismo e di spirito di casta, negavano, imperante 
il Bakounine, il matrimonio e quanto costistuisce la 
vita della famiglia, ad essa sostituendo, panacea uni- 
versale, il libero amore, la donna scomparendo del 
tutto e non rimanendo che la femmina, procreatrice 
di piccoli. 

A questi « incauti, imbevuti di false e brutali 
filosofìe », come pure a quegli utilitari contrattisti, 
che col Rousseau vedono reggersi la famiglia se non 
in virtù d'una convenzione, i figli rimanendo legati 
al padre, solo quando hanno bisogno, per conservarsi, 
di lui, il Mazzini non fa che contrapporre il concetto 
aristotelico, la famiglia essere cioè un istituto creato 
dalla natura istessa, nulla essendo in essa di arbi- 
trario, di convenzionale; essa è il germe della so- 
cietà, è la cellula sociale, è la culla dell'umanità e 
come tale è un elemento perpetuo della vita umana 
e durerà quanto l'uomo; col suo mistero divino di 
riproduzione accenna all'eternità, ci parla dell' av- 
venire, il cui simbolo vivente è il bambino, legame 
tra noi e le future generazioni ; la famiglia anzi, 
misticamente, è il simbolo del modo col quale si com- 
pie neir universo la incessante opera di Dio. Lo stato 
d'ineguaglianza nel quale ancora in essa la donna 
si trova rispetto all' uomo ; lo spirito di dissociazione 
che tutt'ora vi regna e che andiamo ognor più lamen- 
tando, se una cosa comprovano, è la necessità non 
della sua abolizione — abolizione immorale da unai 
parte poiché, con una promiscuità sessuale, verrebbe 
a ricondurre l'umanità al passato e assurda dall'altra 



— 113 — 

poiché se non mancano i disertori del focolare che 
vivono in uno stato di larvata poligamia, rimane pur 
sempre un' esigenza naturale e sentimentale che 
tende nei più a cementare l' istituto della famiglia, — 
ma la necessità bensì della sua trasformazione, an- 
ch' essa, come ogni elemento della vita sociale, do- 
vendo essere aperta al progresso e migliorare d'e- 
poca in epoca le sue tendenze, le sue aspirazioni. 
E di questa necessità non d' altro, col largo senso 
storico a lui parlava Io stesso dilagare, ai suoi tempi, 
delle dottrine comunistiche. Senza affrontare il tanto 
discusso problema sociologico della origine e della 
costituzione della famiglia primitiva, oscillante tra 
le due teorie del matriarcato e del patriarcato, ma 
solo limitandosi a rilevare la coincidenza tra il sor- 
gere della famiglia e quella del culto feticista, questo 
di una evoluzione nella costituzione e nella missione 
nella famiglia e che odierni sociologi, come il Le- 
tourneau e il Kovalenski, hanno sapientemente il- 
lustrato, è uno dei concetti su cui maggiormente e 
giustamente insiste il Mazzini. 

« Santi e inviolabili nella loro essenza sono per 
noi tutti, apostoli della vera democrazia, gli elementi 
perpetui dell'umana attività della vita, ma santo ci 
è pure e anzitutto il progresso, elemento primo e 
legge eterna della vita. Non uno di questi elementi 
può e deve abolirsi; tutti devono con progresso pa- 
cifico trasformarsi e dirizzarsi meglio allo scopo. E 
di questi ci è maestra e mallevadrice la storia. La 
famiglia degli antichi giureconsulti romani non è la 
famiglia del cristianesimo ». 

Senza dinenticare, per quanto riguarda i doveri 
dell' amore, la promessa di matrimonio, ciò che è 
dogma assoluto neir etica mazziniana, cioè che i con- 
tratti morali valgono quanto e più de" materiali 
— severo monito a quei don Giovanni che dopo aver 



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tolto la verginità del cuore a una fanciulla non esi- 
tano, seducendola, a rapirle pur quella del corpo — 
è bene il ricordare che troviamo nelle pagine del 
Mazzini una indiretta confutazione pure a quei mo- 
ralisti e giuristi filosofi del suo tempo che, riesumando 
l'antica definizione di Tribuniano, poi fatta rivivere, 
sotto altra forma, da Emanuele Kant, sul matrimo- 
nio, non vedono legalmente che un contratto e nella 
famiglia altra finalità che quella materialistica e 
fisiologica della conservazione della specie, della pro- 
creazione dei figliuoli. Non già eh' egli disconosca 
questa naturale finalità e sarebbe un assurdo d'altra 
parte il negarlo — né tanto meno eh' egli giunga 
alle mistiche e utopistiche del Tolstoi, il quale nella 
Sonata a Kreutzer, considerata l'astinenza come in- 
dispensabile alla dignità umana, s'affanna a dimo- 
strare che l'ideale cristiano non è il matrimonio, 
ma l'amore di Dio e degli uomini; che il matrimonio 
per lui, conforme al concetto dell' antico diritto ro- 
mano, è il compimento d'un vero dovere sociale, 
venendo così indirettamente a rilevare come, nel le- 
game che si contrae, noi dobbiamo vedere qualcosa 
più che il soddisfacimento d'un desiderio individuale, 
ma il compimento d' un atto civile, come quello che 
porta alla creazione d'una nuova unità che, sotto 
la veste della famiglia, rappresenta la cellula, l'ele- 
mento costitutivo della città, della nazione, dell'uma- 
nità stessa; soltanto in armonia colle vedute quasi 
allora solitarie del Trendelenburg, egli tiene a rile- 
vare essere la famiglia un organismo sovratutto 
etico e non solo per questo intimo nesso tra la sua 
vita e quella della società in generale, ma per la 
importanza anche che essa assume e per la influenza 
che essa esercita nella vita sentimentale dell' indi- 
viduo. È la famiglia, egli dice, il vero campo dei 
puri e nobili affetti ; è in essa che l' affetto, l'amore 



— 115 — 

compreso, viene a perdere tutto quanto può avere 
di passione, d'impetuosità, di fugacità, per acquistare 
ciò che veramente lo caratterizza e l' idealizza, la 
serenità e la durata. 

E con quale eloquenza, velata F anima di tri- 
stezza per non averne potuto godere anch' egli nel- 
1' amarezza dell'esilio, non esalta le soavi gioie della 
famiglia e come biasima coloro che ad esse si mo- 
strano indifferenti, quando poi non giungano a lan- 
ciare su di essa il veleno del disprezzo e del ridi- 
colo!... 

« La famiglia — scriveva nei Doveri delV Uo- 
mo — è la patria del cuore. V è un Angelo nella 
Famiglia che rende, con una misteriosa influenza 
di grazie, di dolcezza e d' amore il compimento dei 
doveri meno arido, i dolori meno amari. Le sole 
gioie pure e non miste di tristezza che sia dato al- 
l' uomo goder sulla terra, sono, mercè quell'Angio- 
lo, le gioie della famiglia. Chi non ha potuto, per 
fatalità di circostanze, vivere, sotto l' ali dell'An- 
giolo, la vita serena della famiglia, ha un' ombra 
di mestizia stesa sull' animo, un vuoto che nulla 
riempie nel core; ed io che scrivo per voi queste 
pagine lo so. Benedite Iddio che creava queir An- 
giolo, o voi che avete le gioie e le consolazioni della 
famiglia. Non le tenete in poco conto perchè vi sem- 
bri di poter trovare altrove gioie più fervide o con- 
solazioni più rapide ai vostri dolori. La famiglia ha 
in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, 
la durata. Gli effetti in essa, vi si estendono intorno 
lenti, inavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'el- 
l'era intorno alla pianta; vi seguono d' ora in ora; 
s' immedesimano taciti colla vostra vita. Voi spesso 
non li discernete, perchè fanno parte di voi; ma 
quando li perdete, sentite come se un non so che 
d' intorno, dice nessario al vivere vi mancasse. Voi 



— 116 — 

errate irrequieto e a disagio; potete procacciarvi 
brevi gioie o conforti; non il conforto supremo, la 
calma, la calma dell'onda del lago, la calma del sonno 
della fiducia, del sonno che il bambino dorme sul 
seno materno ». 

Ed esaltata e difesa così la famiglia dal punto 
di vista sovratutto sentimentale ed affettivo, era na- 
turale che di ciò che ne costituisce la base, il ma- 
trimonio non potesse e non dovesse riconoscere che 
un'unica genesi: l'affetto. L'uomo e la donna che 
si uniscono senza essersi amati dapprima, non ce- 
lebrano un matrimonio, ma un mercimonio, non sono 
due anime armonizzanti e vibranti, ma due semplici 
personnes marièes; il matrimonio veramente reli- 
gioso, il matrimonio eticamente legittimo è solo quel- 
lo che è frutto del grande, nobile volontario ed 
eterno amore. 

E tutto quanto oggi lo Ellenkey, nella sua Le- 
bensglaube, per dare maggiore sincerità ed espan- 
sione alla vita, ha eloquentemente sostenuto sulla 
necessità di basare il matrimonio sulle affinità elet- 
tive, sulla libertà piena ed assoluta dell' amore, da 
non confondere naturalmente coli' amore libero del- 
l' utopia comunistica, tutto quanto l' Ibsen, il de- 
molitore, ha incisamente definito la "commedia del- 
l' amore, per cui talune unioni non rappresentano 
molto spesso che la parodia e la prostituzione degli 
affetti, poiché, in una convivenza tutta artificiale e 
convenzionale, due anime, perfettamente estranee 
1' una all' altra, unite solo, se non per opera pro- 
pria, per quella dei parenti, da un criterio materiale 
di benessere e d' interesse, attendono 1' alba di un 
amore che è tramontato prima di nascere, poiché non 
esistette mai o confondono coli' amore il reciproco 
adempimento dei più elementari doveri della vita 
coniugale ; e i mille inconvenienti morali e sociali 



— 117 — 

a cui conducono questi matrimoni di convenienza, 
per cui le seduzioni, gli adulteri, i più gravi tor- 
menti della carne e dello spirito giungono a turbare 
l'ambiente sereno della famiglia; e le mille ingiu- 
stizie a cui, in queste colpe spesso fatali e involon- 
tarie, è ancora assoggettata la donna rispetto al- 
l'uomo, sicché a questo la società è sempre pronta 
a perdonare, con una tolleranza che rasenta la com- 
plicità, mentre su quella inveisce severa e crudele 
con una psicologia sessuale veramente primitiva e 
superficiale e con tutti i fossili di una morale aprio- 
ristica e tradizionale, tutto ciò — preceduto del re- 
sto da altri spiriti illuminati dell'epoca, dallo Stendhal 
sovratutto — ha ben visto e rilevato e deplorato, 
sia pure fugacissimamente, il Mazzini, nell'indagare 
le cause di quelle che furono dette le colpe di Giorgio 
Sand e di ciò che, riguardo al problema della donna 
e dell'amore, fu definito la immoralità dei suoi ro- 
manzi. 

« Nel 1830 — scriveva nel 1835, nel suo saggio 
su Giorgio Sand — una protesta contro la oppres- 
sione domestica venne formulata dai tentativi dei 
Sansimonisti, tentativi da essere condannati come 
assurdi ed immorali ma che ci rappresentano tut- 
tavia un fenomeno, storico e ci porgono un indizio 
dello stato delle cose, degnissimo d'essere meditato... 
Ora in mezzo a questa dissoluzione morale, tra l'op- 
pressione e le querele dappertutto e sempre ripro- 
dotte, in una società dove metà dei matrimoni che 
si stringono sono matrimoni di convenienza, cioè 
a dire, matrimoni, nei quali si consultano solamente 
gl'interessi delle due famiglie, non mai i cuori e le 
inclinazioni degli sposi; dove un po' più tardi, quando 
il marito e la moglie cominciano a sentirsi solitari, 
l'uno trova ai suoi disordini una tolleranza sociale 
pressoché senza limiti e l' altra incontra ad ogni 



— 118 — 

passo la seduzione che tende insidie alle sue infer- 
mità; dove nessun potere protegge le rimostranze 
della donna contro gli errori dell'uomo e invece 
alla donna non è concesso, per la maritale vendetta, 
altro schermo che la ipocrisia, collocate, noi diciamo, 
una donna privilegiata del cuore e della mente.... 
Così fatte unioni che distruggono ogni felicità non 
sono esse stesse una coperta che favorisce le più 
grandi immoralità col rendere la seduzione mille 
volte più formidabile? ». E, più oltre, parlando dei 
suoi romanzi: « Si troverà che non si tocca alla 
istituzione del matrimonio, sibbene al guasto che in 
quella santa istituzione si venne introducendo; che 
non si offendono per nulla i mariti, ma bensì i cat- 
tivi mariti, che se Fautrice fu condotta a pensare 
lo scandalo e il disordine delle donne derivare bene 
spesso dalla brutalità e dall' infamia degli uomini, 
un marito noncuraute dei propri obblighi, consu- 
mante i giorni in oziose ciance, in sollazzi e bagordi 
essere meno perdonabile della moglie che lo tradisce 
nelle lagrime, nel dolore e nella disperazione, non 
perciò ella è pronta a venerare quel grande, nobile, 
volontario ed eterno amore che si compendia nel 
matrimonio, quale lo ha fatto il Cristianesimo, quale 
S. Paolo lo ha predicato; lo stesso, se volete, che 
al cap. VI tit. V del Codice Civile esprime i reci- 
proci doveri dei coniugi, quello stesso che il mondo 
dov'ella vive ha così empiamente depravato ». 

E 11 Mazzini, si noti bene, parla di amore vo- 
lontario ed eterno; ed è infatti attorno a questi due 
elementi della volontarietà e quindi della perennità 
dell'affetto che si compendia tutta l'etica del ma- 
trimonio. A che vale il sì pronunciato dalla donna 
innanzi al pubblico ufficiale, quando questo si, an- 
ziché « un irresistibile impulso del cuore » non sta 
a rappresentare che un incosciente atto di mal in- 



— 119 — 

tesa obbedienza o accondiscendenza alla volontà e 
ai desideri materni o paterni? E a che è ridottala 
famiglia, quando l'amore tra i coniugi più non sus- 
siste o, peggio ancora, quando s'è convertito in av- 
versione, in odio, in intolleranza reciproca? Non si 
presenta come legge morale una legge sul divorzio ? 
e la sua moralità non sta sovratutto nella sua sin- 
cerità, altro non dovendo sanzionare che ciò che 
realmente esiste, una netta separazione prima che 
tra due corpi tra due anime? Love is love for ever- 
more; il vero amore è amore per sempre, ha can- 
tato il Tennyson; è vero che quest'amore eterno 
— il Grande Amore a cui la Ellentrey tutto sacri- 
fica — è molto raro ai nostri giorni, ma ciò non 
toglie eh' esso non sia una realtà visibile, che non 
esistano delle anime elette che dal tempo traggono 
ragione per intensificare e non per soffocare gli ef- 
fetti, e per cui il matrimonio non sia, come ideali- 
sticamente lo definì Modestino, un vero consortium 
omnis vifae, divini ac Immani juris communica- 
tio; e tanto vi prestava fede il Mazzini che dal punto 
di vista appunto di questa perennità degli affetti, 
non si mostrava come Augusto Corate, molto favo- 
revole ai secondi matrimoni. A me, seriveva alla 
madre il 21 ottobre 1836, quand' anche mi sentissi 
una vocazione da non dirsi pel matrimonio mio, il 
dolore d' aver perduta la prima e il timore di dover 
perdere la seconda basterebbe a ritenermi ». 



E ben delinea il Mazzini 1' etica della società 
famigliare, di quelle relazioni cioè che pel fatto del 
matrimonio si stabiliscono tra i coniugi tra loro, tra 
i genitori e la prole e tra quelle persone che costi- 
tuiscono la sfera del parentado. 



— 120 — 

Quanto alle prime egli non ha che a ricordare 
il principio della perfetta eguaglianza tra la donna 
e l'uomo, principio che si traduce in una perfetta 
reciprocanza di diritto e di doveri tra i coniugi. 
Neil' etica mazziniana, come nell' etica nova, viene 
a mancare dunque il concetto di una vera e propria 
potestà maritale, come pure, in rispondenza alla sua 
maggiore elevazione morale e alla maggior coscienza 
che de' suoi diritti va sempre più acquistando, ven- 
gono a cadere tutte quelle incapacità, che i moderni 
codici ancora sanciscono riguardo alla donna, come 
moglie, mentre poi, con grande incoerenza, la ri- 
tengono perfettamente capace, se nubile o vedova. 
In una famiglia ben ordinata il marito eserciterà 
più doveri, non più potere; il suo dominio sarà un 
dominio tutto morale, sintetizzato rispetto all' am- 
biente esterno, in un sentimento spontaneo di amo- 
rosa difesa, di protezione e di tutela verso la donna, 
la quale, per questo non potrà e non dovrà mai tro- 
varsi in rapporto di sudditanza e di inferiorità ri- 
spetto all'uomo; è l'uomo anzi che dovrà sempre 
più porre in alto e rispettare la donna, non per 
frivola galanteria, né per romantico sentimentalismo, 
ma pel potere incontrastato che la donna esercita 
nella famiglia, come regina del santuario, come ve- 
stale custoditrice del fuoco sacro. Questo l' ideale, 
ma la realtà, purtroppo, ai nostri giorni, è diversa. 
La cronaca cittadina, i dibattiti giudiziari' — e i casi 
che vengono, quotidianamente alla luce non sono 
che una inezia di fronte ai molti che rimangono 
celati e impuniti — dimostrano chiaramente che se 
esistono donne che non hanno perfetta la coscienza 
dei loro doveri di mogli, doveri che abbracciano un 
campo ben più vasto e ben più alto di quello trac- 
ciato dalla legge, nei tre tassativi obblighi della coa- 
bitazione, della fedeltà e dell' assistenza, non man- 



— 121 — 

cano uomini che come mariti e in forme più o meno 
volgari secondo le classi a cui appartengono, credono 
poter esercitere ancora sulla donna un vero diritto 
di suprema potestà, un vero assoluto diritto d'im- 
perio, in nulla dissimile dall' antica manus dei Ro- 
mani, dal mundium germanico, coli' aggravante anzi 
dei nostri tempi, come dicono, di civiltà e di pro- 
gresso. 

E, come su quella in cui più intima è la com- 
penetrazione tra la vita famigliare e la sociale, più 
diffusamente s' intrattiene il Mazzini a determinare i 
doveri dei genitori verso la prole, la quale, ben os- 
serva, senza disconoscere, naturalmente, quei rap- 
porti di deferenza e di rispetto, che, a seconda del- 
l'età e della capacità, deve sempre esistere tra fra- 
telli, deve trovarsi, innazi tutto, rispetto ai genitori, 
in istato di perfetta eguaglianza, l' etica moderna, 
non potendo più ammettere alcuna distinzione tra i 
tìgli, siano ingiusti privilegi concessi ai primogeniti 
o ingiustissime esclusioni sancite pei cadetti. 

E quali sono questi doveri ? 

Ben ponendo in prima linea quella che per i 
figli è la scuola dell' esempio offerto dai genitori, 
sicché « i vostri figli, scriveva riportando alcune 
testuali parole di Lamennais, saranno simili a voi, 
corrotti o virtuosi, secondo che sarete voi stessi vir- 
tuosi e corrotti », il Mazzini ben sintetizza questi 
doveri in una sola parola: educazione, una missione 
d'educazione essendo per lui eminentemente quella 
della famiglia; educazione innanzi tutto da parte 
della madre, esaltata appunto — ed è questo un mi- 
rabile punto d'analogia tra l'etica mazziniana e la 
spenceriana — come « prima educatrice dei nostri 
figli »; educazione, da ultimo, da parte del padre, 
la di cui potestà egli vuol bene limitata e determi- 
nata, non solo, come vedremo, pedagogicamente, per 



— 122 — 

quanto riguarda lo sviluppo della libertà e della 
personalità del fanciullo, quanto socialmente, per 
quanto riguarda V indirizzo educativo dato dal padre 
alla mente e al cuore del giovane, in rispondenza 
ai fini generali e morali dello Stato; ed in questa 
limitazione graduale della patria potestà, dal primi- 
tivo diritto di vita e di morte concesso dall' antico 
diritto romano alle radicali e più miti innovazioni 
apportate su questo diritto dal cristianesimo, per 
cui i figli eran persone e non più cose, che egli 
trova una delle prove più convincenti dello svolgi- 
mento e del progresso dell' istituto della famiglia. 

E con quale insistenza, mentre invoca la santa 
religione dell' infanzia — chi può essere scettico o 
immorale, scriveva innanzi a una culla ? — mentre 
esalta la figura della Madre, come simbolo vivente 
del sacrificio e di cui la parola al bambino è la più 
eloquente confutazione del concetto utilitario della 
vita, con quale insistenza non insorge contro quel 
eh' egli chiama il « dispotismo paterno », contro quel 
falso concetto della patria autorità che, reso schiavo 
il fanciullo di falsi e incadaveriti tradizionalismi, può 
giungere sino alla mutilazione delle sue facoltà, l'i- 
gnoranza, sino alla deviazione del suo senso morale, 
la superstizione! La famiglia, cellula sociale, è per 
lui un organismo etico della più alta importanza, 
perchè mediante l'educazione paterna e materna, 
deve essere appunto un centro, un elemento di vita 
e di progresso; e in essa il padre, dopo la prima e 
fondamentale educazione paterna, deve rappresen- 
tare pei figli una guida amorosa e un sostegno, nei 
perigliosi anni dell' adolescenza, e non un Cerbero, 
burbero e severo, da guardare e da allontanare, 
con timore e diffidenza. 

E con quale eloquenza non ricorda i reciproci 
doveri dei figli verso i genitori e l'amore dovuto ai 






— 123 — 

parenti e la necessità che i nuovi affetti non ammor- 
zino gli antichi e l'incontrastato dominio morale che, 
come madre, come sorella, come sposa, spetta alla 
donna nel santuario della famiglia. 

« Amate i parenti. La famiglia che procede da 
voi non vi faccia dimenticare la famiglia dalla quale 
procedete. Pur troppo soventi i nuovi vincoli allen- 
tano gli antichi, mentre non dovrebbero essere se 
non un nuovo anello nella catena d' amore che deve 
annodare in uno tre generazioni della famiglia. Cir- 
condate d' affetti teneri e rispettosi sino all' ultimo 
.giorno le teste canute della madre, del padre. Infio- 
rate ad essi la via della tomba. Diffondete colla con- 
tinuità dell' amore sulle loro anime stanche un pro- 
fumo di fede e d'immortalità. E l'affetto che serbate 
inviolato ai parenti vi sia pegno di quello che vi 
serberanno i nati da voi ». 

« L'angelo della Famiglia è la Donna. Madre, 
sposa, sorella la Donna è la carezza della vita, la 
soavità dell' affetto diffusa sulle sue fatiche, un ri- 
flesso sull' individuo della Provvidenza amorevole 
che veglia sull' Umanità. Sono in essa tesori di dol- 
cezza consolatrice che basta ad ammorzare qualun- 
que dolore. Ed essa è inoltre per ciascun di noi l'ini- 
ziatrice dell'avvenire. Il primo bacio materno insegna 
al bambino 1' amore. 

Il primo santo bacio d'amica insegna all'uomo 
la speranza, la fede nella vita; e l'amore e la fede 
creano il desiderio del meglio, la potenza di raggiun- 
gerlo grado a grado, 1' avvenire insomma, il cui sim- 
bolo vivente è il bambino, legame tra noi e le ge- 
nerazioni future. Per essa, la famiglia, col suo Mi- 
stero divino di riproduzione, accenna all'eternità». 

« Parenti, sorelle e fratelli, sposa, figli siano per 
voi come rami collocati in ordine diverso sulla stessa 
pianta. Santificate la famiglia nell'unità dell'amore. 






— 124 — 

Io non so se sarete felici; ma so che, così facendo, 
anche di mezzo alle possibili avversità, sorgerà per 
voi un senso di pace serena, un riposo di tranquilla 
coscienza, che vi darà forza contro ogni prova e vi 
terrà schiuso un raggio azzurro di cielo in ogni 
tempesta. » 

E ben deplora la triste sorte di coloro a cui, 
tra le avversità e le tempeste della vita, manca que- 
st' azzurro raggio di cielo e ben rileva quanto non 
diremo ad affievolire, ma a soffocare i puri senti- 
menti della famiglia e ad impedire nel tempo istesso 
l' opera educatrice dei genitori, contribuiscono, nelle 
classi umili, le disagiate condizioni economiche, per 
cui, schiavi da mane e sera, d' un lavoro esauriente, 
il padre, la madre devono essere costantemente se- 
parati dei figli, i quali, se non sfruttati anch' essi 
nei lavori nocivi delle manifatture, crescono e vi- 
vono abbondonati a sé stessi, senza il conforto del 
sorriso e della carezza materna. E aver rilevato que- 
sto intimo rapporto tra il problema morale della 
famiglia e quello economico sociale è certo uno dei 
principali meriti dell' etica mazziniana. 

* * 

Ma il suo merito sommo sta nell'aver ben alto pro- 
clamato e determinato ciò che costituisce la finalità 
vera e quindi la moralità della famiglia. 

Niuno più di Mazzini, anima sensibile se fuvvi 
mai, seppe esaltare tutta la soave e intima paesia 
del focolare; seppe, con maggior delicatezza, tratteg- 
giare il commovente quadro della famiglia « quando 
la sera, fra il sorriso della madre e l' ingenuo fa- 
vellio dei fanciulli, seduti sulle sue ginocchia il la- 
voratore dimentica le fatiche della giornata »; però 
niuno più di lui, rigido sino allo stoicismo, pur con- 



— 125 — 

siderando sempre la famiglia come forma individua- 
listica d' associazione, seppe, come contro una delle 
maggiori piaghe morali del suo tempo, insorgere 
tanto contro quel eh' egli chiamava il concetto uti- 
litario, individualistico e quindi materialistico della 
famiglia. 

Altro, egli afferma, è il vedere nella famiglia il 
campo dei personali intimi affetti, altro, per un pre- 
teso e malinteso rispetto a tali affetti, in nome dei 
cosidetti obblighi del sangue e degli onnipotenti moti 
del cuore, anteriori e superiori a ogni cosa, è il farne 
cattedra e chiesuola d' individualismo, riducendola 
ostacolo all' azione pubblica e civile, convertendola 
in negazione d' ogni dovere sociale; così facendo noi, 
profaniamo i vincoli di famiglia, noi siamo egoisti 
che tentiamo innalzare V egoismo a virtù, egoismo 
« tanto più schifoso e brutale quanto più prostitui- 
sce, sviandola dal vero scopo, la cosa più santa, gli 
affetti ». Ed è con rara penetrazione psicologica che 
sotto la pressione naturalmente degli eventi che at- 
torno a lui si svolgevano, egli rileva il dissidio mo- 
rale che, nelle grandi epoche di crisi, giunge talvolta 
a disgregare sin la compagine della famiglia, là dove 
i figli, giovani e arditi, si lanciano con entusiasmo, 
con fede e con sacrifìcio nella lotta per le nuove 
idee, per le nuove rivendicazioni, mentre i parenti, 
per sincerissimo, si, ma assai cieco affetto, cercano 
rattenerli e distoglierli pel loro quieto vivere e a 
garanzia sovratutto dei loro interessi e del loro be- 
nessere materiale. « È così dolce, esclama ironica- 
mente, 1' oblio presso al focolare paterno, tra volti 
sorridenti di fanciulli e d' amici, quando la tempesta 
infuria al di fuori e la pioggia batte impotente con- 
tro i vetri delle chiuse finestre ! ». 

E fare la famiglia più sempre santa e inanel- 
lata più sempre alla patria, questa, soggiunge, è in- 



— 126 — 

vece la nostra vera missione. Ciò che la patria è per 
V umanità, la famiglia deve essere per la patria. Come 
la parte della patria è quella di e.lucare uomini, 
cosi quella della famiglia è quella d'educare cittadi- 
ni; famiglia e patria sono i due punti estremi d'una 
sola linea « Santificate la famiglia, ammoniva , nel- 
l'unità dell'amore; fatene come un Tempio dal quale 
possiate congiunti sacrificare alla Patria ». 

E, in questo suo nobile ed elevato concetto della 
famiglia, non mancò di ricordare, a lodevole esem- 
pio, quanti, nei dolorosi giorni del nazionale riscatto 
furono personificazione nobilissima ed altissima, i 
padri cioè, le madri, i figli, le spose che, sotto un 
pensiero di patria, soffocarono ogni sentimento, ogni 
affetto individuale, e sia pure il più legittimo. E ben 
ricorda i fratelli Bandiera che, per non disertare la 
causa della libertà, rimasero sordi ai rimproveri e 
alle supplici preghiere della madre loro che, pian- 
gente, li scongiurava a tornare da Corfù a Venezia, 
ove avrebbero ritrovato il grado in quella marina 
austriaca, da cui avevano disertato; e ben ricorda, 
come il simbolo più luminoso ed eloquente della re- 
ligione dei sacrificio, la Madre di Goffredo Mameli, 
la quale, dopo la morte .del figlio sotto le mura di 
Roma, dolevasi di non averne due altri da dare alla 
patria; ben ricorda la Eleonora Ruffini, la quale con 
un figlio morto suicida, in prigione e con due altri 
a lei sottratti dall' esilio, a lui, Mazzini « vacillante 
un momento per dolori taciuti a tutti, fuorché ad 
esso », rispondeva, additando il versetto 12 e segg. 
al cap. VI dell'epistola di Paolo agli Efesi incitante 
alla lotta contro ai potenti della terra e al regno 
delle tenebre. E chi può dimenticare la pagina vi- 
brante di emozione e di affetto eh' egli indirizzò nel 
1867 ad Adelaide Cairoli, all' annunzio della morte 
del suo Giovanni, ferito a Villa Glori? Per profon- 



— 127 — 

dita di pensiero e di sentimento non è certo infe- 
riore all'altissimo canto che nel 1880, a lei, alla 
eroica tra le madri, alla ferita tra le donne (Blessed 
among Womerì) dedicò il principe dei poeti inglesi 
contemporanei, Algermon Carlo Swinbume. 

« La vostra famiglia, scriveva, sarà, quando 
avremo libertà vera, virtù, unità e coscienza di Po- 
polo, una pagina storica della Nazione. Le tombe dei 
vostri figli saranno altari. I loro nomi staranno fra 
i primi nella litania dei nostri Santi. E, Voi che edu- 
caste le anime loro, Voi che gli avete veduti spa- 
rire a uno a uno patendo ciò che soltanto qualche 
madre può intendere, ma non disperando, rimanete 
simbolo a tutti del dolore che redime e santifica, 
esempio solenne alle Donne italiane e insegnamento 
del come la famiglia possa essere ciò che deve, e 
sinora non è, Tempio, Santuario della Patria comu- 
ne.... Stanco dagli anni, dalle infermità e da altro, 
io ho sentito all' annunzio della morte del vostro 
Giovanni e delle ultime parole eh' egli proferiva, 
riardere dentro la fiamma italiana dei miei anni 
giovanili e riconfermarsi in me il proposito della 
vita. Migliaia dei nostri, non ne dubito, hanno sen- 
tito lo stesso. Un'intera famiglia non vive, non muore 
come la vostra, senza che tutta una generazione si 
ritempri in essa e muova innanzi d' un passo ». 

Ed è in nome appunto di quest' alta missione 
morale e civile della famiglia, è in nome della grande 
responsabilità che nell' educazione della prole assu- 
mono, per 1' avvenire, i genitori verso "la patria e 
l'umanità, è in nome della ìntima e reciproca ri- 
spondenza che, nella unità della vita, sempre deve 
correre tra la morale privata e la pubblica, sicché 
non potrà mai essere buon cittadino chi è pessimo 
figlio, padre o marito, che il Mazzini, riprendendo 
un concetto già svolto dal Rousseau e chi è uno dei 



— 128 — 

postulati della pedagogia contemporanea, raccomanda 
non solo ai padri e alle madri di amare, sì, i loro 
figli, ma di un amore vero, profondo, severo, non 
dell' amore snervante, irragionevole e cieco che è 
egoismo per loro e rovina per essi, ma di educarli 
anche austeramente, avendo cura, non solo, delle 
loro membra, ma delle loro anime; iniziandoli non 
alle gioie, alle cupidigie, alle vanità della vita, ma 
alla vita stessa, ai suoi doveri, alla legge morale che 
la governa. « Io vorrei — scrive nelle Note auto- 
biografiche dell'anno 1863 — che le madri pensas- 
sero come nessuno sia, nelle condizioni presenti 
d'Europa, arbitro della propria fortuna e di quella 
dei propri cari, e si convincessero che, educando 
austeramente e in ogni modo di vita i figli, prov- 
vedano forse meglio al loro avvenire, alla loro fe- 
licità e all'anima loro che non colmandoli d'agi e 
conforti e snervandone l' indole che dovrebbe ag- 
guerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e 
gli stenti. Io vidi giovani italiani, chiamati dalla 
natura alla bella vita, travolgersi miseramente nel 
delitto e ricovrarsi sdegnosi nel suicidio, per prove 
ch'io varcai sorridendo; e accusai mallevadrici le 
madri. La mia — benedetta sia la di lei memoria 
— mi aveva preparato con queir amore che pensa 
all' avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura ». 
« Poche madri, pochi padri tornava a deplorare nei 
Doveri dell' Uomo — in questo secolo irreligioso, 
intendono, segnatamente nelle classi agiate, la gra- 
vità, la santità della missione educatrice; poche ma- 
dri, pochi padri pensano che le molte vittime, le 
lotte incessanti e il lungo martirio dei nostri tempi 
son frutto, in gran parte, dell'egoismo innestato 
trenta anni addietro nell' animo da madri deboli o 
da padri incauti, i quali lasciarono che i loro figli 
s' avvezzassero a considerare la vita non come do- 



— 129 — 

vere e missione, ma come ricerca di piacere e studio 
del proprio benessere ». 

È sempre la subordinazione della vita privata 
alla pubblica, è sempre l' idea dei fini personali e 
particolari dell' individuo, mezzo rispetto ai fini ge- 
nerali e cellettivi dello Stato che, nel suo rigido e 
severo stoicismo, rimane, come ognun vede, il con- 
cetto primo, il principio fondamentale della sua etica 
famigliare. V'ha certo, nel mazzinianismo, un potente 
soffio del classico civismo ellenico e latino. 






Possiamo dire che la famiglia, come oggi è co- 
stituita, risponda all' ideale che il Mazzini vagheg- 
giava come il più perfetto studio della sua evolu- 
zione ? 

Francamente, non crediamo. Da una parte ri- 
mangono quasi immutate le cause che, nelle classi 
lavoratrici, tendono ancora ad affievolire, anziché a 
cementare il sentimento della famiglia — e per que- 
sto una legge tendente a diminuire le ore di lavoro 
e quella recentissima, tra noi, sul riposo festivo, 
non può, anche per questo riguardo, non apportarvi 
un efficacissimo rimedio — ; dall'altra assistiamo a 
questi due fatti in apparenza antitetici : mentre è 
tutt' altro che radicata la coscienza di questa mis- 
sione morale e sociale della famiglia, sicché ai più 
essa appare ancora, egoisticamente, come un istituto 
a sé e per sé, come campo chiuso, a tutte le lotte 
e tutte le vicende del mondo esterno, è però da tutti 
deplorato quanto poco dalle giovani generazioni sia 
oggi apprezzato il sentimento della famiglia, in con- 
fronto ai severi costumi degli avi che tale senti- 
mento, e in forma quasi ancora patriarcale, avevano 
profondissimo e tenacissimo. 



— 130 — 

Gli è che da una forma d' individualismo col- 
lettivo che pur valeva a rendere ferma ed armonica 
la compagine famigliare, siamo oggi passati alla forma 
più egoistica dell'egoismo, a un egoismo personalis- 
simo, per cui l' individuo, in nome del proprio be- 
nessere, del proprio tornaconto, giunge perfino a 
disgregare l'unità della famiglia, ponendosi in aperto 
e spesso violento dissidio cogli altri componenti di 
essa e calpestando spesso e soffocando ciò che di 
essa dovrebbe rimanere la base prima e fondamen- 
tale, la comunione cioè e la santità degli affetti. Un 
tempo avevamo a lamentare un concetto forse un 
po' troppo rigido dell'autorità paterna ed oggi, in 
omaggio naturalmente a pretese teorie emancipa- 
trici, a dieci, a dodici anni, abbiamo giovinetti ribelli 
che della volontà paterna non solo non tengono il 
debito conto, ma giungono a mancare verso i geni- 
tori ai più elementari e naturali sentimenti di af- 
fetto e di rispetto; un tempo, schiave di una falsa 
e misoneistica educazione, recluse nei collegi o presso 
alle gonne della madre, le nostre fanciulle vivevano 
affatto ignare del mondo, piena la mente di vieti 
pregiudizi e d' inveterate superstizioni, ed oggi, tutte 
imbevute delle rivendicazioni del femminismo, a quin- 
dici a sedici anni e nella più assoluta liberta, son 
già più che esperte e maestre nelle arti della ci- 
vetteria e della galanteria, venendo a perdere ciò 
che di una fanciulla dovrebbe sempre costituire la 
dote la più cospicua, il candore cioè e il pudore del- 
l' anima. E che dire dei profondi dissidi e delle gravi 
inimicizie che, nella forma talvolta la più violenta, 
sogliono esplodere, per minimi interessi, tra padre 
e figlio, tra fratelli e fratelli e che sembrano ricon- 
durre l' umanità allo stato primitivo e selvaggio ? 
Doloroso, ma vero; mai come oggi il principio d'as- 
sociazione annovera più seguaci ed apostoli ; mai 



— 131 — 

come oggi Io spirito di dissociazione giunge a con- 
turbare e a disgregare il sereno ambiente della fa- 
miglia. 

Ed è tempo, è tempo, in verità, che restituita 
al Padre una imprescindibile e ben intesa autorità, 
considerato il figlio come il sacro anello tra le pas- 
sate e le future generazioni, rispettata la Donna, 
quale moglie e quale madre, come il vero Spirito 
Santo delle domestiche pareti, torni, più alta e vera 
manifestazione di una nuovissima Trinità, il senti- 
mento della famiglia ad avere il debito, nobilissimo 
culto; e l'animo nostro, concluderemo col Mazzini, 
« si conforta, presentendo il momento in cui, rico- 
nosciuta 1' eguaglianza della donna, la madre e il 
padre governeranno congiunti e senza distinzione 
tra i figli, la famiglia, educatrice di cittadini allo 
Stato, educatore alla volta sua di membri attivi al- 
l'umanità », poiché noi non amiamo la famìglia 
fondata sull'egoismo, che cerca il benessere dei suoi 
membri nell'antagonismo col benessere altrui o 
nelV indifferenza che nega la fratellanza comune; 
il mistero dell'amore vi scende a non so quale spre- 
gevole istinto di bruii; m.a chi non amerà la fa- 
miglia che, assumendosi parte dell'educazione del 
mondo e riguardandosi come germe e primo nu- 
cleo della nazione, mormorerà al fanciullo, ira il 
bacio materno e la carezza del padre, il primo 
insegnamento del cittadino ? 

Ugo Della Seta. 



Le Commerce de l'ezportatlon des LiYres frangais 
à FEtranger et la Crise de la Librairie en 
France. 



C'est là éviderament un sujet très vaste, irès 
délicat et plein d'obscuritè; d'une manière generale, 
ya-t-il, oui ou non, crise de la librairie en France? La 
rèponse n'est pas aussi aisèe que l'on pourrait bien se 
l'imaginer ; car, s'il y a-crise apparente, il faut surtout 
proclamer, bien haut, qu'il y a surtout, comrae dans 
l' industrie de 1' automobile, surproduction enorme. 

On publie des centaines de volumes tous les ma- 
tins, rien qu' à Paris. Comment voulez vous que le 
public absorbe, achète et digère tout cela ? 

La puìssance d'achat du public clevient de plus 
en plus grande, au fur et à mesure que l'instruction 
se répand et devient plus generale ; c'est bien cer- 
tain; mais il faut reconnaitre qu' à 1' ètranger, aussi 
bien qu' en France, et souvent avec une plus grande 
intensitè, lorsque l'instruction y est fort rare, Gom- 
me en Russie, par exemple, le pouvoir de lecture et 
d'achat des livres est fort restreint et reste le mo- 
nopole d'une classe fort rèduite de la population. 

Et puis, il faut bien le dire, sì Fon veut que 
les volumes se vendent bien, il faut les faire à bon 
marche, concime les Amèricains, et non pas les main- 
tenir chers, non pas comme la musique, mais encore 
trop cher. 



— 133 — 

Eu France, on commence à faire des éditions de 
volumes de 65 à 95 centimes ; c'est trop bon marche 
èvidemment; mais aussi très mal imprimé, sur un très 
vilain papier et puis ce sont de mauvais romans que 
l'ori èdite ainsi ; il est bien que si l'ori veut arriver 
au succès dans cette voie, qui n'est pas commode, je 
le reconnais, il faut éditer de bons auteurs. 

Et alors c'est un dilemme terrible et je sais 
bien que Fon me rèpondra que ce sont facilement 
ceux là qui ne se vendent pas et que les gros tira- 
ges sont réservès à ceux qui écrivent des feuille- 
ton sans valeur pour le peuple. 

Maintenent, dans cette situation generale, quelle 
est exactement la situation de l'exportation de la li- 
brairie francais à l'etranger? Voilà ce qu'il est fort 
difficile d' établir exactement, pour ne pas dire im- 
possible. 

C'est naturellement l'administration des Douanes, 
c'est à dire le Ministère des Finances qui va me four- 
nir les indications nécessaires, mais combien vagues 
etbrutales, je pourrais dire. Et, quand on y rèfléchit, 
il est presqu'impossible qu'il en soit autrement. 

Le G-ouvernement se contente de nous donner 
des statistiques en kilogrammes et en volume. Hor- 
reur traiter ainsi les écrivains au poids, mesurer 
leur esprit, leur àme, leur coeur, leur talent avec 
une balance inconsciente et brutale ! Mais c'est un 
sacrilège, une profanation ! 

Je le sais bien, ami lecteur, mais avant de te 
livrer à un brave mouvement d'indignation, je te 
prie de remarquer qu'il ne peut pas, hèlas, en ètre 
autrement. En effet quelle autre base d'estimation 
voulez vous que l'on puisse avoir pour mesurer des 
statistiques, en dehors du poids et de la valeur? 

Il ne seurait en étre autrement et c'est preci - 
sément ce qui fait là mori onagri n; cas j'aurais 



— 134 - 

voulu savoir combien l'on exporte de volumes en 
quantilè et en categorìe, c'est à dire le nombre de 
volumes et combien de romans, de volumes d'histoi- 
re, de fantaisie, de sciences, d'arts, de mèdecine, de 
technicitè etc. etc. ( i ). 

Et c'est là prècisément le fait le plus important 
et le plus délicat pour nous hommes de lettres, sur 
lequel il m'est tout à fait impossible de vous ren- 
seigner. 

La chose serait cependant du plus vif intérèt, 
car nous ne manquerions pas de nous trouver en 
face des plus curieuses et des plus surprenantes sur- 
prises, si j'ose m'exprimer ainsi. Et pour n'en rap- 
peler qu'un exemple qui est bien typique, bien ignorè 
du grand public et seulement connu de ceux qui 
sont de la partie, comme l'on dit, je citerai celui 
de Paul de Kock, qui ne se lit plus guère en volume 
et qui n'est plus reproduit que par les journaux de 
province en feuilleton, depuis quii est tombe dans 
le domaine public. 

Eh bien, chose à peine croyable et bien curieuse 
et j'ajouterai chose bien difficile à expliquer, quoì 
qu'elle semble à elle seule, róvéler un coin de la 
mentalité de tout un peuple: Paul de Kock, traduit 
en espagnol, ou mème vendu en frangais dans les 
éditions originales, quoique mort en 1871, c'est à dire 
voilà bientòt trente huit ans continue à garder une 
grosse, forte et fidèle clientèle de lectrices en Espa- 
gne. Et c'est ainsi que toutes les jeunes femmes 
espagnoles, en faisant la siesta, se delectent en lisant, 
que dis-je ? en dévorant 1' auteur de Gustave lemau- 
vais sitjef, et de Paul et san chien ! 

Explique qui voudra le phénomène ; pour moi 

(*) Nous pensons que les grands éditeurs de Paris 
se prèteraient aisément à fournir des renseignements uti- 
les et intéressants. Le Directeur de VAnnuaire 



— 135 — 

qui L'ai souvent constate do mes propres youx en 
Espagne, je me contonte de le livrer aux méditations 

des psychologues qui me feront l'honneur de me lire. 
Mais j' en reviens à mes statistiquos et je dis 
quo si elles étaient minutieusement détaillèes, elles 
nous révéleraient, sans aucun doute, beaucoup do faits 
tout aussi intéressants que celui-ci; mais puisque 
cela est impossible, il faut savoir nous contenter de 
ce que nous avons et voici d'abord, à titre de sim- 
ple renseignement, los deux petits tableaux qui me 
sont fournis par l'Administration des Douanes ; le 
premier se rapporte à l'exportation des livres fran- 
gais à l'étranger en 1906, et le second pendant les 
neuf premiers mois seulement de la présente année : 

FRANCE. 
Exportation des livres fran^ais en 1906 

Commerce special 



Pays de destination 


Quantités en Kilogs 


Taux moyen 
d'èvaluation 


Grande Bretagne 


351.688 




Allemagne 


205,388 




Belgique 


799,042 




Suisse 


240,007 




Portugal 


71,492 




Espagne 


70,821 




Italie 


95,266 




Turquie 


65,004 




Etats Unis 


81,258 


4,22 


Brésil 


52,001 




Canada 


65,831 




Autres pays étrangers 


464,703 




Algerie 


150,048 




Tunisie 


23,243 




Madagascar et dépend. 


16,119 




Indo-Chine 


31789 




Autres colonies 


51 ? 335 




Totaux 


2837,035 


11.972.277 



— 136 — 



FRANCE. 

Exportation des livres francais (9 premiers mois de 1907 
Commerce special 

(CHIFFRES PROVISOIRES) 



Pays de destination 


Quantités en Kilogs 


Angleterre 


272,700 


Belgique 


724,600 


Allemagne 


192,700 


Italie 


61,800 


Suisse 


181,700 


Brésil 


51,200 


Algerie 


125,000 


Autres pays 


822,800 


Total 


2434,000 Kilogs 


Valeur 


9.023,000 



Et, tout d'abord, il convient de constater que la 
crise de la librairie, si crise il y a et non pas sur- 
production seulement, tendrait plutòt à diminuer, du 
moins au point de vue special de l'exportation. En 
effet, si la proportion de la dernière année de 1907 
se continue pour les trois derniers mois, nous au- 
rons pour l'année entière le chiffre de 3,144 kilo- 
grammes au lieu de 2,837,035 de V année précé- 
dente. 

Mais ce n'est pas tout et si je voulais me livrer 
à un examen attenti f et minutieux de ces simples 
chiffres globeux, au doublé point de vue économi- 
que et philosophique, il me faudrait encore entrer 
dans de très longs dèveloppements qui seraient tout 
à fait dispropotionnés avec le cadre de cet Annuaire. 

Cependant je ne puis m'empécher do signaler 
au passage comment la Belgique est notre meilleur 



— 137 — 

client, maìgrè les efforls des ses frères de t 'Alte- 
rnarne pour la germaniser ! 

Cela tient à ce que Fon parie partout frangais 
en Belgique et qu'à part de rares exceptions dans 
le peuple, mème ceux qui parlent flamand, les Fla- 
mingants les plus enragés parlent également bien le 
frangais. Et puis cela tient aussi et surtont, disons 
le bien haut, à ce qu'il y a, depuis quelques années, 
un admirable rèveil littéraire dans toute la Bel- 
gique. 

Pouf la Suisse, méme riflexion; pour ce qu'est 
de T Italie, je ne dirai q' un mot; e 1 est que je sou- 
haite de tout mon coeur que le chiffre de 95,266 
kilogrammes, dépasse bientót les cent mille et aug- 
mente beaucoup dans l' intérèt méme bien compris 
des deux nations soeurs. (*) 

Mais j'arriTe au point le plus curieux, trop 
ignorò malheureusement et je dirai méme an point 
le plus immoral de ce tableau ! je veux dire à Tex- 
portation de notre librairie en Allemagne qui n'est 
que de 205,388 kilogrammes, perceque la France est 
victime de la part de l'Allemagne non pas seulement 
de la concurrence de la Fronde, ce qui ne serait 
rien, mais de la contrefacon et des faux les plns 
éhontés, les plus indignes. 

À la Sorbonne, sous la présidence de M. Liard, 
vice-recteur de TUniversité, membro de l'institut, 



( l ) Nous acceptons, de tout coeur le voeu de notre 
confrère; mais nous remar quons que 100.000 kilos de li- 
vres, reprèsentent environ 200,000 volumes fran9ais qui 
entrent en une année en Italie, ce qui est considérable ; 
nous nous demandons si la France, en échange, achète 
la moitié au moins de ce chiffre italien; ce qui n'est 
guère probable. 

Le Directeur de VAnnuaire 



— 138 — 

nous avons proteste, en dénongant de pareils procé- 
dés; au Cèrcle de la Libro ir ie nous avons également 
proteste avec indignation. 

Voici de quoi il s'agit. 

Jai dit tout à l'heure que plus un peuple était 
instruit, plus il lisait; e" est précisément le cas des 
peuples scandinaves où les illettrès se comptent au 
millième et non plus au centième, cornrae chez nous. 
Chez eux, tout le monde sait lire et écrire sauf les 
idiots et les crétins, et, comm'ils ont d'admirables 
dispositions pour les langues et aiment beaucoup la 
France et notre littèrature, ce sont pour nous d'ex- 
cellents clients. Mais hélas, par routine et par eco- 
nomie, nos commergants, nos éditeurs n'envoyent 
pas des représentants le commerce, des voyageurs, 
cornrae les Allemands, et c'est précisément là ce qui 
nous perd. 

Toute Tannèe les commis voyageurs allemands 
courent les librairies de Suède, de Norvège et de 
Danemark. t 

~ Qu' avez vous, en fait de nouveautés fran- 
gaises? Dit le libraire scandinave et le commis voya- 
geur montre tout un assortiment de livres écrits en 
frangais, avec noms d'auteurs, d'éditeurs et d'impri- 
meurs de Paris ! ce sont, corame texte et corame 
gravures des volumes de la plus basse et de la plus 
ignoble pornographie, tous ècri/s et puUìès et fcìbrì- 
quès en Allemagne, à Leipzig; et il est vrairaent 
déplorable qu'une entente internationale ne puisse 
pas atteindre, interdire et punir une pareille atteinte, 
non seulement matérielle, mais surtout morale à 
l'honneur de tout un peuple. 

Hélas, ces livres se vendent beaucoup, beaucoup 
trop, à peine est-il besoin, de le dire et c'est corame 
cela que les Allemands disent: vous voyez bien ce 
que l'on écrit dans la Babylone moderne. 



— 139 — 

' Vraiment, ces inrerlis sont sans coscience et 
sans Pudeur. 

Et quand le libraire scandinave demande des 
ouvrages de géographie, de colonisation, d' histoire, 
où nous excellons, avec tant d'écrivans de talerit, 
le commis voyageur allemand présente des ouvrages 
allemands. en ajoutant: « Les Frangais ne font pas 
des ouvrages sérieux! » 

Voilà un des còtès les plus horribles de la con- 
currence allemande, et corame l'Italie doit en étre vi- 
ctime, tout cornine la France en une certame mesure, 
je crois qu'il serait bori de provoquer une grande 
conférence internationale pour régler cette question. 

A coup sur, officiellement du moins, le Gouver- 
nement allemand ne pourrait pas se refuser à écouter 
nos plaintes lègitimes et l'expression de notre indi- 
gnation et sous la poussèe de tout les états du monde 
civilisé, il faudrait bien tout de mème qu'il arri ve à 
en tenir compte, plus ou moins. Et puis on saurait du 
moins à quoi s'en tenir et les Scandinaves pourra- 
ient éviter le piège pornographique de la Germanie. 

Voilà où en est cette grosse question de la con- 
currence déloyale de l'Allemagne qui nous enlève 
évidemment une grande partie de l'exportation di- 
recte en pays scandinave et en Allemagne méme et 
c'est à cela qu'il faut porter remède; car ce n'est 
pas douze millions de francs de volumes, mais bien 
cinquante millions que nous devrions normalement 
exporter chaque annèe. 

Si cette question est de nature à intéresser mes 
leteurs, je suis tout dispose à en continuer ici-méme, 
d'année en année, l'examen détaillé sous ces diffe- 
rents aspects. 

Paul Vibert 

Conseiller du Commerce extérieur de la France. 

Paris, le 20 décembre 1907. 



Come vecchio discepolo dì Francesco Bopp, che 
comprese V ossei ano e altre lìngue caucasiche nella 
famìglia indo- europea, nella quale fece pure entra- 
re la lingua albanese, il preteso pelasgico, ho creduto 
dì dovere ospitalmente accogliere questo saggio di 
uno studioso valente linguista, che crede avere sco- 
perta finalmente la chiave dell* etrusco. Se bene 
nello scritto si trovino pia affermazioni che dimo- 
strazioni, se bene vi si parli, con troppa sicurezza 
di lìngue presso a poco ignorate, se bene da molte 
delle osservazioni ed asserzioni, la questione etru- 
sco, s' imbrogli più che non si chiarisca, se bene 
V autorità somma che l'autore attribuisce al padre 
De Cara, a monsignor Liverani ed altri simili eru- 
diti sia mollo discutibile, importa che la questione 
della lingua etrusco sia ancora agitata in Italia. Il 
giovine professore, a più riprese, nel suo scritto, 
ci prenunzio future scoperte. Lo aspettiamo allo 
prova. Per ora, la scoperta eh' egli avrebbe fatta, 
studiando V etrusco con V etrusco, sarebbe questa, 
che, nel lessico, V etrusco è turco -tartaro, nella 
grammatica, caucasico ; ma turco-tartaro e cau- 
casico sono per ora parole tanto vaghe, generiche 
ed elastiche, che, fin che non lo vedremo lavorare 
coi ferri in mano di una determinato lingua, pos- 
sibilmente antica e contemporanea air etrusco, quel- 
la gran compassione che gli destano gli infelici che 
sperano ancora di poter richiamare molta parte 
della civiltà, razza e lingua etrusco, tenuto confo 



— 141 — 

dei confala con altre civiltà, razze e lingue asiati- 
che, agli Arìi, non può ancora diventar -contagiosa. 
Nei giovani ci piacerebbe più la modestia che la bal- 
danza, ma perchè VA., durando da molti anni a 
spiegare V etrusco con V etrusco, dovrebbe aver tro- 
valo qualche coserella che giustifichi V entusiasmo 
per la sua scoperta, noi vogliamo offrirgli il modo 
di predicare fin d' ora il suo arditissimo verbo. 
Il Direttore dell'Annuario 



NUOVO SAGGIO SULLA LINGUA ETRUSCA 



I nostri studi della lingua estrusca datano dal 
1901, anno in cui prendemmo in esame il Corpus 
ìnscriplionum ilalicarum del Fabretti, e il Glos- 
sarium ìlalicum. Dopo aver tentato di formarci un 
concetto generale della posizione degli Etruschi di 
fronte agli altri popoli italici, ci applicammo allo 
studio delle varie opere che di essi trattarono, co- 
minciando dal Postel, dal Bourguet, dal Maffei, dal 
Passeri, dall'Amaduzzi, dal Cottellini, dal Dempster, 
ecc. ecc. venendo fino al Micali, al Mùller, al Risi, 
al De Cara, al Milani. Per ciò poi che riguarda in 
special modo l'interpretazione della lingua, esami- 
nammo successivamente il sistema semitico di Maz- 
zocchi, Tarquini, Stichel ; il greco-latino del Lami, 
del Gori, del Lanzi ; il celtico del Nardetti e del 
Bruce-Whyte ; l'iberno-celtico del Betham ; l' indo- 
italo-greco del Lassen, del Dodelein, del Lepsius, del 
Zeuos, del Lànge, del Kampf, del Grotefend, del Mom- 
msen, del Corssen, del Fabretti, ecc. ; l'asio-pelasgico 
del Milchhoefer; il reto-etrusco dello Steub; il tur- 
co-tartaro del Re e di altri, nonché le opere del 



— 142 — 

Sayce, del Taylor, del Pauli, e finalmente il sistema 
caucasico del Thomsen. Scrivemmo anzi una specie 
di Saggio nel 1902, saggio incompleto necessaria- 
mente, dove accennando solo ai tentativi più no- 
tevoli fatti per decifrare questa misteriosa lingua, 
e a varie prove da noi tentate invano in proposito, 
promettemmo, dopo alcune osservazioni preventive, 
di continuare gli studi, e di esporre in seguito il resul- 
tato delle nostre personali ricerche. Questo Saggio, 
che non è stato mai pubblicato per diverse ragioni, 
venne da noi inviato monoscritto alla R. Accademia 
dei Lincei nei primi del 1905. 

Abbiamo detto di tal saggio che non era com- 
pleto, e non poteva esserlo per molte ragioni. Prima 
di tutto non avevamo potuto fare studi abbastanza 
solidi sulla razza e sulle origini del popolo etrusco ; 
ora qualunque ipotesi sulla natura di tale idioma 
non può essere scompagnata da uno studio etnogra- 
fico e antropologico corrispondente, per quanto come 
abbiamo dimostrato nel nostro lavoro sxx\Y Unità del 
Linguaggio, non sempre la questione della razza 
coincida con quella della lingua, rispetto alla soluzio- 
ne definitiva. Ma per ciò che riguarda gli Etruschi — 
lo si vedrà meglio in seguito — non è possibile chia- 
rir bene la posizione e la natura della lingua senza 
conoscere le vicende della razza: altrimenti si rie- 
scirebbe a dar ragione solo del vocabolario senza la 
grammatica, o della grammatica senza il vocabolario, 
come infatti è avvenuto. 

In secondo luogo, non avemmo tempo di esami- 
nare a fondo e criticamente le varie opinioni pro- 
fessate dai dotti, e ci contentammo solo di accennare 
alle più notevoli, allo scopo di prepararci come una 
introduzione o prolusione ad ulteriori studi, con uno 
sguardo rapido e prospettivo delle vicende subite dai 
tentativi fatti per decifrare quella misteriosa lingua. 






— 143 — 

Infine, a noi mancava un metodo, un metodo 
nuovo, necessario a trovarsi, visto che quelli messi 
in opera fino allora non avevano dato alcun resultato 
attendibile, né potevamo rinvenirlo se non dopo ri- 
petuti studi, sia riguardo all' analisi di quelli ante- 
cedentemente proposti, sia riguardo alla ricerca di 
sussidi che valessero in qualsiasi modo a corroborare 
le opinioni sorte in noi dalla critica dei tentativi 
precedenti. Questo metodo, come vedremo, ci è stato 
fornito dall' esame accurato dell' etrusco medesimo, 
e confermato da studi etnografici e antropologici, 
dei quali accennammo sopra all' utilità, nonché da 
indagini intraprese sulla natura e lo scopo di certe 
costruzioni confrontate con altre analoghe di paesi 
diversi ( l ): studi e indagini per cui crediamo avere 
indovinato la chiave per altre future ricerche, non 
prive d' interesse, siccome a suo tempo speriamo 
dimostrare. 

Infatti il nostro soggiorno di 3 anni e più nella 
città di Volterra, precisamente dagli ultimi del 1902 
al Marzo del decorso 1906, ci ha permesso di com- 
pletare de visti importanti studi di archeologia etru- 
sca. Ma, riservandoci di esporne altrove i resultati, 
vogliamo dedicare questa Memoria in modo partico- 
lare alla lingua, e, dopo aver manifestate nel modo 
più breve possibile le ragioni che ci hanno indotto 
a procedere in una guisa piuttosto che in un'altra, 
applicare i resultati ottenuti col nostro sistema alla 
determinazione del ramo linguistico a cui si può 
ricondurre l'etrusco. 

Ripetiamo anzitutto che il metodo da noi seguito 
è diverso affatto da quelli usati fino ad ora. Ed ecco 
perchè. Visto che i tentativi di uomini sommi, o col 
semitico, o coll'indoeuropeo, o col turco-tartaro, o 



« 



Di queste tratteremo in altre Memorie. 



— 144 — 

coli' uralo-altaico, o coll'armeno, o col berbero, o 
col basco, ecc. ecc, sono andati falliti, o almeno 
non han dato quei frutti che i loro respettivi autori 
si erano ripromessi, (*) pensammo di procedere in- 
versamente. Invece di immaginare in modo appros- 
simativo, dall'esame di alcuni vocaboli, a qual lingua 
o ramo di lingue potesse assomigliarsi l'etrusco, per 
poi dedurne il significato, ( 2 ) credemmo bene di fare 
come suggeriva il Thomsen, ( 3 ) di spiegare cioè 
V etrusco colf ef rusco ( 4 ). 

Questo però non è esattamente il metodo dei 
propugnatori della cosidetta scuola italica, che con- 
siste per alcuni nel ricercare quali parole affini a 
voci etrusche sieno rimaste nei nostri dialetti si an- 
tichi che moderni. ( 5 ) Per quanto tal metodo possa, 



(*) Per quanto, come dicemmo nel Saggio, i tentativi 
del Re e del Thomsen ci sembrassero i più probabili. 

( 2 ) Ciò che molti hanno fatto, traducendo certe date 
iscrizioni, senza che il loro metodo applicato alla deci- 
frazione di altre abbia potuto o saputo dare resulti con- 
clusivi. 

( 3 ) Remarques sur la parente de la langue étrusque, 
in Oversigt over det Kongelige Danske Videnskabernes 
Selskabs Forhandlinger Copenhague 1899 n. 4, seduta 
del 5 maggio, p. 374, 

( 4 ) Questo è anche il principio del Pauli a proposito 
dell'iscrizione di Lemno; ma, come vedremo, è molto dif- 
ficile intendere a dovere questa massima e applicarla 
convenientemente. 

( 5 ) Cfr. il piemontese muru che il Re mette a riscontro 
col basco burna, capo, e considera come reliquia dell' e- 
trusco. (Il piemontese « muru » non è isolato e non pare fl 
potersi separare da « muso », « musonerta * e da < mu' 
tria » faccia sporgente, dalV inglese « mouth », dal tede' 
sco « mund » bocca, dal francese « moue » dal picardo 
« mouse », dal provenzale « morra », dallo spagnuolo 
« mozzo » , volendo poi citare il basco, non è « fuma » che 



— 145 — 

come dicemmo nel Saggio, aver molto di buono, 
nonostante in certi casi presenta molteplici incon- 
venienti, e lo si può vedere nei tentativi che i soste- 
nitori di esso ci hanno offerto. È noto che si volle 
spiegare varcnal o ramai coll'italico varco e var- 
care, sicché l'iscrizione: Fasti. Sentinatis. Veronal 
veniva tradotta: Fesii Suntìnatìs Trajechis. (*) 

Il Liverani poi, che pure in certi luoghi delle 
sue opere ci presenta delle ipotesi veramente ge- 
niali, ( 2 ) non è riuscito ad altro col suo sistema che 
a farci vedere in quasi tutte le iscrizioni ricordi di 
fonderie, ceramiche, e figuline di varie fabbriche, 
rendendo in bizzarra guisa certi nomi locali, e ri- 
trovando pretese traccie di una religione altrettanto 
strana quanto quella immaginata dallo Stichel, seb- 
bene assai meno terribile e spaventevole. ( 3 ) 

Infine, dato anche per certe parole moderne non 



si dovea ricordare, ma « musua » bocca, e « muturra » 
bocca sporgente, o mutria. V etrusco non e' entra). 

[A. D. G.] 
(') Bourguet. Sull'altàb. etr. Mem. Acc. Corton. I p. 8. 

( 2 ) Cfr. per es. quando nell'opera: Il Ducato e le an- 
tichità longobarde e saliche di Chiusi (Siena. Macci 1875 
p. 62) dice che gli Etruschi erano una propaggine sar- 
matica discesa dal Caucaso, donde piovvero molte stirpi 
di quei barbari che vennero a più riprese a desolare l'Ita- 
lia, dal che ne consegue che « la razza italica si ritemprò 
accostandosi al suo principio » per la venuta dei Longo- 
bardi. Ai Longobardi, secondo lui (p, 56) erano incorporati 
gli Eruli, i Gepidi, di stirpe gotica, gli Svevi o Alamanni, 
i Sarmati e Bulgari del Caucaso, i Pannonii e i Norici, 
colonie romane ivi tradotte da remotissime età. 

( 3 ) Vedi : « La Chiave vera e le chiavi false della lin- 
gua etrusca»: Saggio di M. Francesco Liverani. Lessico- 
grafia parte IV. Siena 1874 , e altre opere. In ogni modo 
certe sue ipotesi restano come testimonio della sua ge- 
nialità, come per es. quella dalla terziatura etrusca. 

io 



— 146 — 

resti alcun dubbio quanto alla loro origine etnisca, 
come per es. la voce camera, restiamo sempre alla 
medesima questione di saper qual sia la genesi pri- 
mitiva e la posizione dell'etrusco stesso; senza con- 
tare che pochissime sono le voci di cui ci possiamo 
render sicuri quanto al significato. (*) Invece per 
trarre delle conclusioni certe riguardo alla natura 
e alla derivazione di una favella, occorre un numero 
assai rilevante di parole, molto più ove si tenga con- 
to del fatto iie\Yunità del linguaggio per -cui radici 
simili si trovano in tutti i principali idiomi del mon- 
do: quindi sarebbe tanto facile, coll'esame di poche 
voci, dimostrare che 1' etrusco deriva dall' ebraico, 
come dal celtico o dall'armeno. 

Dunque la massima suggerita dal Thomsen di 
spiegare 1' etrusco coli' etrusco deve essere intesa 
a dovere: non tutti lo fecero, e di qui deve ripetersi 
la mancanza di soddisfacenti resultati in quelli stessi 
che V hanno proposta. 

Noi pertanto abbiam creduto che dovesse appli- 
carsi colle seguenti regole: 

1. Determinare in prima, osservando e stu- 
diando più esattamente, le iscrizioni conosciute, quali 
siano le parole che più spesso vi ricorrono. 

2. Esaminare poi il posto che occupano, e 



(*) Per es. si potrebbe supporre che il nome di Ca- 
ere, potente e illustre città etrusca, corrispondesse a 
quello di una che fu poi la Cerere dei Romani : ma pur 
ammettendo che non vi facesse ostacolo il dittongo, qual 
costrutto derivare da tal confrontò, dal momento che la 
rad. har col senso produrre, generare, ecc. si trova nel- 
l'indoeuropeo del pari che nel sumerico e nel khamitico ? 
Lo stesso è a dirsi quanto all' etimologia della voce ca> 
mera, di fanum ecc. Perfino la voce curis che in sabino 
indica hasta, onde Quirino, Quiriti ecc. si spiega benessimo 
anche coll'accadico gir — quir che indica punta, spada, ecc. 



— 147 — 

dopo aver rilevato in modo approssimativo la natura 
di un'iscrizione, indagare qual sia il senso più pro- 
babile in quel dato luogo. 

3. Provare se questo significato possa calzare 
appuntino in tutti i casi in cui si trova adoprato il 
medesimo vocabolo, per confermare in tal guisa il 
senso attribuito. 

4. Vedere infine quali siano le parole che più 
frequentemente ricorrono avanti o dopo a quelle di 
cui è stato rivelato il senso, aiutandoci anche per 
queste coli' esame del carattere e della destinazione 
del luogo in cui l' iscrizione si trova, con frasi bi- 
lingui che, eventualmente, possono aversi, o colla te- 
stimonianza degli autori classici che han tramandato 
parole etrusche. (*) 



( l ) Esichio, Varrone, Festo, ecc. Si noti però — e lo abbia- 
mo osservato anche nel Saggio precedente — che l'utilità 
derivante da siffatte testimonianze è nella maggior parte 
dei casi assai dubbia, sia per la difficoltà di ritrovare nei 
monumenti scoperti voci citate dai classici, sia per la 
cattiva trascrizione di certi vocaboli. Ctr agalletor che 
Esichio dà per equivalente a, puer. Lex. I col 29: «yaXXyjxopa 
reaida TuppYjvo-1 : vedi Bochart, Dempster, ecc. ecc. a proposi- 
to). Maffei dice (Osser. lett. VI. 7.173 ; Lanzi I 43 — 34) 
che àyàXXsTop puer, pare laconismo invece di àyàXXaxToc; 
Noi riteniamo probabile 1' osservazione di alcuni, per es. 
del Re fArch. di lett. bibl. e or Anno I Maggio 1880 n. 5 
pag. 129 segg.) che questa voce sia composta. Il primo 
elemento agal si è confrontato con cai da clan indicante 
figlio (cfr. ogul, ogl, oglan, ogulan — figlio in turco-tarta- 
ro), il secondo con etera, voce che trovasi spesso nelle 
iscrizioni, o con altra analoga. Si può credere benissimo 
che Esichio avesse due voci col significato analogo a puer 
e scrivesse ayaX, stop rcat8a Tuppvjvoi. Quanto poi alla spie- 
gazione di àY«/vY]iopa proposta dal Bugge (Altit St. 23J e 
riferita dal Lattes (Iscriz. della Mummia p. 67, n. 92) cre- 
diamo non sia il caso di insistervi. 



— 148 — 

E così di seguito, finché non avremo il probabile 
valore di un certo numero di voci, in base alle quali 
sia permesso afferrare il senso generico di qualche 
iscrizione, benché corta. Sarà facile dopo completare 
le lacune. Applicando poi il procedimento a qualche 
iscrizione più lunga, si potrà determinare il senso 
di un gran numero di esse. Così abbiamo fatto noi, 
e il resultato ci sembra abbia corrisposto, come a 
suo tempo vedremo, alla nostra espettazione. 

Si dirà daccapo che questo metodo non è nuovo 
ed è stato propugnato anche da altri, citati dal Risi 
assai prima di noi : ma abbiamo da rispondere a 
tale insinuazione. Prima di tutto, il loro metodo non 
era affatto simile al nostro. Noi abbiamo potuto tener 
conto di un maggior numero di monumenti che non 
erano a disposizione di quanti scrissero prima del 
Risi. D'altra parte, i pregiudizi, malgrado tutto, re- 
stavano sempre in molti per intralciare l'esito che 
il metodo di per sé stesso avrebbe potuto produrre. 
Chi teneva come a priori che l' etrusco dovesse es- 
sere indoeuropeo, ( 4 ) era spinto quasi inconsciamente 
ad assegnare particolari spiegazioni, e giustificarle 
con etimologie desunte dal sanscrito, o dal greco 
e dal latino. Basta vedere come la parola clan, la 
quale da molto tempo pel sussidio delle iscrizioni bi- 
lingui si era riconosciuta come equivalente a fìlius ( 2 ) 
potè essere analizzata col sistema indoeuropeo. Per 
citare un solo esempio di tali etimologie basterà ri- 
cordare l'analisi del Trombetti neh' opera: Indo- 
germanisclie und Semilìsclie Forsclmngen. ( 3 ) Dopo 



(*) Fortunatamente, come osserva il Thomsen, il nu- 
mero di questi dotti è andato sempre più diminuendo. 

( 2 ) Per quanto il Lattes, 1. e. p. 179, abbia osato ne- 
garlo, appoggiandosi ad altri. 

( 3 ) Bologna, Treves, 1897. p. 3. 



— 149 — 

avere affermato: « Das Etrusckische cine indoger 
manische Sprache, » spiegava 1' etrusco clan, sohn- 
da * cnal = lat. gnalus, armeno cnal (snay = natus- 
sum); tìiocemal = thocerania (d): Also Thocernai 
clan ; ambiai {— ' amol-cnal) — Arria natii, eec. 
Né contento di questo voleva che * Het-rùs-ia fosse 
uguale a Land der ìiet (lat rus, ruris) ; aVx{a)l 
nei numerali ci-alyl, si-àftl, semy-aftl ecc. — -a- 
df (m) l analogo al latino -à-gìnta in quadraginta 
ecc. ; confrontando poi zal con Kfc, e così di seguito. 
Meno male che di tali etimologie non si trovali trac- 
eie nell'opera recente sull' JJnìlà del Linguaggio; 
ivi si può dire che 1' etrusco non è neppur ram- 
mentato. 

Infine il metodo a cui sopra accennammo fu ap- 
plicato a poche parole isolate, e non potè dare resul- 
tati certi perchè queste parole, di cui si credette 
avere scoperto il valore, non erano situate nelle 
iscrizioni in modo tale da poter sempre corrisponde- 
re con quel determinato senso, e detter luogo a con- 
testazioni quando si vollero spiegare in composizione 
con altre: come si può vedere'a proposito delle voci 
avil, ril, lupu, ecc. per mezzo delle quali, per quanto 
tradotte con sufficiente certezza, non si è mai potuto 
procedere oltre: segno che il metodo o la sua appli- 
cazione non era esatta. Che se fosse stato esteso a 
tutte, o almeno ad un gran numero di iscrizioni, si 
sarebbe subito scoperta la debolezza di tal procedi- 
mento. Del resto, poco importa persuadersi che avil 
e ril davanti ad una cifra si riferiscono ad una de- 
signazione di età, quando non si sappia analizzare 
separatamente avil e ril, e molto meno ricondurle 
ad un idioma determinato. (*) 



(*) Prova ne sia che il Ee spiegò avil ri per mezzo 
del turco-tartaro colla medesima sicurezza con cui Lanzi 



— 150 — 

Noi abbiamo tentato di applicar l'analisi a tutte 
le iscrizioni contenute nel Corpus del Fabretti e in 
quello del Pauli, e il nostro metodo sempre ha fatto 
buona prova: non avremmo speso inultimente il no- 
stro tempo in 6 anni di studi, se quanto i dotti non 
hanno potuto con sicurezza ottenere dal 1500 in poi 
e non per mancanza d'ingegno o di dottrina, fosse 
finalmente sul punto di conseguirsi. 

Dopo aver precisato col controllo delle iscrizioni 
fin qui conosciute, in cui si ritrova la medesima 
parola, il senso di molte voci, abbiamo creduto di 
aver materiale sufficiente per indagare qual fosse 
l'idioma in cui rinvenir si potessero parole analoghe 
di simile significato. Ma non bastando una sola lin- 
gua o gruppo di lingue per render ragione della 
grammatica e del vocabolario, ci siamo accorti che per 
spiegar l'etrusco sono necessari da un lato il grup- 
po turco-tartaro ( A ) per mezzo del quale si rimonta 
fino al sumerico, e da un altro gli idiomi caucasici. 
Parrà forse strano questo ravvicinamento, ma ver- 
rà chiarito in seguito. 

Il Thomsen, per citare uno dei più autorevoli, 
non ha creduto di dover prender in considerazione 
1' ipotesi turco-tartara, dicendo che l'etrusco differi- 



e i seguaci dell'indoeuropeo le spiegano per mezzo del 
sanscrito, del greco, ecc. 

(*) Sia che questo si voglia mettere in relazione col- 
Paccadico, e Paccadico col turanico, come afferma Lenor- 
mant, sia che debba distinguersi il vero accadico dal 
turanico, come sostengono altri: vedi quanto ne scrivem- 
mo nella III parte dei nostri Materiali per servire allo 
studio dell' origine e dell' unità del linguaggio, premiati 
di menzione onorevole nei 1901 della R. Accademia dei 
Lincei. Dell' accadico e del sumerico parleremo a lungo 
in un'opera grande che avrà per titolo : Le civiltà pela- 
sgica ed etrusca, e le origini italiche. 



— 151 — 

sce enormemente da quelle lingue ('). Malgrado que- 
sta affermazione, se il dotto autore ha potuto tro- 
vare molte concordanze rispetto alle forme gram- 
maticali tra l'etrusco e le lingue caucasiche, da lui 
particolarmente studiate, non ha potuto citare quasi 
nessun esempio di concordanza rispetto ai vocaboli, 
ad eccezione dei numerali, e ne vedremo appresso 
il motivo. ( 2 ) 

Al contrario il Re e altri, che- notarono somi- 
glianze non indifferenti tra voci etrusche e voci 
turco-tartare, non nati potuto estendere con frutto 
le loro ricerche alle forme grammaticali. Infine, dal 
1899, epoca in cui il Thomsen parve esser prossimo 
alla soluzione del mistero colle sue osservazioni sulla 
parentela dell'etrusco col caucasico, tanto che, il 9 
Ottobre, V. Henry esprimeva al Congresso internazio- 
nale degli Orientalisti di Roma, la convinzione che, 
se il problema etrusco dovesse mai esser risoluto, 
lo sarebbe stato nella direzione così ingegnosamente 
aperta dal Thomsen, ( 3 ) sono corsi 7 anni, et adirne 
Bub indice lis est. Se fosse bastato lo studio delle lin- 



( 1 ) L. e. p. 374. 

( 2 ) Si potrebbe dire nessuno invece di quasi ìiessuno 
perchè la concordanza dei numerali è dovuta a circostanze 
speciali, di cui parleremo a suo tempo; e altri ravvicina- 
menti, per es. di voci caucasiche indicanti mese e luna col- 
l'etrusco tiv, tirr (tivrs) sono fondati sulla riconosciuta 
significazione di luna e mese attribuita respettìv amente 
all' etrusco tiv e tivr, e per noi non bastano a provare 
la derivazione del vocabolario etrusco dal caucasico. Ma 
siccome, oltre al Thomsen, altri hanno creduto di poter 
trovare somiglianze lessicali tra i linguaggi, ci affrettia- 
mo a dichiarare, che, se pur ciò fosse vero, non contra- 
sterebbe per nulla colla nostra dottrina : e lo proveremo 
in seguito. 

( 3 ) Bollettino del Congresso n. 15 p. 6. 






— 152 — 

gue caucasiche, Thomsen avrebbe già ottenuto la 
vittoria. Però egli si è forse dimenticato in seguito 
quanto aveva concluso nelle sue « Etudes lyciennes », 
che cioè il licio, a suo parere, doveva considerarsi 
come una lingua mista, di morfologia indoeuropea, 
ma di cui il vocabolario non è affatto indoeuropeo, 
né attualmente determinabile (*). 

Egli non pensò che qualcosa di simile potesse 
verificarsi per l'etrusco. Il sistema turco-tartaro e 
l'uralo-altaico non hanno approdato a nulla, perchè 
mancavano le corrispondenze grammaticali ; il siste- 
ma caucasico non ha parimente risoluta la questione 
perchè mancavano le corrispondenze lessicali: di qui 
il Thomsen doveva capire come i due sistemi non- 
ché non escludersi, eran piuttosto tali da compiersi 
a vicenda. 

Doveva parere strano a lui per es. che, nel cau- 
casico, se vi si trovano terminazioni affini all'etru- 
sco per designare la provenienza, inquanto ciò di- 
pende da analogie grammaticali, manchi però una 
forma da confrontarsi coll'etrusco clan, che per lui 
pure indubbiamente significa figlio, ( 2 ) Ora se l'etru- 
sco fosse caucasico, anche per il vocabolario, la so- 
miglianza a proposito di una voce così comune, non 
avrebbe dovuto probabilmente mancare. Invece egli 
stesso riconosce che negli idiomi caucasici si trovano 
molte voci che differiscono assai tra di loro, e di 
cui nessuna rassomiglia particolarmente al clan, ( 3 ) 
pur supponendo che clan non sia primitivo, e possa 
riconnettersi al verbo clalu, ( 4 ) Infatti il licio qla, 
che secondo Bugge indica figlio e corrisponde al- 



(■) Pag. 3. 

( 2 ) Pag. 373. 

( 3 ) Pag. 386 II K. gal non può essere all'uopo. 

( 4 ) Id. n. 1. 



— 153 — 

l'etrusco clan, non trova confronto in caucasico, men- 
tre vi si hanno analogie colla voce zul di una iscrizio- 
ne trovata in Egitto, e che il Sayee (*) crede apparte- 
nere ai Lidi. Thomsen pensa che zul indichi figlio, 
e possa confrontarsi col georgiano svili, inghil. sul, 
figlio. ( 2 ) Ora, comunque si voglia giudicare di tutto 
questo, non è men vero che le somiglianze debbono 
per lo più aver luogo riguardo a terminazioni o a 
voci che tanto in etrusco quanto in caucasico si 
riferiscano a forme grammaticali. ( 3 ) Difatti zul in 
etrusco non si usa da solo per figlio, ma ci si pre- 
senta forse come suffisso o desinenza formativa di 
oggettivi indicanti derivazione, rapporto ecc. : tali 
confronti quindi sono di natura grammaticale e non 
lessicale. Le cose cambiano quando l'etrusco clan si 
paragoni con vocaboli di altri idiomi. ( 4 ) 

Una delle ragioni per cui non si poteva inter- 
pretar 1' etrusco, era che non si sospettava niente 
affatto la complicazione, diciamo così, grammaticale 
delle parole. Chi mai si sarebbe immaginato che vo- 



( 1 ) Proc. Soc. B. Arch. XVII. 1895, p. 41. 

( 2 ) Si cfr. il neosumerico ivil, ciuvassico yexgl, che 
Hommel (storia di Babilonia e di Assiria p. 302) mette 
a confronto col sumerico ugni, figlio. 

( 3 ) Che dalla radice primitiva eia, o dal sumerico ugni 
si sia poi per successive modificazioni arrivati fino a gh(v) 
atti, gwgl , ivil, s-vil , svili, Sìd, zul, ecc. come qualcuno 
potrebbe supporre, dato anche fosse vero, non pro- 
verebbe nulla contro il nostro asserto, perchè clan restò 
sempre in e3trusco principalmente un nome o un parti- 
cipio, mentre zul, analogo alle voci in questione, ci si 
presenta solo come terminativo, o suffisso di provenienza. 
D' altra parte il caucasico e l'etrusco possono bene aver 
derivato qualche vocabolo da una fonte comune. 

( 4 ) Si ricordino le analogie segnalate dal Re col tur- 
co-tartaro. 



— 154 — 

caboli in apparenza così semplici, thues',etve, sians' 
zer, fleres ecc. dovessero risultare dall'unione di più 
radici e di più elementi significativi? Pareva che 
certe voci fossero per riuscire tanto facili, e invece 
all' analisi minuziosa appaiono complesse oltre ogni 
dire. 

Per rispetto alla verità, dobbiamo riconoscere 
come non poco vantaggio pel deciframento di tali pa- 
role ci hanno fornito i nostri precedenti studi sulle 
radici semplici e composte, iniziati fin dal 1900, e 
dei quali abbiamo dato un riassunto nel lavoro sull'U- 
nità del Linguaggio. 

Nella prima Memoria sulla lingua etrusca, dice- 
vamo che il nostro metodo comparativo avrebbe potu- 
to col tempo darci modo di penetrare il senso delle 
misteriose iscrizioni; e non ci siamo ingannati: il 
processo di scomposizione delle radici applicato alle 
voci etrusche ha prodotto, ci sembra, buoni effetti. 
Qui è proprio il caso di dire che l'analisi gramma- 
ticale delle parole era indispensabile, non tanto per 
riconoscere l'affinità deli' etrusco con altri rami, (*) 
per determinare la natura propria della lingua che, 
pur avendo un sustrato lessicale turco-tartaro, o me- 
glio pelasgico, come si mostrerà meglio in seguito, non 
corrisponde appuntino ad esso per la grammatica, 
ma ci presenta la sovrapposizione di un organismo 
caucasico. Senza tener conto di questo, non avrem- 
mo mai potuto scorgere il senso di certi vocaboli. 
Chi l'avrebbe detto al Liverani che spiegava clan 
per bronzo, e zec per officina, ( 2 ) mentre pur so- 
spettava un rapporto tra gli Etruschi e i Caucasici 
e al Thomsen che, sebbene avesse indovinato un si- 



(') Perchè, siccome dimostrammo altrove, non è sem- 
pre necessaria l'indagine grammaticale per giungere a 
questo resultato. 

( 2 ) L' italiano zecca. 



— 155 — 

stema grammaticale analogo a quello delle lingue 
lesghie, affermava differire enormemente l'etrusco 
dal turco-tartaro ì 

Non è pertanto motivo per noi di piccola sodisfa- 
zione il fatto che, fino dal 1900, avevamo accennato 
alla possibilità di un sustrato non indoeuropeo nei 
così detti dialetti italici. ( £ ) Nel Saggio del 1902 so- 
stenemmo la probabilità di un sustrato khamitico o 
accadico riguardo all' etrusco, esprimendo il parere 
che la decifrazione di esso si sarebbe forse un gior- 
no o l'altro avuta colla fusione dei due sistemi turco- 
tartaro e caucasico, ( 2 ) coli' applicazione del nostro 
metodo di analisi delle radici, che poi fu esposto 
nell'opera sull' Unità del linguaggio. Ora i nostri 
ultimi studi hanno confermato questa specie di pro- 
fezia o intuizione : da essi ci risulta, mediante la 
scomposizione dei vocaboli, di cui si è prima deter- 
minato il senso col processo sopra descritto, che il 
fondo dell'etrusco è turco-tartaro, o alarodiano o 
pelasgico che dir si voglia ( 3 ), e la grammatica pre- 
valentemente caucasica. Le ragioni del fatto le espor- 
remo tra breve, quando diremo del rapporto in cui 
le nostre ricerche sì trovano con quelle del De Cara, 
mostrando come la storia, l'etnografìa e Y antropo- 
logia confermino le nostre induzioni. 

Si potrà dire a priori che il sistema non è nuo- 
vo, essendo stato tentato dal Brown con risultato 
problematico per l'iscrizione di Lemno, ( 4 ), ma facil- 
mente questa asserzione può ribattersi osservando : 
1.° Che il Brown non arriva a determinare 



C 1 ) Notizia di alcune voci egiziane ecc. Pisa Mariotti 
1900, p. 28 20 

( 2 ) Propugnati 1' uno dal Taylor, dal Re, ecc. l'altro 
dal Thomsen. 

( 3 ) Hominel, De Cara, ecc. 

( 4 ) Roberto Brown Juniore. The Etruscan Inscrip- 



— 156 — 

il significato del vocabolo col nostro metodo anali- 
tico di scomposizione, il quale sussegue invece al 
rilievo preventivo del senso generico, dietro l'esame 
del posto che le parole occupano nelle iscrizioni ; 
ma solo col notare somiglianze più o meno esatte, 
che il più delle volte possono essere accidentali o 
apparenti, tra le voci del monumento e vocaboli ac- 
cadici, magiari, finnici, tongusi, buriati, estonii, sa- 
moiedi, turco- tartari, ecc. venutigli in mente per 
associazione o altro motivo ( 1 ). 

2.° Che al Brown mancava affatto la possibilità 
di spiegare la forma grammaticale, che, siccome ab- 
biamo detto, non può ritrovarsi affatto simile negli 
idiomi ugro-altaici, ma solo nei caucasici. Quindi il 
nostro metodo non ha nulla che vedere col suo : e 
riteniamo che fosse più ragionevole il sistema del 
Re, il quale esaminava soltanto parole di significato 
certo per la testimonianza di autori classici, riferen- 
dosi poi a vocaboli simili di analogo senso nel turco- 
tartaro, senza avventurarsi con iscrizioni lunghe e 
piene di voci sconosciute. 

Neppure si potrà rimproverare a noi quel pro- 
cesso di stiracchiamento, a uso letto di Procuste, per 
cui si resero celebri Corssen, Stichel e altri. Del 
resto, questo processo fu la conseguenza del pregiu- 
dizio e del partito preso. Anche riguardo al Trom- 
betti si può dire lo stesso che del Corssen : la pre- 



tion of Lemnos. Proced. Soc. Arch. Bibl. Aprile 1888. p. 
316 seg. Maggio pag. 346 seg. 

( : ) E noto che il Brown spiega l' iscrizione di Lemno 
coll'ugro-altaico, ritenendo che essa sia etrusca. In ogni 
modo le difficoltà che il De Cara propone contro tale 
ipotesi si possono facilmente sciogliere con quanto diremo 
in seguito. Vedi: De Cara. Hethei-Pelasgi, voi. IL p. 65 
e seg. e specialmente pag. 67. 



— 157 — 

venzione che l'etrusco dovesse essere indoeuropeo, 
lo spinse a forzare il significato, la forma e la re- 
lazione in modo veramente strano. Ma, invece, biso- 
gna riflettere che, seguendo tal via, l'etrusco può 
spiegarsi con qualunque lingua : e fu spiegato in- 
fatti coll'ebraico, col fenicio, col celtico, col sanscrito, 
coll'armeno, col basco, col berbero, col turco, col 
finnico, ecc. ecc. vale a dire con tutti i principali 
idiomi del mondo. 

Noi pertanto non siamo stati mossi da alcuna 
idea preconcetta e l'ipotesi turco-tartaro-caucasica 
non è per noi il punto di partenza, ma il risultato 
deìle ricerche: la nostra analisi vien confermata dal 
fatto che il senso della parola così esaminata, ap- 
plicato alle voci simili di altre iscrizioni, combina 
mirabilmente, e serve a spiegarle tutte. 

I nostri studi sono da un lato corrispondenti a 
quelli del De Cara, per ciò che riguarda l'archeolo- 
gia e l'etnografia, ma pur differiscono da essi in vari 
punti sostanziali. 

Col De Cara non si scorge molto bene la posi- 
zione dei Protopelasgi di fronte a quelli che esso 
chiama Deuteropelasgi, venuti in Italia vari secoli 
dopo i primi. In secondo luogo non si tien conto 
delle risultanze degli studi del Re e del Thomsen, 
per tacere di molti altri. Infine, l'elemento ario nei 
dialetti italici non viene spiegato con un' ipotesi 
molto sodisfacente, mentre vedremo che col nostro 
sistema se ne rende pienamente ragione. 

Noi intendiamo di coordinare tutto quanto di 
notevole e di probabile è stato asserito dai dotti ri- 
guardo al problema etrusco sia dal lato archeolo- 
gico, etnografico, antropologico, ecc. sia dal lato lin- 
guistico. Ma, riservando ad altra opera un'esposizione 
più minuta delle nostre ricerche, accenneremo qui 
brevemente ai resultati di esse per quanto si rife- 



— 158 — 

risce alla questione etnografica in rapporto colla 
linguistica. 

Vi sono state per noi due grandi immigrazioni 
in Italia di popoli pelasgici (*), con una distanza di 
vari secoli tra l'una e l'altra. 

Senza per ora discutere la modalità della pri- 
ma, né se avanti di partire dall' Asia i Pelasgi aves- 
sero avuto dei rapporti colla Caldea, dove il De Cara 
pone le loro primitive sedi ( 2 ), diremo che, dopo esser 
passati per la Grecia penetrarono in Italia, spingen- 
dosi da un lato fin verso il Bolognese, da un altro 
fino in. Toscana ( 3 ), e occupando, oltre ai luoghi dove 
poi fu Roma, le terre che videro sorgere le città di 
Alatri, Ferentino, Anagni, Valmontone, Ceccano, ecc. 
fino a Isernia ( 4 ). 



(*) Cfr. Hommel (1. e. p. 697) che li chiama alaro- 
diani. 

( 2 ) Il parlare della Caldea, a proposito dei Pelasgi e 
anche degli Etruschi non deve ormai parere strano dopo 
gli studi di Schjott : Etruskernes herkomst in Nyt Tidss- 
krift, Christiania, 1886, e dopo le conclusioni a cui molti 
dotti sono giunti riguardo all'origine caldaica dell' aru- 
spicina etrusca. Cfr. Boissiev: Note sur un document ha- 
bylonien se rapportarli à V extispicine, Genève, 1899, Note 
sur un nouveau document se rapportane à V extispicine, 
Genève, 1901 ; Milani; Mundus e Templum , Rendic. della 
R. Acc. dei Lincei, voi. X. fase. 5. 1901, ecc. Vedi come 
la questione dell'aruspicina etrusca è svolta in De Cara, 
voi. III. cap. XIX. pag. 326 seg. 

( 3 ) Volterra, ecc. 

( 4 ) Avanzi di costruzioni pelasgiche, analoghe a quelle 
che si sono scoperte nell'Asia possono vedersi in molte 
delle località sopra ricordate. Per le mura e l'acropoli 
pelasgica di Alatri vedi: De Cara I. 433; per le mura di 
Ferentino id. Isernia viene pure indicata con un cerchio 
rosso nella carta compilata dal Prof. Mariani in calce al 
De Cara. Quanto a Volterra, alcuni han creduto di ritro- 






— 159 — 

Quali popolazioni avrebbero trovato in Italia i 
Pelasgi? Certamente le condizioni del nostro suolo 
dovevano essere molto diverse dalle odierne, e può 
attestarcelo la geologia, ai cultori della quale ci ri- 
mettiamo. Quanto ai popoli primitivi, essi dovevano 
esser proporzionati ad uno stato speciale di cose, e 
poiché l'Italia abbondava allora di luoghi paludosi, 
segnatamente nella parte padana, si deve ammettere 
che nei tempi remotissimi fosse abitata dai costrut- 
tori delle palafitte. Questi eran venuti forse dalla 
Svizzera, e non siamo contrari a considerarli come 
appartenenti alla stirpe ariana (*), rozzi e pelosi, 
senza scrittura, senza civiltà, i quali si servivano 
di armi di pietra ( 2 ). 

Questi primi abitatori della nostra penisola ( 3 ) 



varvi traccia di costruzioni peiasgiche, e ci occuperemo 
ampiamente altrove di tal questione come pure dell' al- 
tra se i primi Pelasgi vennero tutti insieme o a vari in- 
tervalli; dalla medesima parte o da parti diverse. 

(*) Senza discutere ora se debbono riferirsi a quelli 
che poi furon detti Celti, o a quelli che furon chiamati 
Teutoni. 

( 2 ) Cfr. Vittorio Hehn : Kulturpflanzen und JJausthiere 
in ihrem Uebergang aus Asien nach Griechenland und 
Italien soivìe in das ùbrige Europa, sett. ediz. curata da 
Schrader. Berlin 1902. Le opinioni recise di Hehn sono 
temperate assai dall' opera di 0. Schrader : Reallexikon 
der indogermanischen Alter tumskunde. Strasb. 1901. 

( 3 ) Alcuni attribuiscono le abitazioni lacustri lom- 
barde, le terremare dell'Emilia e le palafitte venete ai 
Celti che sarebbero immigrati alla fine dell'età neolitica. 
Vedi : De Cara III. 69. 11 Pigorini invece ascrive solo il 
gruppo occidentale ai Celti, i quali sarebbero venuti alla 
fine dell'età neolitica, e all'alba dell'età del bronzo, dalla 
Svizzera. Cfr. Atti del Congr. Geogr. Genova 1892. Si noti 
però che noi siamo arrivati alle conclusioni suesposte 
indipendentemente dalle ricerche del Pigorini e di altri, 



— 160 — 

non avrebbero nulla che fare con altre popolazioni 
antiche, che secondo noi debbono riferirsi alla pri- 
ma migrazione pelasgica, o ad altre di stirpe affine 
o diversa, non però indoeuropea. 

I Pelasgi furono un popolo grande e forte, come 
ne fanno testimonianza gli avanzi delle maravigliose 
città da essi costruite. Non è ora il caso di trattare 
della loro civiltà, dei costumi, della religione, ecc, 
per le quali cose intanto rimandiamo al De Cara (*) 
e al Milani ( 2 ), riservandoci a discorrerne nell'opera 
promessa, per quanto si riferisce in particolar modo 
all'Italia. Non vogliamo neppure estenderci all'esame 
dei vari centri che si formarono per effetto della 
prima migrazione, e passiamo alla seconda. 

Questa avrebbe preso le mosse dall'Asia Minore 
e sarebbe stata l'opera dei Tirreni di cui parlano 
gli storici greci e latini, i veri Etruschi, che Ero- 
doto fa venire dalla Lidia. Alla tradizione erodotea 
non toglie valore la nostra opinione sugli elementi 
caucasici della grammatica etrusca, ma anzi la con- 
ferma, come avremo campo di dimostrare a suo 
tempo. Notiamo soltanto che in favore di Erodoto si 
possono citare molti argomenti. Tra gli antichi, ri- 
corderemo Timeo, Strabene, Plutarco, Appiano Ales- 
sandrino, Velleio Patercolo, Valerio Massimo, Giu- 
stino, Plinio, Festo e Servio che hanno adottato il 
racconto dello storico d'Alicarnasso sullo stabili- 
mento dei Lidi in Italia ( 3 ) Raoul Rochette ( 4 ) cita 






e lo proveremo in seguito mostrando la divergenza tra 
i risultati, a cui essi giungono, e i nostri, che sono dia- 
metralmente opposti. 

(*) Hetheì — Pelasgi, voi. I. 

( 2 ) Studi e Materiali ecc. 

( 3 ) Cfr. Zannoni : Dissertaz. sugli Etruschi p. 11. 

( 4 ) Notes sur Mìcali, n. 22. 






— 161 — 

ancora Eforo, anteriore a tutti gli altri, la cui opi- 
nione sull'origine pelasgica degli Etruschi ci è stata 
conservata da Sciamo di Chio ( i ), ed afferma ( 2 ) che, 
per quanto abbellito poeticamente, il fatto narrato 
da Erodoto deve avere un fondo di verità ( 3 ). 

Del resto, ci sembra che nessuno potrebbe met- 
tere in dubbio la costanza e la solidità della tradi- 
zione classica in proposito, quando leggiamo in Ta- 
cito ( 4 ) che, al tempo di Tiberio, essendo stati inviati 
a Roma degli ambasciatori da varie provincie del- 
l'Asia per rivendicare, ciascuna in favore delle pro- 
prie città, il possesso esclusivo del tempio che do- 
veva esser fondato sotto gli auspici dell'imperatore, 
di sua madre e del senato, i deputati di Sardi in 
Lidia fecero valere, per giustificare la loro pretesa 
a questo onore insigne, un, decreto d'Etruria che li 
riconosceva come un popolo della medesima razza 
e di una comune origine ( 5 ) 

Seneca, poi, anche prima di Tacito, aveva detto: 
« Asia Etruscos sibi vindicat », e questa convin- 
zione dei Lidi, quasi 2000 anni prima di noi, cre- 
diamo che debba ritenersi di un certo valore. Non 

( 1 ) Periéges, v. 224. Cfr. Histoire des coloìiies grecques 
t. I p. 352, 68. 

( 2 ) Notes sur Micali n. 21. 

( 3 ) Cfr. Creuzer: Relig. de Vantiq. t. IL p. 1. p. 336, 
il quale senza disconoscere l'origine settentrionale di una 
delle principali stirpi da cui provenne il popolo etrusco, 
pensa che questo si sia formato per la mescolanza di più 
razze diverse, tra le quali i Pelasgi e i Lidi, ugualmente 
originari d'Asia, che esercitarono sulla sua civiltà, sulla 
sua lingua, sul suo culto e sulle sue prime arti la più 
grande influenza. Vedremo appresso come possano inten- 
dersi queste affermazioni. 

(«) Annali; 1. IV. e. 16. 

( 5 ) Cfr. Zannoni : Dissert. sur les Etrusques. p 12, 13. 






— 162 — 

è ora il caso di insistere in proposito, e ci conten- 
tiamo di citare alcune parole di Salomone Reinach: 
« Quando anche i testi antichi fossero muti, la sco- 
perta in un paese lidio, a Clazomene, di sarcofagi 
dipinti molto analoghi alle più antiche pitture etru- 
sche, dovrebbe autorizzare l'ipotesi della migrazione 
che racconta Erodoto, in un passo di cui il fondo 
storico non avrebbe mai dovuto esser contestato » ( 1 ). 
Gli Etruschi dunque possono bene esser venuti 
dalla Lidia, o da paesi vicini, dopo aver però avuto 
rapporti assai intimi coi popoli del Caucaso. Comun- 
que tal cosa possa e voglia intendersi, non è men 
vero che questa ipotesi spiegherebbe molte questioni 
che rimangono insolubili seguendo altre teorie. 

Prima di tutto la questione linguistica. L'etru- 
sco non è assolutamente pelasgico se non rispetto 
al vocabolario ; ma l'organismo grammaticale è cau- 
casico: non lo si può mettere ormai in dubbio dopo 
le ricerche del Thomsen ( 2 ). Come allora spiegar 
ciò, se non supponendo un contatto prolungato con 
certe popolazioni che ci offrono anch'oggi forme so- 
miglianti all'antico etrusco ? 

Che un organismo grammaticale proprio di un 
dato idioma possa sovrapporsi ad un sustrato lessi- 
cale proprio di altri non è cosa da recare eccessiva 
maraviglia, e ne abbiamo vari esempi. Prescindendo 
dal licio, a proposito del quale abbiam riferito il pa- 
rere del Thomsen, citeremo il caso del pehlvi e del- 
l' kuzwaresch che ad una grammatica propriamente 
' iranica unisce un dizionario in gran parte semitico ( 3 ). 



(*) L' Anthropologie t. Vili. n. 2. Marzo-Aprile 1897, 
P . 222. 

( 2 ) Che a suo tempo vedremo confermate dai nostri 
particolari studi. 

( 3 ) Cfr. Mohl : Le livre des Rois. 



— 163 — 

Si dirà che questo sarebbe precisamente il contra- 
rio dì quanto è avvenuto rispetto all'etrusco, ma, 
anche se ciò valesse, faremo osservare che in fin 
dei conti, fra le lingue caucasiche e le lingue camito- 
semitiche vi sono dei rapporti e delle anologie messe 
bene in evidenza in questi ultimi tempi dagli studi 
del Trombetti. Ora il nesso tra l'accadico e V egi- 
ziano fu da noi confermato con numerosi esempi 
nella III. parte dei Materiali. Il principio sostenuto 
da alcuni che l'organismo grammaticale non cambia 
mai, anche se muta il vocabolario, ove pur si vo- 
glia ritener vero in modo assoluto — cosa di cui 
sia permesso dubitare — non esclude qualche ecce- 
zione: l'etrusco sarebbe appunto una di queste ec- 
cezioni, se cosi vogliono chiamarsi ( 4 ). 

E non solo la questione linguistica riceve nuova 
luce colla nostra ipotesi, ma ancora la questione 
etnografica. Se si ammette che i Pelasgi abbiano 
avuto dei rapporti col Caucaso ( 2 ) prima di espan- 
dersi nell'Asia Minore, e poi in Grecia e in Italia, 
potranno forse comprendersi molte cose. 



(*) Senza contare che delle somiglianze col caucasico 
può darsi in vari modi ragione, come vedremo nell'opera 
appresso. 

( 2 ) Questi rapporti possono concepirsi in vari modi. 
Forse i Pelasgi si spinsero fino al Caucaso e vi ebbero 
contatto con popolazioni tartare o turamene, le quali 
avrebbero per tal guisa modificato il tipo primitivo. I 
popoli Caucasici possono anche essere il resultato del- 
l'incrociamento di accadici veri e proprii con tartari-tu- 
ranici, e così verrebbe anche a spiegarsi la distinzione 
sostenuta da alcuni dotti fra turanici e accadici. Tal que- 
stione sarà ripresa altrove, quando discuteremo sul rap- 
porto che passa tra i famosi Iberi e i Baschi. Si ricordi 
•che dal Biicheler e da altri veniva reputato impossibile 
il decifrar l'etrusco senza conoscere l'antico ibero. 






— 164 — 

I Pelasgi erano di alta statura: gli Etruschi ci 
si presentano invece sui monumenti come « gente 
di statura piccola e atticciata, dal capo grande, le 
braccia corte e grosse, di forme tozze e poco agi- 
li » ( 1 ). Ma, secondo Topinard, gli scheletri della Cer- 
tosa di Bologna darebbero una « taglia » di m. 1.75 ( 2 ); « 
quindi l'antropologia, egli dice, concepisce gli Etru- 
schi come grandi, biondi e dolicocefali, mentre gli 
Umbri anteriori ad essi sarebbero stati piccoli e bra- 
chicefali, « né sappiamo se avevano i capelli casta- 
gni come i Celti o neri come i Liguri ». Come dunque 
si può stabilire il rapporto tra gli « Etruschi » di 
Bologna e quelli di Volterra, di Chiusi, di Caere, di 
Perugia, ecc. ai quali si può dare in media una sta- 
tura di m, 1,58, 1,60, e che non si dimostrano do- 
licocefali, né biondi ? Se furon due razze distinte, 
perchè mai la loro civiltà deve apparirci come spet- 
tante ad un medesimo tipo etnico? ( 3 ) Se poi una 
sola, come conciliare l'altezza degli scheletri di Bo- 
logna cogli altri della Toscana? ( 4 ) 

Colla nostra ipotesi, tutto si spiega. Ammettendo 



( 1 ) Hertzberg, Storia della Grecia e di Roma, trad. 
De Ruggiero voi. II. Napoli 1886, p. 23. 

( 2 ) Antropologia. Parigi. 1885, capo XIV. p. 498. 

( 3 ) Si è ritenuto che gli scheletri di Bologna appar- 
tengano ad Umbri-Etruschi. Vedremo in altra occasione 
che cosa pensare di simile ipotesi ; in ogni modo, anche 
accettandola, non per questo sarebbe necessariamente da 
escludere la prevalenza di un elemento pelasgico conser- 
vatosi ab antiquo. 

( 4 ) Lo media attribuita agli Etruschi si potrebbe con- 
frontare con quella che lopinard cita di varie provinole 
d'Italia fpag. 497). Piemonte moderno 1,62; Liguria 1,63; 
Toscana 1,64; Roma 1,63; Sicilia 1,61; Sardegna 1,58. I 
Caucasici avrebbero una statura media di 1,60 fpag. 469). 
Cfr. Siberia 1,59; Samoiedi 1,59 ecc. 



— 165 — 

che tutte e due le migrazioni, dei Protopelasgi e 
degli Etruschi, abbiano fatto capo in certe date lo- 
calità, per es. a Bologna, si può capire che i se- 
condi abbiano introdotto la scrittura etrusca e mo- 
dificato anche la lingua senza però mutare, meno 
in determinate circostanze, il tipo antropologico 
primitivo, che si sarebbe mantenuto accanto al più 
recente. Cosi anche i dubbi espressi dal Topinard 
troverebbero la loro soluzione. 

Dietro ai nostri studi pertanto siamo indotti a 
ritenere : 

1.° Che i popoli appartenenti alla prima mi- 
grazione, almeno alcuni, se non tutti, fossero di alta 
statura ( l ), dolicocefali, piuttosto magri, biondi, in 
generale con poca barba, occhi celesti, colorito chia- 
ro ( 2 ). Il loro costume sarebbe stato analogo a quello 
dei personaggi scolpiti sui monumenti hethei : tu- 
nica lunga fin sotto al ginocchio, berretto conico, 
sandali a punta rovesciata in su, ecc. ecc. ( 3 ). 

2.° Che i Deuteropelasgi fossero come ce li 
presentano i monumenti etruschi di Volterra, di 
Cortona, ecc. con cranio schiacciato verso la parte 
centrale, sporgente lateralmente sulla fronte e in- 



(') Circa m. 1,74 e più. 

( 2 ) Quanto al naso, in alcuni sarebbe stato grosso, 
arrotondato alle narici, dello stesso tipo di quello che si 
riscontra in certe figurine kethee riprodotte dal Perrot: 
« Histoire de l'Art dans l'Antiq. » t. IV. Cfr. De Cara voi. 
I. p. 243, 245 ecc. Anche nel tipo pelasgico, o meglio ac- 
cadico possiamo riscontrare alcune varietà dovute ad in- 
crociamenti, siccome vedremo altrove. 

( 3 ) Cfr. quello che il De Cara dice sulla persistenza 
dell'uso di certe forme di sandali in alcune parti d'Ita- 
lia: voi. 1. p. 344. 



— 166 — 

clinato verso il mezzo (*) , capelli neri, statura bas- 
sa ( 2 ), ecc. 

Come spiegare, si domanderà ancora, che se 
questi due popoli debbono riferirsi sostanzialmente 
alla stessa razza, abbiano poi potuto offrire così no- 
tevoli differenze ? 

Lo abbiamo già detto. Tra la prima e la secon- 
da migrazione corsero vari secoli. In questo spazio 
di tempo, i nostri Pelasgi. per il lungo contatto ( 3 ) 
colle popolazioni di cui oggi ritroviamo avanzi o 
traode nel Caucaso, e in forza di numerose incro- 
ciature, di usi e di costumi acquisiti, cambiarono in 
modo quasi irriconoscibile il tipo originario. Questi 
Pelasgi sarebbero divenuti i Tirreni Etruschi, coi 
quali ebbero poi a combattere i Romani ( 4 ). 



(') La parte superiore del cranio, servatis servandis, 
potrebbe forse assomigliarsi in qualche modo al famoso 
cranio di Engis, che Teodoro Landzort, anatomico di 
Pietroburgo, volle confrontare col cranio detto d' Acro- 
polis. Vedi fig. 182, pag. 445 dell' opera dei Ranke : 
L'Uomo, Torino 1892. 

( 2 ) Circa m. 1,58. 

( 3 ) Cominciato forse anche molti secoli prima. 

( 4 ) Prescindendo dalle somiglianze ritrovate fra il 
tipo etrusco e il tipo turco-tartaro, noteremo che non 
mancano analogie tra i Pelasgi d'Asia e gli Etruschi 
d'Italia. Scrive il De Cara (I, 336) che gli Hethei «non 
furono una sola ed omogenea nazione soggetta a un so- 
vrano unico, sì bene come una vasta confederazione di 
popoli e di tribù, ciascuna con Re, Prìncipi, istituti e 
reggimenti suoi propri, salvo il caso di guerre contro 
genti straniere assalitrici delle loro contrade. — Allora 
tutte le forze de' singoli popoli con loro Re e duci si 
univano, e sotto la condotta di un capo supremo muo- 
vevano fin da lontani paesi contro il comune nemico. Ma 
tanta concordia di popoli diversi e gli uni dagli altri di- 
visi dall' aspre catene dei monti Taurici ed Amanici, e 



— 16? — 

Cosi possiamo intendere assai meglio la natura 
e la t orinazione della loro lingua. Il fondo pertanto 
o sustrato lessicale dell' etrusco sarebbe da ricer- 
carsi nell' uralo-altaico e nell' alarodiano in genere, 
e in modo speciale nell' ittita, idioma dei Pelasgi. 
Ma questo è ancora sconosciuto, perchè le poche 
iscrizioni geroglifiche degli Hethei han resistito 
finora ad ogni tentativo. - Bisogna quindi aiutarsi 
con altri rami degli stessi ceppi (*), ed anche col- 
r accadico, e in parte coli' egiziano ( 2 ). L' accadi co 
o sumerico ( 3 ) è stato confrontato col turco-tarta- 
ro ( 4 ), e colle lingue ugro-finnesi ( 5 ) ; ma noi cre- 
diamo che, almeno per quanto riguarda i rapporti 



che pur si serbò inviolata e durò per secoli, come po- 
trebbe intendersi senza un vincolo di sangue e di reli- 
gione, e senza quello, non rnen forte, di sacri ricordi di 
un' antica origine e patria comune ? » Si legga quello 
che dice Hertzberg a pag. 39, 40 del voi. II della sua 
Storia di Grecia e di Eoma sull'ordinamento politico de- 
gli Etruschi, e si vedrà un' analogia marcatissima col 
sistema pelasgico. 

(*) Vedi in Hommel p. 691 e seg. il quadro dei po- 
poli alarodiani. 

( 2 ) Sai rapporti tra 1' egiziano e V accadico abbiamo 
discusso nei Materiali, e in base a tali analogìe si può 
comprendere come il De Cara chiami khamitico il fondo 
della lingua degli Hittiti, sebbene siano necessarie al- 
cune restrizioni. Che poi tra l' ittita e il sumero-accadico 
fossero dei punti di contatto non lo riteniamo affatto in- 
dimostrabile, come supposero alcuni dotti. 

( 3 ) Della questione dell' identità sostanziale o della 
differenza tra accadico e sumerico ci occuperemo nel la- 
voro sulla Civiltà pelasgica ed etrusca. 

( 4 ) Hommel. 

( 5 ) Lenormant. La differenza non è poi tanto recisa, 
se si considera che tanto il turco-tartaro quanto l'ugro- 
finnese vengono riferiti al gruppo uralo-altaico. 



— 168 — 

coli' etrusco, la maggiore importanza debba attri- 
buirsi al turco-tartaro. Infatti, tenendo conto degli; 
idiomi di questo ramo si è già potuto dare spiega- 
zione abbastanza plausibile di molte voci ('). 

La grammatica etnisca invece, come dicemmo, 
non corrisponde a quella dei turco-tartari, malgrado 
le affermazioni di Taylor, ( 2 ) e bisogna ricercarne 
le analogie nel caucasico. 

Due parole ora sull' alfabeto. Innumerevoli sono 
state le opinioni in proposito; ma noi, riservandoci 
di discuterle in altro luogo, osserveremo che all'e- 
poca della migrazione dei Deuteropelasgi od Etru- 
schi, questi devono aver portato dall'Asia un alfa- 
beto. 

Invero è certo, secondo Moliteli us ( 3 ) che si 
scriveva in Etruria al secolo IX av. C. e alla stessa 
età era conosciuta la scrittura alfabetica in Gre- 
cia ( 4 ). Che gli Etruschi, o quei popoli che in Italia 
si dissero Etruschi, passassero, nel loro viaggio, ( 5 ) 
attraverso la Grecia, sembra provato se non altro 
dalla famosa iscrizione di Lem'no, intorno alla quale 



(*) Recentemente i tentativi per decifrar l'etrusco 
col turco sono stati ripresi da Carra de Vaux: « Etru- 
sco, » I e II Mots etrusques expliqués par le ture sitivi 
de Complétement sur le problème etrusque. Paris 1905 8° 
27 pp. ; « Etnisca » IV. Le nom des Etrusques ; Hermes, 
ecc. Paris 1905, 8° 39 pp. 

( 2 ) Vedi : Sayce. Comparai, philology. London 1874, 
p. 112. 

( 3 ) The Tyrrhenians in Greece and Italy. Journ. of 
the Anthropological Institute. Fabbr. 1897. 

( 4 ) Anche Erodoto e Pausania conobbero iscrizioni 
anteriori alla l a Olimpiade, cioè al 776 av. C. Cfr. Rei- 
nach. Société d' épigraphie grècque, p. 7. 

( 5 ) Se pur anche non v' erano andati prima. 



— 169 — 

tanto si affaticarono i dotti ( l ): ora questa è scritta 
con un alfabeto straordinariamente affine all'etru- 
sco. Noi crediamo pertanto che abbia ragione il Ga- 
murrini ( 2 ) a combattere la pretesa origine calcidica 
dell' alfabeto greco-etrusco di Formello e di Caere. 
« Esso è dorico, aggiunge, e molto probabilmente 
pervenne dal golfo di Corinto ». Non possiamo però 
accettare quanto egli seguita a dire che cioè « fu 
T effetto del frequente commercio, che nel sec. VII 
si manifestò fra la parte occidentale della Grecia e 
le rive tirrene », perchè aderiamo all' opinione già 
riferita del Montelius, che si scrivesse già in Etru- 
ria al secolo IX ( 3 ). Ora 1' alfabeto latino, contra- 
riamente al parere di alcuni ( 4 ) dipende dall'etru- 
sco, come ha mostrato Bréal ( 5 ) e confermato Ga- 
murrini ( 6 ) a proposito dell'alfabeto dell'iscrizione 
scoperta nel Foro, identico a quello di Formello ( 7 ). 
Sarebbe ora il caso di estendersi anche a par- 



(*) Vedi nel voi. II del De Cara, capo III, pag. 59 e 
seg. la storia dei tentativi fatti in proposito. 

( 2 ) Stele con iscrizione latina arcaica scoperta nel 
foro romano. Estratto dalle Notizie degli Scavi. Maggio 
1899. Roma, Lincei 1899, p. 18. 

( 3 ) Lenormant riconobbe pure per dorico 1' alfabeto 
etrusco, specialmente di Formello e di Cere. Mélanges 
d' arch. et d' hist, 1883, p. 302. 

( 4 ) Per es. Hertzberg II, 44, il quale dice che 1' al- 
fabeto non fu in Roma un' importazione degli Etruschi, 
sibbene, al tempo della dinastia dei Tarquinii, dei Greci 
campani di Cuma. 

( 5 ) Sur les rajyports de V alphabet étrusque avec Val- 
phabet latin. Mèm. de la Société de linguist. de Paris. 
VIII, 1889, p. 129, 134. 

( 6 ) Lic. p. 18. 

( 7 ) Cfr. p. 14, e altre osservazioni del Gamurrini sul- 
1' epoca e la relazione dei due alfabeti. 



— 170 — 

lare dei dialetti italici, e indagare la loro natura e 
la loro formazione, ma riservandoci a trattarne ex 
professo altrove, ci limiteremo ad osservare che 
mentre il De Cara spiegava la presenza dell'elemento 
ariano in certi dialetti coll'ipotesi del bilinguismo a 
certi popoli — ipotesi probabile, se si vuole, ma dif- 
fìcilmente dimostrabile — noi invece riteniamo che 
tale elemento possa e debba spiegarsi colia diffu- 
sione e coli 1 influenza esercitata dall'umbro, indoeu- 
ropeo, sopra altri idiomi della penisola. 

Gli Umbri spetterebbero ad un'altra di quelle 
grandi calate di popoli che noi più specialmente ab- 
biam preso in esame. Qui noi ci troviamo in oppo- 
sizione col De Cara, poiché mentre esso considera 
gli Umbri come pelasgici ( i ) noi invece crediamo che 
debbono ascriversi ad una razza ariana, della me- 
desima stirpe forse a cui appartennero i primi abi- 
tatori d'Italia, per quanto assai più civile. 

È inutile dilungarci sugli Umbri e sulla loro 
civiltà: gli autori classici ci hanno tramandato me- 
moria dell'estensione del loro dominio, e da questo 
dobbiamo appunto ripetere V influsso esercitato su- 
gli idiomi della penisola. ( 2 ) Siano poi gli Umbri ap- 
partenenti al tronco celtico o ad altri, ciò non fa per 



(') Della prima migrazione. 

( 2 ) Cfr. quello che dice Plinio III 19, che « trecenta 
eorum (degli Umbri) oppida Tusci debellasse reperiun- 
tur », sebbene, secondo il De Cara III 352 queste parole 
debbano riferirsi alla distinzione tra la migrazione dei 
Pelasgi Tessali e quella dei Tirreni Etruschi. Non è ora 
il caso di discutere l'opinione di alcuni, se cioè gli Um- 
bri siano più antichi dei Pelasgi, o viceversa. Quanto poi 
all' ipotesi che gli Umbri tossero i primi costruttori e 
abitatori delle terremare, confutata dal De Cara III 152 
seg. crediamo che possa esser nata dalla confusione delle. 
due migrazioni ariane, di cui a suo tempo. 



— 171 — 

nulla contro alla nostra teoria, purché si conside- 
rino quali indoeuropei. (') La qual cosa a noi sem- 
bra provata dalle indagini etnografiche e antropo- 
logiche, nonché dalle ricerche linguistiche. Come si 
potrebbe impugnare il fondamento ano delle tavole 
Eugubine ? 

Posto ciò, e date le relazioni strettissime che 
corsero gli Umbri e i Sabini, non tornerà difficile 
ammettere che, nell'idioma di questi ultimi, che noi 
col De Cara riteniamo in origine pelasgici, siano av- 
venute delle modificazioni tali da renderlo capace 
di fornire al latino posteriore caratteri sufficienti 
per farlo poi apparire come una favella sostanzial- 
mente ariana. Nel sabino, noi troviamo la chiave per 
spiegare il carattere ario del latino ( 2 ); e le affinità 
del sabino e dell' umbro col latino e coli' osco sono 
state riconosciute dai dotti. A chi però, da quanto 
si è detto sopra, volesse ritenere anche il sabino, 
come T umbro ( 3 ), essenzialmente indoeuropeo, fa- 



C 1 ) Il De Cara, considerando anche gli Umbri come 
Pelasgi III 153 seg. è costretto poi per spiegare 1' ele- 
mento ariano di certi idiomi a ricorrere all' ipotesi del 
bilinguismo : noi non abbiamo bisogno di tale ipotesi. 

( 2 ) Non è proprio necessario il sabino per venire a 
una simile conclusioue; se il latino non bastasse da se a 
provare la sua origine schiettamente àrya, nessuna favella 
potrebbe più dirsi aria. 

( 3 ) Tante furono le somiglianze che si notarono tra 
i Sabini e gli Umbri che gli antichi stessi arrivarono 
fino a considerare gli Umbri come lo stipite dei Sabini, 
o viceversa, o almeno come due genti della stessa fami- 
glia. Cfr. Zenod. di Trezene presso Dion. d'Alicarn. II 49. 
Dalle Tavole Eugubine poi si rileva che Sancus, divinità 
tutelare dei Sabini, fu in modo speciale onorato anche 
dagli Umbri; e così deve dirsi di altre istituzioni reli- 
giose. Cfr. Klenze. Philol. Abhandal. pag. 80. De Cara 
III, 152. 



— 172 — 

remo osservare che vi sono in esso degli elementi 
affatto inesplicabili coli' indoeuropeo, ma che facil- 
mente si comprendono col pelasgico, vale a dire 
coli' uralo-altaico e coir alarodiano. — Valgano per 
esempio le voci idus, cupencus, curis, ecc. che noi 
abbiamo analizzate in tal modo, e delle quali par- 
leremo in un Saggio sulla lingua de' Sabini ( 1 ). 

Ci sembra per ora di aver detto abbastanza sui 
criteri e sul metodo col quale credemmo doverci 
accingere alla decifrazione dell'Etrusco. Non sap- 
piamo che cosa si penserà della nostra teoria ; e 
non abbiamo già la pretesa che si ritenga esser noi 



(*) Anche la voce curis, lancia, intorno alla quale i 
classicisti hanno posto a tortura il loro acume, si riporta 
ad una rad. kar ker col senso di tagliare. Dobbiamo pe- 
rò riconoscere che la stessa radice con significato ana- 
logo a quello che ha nel pelasgico, si ritrova pure nel- 
1! idoeuropeo. E poiché anche per 1' etrusco avvengono 
spesso dei casi simili, molti dotti si sono ostinati a con- 
siderarlo come una lingua ariana, illusi da certe appa- 
renze, o analogie vere e proprie, che, siccome dimostram- 
mo nei nostri Materiali, si riscontrano nelle radici di 
idiomi appartenenti a famiglie sostanzialmente diverse. 
Per esempio, l'etimologia di Carnars, Clusium, di camera 
ecc. può spiegarsi ugualmente bene, e per la forma e pel 
significato, tanto coli' ariano, quanto col semitico, e col 
khamitico. Lo stesso dicasi di moltissime altre voci. Ma 
di qui al voler trarre come conclusione che 1 ; etrusco 
derivi dall'egizio, o dal semitico, o dall' indoeuropeo, 
troppo ci corre : la questione cambia affatto. 

L' aver trascurato questa avvertenza ha spinto a 
interpretare l' iscrizione di S. Manno, e molte altre, in 
più di dieci modi differenti, senza che neppur uno abbia 
colto nel segno, per la prevenzione che 1' etrusco. doves- 
se riferirsi all'uno "o all'altro degli idiomi che si avevano 
in mente. 



— 173 — 

in grado di dare avveramento a quella profezia 
fatta alcuni anni or sono dal De Cara, che cioè al 
secolo XX sarebbe stata riservata la gloria di dar 
l'interpretazione certa della lingua etnisca ( i ). Fac- 
ciara solo notare che la prova della deficienza di 
tutti gli altri sistemi fin qui proposti è risultata dal- 
l'applicazione di un dato metodo a nuove iscrizioni 
oltre quella o quelle a cui aveva servito per la pri- 
ma volta. 

I vocabolari proposti fino ad ora non quadrano 
tutte le volte che si ritrova la medesima voce; ed 
eccetto pochissime parole interpretate non in base 
ad etimologie sicure, ma alla posizione che costan- 
temente occupano in certe classi di monumenti, nulla 
si sa di positivo. Il nostro metodo invece, come pro- 
veremo a suo tempo, ci sembra risultar buono non 
solo riferito ad una o due iscrizioni ( 2 ), ma anche 
alle altre: sicché speriamo con esso di poter costi- 
tuire quando che sia, una vera grammatica e un 
vero lessico etrusco. 

E, riguardo alla determinazione della famiglia 
linguistica a cui, secondo noi, può riportarsi l'idioma 
d'Etruria, non facciamo parimente che una sola os- 
servazione. Prescindendo dalle parole il cui signifi- 
cato è stato da noi scoperto, e che si spiegano be- 
nissimo col turco-tartaro, col sumerico, ecc. consi- 
deriamo soltanto le voci di senso riconosciuto certo, 
clan per esempio. L'etimologia indoeuropea di clan 
ci appare semplicemente ridicola; e il clann celtico, 
in ogni modo, se non deriva dal latino o dall'etru- 
sco, anziché viceversa, può spiegarsi anche con un 



( 4 ) Voi. II, p. 234. 

( 2 ) Quella di S. Manno, per es. e dell' Arringatore, di 

presto daremo la spiegazione, colla relativa analisi 



— 174 — 

processo affatto indipendente. Mentre sull' etimolo- 
gia di clan proposta col turco-tartaro crediamo non 
possa da alcuno sollevarsi ragionevole obiezione. Lo 
stesso è a dirsi di Lar, Aesar, ecc. E, per finirla 
una buona volta coli' indoeuropeo, ricorderemo che 
dopo gli studi del Pauli ( l ), del Decke ( 2 ), del Con- 
way ( 3 ), De Saussure ( 4 ), ecc. il sostenere ancora 
r arianità dell'etrusco non significa altro, a parer 
nostro, che volersi far compatire ( 5 ). 

Quanto poi alla questione della razza, si capisce 
che persuaderà poco certi fanatici, i quali, a somi- 
glianza di taluni medici che vedono traccie di tuber- 
colosi in 9 /io del genere umano, vorrebbero ricon- 
durre all' India tutto ciò che ìli lingua, religione, co- 
stumi, ecc. trovasi in Grecia e in Italia, e che come 
F Helbig, si spaventavano allo spettro degli Hittiti ( 6 ). 
Ma per coloro che, come il De Cara, il Mariani ( 7 ), 



(*) Attitalische Studien ; Corpus Inscriptionum Etru- 
searum, ecc. 

( 2 ) Jàhresbericht Suppl. Ed. z. III. Folg. del Bursian. 

( 3 ) The Itali. Dialects Cambridge 1897. 

( 4 ) Becker. Archéol dans VAsié Occident. di Ernesto 
Chantre. 

( 5 ) Cfr. De Michelis. V orìgine degli Indo-Europei. — 
Torino, Bocca, 1903, p. 8, 641, 643. Di questa opera ve- 
ramente importantissima terremo gran conto quando 
tratteremo nel lavoro promesso delle origini italiche. 

( 6 ) Tornata del 4 Aprile 1897 all' Accademia dei 
Lincei. 

( 7 ) Dei recenti studi intorno le principali città d'Eu- 
ropa e la loro origine. Nuova Antologia, 1895, 15 febbr. 
De' più recenti studii intorno alla questione etrusca. — 
Prolusione al corso di Archeologia nella R. Università 
di Pisa per 1' anno 1900. Pisa, Vannucchi, 1901. Estratto 
dall' Annuario delle Università Toscane, volume XXIV,, 
ecc. ecc. 



— 175 — 

il Milani (*), ecc. hanno considerato la ipotesi pela- 
sgica, o hittita ( 2 ) estremamente verosimile, non du- 
bitiamo che la nostra teoria apparirà, se non altro, 
probabile in sommo grado. 

I fatti sono fatti, e la ragionevole interpreta- 
zione di essi non deve essere ostacolata dal pregiu- 
dizio. A noi, per esempio, poco importa che i nostri 
veri antenati in Italia siano stati ariani o ittiti, [A 
noi, importa, invece molto : e i nostri studi sulla 
stretta parentela fra V antica civiltà vedica e la pri- 
ma civiltà latina pubblicali nelle Cronache che han- 
no persuaso filologi come il Breal, ci dispensano dal 
ripeterne le ragioni. Né ci spaventa l'origine cauca- 
sica dell* etrusco sostenuta con tanta autorità e dot- 
trina dal Thomsen, tanto più che non rimane ancora 
escluso che molti popoli ed idiomi caucasici non ab- 
biano origine comune coi popoli e con gli idiomi arii.] 
di fronte a certi dati storici, archeologici, antropo- 
logici e linguistici non crediamo di dover rimanere 
esitanti. Quando il Liverani parlando dei Longo- 
bardi afferma che, venendo essi fra noi, la razza 
italica si ritemprò col riavvicinarsi alla propria sor- 
gente, non possiamo già guardar di mal occhio chi ci 
spiegasse come, dopo la depravazione morale e civile 
degli ultimi anni dell' Impero, si potè risorgere fino 
al punto di avere in seguito 1* epoca dei Comuni e 
il secolo di Dante. Non già che solo i Longobardi 
operassero tanto miracolo ; ma quando non si cono- 



(*) Cfr. Studi e Materiali, ecc. ; Mundus e Templum. 
Redic. della R. Accad. dei Lincei, voi. X, tasc. 5, 1901. 
Gli Scavi Vetuloniensi. Notizie degli Scavi, Gennaio 1895. 
Cfr. Notizie degli Scavi 1889, p. 148 seg. 1892 decembre, 
p. 183 seg. ecc. ecc. 

( 2 ) Oalardiana. Cfr. Kiepert Lehrbuch der alteri Geo- 
graphie p. 73; Hommel. Arch. fur Anthr. 1890 p. 251 e 
seg. Pauli Attit. Forsch. 1894, ecc. 



— 176 — 

scono ragioni più dirette è lecito ricorrere all'ipo- 
tesi e all' analisi comparativa, che troppo spesso 
viene trascurata dai così detti specialisti. Chi si è 
abituato a veder dappertutto indoeuropei, con qual 
animo potrà considerare le nostre comparazioni col- 
1" accadico, col turco-tartaro o col caucasico ? 

Infine, per quello che si riferisce alla civiltà 
pelasgica ed etrusca, noi crediamo che scavi oppor- 
tunamente eseguiti in determinati luoghi d'Italia ci 
potrebbero mostrare analogie evidenti e indiscuti- 
bili coi monumenti scoperti in Asia, e che senza 
dubbio non appartengono ad indoeuropei ( 1 ). 

1/ avvenire ci darà torto o ragione : in ogni 
modo, non ci fermeremo qui, per quanto riterrem- 
mo di non aver fatto poco se ci fosse dato di veder 
confermata l'interpretazione dell'idioma etrusco, 
che per tanti secoli ha resistito alla sagacia dei 
dotti. Tutto sta che sia vinto il pregiudizio dell'in- 
doeuropeo: questo è il vero spettro di cui bisogna 
aver paura ; e allora la decifrazione dei dialetti ita- 
lici, oggetto di interminabili dispute, potrà tener 
dietro a quella dell' etrusco, fino a che ci sia dato 
svelare il mistero dei geroglifici ittiti, i quali adom- 
brano in certa guisa la lingua madre di tutti i po- 
poli peìasgici ( 2 ). 



( 1 ) In una Memoria speciale indicheremo a suo tem- 
po quei luoghi dove, secondo noi, gli scavi potrebbero 
essere eseguiti con frutto. 

( 2 ) Sulla natura dell'idioma ittito o pelasgico sono 
state fatte molte congetture ; e il De Cara ha indicato i 
mezzi che. secondo lui, potrebbero aiutarci, anche indi- 
pendentemente dalla decifrazione delle iscrizioni ittite, 
che giacciono insolubili, a rintracciare elementi peìasgi- 
ci. Cfr. voi. II, p. 232 seg. Egli accenna pure all'etrusco, 
rispetto al quale, come dicemmo, noi abbiamo tenuto un 
metodo sostanzialmente diverso. 



— 177 — 

Sarà allora compiuto il voto di tanti illustri, 
formulato dal De Cara, all' opera grandiosa del quale 
si renderà alfine giustizia. Ma quello che, secondo 
lui, avrebbe potuto a stento ottenersi con lunghi 
anni dì fatica, a meno della fortuita scoperta di 
qualche iscrizione bilingue, sarà forse conseguito, 
— lo speriamo — se non con fatica minore, certo 
in un tempo relativamente minimo. Né per questo 
vi sarebbe da andar superbi, memori del proverbio 
che la superbia è figlia dell' ignoranza. Noi siamo 
appieno convinti che la presunzione e il disprezzo 
delle altrui dottrine sono indizi di mente limitata, 
e dal canto nostro abbiamo cercato di valutare nel 
debito modo le più disparate opinioni, per giudicare 
se fossero o no da accettarsi. — E quando abbiamo 
creduto di poterlo fare, siamo stati ben lieti di ri- 
conoscere il merito. Quando invece abbiamo dovuto 
scostarci dai pareri altrui, non è stato già per orgoglio 
né per partito v preso, ma unicamente perchè ci sem- 
brava possibile ad esser raggiunta la verità solo per 
altra via. Se alcuni vedranno certe loro ipotesi ca- 
dere a terra ( d ) per la decifrazione dell' etrusco, non 
ne sappiano cattivo grado a noi, come noi non in- 
tendiamo mancar di riguardo ad essi, pur non po- 
tendo accettarne le dottrine. 

Comunque sia, non temiamo, benché edotti della 
massima : « Veritas oclium parit », che nel sec. XX 
abbia a succederci quello che toccò al Rosellini do- 
po la sua interpretazione dei geroglifici egizi, di es- 
ser cioè combattuto da un Cataldo Jannelli Accade- 
mico Ercolanese : i critici d' oggi dovranno esser 
divenuti circospetti dalla giustizia che fu resa allo 
Champollion, quando si offrì il modo di constatare 






( J ) Per ora, non è caduto proprio nulla. 

A. D. G. 



— 178 — 

definitivamente V esattezza e la portata della sua 
scoperta. Non siamo più ai tempi del Cremonini che 
ricusava di guardare nel canocchiale di Colombo. 
È vero che, in epoca non troppo remota, Galvani 
venne chiamato per ischerzo il Maestro di ballo 
delle rane, e ai giorni nostri fu posto in ridicolo il 
De Cara (*) ; ma noi confidiamo tanto nella dottrina 
e nella segacia degli attuali critici da aver fiducia 
che si farà buon viso alla nostra teoria. Del resto 
un giorno o l'altro può esser confermata dalla scoperta 
di qualche iscrizione bilingue, ma osiamo sperare 
che non si attenderà fino allora per accogliere fa- 
vorevolmente il nostro modesto tentativo. 

Prof. Giulio Buon amici 

S. Cristoforo, 18 settembre 1907. 



(*) Le scoperte del Foro però volsero il ridicolo ad- 
dosso ad altri che, seguendo le norme dell' ipercritica, 
avevano sentenziato troppo audacemente sui primi secoli 
della storia di Roma. 



Poesia pica Molare Italiana. 



Gli spiriti e le forme della poesia del diritto 
classico vennero, con larga indagine storica e filo- 
logica, descritti da Iacob Grimm, da M. Michelet, 
dallo Chassan, da T. Braga, da I. Costa, f 1 ) e bene, 
con giusti adattamenti, si potrebbero richiamare all'a- 
nalisi dell' espressione popolare del diritto. Perchè 
la manifestazione primitiva del giure, quando esso 
vive nella tradizione e nella memoria delle genti, 
è un verbo comprensivo, sintetico che costringe nel- 
l' ambito d' una frase e nel vincolo d' una rima ( 2 ) i 
principii primi della morale, cioè la regola scaturita 



i 1 ) I Grimm, Von der Poesie im Bechi, nella Zeiscìi 
s. gesch. Rechtsiviss. dir. da Savigny, Eichhorn, Gòschen 
1816 p. 25 a 99. Michelet M. Orig.du droìt francaìs etc. 
1837. Chassan, Essai sur la symb. d. droit, precede d'une 
introduction sur la poesie du droit primitif. 1847. Braga 
TI. Poesia do direito, 1868. — Costa I. Poesia popidar espa- 
nola. 1881. 

( 2 ) Nella poesia sono al vivo espressi i vincoli me- 
diante la rima, la vera concordanza nel suono e nell' ef- 
fetto, onde nasce 1' armonia. Cfr. Grimm, cit. p. 31-32. E 
dire che i versetti popolari vennero indicati col nome di 
Leggi: « et hodie nane singuli versiculi cantionum Leges 
(Gesetze) vocantur. Brijnquellus, Hist. jur. germ. rom. 
IV. cap. Ili, 



— 180 — 

dalla vita e la rettifica sanzionata dalla lunga pra- 
tica. Mediante un' azione armonica, concorde del 
popolo, i sentimenti e le simpatie sociali si dispon- 
gono in costume, che ha forme vaghe, incerte dap- 
prima, finché una regola non ne comprenda i limiti, 
determinando un centro attorno al quale si fissa e 
circola la morale. (*) E la regola è una senteuza 
ricavata dagli arbitri, dai giudici i quali è necessità 
attestino la solennità, provino la immobilità del co- 
stume (probalores) allo scopo di trovare la formula 
di verità e di diritto. Perciò i giudici son detti, nel- 
l'alto medioevo, trovatori, Iroubadours, trouveurs. ( 2 ) 
Ecco, allora, la fonte detta formula, della regola, 
della massima, che sono come lo specchio (speculum) 
del costume. ( 3 ) A tal principio di genesi giuridica 
convengono così i carmina necessaria come le co- 
muni massime di giurisprudenza popolare, perchè i 
carmina esprimono il ritmo dell' armonia sociale e 
vengono promulgati col canto, i proverbia sono il 
diritto formulare consuetudinario sopravvivente nella 
pratica e nella tradizione delle genti. É qui il lega- 
me e la scaturigine comune della consuetudine, detta 
usus comprobalus, e dell' adagio caratterizzato come 
il probalum verbum. ( 4 ) 



(') Lungamente su ciò ha discorso il Costa, per il 
quale i tre fenomeni — Costume, Legge, Codice generale 
e speciale — sono i circoli giuridici in cui si fissa la 
vita popolare. Cfr. a proposito le eloquenti pagine del ! 
libro Poesia pop. espaiìola, 143, 444,546 a 164. 

( 2 ) Grimm, cit. p. 30: < Die Richter heìzen Finder ». 

( 3 ) I libri di consuetudini eran detti specchi e, non 
di rado, avevano dei prologhi in rima. V. Corso, Prov- 
Giur. in Archivio Traci, popolari, 1906. 

( 4 ) In Archiv. Traci, pop. cit. ho lungamente discus- 
so questo punto di notevole interesse per lo studio delle 
origini e della evoluzione del diritto. 



— 181 — 

La costanza di fatti e di ordini sociali ha la 
piena, sicura, precisa sintesi nella formula appro- 
vata e ricevuta come legge o verbo di giustizia. 
Questo è appunto il proverbio giuridico di cui si 
trovano esempi un po' dappertutto nel mondo, e la 
letteratura etnologica offre un meraviglioso codice 
proverbiale, cosi tra' barbari dell' antichità come 
presso i contemporanei. ( 4 ) E non basta : un feno- 
meno è significativo fra noi, che si connette alle 
leggi etnico-psicologiche della persistenza, della tra- 
dizione e dell' imitazione universale. Si conosce 
ancora nelle valli e sulle montagne un diritto con- 
suetudinario, rapido per ritmi e sonoro di rime, che 
forma un vero corpus, un vero antichissimo codice 
conservato nella memoria dai vecchi, dettato, caso 
per caso, ai giovani, rispettato e consacrato come 
patrimonio della solidarietà economica e della re- 
sponsabilità morale della famiglia, del gruppo del 
villaggio, di tutta una tribù campagnuola. 

Il eletto dell' antico o del vecchio (proverbio) che 
assume un significato misterioso a distanza di secoli 
(l'ignoto nel tempo, di Miceli), è l'elemento fondamen- 
tale della giurisprudenza popolare. E forse contribuì 
molto la magistratura popolare, che nel medioevo 
ebbe larghe manifestazioni. A questo ricordo stori- 
co-giuridico si collega il proverbio calabrese : 

'11 massaru 

E' seggia e notaru ; 



(*) Post, Grundrìss des ethnoiogischen lunaprudenze, 
B. I. p. 10. — Al diritto mediovaie si riferiscono le rac- 
colte dell' Eisenhart, dell' Hillebr and, del Graf e del 
Dietherer, dello Chaisemartin, indicati da me neWAr- 
chiv. Trad. pop. cit. Al diritto dei barbari moderni si 
riferiscono poi le notizie, sebbene scarse, di vari scrittori 
della Zeìtschrift Vergleichende Rechtswissenschaft del Ko- 
hler: Voi. XI, 136; XIV, 535; XVII, 3°; XX, 131. 



— 182 — 

quando si consideri la giurisdizione conciliativa attri- 
buita al massaro, con ristretti limiti, nelle contro- 
versie dei comunisti. Ancora vi ha una traccia di 
tale supremazia arbitrale del massaro (Padula, Il 
Bruzzìo 2.a ediz.); e, nella terra di Foppolo, or è 
parecchi anni, i naturali riuniti sotto il grande olmo 
della piazza, (*) in presenza del massaro giudice, con- 
ciliavano gli interessi, eliminavano le liti. Non altri- 
menti avviene oggi in Sardegna, e i folk-loristi 
descrivono la composizione e il funzionamento del 
Tribunale dell' arbilramenlo nel Lugudorese. ( 2 ) 

Il tribunale è composto di tre o cinque massari 
(raxonanti) che emanano alti e solenni giudicati 
così in materia penale come in materia civile. 

Ebbene, la giurisprudenza di tali corti popolari, 
frammenti di remote istituzioni, non ancora è stata 
raccolta e, forse, al contatto del fremito moderno, 
tra non poco sparirà. 

Pur nondimeno ecco, in rapida rassegna e nella 
forma modesta che si conviene a' miei appunti, qual- 
che curiosità e qualche cenno del diritto formulare 
del popolo nostro. 



(*) Col nome di piazza dell' olmo s' indica ne' piccoli 
borghi ancora, la piazza principale ; così a Iappoco e a 
Motta, villaggi del mandamento di Nicotera. Sul signifi- 
cato della espressione : « lasciare all' olmo » ho dato di- 
chiarazioni in Archiv. Tradiz. pop. cit. Le piazze dell'olmo 
nel medio evo sono il centro degli affari : si compivano 
in esse perfino gli sponsali e le attestazioni solenni. Cfr. 
Zdekauer, Spigolature dagli Atti del Podestà di S. Gimi- 
guano, anno 1200-1286, Estr. Misceli. Stor. Valdelsa Anno 
11, f. 1. Il prato dell 1 Olmo, in Piemonte, ha dato origine 
al nome del villaggio: Pralormo, 

( 2 ) V. Db Rosa Fr., Tradiz. popol. di Gallura p. 125 
e seg. 






183 — 



Non mi fermo sul linguaggio figurato. (*) Esso 
ha ancora interesse formale nelle consuetudini po- 
polari, perchè i più importanti atti della vita civile, 
sulle valli e sulle montagne, diventano solenni me- 
diante una serie di cerimonie e di riti che trovano 
origine e riscontro nella storia. 

Nella valle di Pinzolo (Trentino) la richiesta 
nuziale si fa colla semplice offerta d' una festuca, 
rappresentata dal gambo di un' erba di prato. Il gio- 
vane dice : Zaghe o festuc ì Se la fanciulla accoglie 
la festuca, il patto è conchiuso ; se le zaghe, rifiuta 
il partito. ( 2 ) 

In altri luoghi il simbolo medioevale della festuca 
si trasformò in una stecca da busto, in una conoc- 
chia, in un fuso, che in Abruzzo, in Calabria, in 
Sardegna il giovane innamorato incide di figure alle- 
goriche, di ornamenti e di finzioni nuziali. Il getto, il 
dono, 1' offerta della stecca, della conocchia, del fuso, 
come anche di un ramo o di un fiore, ( 3 ) sono il segno 
sacro e solenne della fede e del giuramento nuziale. 
E la giurisprudenza popolare del Trentino avverte : 

Chi tol su '1 fus tri boti da tera 
Guadagna '1 fus e la fìlandera. 



(*) Cfr. al proposito « La requisition d' amour et le 
symbolisme de la pomme » di E. Gaidoz in Annuaire 
de V Ecole pratiquedes hautes études (1902 Section scienc. 
hist. et pilot.) 

( ! ) Bolognini, Usi e Costumi del Trentino (1883) p. 227. 

(3) Cfr. Bellucci G., Le stecche da busto (Opusc. per 
Nozze) Per 1' offerta di un fiore, di un ramo, oppure di 
frutta (castagne, arancie, pomi) Cfr. Bresciani, Costumi 
di Sardegna, voi. 11,141 (Napoli 1850); De Gubbrnatis, 
St. C. degli Usi Nuziali, p. 65. 



— 184 — 

E non solo : nelle valli dell' Adige e del Brenta 
si rintracciano alcune formule sacramentali e tra- 
dizionali che scambiate, fra due amanti in colloquio 
d' amore, bastano alla fede e al perfezionamento de- 
gli sponsali. Dice il pretendente : 

O quella Diatela dal greinbial dalli festi, 
Sé contenta che ve spazza giù li resti ì 

E la fanciulla di rimando : 

O dalli festi o dai di de laor 

Né a spazzarli giù cm do fé l'amor. 

Ma più ardito il giovane : 

E se V amor el fes ino chi ? 

Finché la fanciulla, quasi schiva, conclude: 

chi ghe la banca da sentar 
Li ghe 1' us da caminar. 

La recita di tale formula è accompagnata da 
gesti e da finzioni che sono simboli necessari all'ac- 
cordo del contratto ; per esempio, la prima proposta 
del giovane dev' essere accompagnata dall' atto di 
raccoglier le briciole della canapa che cadono dalla 
conocchia della fanciulla mentre fila. (*) 

Il dono e il regalo delle scarpe nuziali sono la 
vera significazione della fede sposalizia. Ciò si ri- 
congiunge, per lungo ordine di costumi, alla ceri- 
monia della adozione, fatta mediante lo scambio della 



(*) Bolognini, cit. La richiesta eoa linguaggio sim- 
bolico e rimato è viva consuetudine fra noi. V. De Gu- 
bernatis, 147. In Ovadda (Sardegna) la dichiarazione si 
fa con la formula tradizionale seguente nella quale s'in- 
tercala il nome del richiedente e della famiglia : 

Aperimi sa zenna prointrare, 

Dae parte de... (dice il proprio cognome) 

Non mi lesses in pena né in fora, 

E de su prus estadi in bon' ora. 



— 185 — 

scarpa fra adottante e adottato. (*) Il matrimonio, 
tipo caratteristico di adozione, conserva ancora le 
antichissime finzioni. 

Dato o, sponsare, annulo, porrigit osculum, prae- 
bet calciamentum, celebrat sponsalium diem festum 
(Greg. Turon. De vii, patr. e. 16.) 

Fra i Cimbri del Vicentino il giovane fa la ri- 
chiesta con questa formula : 

Nella ima tasca gho un bel par di scarpe 
Che andaria ben al vostro pie 
Bella (Checchina), se lo volè. ( 2 ) 

Nel Portogallo ancora, pel solo fatto dello scam- 
bio della scarpa, due amanti si giurano sposi : 

Se me queres, eu te querc, 
Meu amor, porque preguntas 1 
Mette o pè no mejo alqueire, 
Ficarào as almas juntas. 



(*) V. Bresciani, Voi. Zoe. cit. 133. Poggi, Usi Nuziali 
ecc. 1897, p. 53. Cfr. il Maltzan, Reise auf der Insel 
Sardinien etc. (Lipsia 1369) Per la Sicilia, Pitrè, Usi e 
Costumi, p. 18 19. 

Una dichiarazione sillabata, vera poesia informe, pri- 
mitiva, ci è fornita dalla Corsica. Ad Asco, tra i monti 
Ladroncello e Traunato, la richiesta così esprime: « 
Francesca, so che tarallale » E la sposa di rimando: e E 
so che tallerallà. » Cfr. Ortoli, Us. de la Corse nella 
Rev. des Trad. Pop. 1889. pag. 182-187. 

( 2 ) V. il largo saggio del Sartori sulla scarpa nel- 
V uso popolare nella Zeitschr. d. Vereins f. Volkskundc 
dir dal Weinholt. An. 1894 p. 148 e seg. La scarpa, 
spesso, figura come vero morgenab (p. 138) , essa quasi 
sempre, è simbolo del dominio (Herrschaft) Cfr. anche 
Grimm, R. A. 155; si ricordi pure l'espressione popolare 
francese: sous la j>autoufle. 

Il Singer, trova il simbolo della scarpa in un giuoco 
fanciullesco : Deutsche Kinder spiele nella Zeitsch. etc. del 
Weinholt, 1904 p. 173-174. 



— 186 — 

E, con più dura espressione, nella nostra Ca- 
labria : 

'Nu scarpu eni lestu, 

N' autre subba 'a furma : 

Quaiinu vogghiu ini maritu. 

Questa forma ritmica, colta dalla bocca di una 
sposa nel villaggio di Badia (Monteleone), va intesa 
nel senso che il matrimonio è irrevocabile perchè 
lo sposo ha già dato incarico per le scarpe nuziali 
quasi pronte. 

E non le sole scarpe sono il simbolo dell' arrha 
sponsalilia, ma anche la camicia di nozze, che la 
sposa ricama con le proprie mani, e che, a tanta 
distanza di tempi, richiama la adozione, anche ma- 
trimoniale, propler ìndusìam et camisiam Grimm, 
R. A. p. 441). 

Quando la richiesta non è personale, si hanno 
forme di trattati tra famiglia e famiglia e V inter- 
mediario, che è V anima del segreto, elimina le dif- 
ficoltà, avvicina le parti all' accordo. 

E il punto dell' accordo è la dote, (*) cioè i capi 



( l ) Il contratto di matrimonio è perfetto quando una 
delle famiglie invia all'altra, che accetta la nota (pitta- 
ce in Calabria), che spesso ha in capo come chiusa qualche 
formula di rito. 

Ecco una nota formulata di un corredo albanese : 

Nene mole e nene darde 

Nene cuinbngene ebarde, 

Te martojne Riparisi, 

Te mj jipiu drijnè* ebarde, 

Thuati drij e drijze ebarde, 

Ce stoglis te taxi itate '? 

Riparise ichóle e iglate, 

Ce stoglij me taxi mena % 

Neude zocbe nende gligne, 

Né'nde begj te reghende. 

Cfr. Crispi (Gius. Mons.) Mem. Storiche di talune 
costumanze app. alle Colonie Greco-Albanesi di Sicilia. 
(Palermo, 1853) p. 12-13. 



— 187 — 

di masserizie che la fanciulla ha costituiti come ap- 
pannaggio, onde il proverbio giuridico : 

A ngglna 'nta fascia 

'Nei vo' a doti 'nta cascia. 

In qualche località come nel villaggio Caroniti 
(Calabria) la sposa deve avere in dote la casa, come 






L' inventario sopra riportato richiama un giuoco fan- 
ciullesco di Calabria, in cui si finge un contratto di ma- 
trimonio presso una fontana, tra due comari : 

l. a Collimare : « Cmmuari, jamu a 1' acqua. » 
2. a Commare : « Cummari, no 'nei vegnu. » 
l. a Commare : « Cummari, inandati la figghia » 
2. a Commare : « La ffgghia la maritai » 
l. a Cominare : « E, cummari, chi 'nei ndotasti » 
l. a Commare : « Nei 'ndotai na casa e na vigna » 
e na còppula di tigna, 
e nu saccu ripezzatu 
mu si stuja u.... 

altre volte vi si aggiunge la nota del corredo a questo 
modo : 

Nu casciuni 

Nu saccuni, 

E na vigna 

E 'nu cócculu di tigna 

cu 'nu saccu ripezzatu 

ecc 

Questi fenomeni di sopravvivenza collegati alla co- 
stumanza di alcuni paesi, nei quali quando la comitiva 
dello sposo va a richiedere la sposa, recita sulla porta 
di questa una formula in cui è fatta rassegna degli og- 
getti che lo sposo reca in dono, come riscatto della ma- 
nus paterna, fan pensare ad un linguaggio rituale e tra- 
dizionale d' uso frequente negli atti giuridici solenni (Cfr. 
Rev. des. Trad. Popul. Voi. V., p. 221) Sulle montagne 
del Bouro (Portogallo) il matrimonio non è solenne e 
sopporta scioglimento, ove il padre della fanciulla, nel 
consegnarla allo sposo, non reciti la formula sacramentale 

Ella cabres gardou, 

Sebes salton, 

Se em alguna se espetou, 

E a quereis ; 

Assim corno è, 

Assim vol-a 'dou. 

V. T. Braga, O povo portuguez ecc. II, 231. 



— 188 — 

luogo costitutivo dei nuovi lari, nonché il letto e 
altri utensili, e dicono quei montanari che 

Cui 'n havi focu, (o casa) 
N' havi locu. 

Il loco qui è il vero Incus, centro della reli- 
gione domestica. 

E in verità la casa nella tradizione e nel culto 
della famiglia è il simbolo del compendio ginridico, 
ùeWomne jus, il quale col matrimonio si riparte tra 
il marito e la moglie con uguale disposizione. Il po- 
polo calabrese ha compendiato in una massima ri- 
mata questo concetto dell' ugual ripartizione che 
trova riscontro nelle consuetudini delle città napo- 
letane e siciliane, (*) per effetto della convenzione a 
fratello e sorella : 

A casa havi quattri! cantuneri : 
Dui 'u inaritu e dui 'a mugghieri. 

Negli usi vigenti del popolo il simbolismo tra- 
dizionale che sviluppa il precetto giuridico rimato 
è vario, ricco di scene e di rappresentazioni nelle 
quali il marito è la forza della casa, mentre la donna 
ha la cura dell'economia interna : 

All' omu 'a scupetta, 
'A Ammana 'a cazetta. 

E che dire del mestolo, della scopa che si con- 
segnano alla sposa sulla soglia della casa nuziale ? 
che dire delle cerimonie colle quali la suocera o il 
suocero investe la nuora del possesso della casa? 

Gli impedimenti matrimoniali che la Chiesa, in 
origine, allungava fino al settimo grado od anche 
fra' chiamati alla istessa successione, ( 2 ) limitati di 



0) V. Archiv. Trod. Pop. del Pitrè : voi. XVII, 39. 
( 2 ) A. Coelho, As Super st Portug. nella « Eev. 
Scientifica » I. n. 12. 



— 189 — 

poi al quarto grado, furono redatti dal popolo cala- 
brese in questa formula : 

In quattu 

La Chiesa li spatta ; 

e, con più larghezza di concetti giuridici nell'altra: 

Dundi nescisti no trasiri ; 
A li soru no 'i guardari ; 
Cu a' cugina si boli ; 
Ed all' antri pigghia pari. 

L' impedimento di sangue è rigidamente osser- 
vato pei rapporti colla madre (dundi nescisti) o 
colle sorelle (no 1 i guardari), e a ciò mi sembra 
corrisponda il detto abruzzese ; 

In tre, 

Il parentato si mantiè ; 

In quattre 

Si sparte ; 

In ciugue, 

Si estingue ; 

ridotto poi ad unica espressione, che è più comune 
e generale : 

In quattre 

Le parentez é fatte. 

Queste formule non sono solamente nostre, ma 
con altro verbo e con altra rima, si riscontrano nel 
popolo francese e germanico, registrate nelle rac- 
colte dell' Hitlebrand, del Graf, del Dìetherer, dello 
Chaisemartin. Questa diffusione che è come la at- 
testazione di comuni vocabolari, rimonta al vero 
diritto consuetudinario, tramandato per precetti e 
per regole, prima che fosse scritto. 



La storia del comparaggio, forma di affratella- 
mento primitivo che la chiesa rafforzò nella fede e 



— 190 — 

neir interesse delle parti, non ancora è stata fatta, 
L' impedimento spirituale ecclesiastico, nell' asso- 
ciazione di comparaggio, era forse, in origine, un 
impedimento endogamico. Ancora nel secolo XIII, 
in Francia, si pagava l'ammenda al figlioccio al- 
lorquando si uccideva il padrino, ed a questo una 
indennità per la morte di quello. (*) Nella vita 
popolare ha sicura importanza 1' affratell amento spi- 
rituale, e per una rassegna di storia occorre inve- 
stigare le numerose fonti folkloriche. Il Tamas- 
sia ( 2 ) che ha tentato la ricostruzione dell' isti- 
tuto dell' affratellamento, non ha avuto agio di 
mettere a profìtto le tradizioni e i costumi popolari. 
Una formola tradizionale che compendia i rapporti 
di comparaggio, è ricavata da canti sardi, ( 3 ) ed è 
sinteticamente giuridica, eccola : 

Frade e cumpare meu, giuramus : 

Cumpare, non ni' inganne 

Né in bene né in male; (*) 

In cosas de preghere, 

In cosas de alegria. 

Frades e frades sunins in compagnia: 

Finalmente a nos morrere 

Lu pnnzamus in assentii, 

Chi demus esse frades a frades, 

Frades de giuramentu. 

« Sangiovanni, non soffre inganni » dice il 
proverbio, che corre un po' dappertutto, e ricorda 



(*) Leg. Henric. Ier, eh. LXXIX cit. da Laisnel de 
la Salle. 

( 2 ) Tamassia Giov. Affratellamento ecc. Studio storico- 
giuridico (Bocca, (1886). 

( 3 ) Dai Canti pop. in dialetto lugudorese, raccolti dal 
Ferraro (Torino 1881), 

( 4 ) Cfr. al proposito qualche formula e qualche pre- 
ghiera di comparaggio tratte da un Rituale del 15340 in 
Tamassia cit, p. 76. n. 3. 



— 191 — 

lo scopo principale della parentela spirituale riposto 
nelF aiuto e nella sincerità scambievole. E delle vio- 
lazioni dei precetti di comparaggio vi era appello 
ai giudici popolari, i quali valutavano i danni e de- 
cidevano della lite, (*) 

Il comparaggio si estingueva colla morte di uno 
dei contraenti, e il proverbio avverte che 

Mortu sa pippiu, 
Nou pius goppai. 

Ma di adagi in questa materia ve ne son molti ; 
piuttosto riferisco una formula dialogata che rivela 
la precedenza simbolica mediante la quale due don- 
ne si stringono commari. Ecco il testo genuino rac- 
colto nel villaggio di Longobardi, in Calabria: ( 2 ) 

l. a Commare: Guè. curamà, ci ci cuniinà, 

Mu tieui su figliu? 
2. a Commare: Fimi a quamm? 
l. a Commare: Finii a jornu di Sangiuvanni . 
In coro: E* Sangiovanni vaci e veni 

e su figliu mi manteni; 

e su figliu é de pulieru. 

e, cummari, mi ne prieiu; 

e su figliu è de palazzu, 

e, cummari, ti ne abbrazzu. 
l. a Commare: Chi vue, pice o pane ? 
2. a Commare: Pane 
l.a Commare: Simu cummari! ( 3 ) 






( x ) V. Besta, Il diritto Sardo nel medioevo (note). 
(*) Dorsa, La Tradiz. ellenica in Calabria p. 58, 59. 
( 3 ) Questo canto è certo una delle tante canzoni po- 
polari a ballo, nelle quali cioè 1' effetto della canzone 
deriva dal ritmo musicale. E non si allontana dal tipo 
ritmico della seguente canzone: 

Compare, mio compare — um um, 
Compare, mio compare — um um, 
Dove andate così per tempo — la la la la, 
ecc. 

Certamente chi conosce la storia della danza, che 
prima di divenire una arte decorativa, fu sentimento 



— 192 — 

Questa formula accompagnata da gesti simbo- 
lici, quali la finzione di mantenere il bimbo e l'ab- 
braccio delle commari, esprime il contratto di com- 
paraggio più rigido nelle costumanze da quello nu- 
ziale, perchè le leggi positive non hanno toccato 
o modificato la sua compagine tradizionale. 

Il simbolo della pece e del pane che una com- 
mare offre air altra, significano inimicizia (pece) o 
alleanza (pane). E, senza indagare le cerimonie del- 
l' affratellamento nel!' età classica e medievale, è 
opportuno avvertire che il bacio, l' abbraccio, la 
ripartizione d' un boccone di pane o d' un sorso di 
vino, sono gli elementi formali, costitutivi dell' al- 
leanza spirituale anche presso i moderni Slavi. ( i ) 

La formula calabrese è V espressione tradizio- 
nale del diritto consuetudinario, tramandato per 
forme ritmiche e rimate. E dire poi che la recita 
della formula è accompagnata da movenze che han- 
no l'accenno d'una danza simbolica! 



religioso, comprenderà, il valore storico della canzone 
popolare calabrese. Valore che è tanto più rilevante, in 
quanto la danza accompagna una cerimonia giuridica, 
quale è quella del comparaggio. Cfr. G. Ungarelli, Le 
vecchie danze Italiane ecc. (Roma, 1894). 

(!) Tamassia. cit. V. p. 71. « Nel Montenegro notansi 
tre gradazioni di affratellamanto. La prima stretta peri 
mezzo di un bacio : la seconda accidentale, cioè quando 
una persona chiama in nome di Dio e di S. Giovanni 
alcuno in suo aiuto, dicendogli : « Aiutami ed io ti avrò 
per mio fratello in Dio !» ; la terza di importanza mag-i 
giore contratta con sacre cerimonie. Il prete copre della! 
sua stola i due amici inginocchiati davanti all' altare, poij 
essi bevono tre volte nella medesima coppa, del vino e 
mangiano un po' di pane. Da ultimo, baciata la Croce,) 
e gli Evangeli si scambiano il bacio della fraternità, ab- 
bracciandosi tre volte ». 






193 — 



Ricostruire il calendario giuridico (*) dei conta- 
dini italiani è un tentativo senza sviluppo sicuro, per- 
chè mancano i materiali. Se V Italia avesse questio- 
nari come quelli della Sociedad de Escursiones di Se- 
villa ( 2 ) e della Folh-lore Society ( 3 ) che offrono quadri 
meravigliosi per la storia del costume popolare, al- 
lora si potrebbe descriver la traccia del diritto po- 
polare ; i giorni fasti e nefasti per la consacrazione 
dei contratti o per lo scioglimento di essi, il modo 
di ripartire e di consegnare i tributi, di render gli 
atti d' ossequio al padrone, i tempi della semina e 



( l ) Il seguente è un ricordo rimato delle principali 
solennità canoniche e può servire di esempio : 

Ognisanti il primo, 

Sant'Andrea l'ultimo, 

E da Sant'Andrea al Natale, 

C'è tre dì e tre settimane'. 

E chi sa far bene di conto, 

Gli è un mese per l'appunto. 

Ai dì otto Concezione Santa Maria, 

Ai dì dodici couvien che digiuniamo, 

Perchè ai dì tredici abbiam Santa Lucia, 

Ai dì ventuuo San Tommè la chiesa canta, 

E ai dì venticinque abbiamo la Pasqua santa. 

V. A. De Gubernatis, Le trad. pop. di S. Stefano 
di Calcinaio., p. 37. (Roma, 1884) La filastrocca citata è 
comune a varie regioni d' Italia. 

C 2 ) Ensayo de recordatorio de las fiestas, espectdculos, 
principales funciones religiosas y Secidares, y costumare 
de la vida pubblica ecc. in Sevilla por Alejandro Gui- 
chot y Sierra 1888 p. ld e. 20-21. 

( 3 ) The Handbook of folk-lore Edit. George Laurence 
Gomme, Dir. of the folk. I. Society (London, 1890) Cfr.il 
e. XIV. Locai C listoni, n. 680 e seg. La Francia ha fra 
tanti questionari, quello della Societé du Folkl. Wallon. 
Liége, 1891. 



— 194 — 

della raccolta, la divisione dei frutti e le regole 
che formano il fondamento del giure contadinesco. 
Ma in Italia il questionario del Mannhardt, pubbli- 
cato neir Archivio delle Tradizioni popolari del 
Pilrè, non riflette i costumi giuridici, limitato come 
è agli usi agricoli semplicemente che formano la 
vita ordinaria in casa e fuori. Ciò è poco al ri- 
guardo delle nostre ricerche. 

La legislazione statutaria ha lasciato vive usan- 
ze nelle pratiche contadinesche che più riguardano 
il diritto. 

Accenno, intanto. « Si provvide - dice il Poggi - 
a determinare il tempo e il modo in cui i conta- 
dini dovevano eseguire alcune faccende campestri. 
Cosi gli Statuti fissarono il mese di aprile per la 
sarchiatura e nettatura dei grani e delle biade ; al- 
tri ne fissarono per la lavorazione delle terre in- 
torno agli olivi e per la potatura di essi ; altri per 
la raccolta de' frutti delle piante... La vendemmia 
fu ordinata per dopo il di otto o dopo il quindici di 
novembre, secondo i luoghi. » (*) 

In qualche statuto s' imponeva ai mezzadri di 
potare le viti entro il mese di febbraio, zappare le 
vigne due volte l'anno, in marzo o aprile la prima 
volta, fino al ventiquattro giugno la seconda. Di- 
sposizioni minute ricavate dalla lunga pratica, con- 
sacrate per la economia rurale e che ancora for- 
mano materia di patti e di clausole tra proprietari 
e coatadini. Lo spoglio degli atti notarili dei piccoli 
villaggi potrebbero fornire elementi di conoscenza 
sicura ; ed, oltre a questo, gli scrittori latini De Re 
rustica. 



( l ) Poggi, Cenni storici delle Leggi delV Agricoltura 
dai tempi romani fino ai nostri giorni, Voi. II, 435 (Fi- 
renze, 1848). 



— 195 — 

Basta poi vivere fra la gente di campagna, per 
breve termine, per sentire le massime che servono 
di avviso e di ammonimento all' esecuzione dei do- 
veri ed all' esigenza dei diritti. Ancora un adagio 
dice : 

De la Nuziata 

Ogne erva è licenziata. ( l ) 

e più vivace in Sicilia : 

Quanimu canta hi ccirrinciò 

Tintu patruni mutari si po'; 
Quannu canta lu ccirrincì 

O bonu o tintu ce 'hai diri di sì. ( 2 ) 

Queste formolo, che hanno varianti e riscontri 
in tutte le regioni d' Italia e dell' estero, risalgono 
al diritto statutario che fissava come termine, per 
la licenza dei fondi rustici, ora il mese di marzo 
e con precisione il giorno dell' Annunziazione della 
Vergine, ora il mese di maggio e il mese di giugno, 
senza proroga alcuna all'introduzione del mese di 
ottobre. ( 3 ) 

Il diritto popolare è ricco di tali formule : in 
queste si riflettono e si compendiano tutti i limiti 
e gli obblighi che la pratica ha confermato in ma- 
teria di seminagione, cultura, pagamenti, contratti. 
Più che riferire ciò che ho già trattato in altra me- 



( 1 ) Cosmo De Carlo, Prov. dialettali del Leccese. 
Trarli, 1907. 

( 2 ) Pitrè, Bibl. Ti ad. Poj). Sicil. Proverbi. In Tosca- 
na si dice : « Quando canta il fringuello buono o cattivo, 
tienti a quello >. 

( 3 ) Cfr. Cons. Catanio e. 34 ; Cons. Randazzo, e. 30: 
Cons. Paterno, e. 43 Ediz. 1903 del La Manti a. 

V. per gli usi popolari francesi l' importante lavoro 
di Ch. Beauquier, Les mois en Franche Conte (Paris 1900) 
v. anche la Rev. Trad. Popul. voi. II. 112. 






— 196 — 

moria, ricordo qui una canzone che i contadini di 
Sicilia recitano nel!' anta : 

E lu suli è juntu a li mura: 

- Zappa, viddanu, ch'ancora è daùra. - 
E lu suli è juntu a li 'ntinni: 

- Spaia, curatulu, janiuninni. ( l ) 

Come illustrazione si ricorda una tradizione 
che fa capo a Federico II Imperatore. Interrogato 
questi di una controversia tra un villano e il suo 
padrone per la durata delle ore di lavoro, stabilì 
che nel tempo dell' estate quando 1' ombra del monte 
Pellegrino declinando, toccava una pietra indicata 
dall' uso come segno del tramonto, era compita la 
giornata. A tale tradizione si congiungono le con- 
suetudini siciliane : « Messores, putatores, zappa- 
tores ac coeteri operarii, constituta eis mercede prò 
labore quem fecerint, stabunt in servitiis patrono- 
rum vel conductorum quolibet die ab ortu solis u- 
sque ad occasum eiusdem, quod si contrafecerint 
ipsius diei careant conventa mcercede sive solvenda 
seu soluta fuerit, de quibus ommibus et singulis 
supradictis probandis et solutione dictae mercedis, 
si ex inde questio oriatur, stetur solummodo sa- 
cramento domini. » ( 2 ) 

Questa disposizione che ritorna compendiata 
nella formula de sole ad solem si connette, nei suoi 
principi, al simbolismo universale del sole così im- 
portante nella procedura medioevale. (-) Nella Cou- 



(>) Pitrè, Bibl. Trad. Sicil . Usi e Costumi, M. Cfr. 
Anche per la giornata rurale Costumi dei Contadini di 
Sicil. per Salomone Marino, p. 49. 58. 

( 2 ) Cons. Palermo, e. 69, Ediz. 1903. La Mantia. 

( 3 ) Cfr. Grimm, Rechtsalterlhiimer, p. 817. Dqcangb, 
Glossarium, e te, Vox: « Solsistire » Bbaumanoir, Somme 
Rurale, e. 2. Bouthors, Les sources du droit rural, p. 4É 



— 197 — 

tume clu Berry s'imponeva ai contadini di fare il 
tintamarre, cioè battere le zappe per avvisare i 
villani del contorno. 

In Italia poi l' uso è generale : nell' Abruzzo 
vale la formula : 

Lu lavore dure quand'e lu sole ; 

nella Calabria uno dei canti del lavoro è questo : 

E lu suli è juntu a li petti 
Iainuninni, fìgghiòli sonetti. 
E a la gatta 'nei lùciun l'occhi, 
Iamuninni, niassaru, ck'è notti. 
E a la gatta 'nei luci lu pilu, 
Iamuninni, massaru Agustiuu. 
E a la gatta 'nei luci la cuda, 
Iamuninni, massaru, ch'è ura. 
E lu suli si faci russu 
E a massara allonga u mussu. 

Con questa canzone lasciano i contadini il la- 
voro, perchè dicono che 

A vintin'ura 

'a jornata è sicura. 

Eppure una legge sul lavoro rurale si attende 
ancora ! 



# 



La giurisprudenza rurale ha un notevole corpo di 
massime, di precetti che, immobilizzati come le piante, 
si ripetono s'impongono, si tramandano col posseso 
della terra; ( d ) d'onde nasce che l'egoismo delia 
proprietà consolida il misoneismo giuridico. 



a 503 ; Wolf. Beitr. z. Reehtsymbolik altspan. in Sìtzungb. 
d. philos. hist. classe d. Wiener Akad. 1865. 

(*) Cfr. a proposito Bouthors, Proverbes. Dictons et 
Maximes du droitrural traditionnel (Paris, 1858). Il Bout 



— 198 — 

Per quale forza sociale se non per un criterio 
di equità che tempera due o più egoismi in contra- 
sto, è venuta fino a noi la disposizione contadinesca 
calabrese che riguarda i frutti dell' albero confine: — 

Alivi e agghianda 
Undi cadi s' addimanda ? 

Disposizione che è ricavata dalle XII tavole, ( 4 ) 
il più alto compendio di diritto consuetudinario, a 
traverso le legislazioni barbare risorte nel nostro 
dritto municipale. Le consuetudini Napolitane detta- 
no : « Si arbor vicini pendet supra domum, fundum, 
terram vel aream alterius, potest tam ipse in cuius 
terra est arbor, quam ipse in cuius domum, fundum. 
terram, vel aream pendet, tot uni quod sic impendet 
incidere, quad si nolit incidere : fructus proveniente s 
ex ipso quod impendet communes sunt ei in cuius 
domo, terra, f undo vel area impendet, et illi in 
cuius fundo vel terra arbor est. » Non mancano 
però principi! e consuetudini in senso opposto alla 
disposizione enunciata. In qualche luogo della stessa 
Calabria è Legge la massima: 

L' agghianda duvi eni, 
1' aliva di cui eni. 

perchè i frutti dell'albero al confine si ripartiscono 
con criterio della forza maggiore e dell' appartenen- 
za naturale. E spiego : se un albero d' ulivo lascia 
cadere i suoi frutti nel fondo del vicino, il proprie- 
tario dell'albero ha diritto alla raccolta anche in 
suolo altrui ; se invece V albero al confine è una 



hors, che ha scritto anche sulle fonti del dritto rurale 
considera il proverbio come moyen de verifier les usages 
locaux, d 1 en précise/- les régles et d' en propager les prin- 
cipes panni les populations agricoles. 

(*) Vi era un termine però, « tertio quoque die > sta- 
bilito dall' editto pretorio che avvertiva : Glandis nomine 
onnes fructus continentur. (Dig. 43.28 fr. I. §. I). 



— 199 — 

quercia, o castagno, faggio noce ecc. i frutti caduti 
s' immobilizzano e fan parte del suolo. Ma di tale 
argomento ho già discusso altrove. (*) Mi piace ri- 
chiamare qui un frammento, un ultimo resto di un 
canto giuridico che acquistava di verità e di viva- 
cità in quanto veniva recitato — or è pochi anni — 
con una mimica e con atteggiamenti solenni. La 
consuetudine della ripartizione dell' olio nei trappeti 
di Calabria è fondata sapra un criterio di giustizia 
consuetudinaria. Primo a pagarsi sul prodotto è il 
trappetaro (con una quarta = quattro litri e più) ; 
poi il proprietario delle ulive (due parti del prodot- 
to)^ indi il colono che ha l' aspettativa del terzo. 
Ebbene, il trappetaro ripartendo 1' olio accompagna 
1' atto col canto, segnando con la pausa di un verso 
una misura: ( 2 ) 

Dissi Cristi! all' Apostuli soi : 
— Li primi sculaturi su li mei — 

Riserva, dicendo, la sua quota misurata, indi pro- 
segue ; 

Poi chiamau a lu medicu : — Custa — ; 

cioè l'olio costa e il padrone (medicu) ha diritto ai 
due terzi per rifarsi delle spese. Quindi rivolto al 
colono : 

Ti 'udugnu a' tia si mindi resta. 

Questo Carmen necessariimi rivela la funzione 
sociale del canto, quando esso era elemento integra- 
tore del diritto. Il trovare in Calabria una tradizione 
giuridica esposta in versi e animata dal gesto è un 
fenomeno di sopravvivenza, buono indizio di rivela- 
zione storica. E ciò è tanto più interessante quando 

O Uni giuridici contadineschi, memoria inserita nella 
rivista « Il Circolo Giuridico » (Palermo, 1907). 

( 2 ) Così in alcuni villaggi alle falde del fondo del 
monte Poro, compresi nei mandamenti di Nicotera e 
Tropea. 



— 200 — 

si consideri che in Calabria il diritto si è tramanda- 
to sempre per pratica, senza che mai le città di 
questa regione avessero curato di scrivere le consue- 
tudini. Il popolo supplì, come tutti i popoli a diritto 
consuetudinario, con una specie di catarfreda con- 
servata nella memoria col richiamo tenace della 
rima e col soccorso del ritmo. 



Da questa breve rassegna non possiamo ricava- 
re leggi, perchè queste suppongono un materiale 
copioso tale che permetta una divisione e un susse- 
guente aggruppamento per categorie. Pur nondimeno 
questo saggio è indizio di luce a chi si metta sulla 
via d'una più ampia e accurata ricerca. Gli ultimi 
studi di giurisprudenza etnologica han tracciato una 
delle leggi fondamentali, grandiose della vita sociale, 
e cioè che il diritto è una delle tante manifestazio- 
ni del genio di un popolo. Come tale esso segue lo 
sviluppo del mito, della religione, dell'arte, e si rive- 
ste di forme poetiche e simboliche. La tradizione fu 
sempre il patrimonio più vivo e meraviglioso dell' u- 
manità, ed essa col logos rivelatore fornisce le regole 
della vita sociale. La tradizione giuridica poi, uno dei 
tanti anelli staccati dal corpo della tradizione gene- 
rale, fu anch' essa tramandata oralmente, si confuse 
col mito, si eseguì coi modi cerimoniali della religio- 
ne, onde il giudice assunse la santità del sacerdote. 

La parola è un destino — dice il Ballanche — 
perchè essa è un archivio profondo, un tesoro di 
esperienza che lascia intravedere le leggi regolatri- 
ci del passato nella trasformazione presente ; la poe- 
sia giuridica del popolo è anch' essa un piccolo me- 
raviglioso patrimonio di sopravvivenze, un piccolo 
indizio per la grande storia della origine della con- 
suetudine. Dott. Raffaele Corso 



SARDEGNA LATINA 



Vi è, si, una Sardegna giovane, con le piccole cit- 
tà che s' affacciano ai grandi limitari della vita mo- 
derna, ma l'anima della più antica regione d' Europa 
è ancora quasi tutta vergine e ignara. Tragiche so- 
litudini e silenzi cupi di boschi, di tanche e d'ani- 
me; strana e quasi fantastica visione di un mondo 
lontano dove non arriva lo spasimo del vapore e 
dell' elettrico e la vita conserva il colore originario 
delle epoche primitive e 1' odio e V amore sono an- 
cora violenza e poesia profonda di sentimento. An- 
tica anima della Sardegna latina col profilo enig- 
matico dei nuraghi, col rombo dei boschi secolari e 
del mare ! Oh neanche i più recenti studi scientifici 
han potuto rivelarlo ! 

I grandi secoli delle glorie e delle vittorie non 
le han dato il genio; ed essa è rimasta inespressa 
anche nell' epopea e neir arte, scura e immobile co- 
me un vecchio idolo di pietra. Sardegna barbara! 
La chiamano ancora cosi, poiché solo la voce della 
sua tetraggine pagana e medioevale ha passsato il 
mare e il colore del sangue ha balenato oltre l'az- 
zurro dei suoi monti e del suo cielo. Ma pochi san- 
no della bontà eroica, quasi inverosimile,- chiusa entro 
la cerchia delle case granitiche, della gioia tran- 
quilla, del dolore disperato e dell' antica implacabile 
fatalità che ha murato in eterno, tra cielo e mare, 



— 202 — 

tanto ingegno, tanta energia umana. Razza maledetta, 
degenerata? No. 

Si è già vista, attraverso tanta lontananza az- 
zurra, la luce di un'aurora; ma la scienza è ancora 
ambigua e 1' arte poco possente. Chi sa che 1' anima 
di queir antica razza mediterranea è tutta un' epo- 
pea muta e indefinibile di suoni, di colori, di passioni? 
Oh se vi è un paese italiano che dia un improvviso 
e intenso fascino di cose lontane, un paese che fac- 
cia pensare tolstoianamente a un ritorno dell' uma- 
nità verso le più fresche sorgenti della vita e del- 
l' amore, questo paese è la Barbagia di Sardegna. 
Terra latina dove ancora si custodisce intatto non 
solo il fuoco sacro, ma anche la lingua degli antichi 
legionari romani. 

Chi arriva lassù può avere delle sorprese: sva- 
nisce nello sfondo delle lontananze preistoriche il 
mistero dei nuraghi, ma 1' anima della civiltà po- 
steriore che preparò la forza imperiale, eccola an- 
cora viva, dopo secoli e secoli. Anima latina. E nes- 
suna cosa più del suono della gloriosa lingua del 
Lazio può suscitare il ricordo della nostra grandezza. 
I montanari della Barbagia non furono mai intera- 
mente domati : 1' aquila di Roma imperiale ebbe sì, 
alfine, sanguinosa vittoria e la vittoria lasciò, come 
nell'antica gloriosa Dacia che divenne Romania, il 
germe della civiltà che poi sopravvisse nel suo co- 
lore primitivo. 

Ecco, nella stessa Roma, centro universale della 
latinità, non rimane più nulla della lingua origina- 
ria, ma nel!' aspra Barbagia il latino dei soldati di 
T. M. Torquato e di Q. C. Metello é tuttora vivo 
anche nella sua struttura grammaticale e sintattica. 

La croce si sovrappose all'aquila: l'ultimo ri- 
fugio degli dei pagani fu lassù tra le rupi e i bo- 
schi, un'altura quasi inaccessibile. I più ardenti se- 



— 203 — 

guaci delle dottrine di Cristo ebbero paura dei bar- 
baricini dal petto eroico e l'anima tradizionalmente 
tenace, e il pontefice Gregorio alla fine del sec. VI 
scriveva che tra i montanari della Barbagia nessu- 
no era cristiano e come insensati adoravano la le- 
gna e il fuoco. Iperbole significativa creata dallo 
zelo troppo vivo e irrequieto di quel papa. I Barbari- 
cini si conservavano pagani e continuavano a vivere 
latinamente, adorando i vecchi dei di Roma. Igno- 
ranti sempre, che della grande città imperiale non co- 
nobbero mai la vera gloria, il fasto e il tramonto, ma 
solo il peso dei tributi. Ancora un poco, e quando 
il cristianesimo trionfante spezzò il vecchio idolo, 
1' anima latina vi sopravvisse : la morale cristiana 
non domò gli istinti fieri e guerreschi della razza 
forte, né il medioevo macerò, tra quelle solitudini, 
troppi corpi e troppi spiriti. 

La Barbagia d' oggi ha un grande colore di 
classicità non solo per la lingua, ma anche per il 
dritto consuetudinario e per molte usanze di vita 
privata e pubblica. Nella piccola casa arde, ancora 
sacro e inestinguibile, il fuoco e pende dalla trave 
salda la lampana di rame. È sempre vivo il culto 
della lana e della famiglia : la donna laboriosa è mo- 
ralmente e giuridicamente passiva; le vergini han- 
no spesso la rigidità delle vestali e 1' uomo che ag- 
gioga i buoi all' antico aratro romano è il più tipico 
rappresentante del pater familìas che godeva l'ius 
vìtae et necis. 

Gli antichi che furono tutta la forza della re- 
pubblica e prepararono la gloria dell'impero dovevano 
vivere come questi barbaricini mastrucati. L' uomo 
che si fabbrica 1' aratro ed è fiero e conscio della 
propria forza, 1' uomo che si crea il diritto ed è so- 
brio e rude custode della casa o della patria, ecco 
l' antico romano caro a Catone. Le famose parole 



— 204 — 

che sono la sintesi di tutto 1' orgoglio di una razza 
superiore e suonarono trionfalmemte fino ai limiti 
estremi dell' Impero, hanno una strana correlazione 
psicologica col sardos semus dei superstiti barbari- 
cini, la razza forte dall' anima eroica che adora la 
lotta, la forza fisica e morale. 

E con la conoscenza di questa anima possiamo 
spiegarci certe sopravvivenze ataviche di vita bar- 
barica che si ricollegano direttamente al culto tra- 
dizionale dell' Eroe e ora sono così male interpre- 
tate dai sociologi criminalisti. 

Quant' anima ancora ignota lassù ! Cieli azzurri 
e boschi verdi, e un'umanità quasi assimilata alla 
vita vegetale e animale. V'è chi muore fra le rupi 
e gli armenti, senza sapere di essere italiano. Per 
quei primitivi, un po' patriarchi, profeti, re, che han- 
no il viso rigido e i capelli felinamente lunghi, il 
pensiero moderno non ha camminato, la ragione e 
la fede non hanno avuto conflitti, la moderna e tor- 
bida coscienza sociale non urla e sanguina. Il lavoro 
nei campi, il raccolto del latte, del miele, della lana 
e dei cereali ; l' amore e V odio, passioni terribili coi 
canti profondi e idillici, con gli urli implacabili. E 
quando il sole se ne va e svanisce 1' ultima luce 
crepuscolare, si chiudono tutte le porte degli abituri 
e, splenda la luna o corrano le nubi nere dalla tem- 
pesta, l'anima della vecchia razza s'addormenta ed 
è quasi sempre tranquilla, innocente, pura. 

Alludo ai piccoli villaggi dove il sindaco che ara 
e semina il suo grano è un patriarca e le prefiche 
piangono i morti e il lutto è terribile squallore tra- 
gico, pianto e cenere, ombra e silenzio. Oh, i vil- 
laggi dove sopravvive il domìnus e il servus e i 
pastori, cari a Virgilio, cantano e suonano i loro zu- 
foli all'ombra ampia delle quercie. Un magnifico 
sfondo georgicale : ecco la terra dai boschi secolari 



— 205 — 

e dalle grandi rupi dove si accendono improvvise 
le gare poetiche, mentre la greggia pascola il timo 
e il citiso odora ! 

La Sardegna, coi suoi pastori nomadi che ve- 
stono la lana rude e le pelli vellose, può darci an- 
cora un quadro classico di vita pastorale. E udite : 
quegli uomini che dicono : Ubi est, in domo ? — Bi* 
be ~bìbe, cras, a Ubi ; — ipse narat chi 'bì sunt de- 
kem amicos ; quegli uomini che han sacri il giu- 
ramento e 1' ospitalità come gli eroi degli antichi 
poemi, parlano ancora latino. E sono quasi più vi- 
cini al secolo di Virgilio che al nostro. Perchè non 
amarli e studiarli ? 

Sardegna barbara ! No. Il barbaro ora è 1' uo- 
mo d' ingegno e di coltura, un ultimo scrittore che 
ha scambiato i nuraghi per delinquenti e di quei 
misteriosi monumenti granitici ha fatto i colleghi 
dei camorristi e dei mafflosi. 

Povera Sardegna ! Ma se sapesse, che idea avreb- 
be di questo mondo della civiltà e della scienza il 
primitivo di lassù ? 

Salvator Ruju 






BIBLIOGRAFIA 



BIBLIOGRAFIA 



Leggendo 3Iarcelle Tinayre. 
Impressioni. 

Partendo per la Romagna, dove ragioni di affari mi 
dovettero trattenere per una quindicina di giorni, in una 
cittadina priva d'ogni attrattiva, una cara amica venne 
a salutarmi alla stazione e mi portò due libri che io de- 
sideravo vivamente di leggere « La Rebelle » e « La 
maison du péché » di M. Tinayre. Ecco, mi disse, il pane 
spirituale per i tuoi quindici giorni di clausura ! 

La mia clausura doveva trascorrere in un ambiente 
che mi era quasi estraneo, ospite di una coppia d'intran- 
sigenti, e diciamolo pure, di freddi, duri bigotti. Il titolo 
del libro « La maison du Péché », di cui avevo già letto 
gran parte in viaggio, e che m' interessava vivamente, 
avrebbe certo scandalizzata la mia ospite e stonato trop- 
po col « Manuale della perfetta Terziaria » che essa te- 
neva sul suo tavolino da lavoro. Perciò, appena arrivato, 
ne copersi prudentemente la copertina con un foglio 
bianco e leggero, « en cachette » , nella mia camera. 

A misura poi che io leggevo ero protondamente im- 
pressionata dalla stranissima combinazione che mi aveva 
portato a leggere proprio in quella casa questo libro che 
pareva raccontare la storia stessa di quella famiglia. 

Anche i miei ospiti si erano sposati senz'amore per 
aderire al desiderio dei loro genitori, perchè appartene- 
vano entrambi al partito clericale ; non c'era mai stata 
vera fusione d' anime fra di essi ; i loro due figli erano 
nati dal dovere coniugale senza un fremito d' amore certa- 
mente, anzi, forse, nel timore del peccato ! — E poi so- 
leva dire alle amiche che essa aveva posti i suoi figli 



— 210 - 

nel tabernacolo e che perciò la chiesa ne avrebbe fatto 
due veri Cristiani. Il padre troppo occupato nei Comi- 
tati Diocesani e nei Circoli religiosi aveva ceduto ogni 
responsabilità educativa alla madre. 

Ma, a diciott' anni, il figlio maggiore era uscito dal 
tabernacolo, per cadere nelle braccia di una donna di 
dieci anni maggiore di lui, una lontana parente, 1' unica 
donna che egli avesse avuto 1' occasione d' accostare, che 
lo iniziò, in breve, a tutte le gioie, a tutti i fremiti del- 
l' amore, che lo portò via alla famiglia, e gli fece dimen- 
ticare tutti i precetti, tutti i timori che gli avevano in- 
culcati sui pericoli del mondo e della carne ; essa se lo 
era preso tutto col solo contatto delle sue carni calde 
di bruna ardente, e l' iniziò a tutti i misteri che essa 
aveva già largamente penetrati, e lo tenne a sé forte- 
mente, per semplice legge di natura ! — E la madre, in- 
flessibile nella sua religiosità, per la quale ogni carità 
cristiana era sbandita, fu inesorabile, e, non perdonando, 
cancellò completamente il figlio dalla sua vita. Io leg- 
gevo quindi quasi segretamente, nella mia camera, la 
sera accanto al fuoco : ci sono ancora i caminetti e le 
sedie alte alte, dure dure, in quella casa dove tutto è 
freddo e duro, anche la religione che vi si professa, 
quasi il loro Cristo non fosse altro che il Dio Jehovah 
sempre corrucciato, vendicatore continuo, con la folgore 
e le saette in pugno pronto a colpire tutta l' umanità 
peccaminosa. 

Io leggevo dunque in camera, secretamente, quasi 
tremando che le massime ardite di Marcella Tinayre po- 
tessero cadere sott' occhio alla « Terziaria perfetta » . Ma, 
1' ultimo giorno dell' anno, rientrata in casa alle cinque, 
trovai il fuoco spento nella mia camera, 1' ambiente ge- 
lato, e, sapendo la mia ospite assente, mi rifugiai 7 in sala 
da pranzo, dove essa soleva passare le sue giornate. Un 
meschino, direi un austero, focherello ardeva nel cami- 
netto, mandando lividi bagliori sui mobili oscuri d' una 
sobrietà claustrale. Accesi un lume e mi posi a leggere 
quando alcune amiche vennero a prendermi improvvisa- 
mente portandomi via per finire 1' anno insieme. 



— 211 — 

Uscii in fretta e dimenticai spensieratamente il libro 
« La Maison du Péché », il libro proibito, accanto al 
« Manuale della perfetta terziaria ! » 

Quando tornai era V una dopo mezzanotte ; ma non 
avevo sonno; io volevo dunque rimanere alzata un altro 
poco e leggere ancora ; ma il mio libro non e' era più e 
con terrore mi ricordai dove io V avevo lasciato ! Accesi 
una candela (non e' è finora altra illuminazione in quella 
casa; e, in punta di piedi, attraversai due grandi gelide 
sale, una grandissima galleria e giunsi alla porta della 
sala da pranzo. 

Ma oh ! meraviglia ! una striscia di luce vedevo bril- 
lare sotto la porta, a traverso una fenditura, in un solco 
fatto dal pavimento corroso (il comfort romagnolo non si 
preoccupa di questi particolari !) ; questa striscia lumino- 
sa mi avvertì che qualcosa d' insolito, di anormale là den- 
tro succedeva. Socchiusi, con grande precauzione, l'uscio, 
e vidi la mia ospite, la perfetta terziaria seduta al suo 
posto consueto, sulla sedia di legno ad altissimo schie- 
nale, eretta sul busto, che leggeva. 

Leggeva, « La maison du Péché » di Marcelle Ti- 
nayre ! ! Leggeva le massime sovversive della donna in- 
neggiante all' amore libero, santificato unicamente dalla 
sua sincerità, dalla sua spontaneità, dalla sua forza. 

Essa era già alle ultime pagine ; leggeva e lacrime 
mute le scendevano sulle guancie ; essa leggeva forse 
dell' agonia, della morte di Agostino, e pensava a suo 
figlio, bello, biondo anche lui, a suo figlio vivo e sano, 
ma morto al suo affetto, morto nel suo cuore ! Morto per 
essa, perchè egli viveva nel peccato io una unione ille- 
gittima, poiché essa non gli avrebbe mai permesso di 
sposare la donna che egli amava. 

Mi ritirai pian piano, profondamente impressionata 
da quanto avevo visto. L'indomani mattina, titubante, 
mi recai alla sala da pranzo per il consueto caffè-latte ; 
io temeva un poco l' incontro colla mia ospite, che non 
osavo più chiamare la « perfetta terziaria » poiché l'ave- 
vo vista piangere sulle massime ardite della Tinayre. 
Appena entrai, essa mi venne incontro, porgendomi il 



— 212 — 

mio volume ; la guardai e capii che non doveva aver 
chiuso occhio tutta la notte ; essa mi porse il libro di- 
cendo : 

— L' ho letto tutto. 

— E... 

— E mi ha fatto molto pensare. — 

Oh! Marcelle Tinayre (o chi per essa!) quale trion- 
fo ! La donna austera, fredda, inflessibile, la donna che 
non conobbe mai l' amore, che tutto ignorava della pas- 
sione, ha letto il tuo libro dove la passione trabocca ! 
La donna che si scandalizzava per ogni parola un po' 
ardita ha letto tutta la descrizione della prima notte d' a- 
more fra Agostino e Fanny nel padiglione dei papaveri, 
nella Maison du péché f 

Ma come non ha chiuso subito il volume alle prime 
note ove la passione s' intravvede ? Quando Agostino si 
turba alla sola vista del seno nudo della villanella ? Il 
bel seno sodo, venato di viola, il bel seno piccioletto 
« savoureux comme un fruit, tendre comme une fleur » 
illuminato dal sole filtrante, tra foglia e foglia ? 

Oh ! grande ammaliatrice, il tuo fascino è dunque 
grande, se hai ottenuto questo ! 

Alcuni mesi dopo, però, io ricevetti dalla stessa pic- 
cola cittadina di Romagna, una lunga lettera da una 
vecchia amica per la quale la vita non fu certamente 
quello che essa avrebbe meritato che fosse. 

Pura come la neve, aveva voluto serbarsi immaco- 
lata, come le vette inaccessibili delle nostre Alpi. 

Giovanissima, essa aveva destata una fortissima pas- 
sione in un ufficiale di guarnigione nella sua città ; po- 
veri entrambi, essi non avrebbero mai potuto sposarsi 
ed essa inviolabile e santa non ammetteva d' essere 
amata che spiritualmente, sicché il giorno in cui la pas- 
sione di lui maggiormente s' accese e divenne pericolosa, 
essa ebbe il coraggio di allontanarlo, pur rimanendo per 
tuttala vita fedele all'uomo che solo amò. Ora dopo aver 
letto « La rebelle » e « La maison du Péché » essa mi 
scriveva : 



— 213 — 

« Dunque io avrei avuto torto secondo le teorie di 
Marcelle Tinayre ? Io avrei sofferto tanto pour rien, pour 
rien / Avrei allontanato da me tutte le dolcezze che un 
amore vero, profondo, altissimo, mi offriva? avrei rinun- 
ciato a tutte le gioie della vita a tutte le ebbrezze della 
passione pour rien f Avrei sofferto tanto, mentre era mio 
pieno diritto di prendere la mia parte di gioia nella vita, 
mentre era mio pieno diritto di dare tutta me stessa al- 
l' uomo al quale avevo già dato tutta l'anima mia ? Mi 
sarei sacrificata mentre sarebbe stato sì simple (¥ aimer 
sans penser aux clioses de V autre monde, così semplice 
di vivere tonte ma vie de ferame. E io avrei resa la mia 
vita, tutta la mia vita, triste, sconsolata da un doloroso, 
assiduo, insistente rimpianto, mentre ora ies honnétes 
gens tolérent et escusent cert-aines nnìons libres ? — Ah ! 
no, Marcelle Tinayre, non siamo ancora così evoluti ! Per 
les honnétes gens, il bene è ancora un bene e il male un 
male, e le anime nobili e le intelligenze oscure non con- 
siderano ancora tutta la morale un solo convenzionali- 
smo. Ed io penso pure a quanto male possono fare le 
opere di questa donna se le sue pagine ardenti hanno 
potuto destare in me tanta nostalgia, tanto rimpianto 
per tutto ciò che ho perduto per sempre, le speranze 
deluse, i sogni svaniti, la vita completamente consumata 
nella tristezza. Se le sue massime sovversive hanno po- 
tuto turbare un momento 1' anima mia stanca, ma an- 
cora sana, nutrita di profonde convinzioni, quali conse- 
guenze potranno avere nelle anime giovani, naturalmente 
portate alla ribellione che si crederanno ora in diritto di 
prendere la gioia dove si trova, e non vorranno più il 
sacrificio que ne recompense plus le magnifìque esporr de 
la vie eternelle. 

» 0! Marcelle Tinayre quale responsabilità! » 

L. Str. 

Due romanzi di donne italiane. 

Dopo il perdono di Matilde Serao e le Ultime Vestali 
di Iolanda: L'uno, il romanzo della passione, romanzo 



— 214 — 

tutto psicologico, d' una psicologia fine, profonda, spesso 
anche sottile, o meglio sottilizzata, 1' altro il romanzo 
d'ambiente, palpitante, per dir così, di modernità, il ro- 
manzo a tesi. Nel primo, 1' autrice che della passione ha 
fatto in quasi tutti i suoi romanzi la fatalità a cui l'uo- 
mo soccombe, e che non può dominare, ha dato quasi 
P apoteosi di tale passione. 

Nelle due anime che l'han sopportata, che vi si sono 
abbattute, come naufraghi della vita in un' isola incan- 
tatrice, essa acquista una dignità austera, una grandazza 
contenuta. 

Marco Fiore e Maria Guasco si sono amati invincibil- 
mente e poiché non avrebbero potuto, anime rifuggenti 
dell'inganno meschino di tutte le ore, di tutti i giorni, 
mentire, hanno sfidato, col loro amore, sinceramente, la 
società frivola, la società convenzionale. Maria Guasco è 
partita dalla casa del marito per esser solo dell'uomo 
che amava ; Marco Fiore ha abbandonato la sua giovine 
fidanzata, Vittoria. La passione ha pur voluto le sue vit- 
time di fronte al trionfo audace. Ma il gran sogno tor- 
bido d'amore non dura tutta la vita. Coloro che lo pen- 
sarono si trovano un giorno, naufraghi ancora, nel mare 
tempestoso. La grande oasi fiorita, su cui li aveva sbattuti 
la tempesta, s' allontana. Maria Guasco e Marco Fiore 
vedono dilegnarsi il loro gran sogno — La passione vuol 
nuove vitttime, né bastano Emilio Guasco e Vittoria, gli 
abbandonati, i traditi — Dopo il trionfo, dopo l'ebbrezza, 
i colpevoli stessi devono espiare. Maria Guasco, la « don- 
na di verità e di bellezza » lo sente, e l'espiazione deve 
compiersi nella riparazione stessa del male che han fatto; 
Marco sposerà Vittoria e dovrà darle Infelicità; Maria 
Guasco tornerà presso suo marito a fargli scordare il 
tradimento. Ma essi non hanno interrogato, certo, quelle 
due anime tradite. Né Emilio Guasco, né Vittoria han 
potuto aspettare, pazienti e sereni, la fine del grande I 
intermezzo passionale. Emilio si è esasperato, nei tradi- 
mento, in una cocente gelosia, e, pur avendo offerto il 
perdono, egli sente ad un tempo tutta la ferita atroce 
fatta al suo orgoglio d'uomo e di marito, e tutto l'orrore 



— 215 — 

di quel passato di cui gli pare che la donna bella e fiera 
che fu sua, porti ancora la traccia nelF anima e nel corpo. 
Vittoria, sposatasi a Marco, amandolo, ha preteso da lui 
la passione, non l'affetto calmo ed un po' stanco che Marco 
può darle. 

Anima austera e freddamente orgogliosa, Ella si chiu- 
de in sé stessa in una sofferenza muta, repulsiva, in una 
tortura intima di tutto il suo essere. 

Cosi l'opera di seduzione, l'opera di perdono diventa 
vana di fronte alle due formidabili forze : la gelosia e 
l'amore di Emilio Guasco e il sospetto, lo sdegno contenu- 
to, l'orgoglio gelido di Vittoria. Invano Maria Guasco, la 
donna orgogliosa « che aveva compiuto un'audacia mi. 
rabile, in una società ipocrita » doma il suo orgoglio, lo 
fiacca davanti a suo marito, che pure le ha perdonato ; 
invano ella sferza in tutte le ore della loro vita comune 
la sua anima. Egli non le crede. Alla donna che, pur 
avendo peccato, ha serbata intatta la dignità alla donna, 
che, per mentire, ha abbandonato la sua casa, alla « donna 
di verità », egli gitta spesso sul viso il più crudele degli 
insulti. Egli la fa spiare, teme sempre il tradimento e 
l'insidia. Egli sente presente, implacabile, tormentosa l'om- 
bra di quell'altro. E poiché Ella, che è docile con lui, 
Ella che è sublime nel suo desiderio di sacrifizio, ma che 
ha l'anima morta, non lo può amare di amore, egli si tor- 
tura nel desiderio vano. Non può dimenticare e non crede 
alla morte di quella passione che ha tenuto da lui, la 
donna sua, per tre anni lontana. 

Anche Vittoria Fiore vede quelP ombra, insistente, 
continua tormentatrice fin dal primo giorno delle sue 
nozze ; la sente perfino nel pallore subitaneo del suo gio- 
vane sposo dopo il rito nunziale, all'improvviso spandersi 
per l'ampia navata della Chiesa della musica wagneriana 
che culla l'amore profondo di Elsa di Lohengrin. Come 
Elsa, la dolce giovane sposa non deve domandare. 

Così, legati alla loro anima stanca Marco, e Maria 
trascinano per un anno le due tragiche anime di Emilio 
e di Vittoria, finché la lotta diventa insostenibile. Perchè 
la sua dignità non può ancora soggiacere agli insulti 






— 216 — 

sanguinosi del marito, Maria di nuovo lascia la sua casa 
e se ne va sola lontana, per il mondo. Perchè la vita gli 
è divenuta insopportabile e per non prostituirsi; nel de- 
siderio d' oblio, fuggendo la giovane sposa sofferente ma 
gelida, che nulla ha tentato per legarlo a sé, anche Marco 
Fiore s' allontana dalla sua casa e va, solo, per il mondo. 
Per una fatalità quasi tragica, i due antichi amanti, so- 
pravvissuti alla morte del loro gran sogno, s'incontrano. 
E poiché non più 1' amore, ma la fatalità, ma il destino 
li unisce, ombre sconfortate e solitarie, ancora insieme, 
fino alla morte, essi trascineranno la loro stanca vita. 

« Ma io non t' amo, ma tu non mi ami più » è il 
grido della donna di verità e di bellezza, cui ripugna 
quest' unione non più santificata dalla passione. — Ma, 
in questo, forse consiste 1' espiazione, nel ripetere gli 
stessi atti, le stesse parole che la passione esaltava, nel 
ripeterle freddamente, come un monotono e stanco dovere 
cui non possono sottrarsi. La parte più fine di questo 
studio di anime è il pianto che accompagna la rovina 
della passione d' amore : pianto nostalgico nei due esseri 
che 1' amore esaltò, singhiozzo fremente in Emilio Gua- 
sco, pianto soffocato, orgoliosamente, nell' ombra, nella 
giovane Vittoria che non ha avuto un' ora sola di fe- 
licità. 

Maria Guasco è, nella passione, forse la donna nuova; 
colei che ha il coraggio di sfidare la legge e gli uomini; 
e 1' autrice ne ha fatto la creatura sua prediletta, le ha 
dato tutte le grazie muliebri, un'anima altera e squisita; 
l'ha vestita d'una « passionale bellezza » sì che, forse, ella 
che pure è stata colpevole è, non solo più viva, ma più 
esteticamente e spiritualmente, di Vittoria Fiore. La pietà 
che ispira Maria, nel martirio della vana espiazione, è 
più profonda di quella che ispira "Vittoria che pure deve 
soffrire più di lei. — Maria Guasco ha dietro a sé un 
passato d' amore, quasi una religione di dolcezza in cui 
può rifugiarsi. 

Alla passione è sopravvissuto in lei come in Marco, 
un culto di ricordi. Essi ancora si cercano, con l'anima, 
quando la lotta li stanca. Ma Vittoria, dopo il lungo tra- 






— 217 — 

dimenio, inaridita l'anima, sente di non dover mendicare 
l'amore di suo marito. Ella è superba ed orgogliosa « ella 
è egoista » pensa Marco; ella doveva amare non per se 
ma per l'altro, rigenerarlo, fargli un anima nuova, e non 
1' ha voluto ! « Davanti alla passione » ella ha avuto 
torto. 

Come sempre, 1' autrice, alla passione offre un largo 
olocausto di vittime. E non ha forse anche Vittoria la 
sua invincibile passione ? E quale sarà il sacrificio .fatto 
a lei ? Ma Ella è una vittima fredda, che nessuno ha com- 
preso. Nel sacrificio di tutto l'orgoglio suo, ella sarebbe 
stata più grande o avrebbe vissuto almeno ! 

Come sempre, nelle sue creazioni femminili, l'autrice 
ha infuso il soffio creatore della sua anima ardente e dell'ar- 
te sua. Nessuno, come lei, ha saputo far vivere la donna 
per l'amore. Oh, perchè l'autrice, specie in quest'ultimo 
romanzo, ha quasi immiserita poi la passione in un lin- 
guaggio spesso artificioso e puerile? Perchè una maggiore 
austerità, una forza più seria d'espressione non risponde 
alla grandezza veramente mirabile delle sue creature 
palpitanti ? 

Le Ultime Vestali sono le ultime rappresentanti della 
società convenzionale, dell' educazione che sacrifica ad 
un' ignoranza colpevole e gretta le più sante aspirazioni 
dell'anima. E, secondo l'autrice, sono pure le ultime forzo 
necessarie, per il trionfo dell' idea nuova. 

Qust'ultimo romanzo di Jolanda, ardito e coraggioso, 
segna davvero un notevole progresso nell' arte dell' au- 
trice che qui si è affrancata, è uscita dalle pastoie, e si 
è latta disinvolta. Lo studio sociale, d'ambiente, e lo stu- 
dio dell'anime femminili che si agitano nella ristrettis- 
sima orbita della gretta e meschina cittaduzza di pro- 
vincia, è profondo e geniale. Forse, però, per aver voluto 
sostener la sua tesi, 1' autrice ha plasmato su di essa i 
suoi personaggi, onde, come avviene di tutti i lavori a 
tesi, in qualche parte, lo studio dei caratteri non ha il 
suo naturale svolgimento, richiesto dalle ragioni esteti- 
che, psicologiche, dell'arte. Pure, nell'azione, i personaggi 
del romanzo portano la loro profonda opera, diretta od 



— 218 — 

indiretta, consapevole od inconsapevole, per cui l' idea 
del lavoro se ne abbellisce e riscalda. 

Nella piccola Casalgrande la vita si svolge, come in 
tutte le cittaduzze di provincia, fra pettegolezzi e pun- 
tigli, specialmente la vita femminile. L' autrice ha stu- 
diato lo svolgersi di passioni meschine, 1' incrociarsi di 
sogni che vorrebbero librarsi nello spazio e son costret- 
ti a batter le ali, rinchiusi, 1' abbandonarsi dell' anima 
ignara del male, nella famiglia Ruggeri. Qui ha messo 
le sue Ultime Vestali. La famiglia Ruggeri è una vecchia 
e patriarcale famiglia di provincia in cui, però, non è la 
forte e sana poesia di bontà e di purezza che spira da una 
casa intelligente ed amorosa. La mamma Ruggeri è ot- 
tusa ed ignorante e non ha cura alcuna dell'anima delle 
sue creature e soffoca, anzi, in loro quello che potrebbe 
esser libera espansione d'uno spirito elevato. Fra i balli 
di prammatica per l'accorta caccia al marito e di pette- 
golezzi meschini, le giovani anime devono affacciarsi alla 
vita. E Medea l'ha assorbita tutta ; la porta fin nel midollo 
delle ossa, questa meschinissima falsa e colpevole educa- 
zione ; Medea che non ha alcuna grazia spirituale, che 
della donna ha 'solo la bellezza plastica, non animata 
d' alcun soffio sereno di bontà e di dolcezza, Medea che 
è fredda e meschina, gretta e insensibile, Medea che non 
comprende alcun grido d'anima, perchè non ha un'anima, 
che non sogna, che non pensa, che non ama, che vuole 
soltanto un marito. Se Ella è una delle ultime Vestali, 
non è però una vittima o per lo meno riesce una vitti- 
ma fredda e repulsiva. 

Certo è una delle vittime Alasia, la fanciulla che 
ha trovato, quando nessuno glielo additava, il sogno. Ma 
ella è costretta a consumarsi nel vano rimpianto. Vorrebbe 
la luce : sapere, istruirsi ; gli occhi grandi e bruni, pregni 
d' un desiderio ch'ella stessa non comprende, si aprono 
alla visione e la vedono palpitare, quando le parole dell* 
cugina Dolly, la forte e seria fanciulla, le mostrano un 
orizzonte verso cui ella sa di non potersi mai dirigere. 

Vittima più di tutte dell'educazione falsa che nasconde 
alle fanciulle il mistero della vita, il mistero dell'amore 



— 219 — 

è Giselda, la povera bimba ignara che entra nel mondo a 
dieciotto anni, portando ancora nell'anima la nostalgia del 
convento, portando negli occhi l'immagine di Suor Giu- 
stina e ne esce, ignara ancora, portando nel seno il frutto 
d'un umore che fu troppo puro, perchè sapesse d' esser 
colpevole. Perchè non le dissero che ci sono uomini che 
possono uccidere 1' anima di una donna ? Perchè non le 
fecero vedere che la vita non è un convento popolato di 
Suor Giustine e di angeli agitanti le ale in un sogno di 
luce? Ella non comprese la vita se non quando una vo- 
ce brutale, quella di sua sorella Medea, le disse, in un 
insulto, ch'ella portava nel seno il frutto del suo amore, 
ch'ella era madre ! Sorrisero gli occhi infantili alla dolcis- 
sima visione della maternità, per un momento solo; Medea 
distrugge l'ultimo sogno, Medea che non conosce 1' amo- 
re il quale può, spesso, rigenerare la colpa, rifarle « una 
ghirlanda di castità » . 

Giselda è proprio la dolce Vestale ; ma ella porta nel 
giovine corpo di adolescente la punizione del suo gran 
sogno, di là dal quale non vide 1' abisso. Con lei tutto 
il vecchio mondo convenzionale, tutta la vecchia società 
gretta pare dia un grido supremo d'angoscia, mentre le 
sorge dinanzi la nuova idea che Dolly, la donna nuova, 
incarna ; ella è forse il simbolo, l'ideale. 

Ma, nella nuova luce, non ci saran più vittime ? E la 
donna non avrà sempre la sua povera anima che è tutta 
del sacrifizio? E morirà il suo vecchio cuore, il suo gran- 
de cuore ? Che la nuova luce rischiari l'anima meschina 
e sterile di Medea, sarà un bene : sarà un bene che illu- 
mini ad Alasia la via del sogno; sarà un bene che mo- 
stri a Giselda, di là dall' amore, 1' abisso. 

Ma non finiranno le vittime, forse, tinche 1' anima 
femminile fumerà nel suo divino desiderio d' amore ! 

Magda Koncella 

Pier Ludovico Occhini : Viaggi. — Città di Castel- 
lo, 1908. 

Noi dobbiamo, intanto, pur troppo, e specialmente 
agli Inglesi, la disgrazia d' esserci andati un giorno a 



- 220 — 

rompere la testa, contro le roccie d' Abissinia. Per dire 
il vero, quando, nel 1885, l' Inghilterra ci desiderò suoi 
alleati in Africa, essa voleva, con la zampa italiana, le- 
vare dal fuoco africano una castagna sudanese, che le 
premeva assai, cioè la città di Khartum. Essa ci aveva 
richiesto da prima 20,000 soldati, che da Massaua avreb- 
bero dovuto marciare verso Khartum. Essa stessa, risa- 
lendo il Nilo dall' Egitto, si sarebbe congiunta con l'eser- 
cito italiano, per debellare il Mahdi e liberare Gordon 
prigioniero. Ma, essendo improvvisamente morfo Gordon, 
l' Inghilterra non ebbe più bisogno di noi, e ce lo fece 
gentilmente sapere. Se non che, il ministro Mancini si 
teneva allora impegnato per 1' onor del paese ; e mandò 
perciò a Massauah tre mila uomini, perchè vi facessero 
sventolare la bandiera italiana, sulla via delle Indie ; git- 
tando pure la famosa frase (priva di senso comune) che 
le chiavi del Mediterraneo bisognava andarle a prendere 
nel Mar Rosso. E così noi rimanemmo, per alcuni mesi, 
prigionieri sulle sabbie di Massauah. Non si parlò più 
allora di Khartum; ma Ras Alula, il dolce ras del Ti- 
gre, vedendo dalle sue alte colline, ove avea scaglionato 
dieci mila Abissini, ogni nostro movimento e già sospet- 
tando che, non marciando più contro i Sudanesi, ci po- 
tessimo distrarre contro gli Abissini, per trovare una 
terra più colta e non morire di fame e di sete sulle arene 
salmastre massauine, ci tenne d' occhio. Egli spiava come 
avoltoio, dall' alto, ogni nostro movimento, e, quando, im- 
provvidi, pur non volendo aver aria d' usurpatori di suolo 
non nostro, allungammo il passo verso Dogali, il ras ci 
sorprese e ci annientò. Allora bisognava pure vendicare 
i nostri poveri morti, scannati a Dogali, e ci spingemmo 
più innanzi nella regione tigrina, col soccorso di nuovi 
soldati. La fortuna delle armi, per un po' di tempo, ci 
arrise, e l'Asmara, da una parte, e sulla via Sudanese, 
Kassala fu, dopo alcun tempo, nostra preda elegante. Ma 
la città di Kassala faceva assai comodo all' Inghilterra, 
e noi, da veri Nabab, glie la cedemmo senza compensi, 
quasi ringraziando, chi ci faceva il regalo di prendersela. 
Questa è storia autentica, recente ed elementare, ma 



— 221 — 

già dimenticata. La battaglia d'Adua venne tuttavia a 
persuaderci ben presto che gli Abissini, i quali difende- 
vano il loro territorio, erano più forti di noi, e dovemmo, 
con danno e vergogna, retrocedere, contentandoci di una 
regione africana assai modesta che chiamammo, con am- 
plificazione rettorica, Eritrea, dove abbiamo con molti sa- 
crificii di uomini e di milioni, cercato finalmente di fon- 
dare una colonia, ed ora, non potendo ritirarla, dobbia- 
mo certamente desiderare che essa prosperi. 

Uno degli ultimi viaggiatori, che l' hanno visitata, 
Pier Ludovico Occhini, che ce la descrive briosamente 
nello stato presente, vuole che noi ne speriamo alcun 
bene. Ma, intanto, egli pure rileva il grande errore da 
noi commesso nel 1897, abbandonando subito nelle mani 
degli Inglesi il possesso di Cassala, che il ministro Ru- 
dinì dichiarava di nessun valore, mentre che « è dive- 
nuto nelle mani degli Inglesi un possesso prezioso. » — 
Così noi abbiamo sempre latto e continuiamo ancora 
spensieratamente a fare la nostra politica estera, a Tu- 
nisi, a Tripoli, in Egitto, nel Sudan, in Abissinia, sulle 
rive dell'Adriatico... e altrove. 

Ma lasciamo stare le malinconie della politica, per 
contentarci, intanto, di rilevare la descrizione che ci fa, 
dopo ventitré anni di possesso, della città di Massauah, 
il dottor Occhini. A me essa era apparsa, nell' estate del 
1885, mentre che la visitai per tre giorni, afosi, navi- 
gando verso l'India, una landa squallida e deserta, senza 
case, senza un filo d'erba, senza una stilla d'acqua po- 
tabile. Col sopraggiungere di nuovi soldati, si costruirono 
baracche, case, alberghi, caffè; si trovò pure un po' d'ac- 
qua, e si fece crescere, con molto stento, un po' di verde; 
ed ora, ecco in quale stato nuovamente si ritrova. 

« La piccola città di Massaua viveva su la guerra e 
coglieva dalla guerra frutti d'oro. Ma adesso di quei 
tempi fortunati, che cosa è rimasto ? Il ricordo appena. 
Massaua ha l' aspetto di un palcoscenico ingombro di 
quinte lacere e polverose dove un tempo gli spettacoli 
si susseguivano ; e ora non si recita più... Presentemen- 
te, Massaua è uno sfacelo. Alcune case, per incuria sono 



— 222 — 

cadenti ; altre, come i due palazzi coloniali, che costaro- 
no allo Stato alcuni milioni e furono costruiti malissimo 
dove il suolo non offre fondamento solido, furono atter- 
rate, perchè minacciavano di crollare. » 

Valeva dunque la pena di far tanti sacrifici per Mas- 
sauah ? 

L' Occhini ci dà ora migliori notizie dell' Asmara e 
di Keren ; ma quello che vi si costruisce sarà poi du- 
revole ? 

E sappiamo ora noi un po' meglio quello che possia- 
jno e quello che noi dobbiamo fare in Abissinia ? pure 
lasceremo anche l' Asmara e Keren come lasciammo Kas- 
sala, per correre dietro alla nuova pericolosa avventura 
del Benadir ? L' onorevole Tittoni, col suo gran discorso, 
dovrebbe rassicurarci ; ma chi ci proteggerà dalla nostra 
propria ignoranza ? dalla nostra insipienza ? dalla nostra 
ingenuità ? dalla nostra infantile petulanza ? Se bene 
1' Occhini si mostri, per 1' Eritrea, alquanto ottimista, mi 
sembra pur leggere, tra le linee delle sue descrizioni, 
rappresentazioni, e considerazioni, il biblico desolante : 
« videbis, fili mi, quam parva sapientia regitur mundus ! » 

A. D. G. 



Evelyn : Impressioni artistiche. — Milano, A. Solmi, 1908. 

Sono ventiquattro bozzetti, ne' quali la delicata scrit- 
trice inglese, che ha acquistato diritto di latinità in Ita- 
lia, per il suo lungo soggiorno, per ]a famiglia che vi 
ha creata, per il suo intenso amore dell' arr.e nostra, per 
1' amabile disinvoltura con cui maneggia la nostra lin- 
gua, ha reso vivamente le sue impressioni originali di 
ventiquattro gite che avevano per oggetto la contempla- 
zione di un' opera d' arte o poco nota o specialmente af- 
fascinante. Evelyn giudica quadri e statue, con gli occhi 
suoi, senza tener conto delle guide, qualità rara in una 
inglese ; ma, negli occhi, passa un' anima profondamente 
intuitiva, che scopre per lo più pregi inavvertiti, con una 
finezza d' osservazione, che può esserle invidiata. Nulla 
di sistematico nella sua critica d' arte ; nessun precon- 



— 223 — 

cetto, nessuna pesantezza. Essa ci elice con molto garbo 
ciò che ha veduto lei stessa, e così ogni suo libro riesce 
d' una freschezza primaverile e d' una grazia incompa- 
rabile. 

L'indice de' capitoli, ciascuno dei quali dedicato ad 
un amico, basterà a dimostrare la varietà de' soggetti 
trattati ; ma la grazia che li orna ogni lettore deve ri- 
conoscere da sé, leggendoli. Ecco l'indice: 

« La Nascita di Venere — Monna Ilaria del Carretto 

— Un antico scalone dipinto — Due opere di Spinello 
Aretino — Il Limbo del Sodoma — L' Oratorio di San 
Bernardino — La Tebaide di Pietro Lorenzetti — Il 
Trionfo della Morte — La Madonna del Parto — L'Er- 
cole di Piero della Francesca — Dipinti di due antichi 
pittori Senesi a Sansepolcro — Il capolavoro di Bene- 
detto da Rovezzano — Alcuni dipinti sull'Annunciata — 
La natività di Ugo Van der Goés — La Madonna del 
Lago — Un dramma biblico illustrato da Sandro Botti- 
celli — Un ritratto d' ignoto — Una pittura di Amico 
di Sandro — Il Presepio del Brandani — Alcuni tondi 
del Botticelli — Un quadro di Domenico Veneziano — 
Un idillio francescano — Le Virtù dipinte dal Pollai uolo 

— Santa Maria delle Grazie ». 

Eugenio N. Chiaradia ; La Storia del Canzoniere dì 
Francesco Petrarca: Volume I. — Bologna, Zani- 
chelli, 1908. 

Il tentativo di ordinare il Canzoniere petrarchesco 
non è nuovo ; de' nostri giorni vi ci si sono provati pa- 
recchi valenti petrarchisti, come il De Nolhac, e il Co- 
chin, il Carducci, Severino Ferrari, il Mestica ed il Ce- 
sareo, ed altri ancora. Il professor Chiaradia, nel rimet- 
tersi al cimento, si lascia, sopra tutto, guidare da un 
criterio psicologico, studiando particolarmente la natura 
singolare dell' amore del Petrarca per Laura, (che per lui 
è ancora sempre la famosa Laura de Sade, madre di un- 
dici figliuoli !) : « L' amore del Petrarca, scrive l' autore, 
non è felice ; Laura, un poco per onestà e un poco per 



— 224 — 

freddezza, cioè peu indifferenza, gli è crudele, ed egli 
soffre acutamente di questa crudeltà, che fu la spina di 
tutta la sua vita ; ma la sua anima, eh' era di natura 
dolce, meditativa, pur rimanendo aperta e affidandosi ta- 
lora cupidamente a tutte le attrazioni e ai miraggi della 
vita esteriore, si adagiò in quella passione che trasse dal 
suo cuore tutte V espansioni e tutte le vibrazioni del 
sentimento più intimo e più leggiadro ». 

Per 1' ordinamento delle rime, l'Autore segue 1' edi- 
zione detta critica del Mestica; per 1' esposizione del te- 
sto, lealmente confessa che il compito gli fu grandemente 
agevolato dal commento di Giosuè Carducci e di Severino 
Ferrari, e eh' egli lo segue, in gran parte, pur valendosi 
de' commenti del Castelvetro, del Biagioli e del Leopardi. 
Ma il Chiaradia si sofferma poi particolarmente sui sen- 
timenti espressi nel dramma spirituale che si svolge a 
traverso il Canzoniere ; e questa è la parte più viva del 
nuovo commento, e quella per cui veramente si racco- 
manda. 

Un poeta amoroso va studiato amorosamente e que- 
sto ci sembra aver fatto il Chiaradia, aiutandoci perciò 
non poco a entrare nel vero spirito del canzoniere pe- 
trarchesco esaminato nella sua parte essenziale. Cosi, 
nella sua compagnia, d' ora in là, il Petrarca, non solo 
si continuerà a leggere, ma sarà meglio gustato ed in- 
teso ; che la larghezza del commento psicologico e' im- 
medesima assai meglio con 1' anima del poeta. 

Prof. A. Santi ; II Canzoniere di Dante Alighieri, — Peo- 
nia, Erm. Loescher, 1907. 

Nobile lavoro di un ingegno arguto e diligente. E 
un denso volume di 500 pagine, che ne prepara e pro- 
mette altri due. « Il Canzoniere di Dante, scrive l'autore 
è importantissimo, perchè, essendo dettato in varie epo- 
che, a intervalli e in momenti diversi, rappresenta la 
espressione più sentita e più vera di chi lo scrisse, è 
una biografia tracciata a larghe linee, senza l' intendi- 
mento d' ingannare. Occorre quindi studiarlo diretta- 



— 225 - 

mente ». Intanto il prof. Santi ricorse al testo che offre 
la lezione più genuina delle rime, valendosi pure del com- 
mento della prosa del Convito, ma ragionevolmente : « La 
prosa del Convito, prosegue il Santi, che potrebbe essere 
di dichiarazione per alcune di esse, è sospetta, e rispec- 
chia motivi speciali che non rispondono al vero, quando 
Dante, come vedremo, si propose di alterare il senso 
primitivo della parola, e dare un nuovo aspetto alle cose. 
Ma questa confessione che Dante fece solo tardi, quando 
le rime erano state scritte sotto 1' ispirazione viva che 
le dettava, fu quella che trasse in inganno gli studiosi, 
e non permise loro d' intenderne il vero significato. Noi, 
non ci facemmo ingannare dalla prosa del Convito ; di 
essa ci servimmo, ma col beneficio dell' inventario facen- 
done tutto quell' apprezzamento che dovevamo. Le alle- 
gorie e le finzioni posteriori potranno servirci sì, per 
meglio intendere lo svolgimento dei fatti e l'intima es- 
senza delle cose, ma non debbono riuscire d'inciampo 
alla serena ricerca del vero. Il primo passo dev' essere 
fatto coli' aiuto delle rime ; altrimenti faremmo come 
quei che, andando di notte e avendo in mano la fiac- 
cola, porta il lume dietro e sé non giova ». {Purgatorio, 
XXII, 68). 

Con questo criterio ragionevole, il professor Santi ha 
preso, in particolar modo, ad esame la serie appassionata 
delle rime del Casentino dedicate alla Pargoletta. In al- 
tri due volumi, 1' autore promette occuparsi delle rime 
dedicate a Beatrice, e delle corrispondenze e tenzoni con 
altri poeti oltre che delle rime di dubbia autenticità. 

I Dantofili possono ora discutere sulla maggiore o 
minore probabilità di alcune congetture del Santi, per 
la questione molto intricata dell' ordinamento delle rime 
e dell' attribuzione di esse ad una piuttosto che ad un'al- 
tra donna (per il Santi la donna gentile è Gemma Do- 
natij ; ma lo studio specialmente eh' egli fa sopra il grup- 
po di rime che gli paiono suggerite dalla Pietra o Par- 
goletta che suscitò nel Casentino il terzo e violento 
amore di Dante, riesce molto suggestivo ; e questa parte 
specialmente del libro dà materia a gravi riflessioni; 



— 226 — 

1' analisi che fa 1' autore dell' amore della Pargoletta ca- 
sentinese, durato due anni, nelle rime di Dante, è certa- 
mente la più profonda che sia stata fatta 'fin qui, se bene 
alcune affermazioni possano apparire alquanto arrischiate 
come per esempio, quella che la Pargoletta possa dive- 
nire la Matelda della « Divina Commedia » « la presen- 
tatrice del Poeta alla donna celeste ». 

Come mai non ha veduto il Santi l' impossibilità che 
la rivale contro la quale si risente tanto Beatrice ne' 
rimproveri che fa a Dante sia la sua annunziatrice e di- 
mostratrice pietosa ? 

Così è veramente « tempo sciupato » come sospetta 
lo stesso autore, il tentativo di scoprire il vero nome 
della Pargoletta casentinese. Ma le questioni che il libro 
agita invitano a nuove indagini, e se pure esso deve ter- 
minare con punti interrogativi, è già un merito avere 
posto nettamente i varii quesiti ; solamente sarebbe sta- 
to desiderabile che l' autore avesse sfrondato di più il 
suo nobile lavoro, condensando quella parte che nelle sue 
ricerche è essenziale, e di cui gli studiosi di Dante do- 
vranno certamente tener conto. 

A. D. G. 

Carlo Del Balzo ; Poesie di mille autori intorno a Dante 
Alighieri: Voi. XIV. — Eoma, Forzani e Co Tipo- 
grafia del Senato, 19C8. 

Quest' opera monumentale volge al suo termine ; nel 
mese di maggio, uscirà il quindicesimo ed ultimo volume. 
Intanto, sono già ben 795 poesie e poemi riferentisi a 
Dante, dal trecento fino al sesto centenario dalla sua na- 
scita celebratosi in Firenze fino al 1865 ; col 15° volume 
si daranno le ultime poesie stampate in occasione del 
Centenario, in onore di Dante e si compierà così 1' alta 
promessa di riunire in coro mille poeti d' ogni secolo e 
d' ogni nazione a celebrare la gloria dell'Alighieri. 

Nessun monumento più degno poteva essergli eretto ; 
e quando si pensi che esso è 1' opera di un ventennio di 
lavoro indefesso d' un solo uomo magnanimo, che, senza 



— 227 — 

aiuti, con fermo proposito, senza risparmiarsi fatiche e 
spese, senza speranza di alcun premio, 1' avrà condotto 
generosamente a termine, sale dall' animo un plauso di 
sincera ammirazione, per tanta costanza in un'opera di 
tanta idealità, di cui è tempo che l'Italia almeno si ac- 
corga per riconoscere nel Del Balzo uno de' suoi figli 
più degni ed uno dei Suoi idealisti più generosi. 

Con perfetta oggettività ed imparzialità, il Del Balzo 
ha raccolto in questi densi ed eleganti volumi stampati 
dalla Tipografia del Senato tutte le voci nelle quali suo- 
nò il nome di Dante, anche di nemici ed avversarli. — 
Intorno a Dante s' è fatta molta poesia, molta politica e 
molta storia ; perciò, in questi volumi che formano ora una 
specie di Biblioteca Dantesca, si troveranno pure molti 
materiali preziosi per la nostra storia letteraria, politica 
e civile, tanto più che il diligente Del Balzo ebbe sem- 
pre cura di soggiungere ad ogni documento poetico pre- 
ziose notizie illustrative, specialmente biografiche, e in 
questo cantuccio del libro, si riserba naturalmente il di- 
ritto di dire come la pensa egli stesso in politica, in re- 
ligione ed in letteratura. 

Non dispiacerà intanto, in grazia di Carlo Del Balzo, 
poter rileggere qui i versi singolari che Victor Hugo 
scrisse su Dante in un esemplare della Divina Com- 
media : 

« Un soir dans le chemin je vis passer un homme 
vètu d'un grand manteau comme un consul de Eome, 
et qui me semblait noir sur la clarté des cieux. Cela 
passant, s' a^rèta fixant sur moi ses yeux brillants, et si 
profonds, qu' ils en etaient sauvages, et me dit : " J' ai 
d' abord été, dans les vieux àges, une haute montagne 
emplissant l'horizon; puis, àme ancore aveugle et bri- 
sant ma prison, je montai d'un degré dans 1' échelle des 
ètres ; je fus un chène et j'eu des autels et des prètres 
et je jetai des bruits étranges dans les airs ; puis je fus 
un lion rèvant dans les déserts parlant à la nuit som- 
bre avec sa voix grondante; maintenant je suis homme 
et je m' appelle Dante. „ » 

Seguono versi di G. Arany poeta ungherese, del russo 



— '228 — 

N. Ogaroff, e di Alfredo Tennyson il poeta laureato d' In- 
ghilterra, di cui, in una notizia, Carlo Del Balzo segnala i 
meriti, ma per soggiungere con sentimento repubblicano: 
« La regina d' Inghilterra lo nominava poeta laureato 
nel 1875 e dieci mesi dopo, lord. Fanno quasi sempre 
così queste teste coronate. Quando i poveri poeti sono 
arrivati, e non hanno più bisogno d'alcuno, si danno il 
gusto di accattare un po' di popolarità, premiandoli ; pig- 
mei, saltano sul dorso dei giganti per sembrare grandi » . 

Vincenzo Vivaldi ; La Gerusalemme liberata studiata 
nelle sue fonti. y (Episodi). — Trani, 1907. 

È il terzo volume che il Vivaldi consacra allo stu- 
dio dell' opera principale del Tasso. Egli ci avea dato 
due pregevoli monografie : Prolegomeni ad uno studio 
completo sulle fonti della Gerusalemme Liberata, e La Ge- 
rusalemme Liberata, studiata nelle sue fonti (azione prin- 
cipale del poema) ; ora, egli compie l'ampio suo studio eru- 
dito, ricercando le fonti de' principali episodii del poema 
immortale, ma per giovarsene ad una ricerca più impor- 
tante e meritoria, cioè quella di dimostrare « come il 
Tasso si servì dei materiali attinti dagli altri, e quaP è 
la forza del suo ingegno e della sua fantasia, ed i carat- 
teri della sua arte. » Così la ricerca delle fonti diviene 
veramente profìcua, e tanto più seria, nell' opera del Vi- 
valdi, posto che egli, dopo aver presa conoscenza di tutte 
le citazioni più strampalate di remote fonti alle quali si 
richiamarono i numerosi commentatori della Gerusalem- 
me, ha preso finalmente il giudizioso partito di attenersi 
alle sole fonti più probabili e certe, sulle quali si può 
fondare V imitazione, e, in parte, l' inspirazione dell'opera 
tassesca. Il Vivaldi è dunque entrato con questo nuovo 
dottissimo lavoro su la buona via : ma, tuttavia, stretto 
ancora dal copioso materiale erudito, da lui raccolto con 
pazienza da benedettino, non s' è egli stesso forse lanciato 
abbastanza in quello spirabile aere, "nel quale si palesa 
come il genio che imita muove le ali e spicca il volo più 
in alto. Lo studio estetico è appena iniziato, e il Vivaldi, 






— 229 — 

come ha la dottrina, così ha l' ingegno penetrante che 
occorre per approfondirlo. Intanto, egli ha messo gli 
studii illustrativi della Gerusalemme sulla via del buon 
senso; e conviene tenergliene gran conto. 

Paul Sébillot : Le Folk-lore de France ; tome quatrìè- 
me; Le pevple et V histoire, Paris, Librairie orientale 
et américaine. — E. Guilmoto, éditeurs, 1907. 

Con questo quarto volume, si compie 1' opera monu- 
mentale che il principe de' folkloristi francesi ha eretto 
alla tradizione popolare. 

I primi tre volumi trattavano del Cielo e della Ter- 
ra, del Mare, de' fiumi e de' laghi, della Fauna e della 
Flora. 

II presente volume è diviso in due parti ; il primo 
comprende quello che si può chiamar preistoria, riferen- 
dosi all' età della pietra, ai menhir, ai doline?!, alle cre- 
denze superstiziose che si riferiscono alle pietre, alle 
costruzioni, alle case, alle città, ai templi, alle statue, ai 
castelli fantastici, alle rovine ; il secondo prende la sto- 
ria dal tempo di Cesare, e viene fino ai giorni nostri, a 
traverso il medio evo, Francesco I, Enrico IV, il periodo 
di storia nel quale i grandi signori e il clero in Francia 
imperavano, e a traverso la Rivoluzione e la Ristora- 
zione. 

Il libro è una gran miniera d' informazioni, non tutte 
rigorosamente e schiettamente folkloriche, ma atte a di- 
mostrare come una parte del folklore è nato ne' secoli 
passati e come esso continua a formarsi. 

Solamente era più genuino il materiale quando non 
erano ancora nati o folkloristi ed archeologi ; per essi, il 
popolo compiacente, scava talora ed inventa materiale 
inedito sospetto, che ha bisogno d' essere vagliato ; ma 
è raro che esploratori diligenti e provetti come il Sébil- 
lot si lascino sviare da contraffazioni industriali. 

Intanto, dobbiamo compiacerci che, per opera di lui, 
il folklore francese si trovi ora illustrato ne' suoi fonda- 
menti e nelle sue linee principali. 



— 230 — 

Se, in ogai paese fosse compiuto il lavoro folklorico 
che il Sebillot ha condotto felicemente a termine per la 
Francia, la comparazione metodica e scientifica delle tra- 
dizioni popolari potrebbe essere intrapresa con la fiducia 
di dare alla scienza comparativa, in questo ramo d' in- 
dagini, una saldezza incrollabile. Auguriamoci frattanto 
che in Italia stessa, ove il Pitrè per la Sicilia e il De 
Nino per l'Abruzzo hanno già quasi esaurito le loro esca- 
vazioni, simili monografie folkloriche si compiano per le 
singole regioni d'Italia, in guisa che si possa, in tempo 
non lontano, veder sorgere un lavoro complessivo per il 
folklore italiano simile a quello che il Sebillot può com- 
piacersi e gloriarsi di avere terminato per la Francia. 

Edouard Schuré : Femmes inspiratrices et poètes annoi 

ciateurs (Matilde Wesendonk, Cosima Liszt, Marghe- 
rita Albana Mignaty, Charles de Pomairols, Madame 
Ackermann, Louis le Cardonnel, Alexandre Saint- 
Yves). — Paris, Librairie Acadèmique Perrin et 
C.ie, 1908. 

Sono studi, saggi, articoli sparsi, che, come hanno 
fatto buona impressione dove e quando apparvero, con- 
tinuano ad avere, raccolti in un volume, la loro virtù 
suggestiva. La parola di Edoardo Schurè è sempre lumi- 
nosa, eloquente e penetrante, animata da un soffio inspi- 
ratore. Ma egli ha fatto bene a mettere innanzi a tutte 
l'analisi delicata del sentimento che legò Riccardo Wa- 
gner, per l'immortalità, a Matilde Wesendonk. Se Cosi- 
ma Liszt lanciò nella gran luce dello spettacolo il gran- 
de maestro, la Wesendonk toccò l' anima del Wagner 
nelle sue fibre più delicate e ne trasse tutta la virtù poe- 
tica e musicale più riposta. Senza di lei, Tristano ed 
Isotta, il suo poema più profondamente appassionato, non 
sarebbe nato. Edoardo Schurè aveva intuito, ai primi 
accenti di Tristano, che una donna squisita era venuta a 
dare una commozione straordinaria al genio di Wagner; 
ma egli non sapeva chi fosse quella donna; la corrispon- 
denza del Wagner con la Wesendonk è venuta a rivelarlo 



— 231 — 

e ci ha fatto conoscere un nuovo Wagner insospettato ed 
inatteso. Il ritratto della Cosima vien fuori dall' opera 
che in gran parte fu sua, cioè il teatro wagneriano di 
Bayreuth, in occasione del suo giubileo per un quarto di 
secolo di vita. Forse la mirabile figlia della Contessa 
D'Agonlt e di Franz Liszt ha pur essa qualità rare che 
sono ancora ignorate : ma Edoardo Schurè la studiò spe- 
cialmente in relazione all' ultima fase della vita del gran 
genio che essa soggiogò. 

Più ampio, più compiuto è il ritratto che 1' autore 
ci offre dell i stupenda greca che entrò nella sua vita come 
una fiamma ravvivatrice ; nessuna donna fu mai, dopo 
Beatrice, tanto glorificata dall' uomo da cui fu amata : per 
queste pagine, Margherita Albana è entrata veramente 
nell' immortalità. Tra i poeti annunciatori rivelati da E- 
doardo Schurè figurano primi tre grandi Polacchi, Mickie- 
wicz, Slovackì e Krasinski, studiati da Gabriel Sarrazin. 
La grande Polonia e la grande Francia incarnate nell' u- 
manità allora s'abbracciavano; dopo di loro, la Francia 
apparve più piccola e la Polonia fu dimenticata. Ma ri- 
sorgerà ; deve risorgere, e quello che il professor Maria- 
no Zdziechowski chiamò felicemente prometeismo cristia- 
no troverà nuovi agitatori di fiaccole che ridesteranno 
I infelice dormiente. Seguono uno studio sopra Charles 
de Pomairols, a proposito de' suoi versi commoventi ap- 
parsi nel 1904, sotto il titolo Pour V Enfant, « Charles 
de Pomairols, dice Schurè, est une des figures les plus 
pures, à la fois une des plus austères et des plus sympa- 
thiques, de la noblesse francaise actuelle. » E di questo 
gentilhomme terrain, agricoltore, filosofo, filantropo e 
poeta Ed. Schurè ci presenta un ritratto simpaticissimo. 

In un breve articolo, sono rievocati quelli che Schurè 
chiama Poètes oV aurore et de crepuscule, Lamartine, Vi- 
ctor Hugo, Sully Prudhomme, Leconte de Lisle, Alfred 
de Vigny, e gli stessi Baudelaire e Verlaine («tous deux, 
dice Schurè, quoique pervertis et poètes de decadence, 
sont de subtils flaireurs d' avenir »). Seguono uno studio 
profondo sulla pessimista M.me Ackermaim, che Barbey 
d'Aurevilly chiamava « un démon dans une honnète fem- 



è 



— 232 — 

me »,uq saggio attraentissimo sul poeta mistico cristia- 
no Louis Le Cardonnel, ora prete e pedagogo in Italia 
e sulla sua anima sorella Madame Gabrielle Delzant; in- 
fine una analisi della poesia teosofistica di Alessandre 
Saint-Yves. 



Luigi Pirandello : L'Esclusa, romanzo. — Milano, Fra- 
telli Treves ed., 1908. 

Luigi Pirandello s' è ora già acquistato un bel nome 
tra i nostri romanzieri umoristi, ma da ben quindici anni 
egli aveva dato saggi della sua valentia, col presente 
racconto che disperso o sommerso nelle appendici del 
giornale politico La Tribuna non era forse stato osser- 
vato quanto meritava. Letto a spizzico, le qualità armo- 
niche dell' insieme poterono sfuggire ; ora V autore riprese 
nelle mani il suo lavoro giovanile, per migliorarlo, e ci 
riappare adesso, incastonato come un prezioso gioiello. 

L'Esclusa, è Marta Pentagora, una moglie sospettata 
ingiustamente dal marito di una tresca con uu giovane 
avvocato, che le scriveva per domandarle amore, e che 
essa, pura ed onesta, respingeva. Ma al marito bastò quel 
carteggio, per cacciar la moglie di casa. Essa torna alla 
casa paterna come una svergognata ; il padre di lei, rab- 
bioso, non la vuol più vedere, si rinchiude in una stanza, 
abbandona gli affari ad un altro, che li manda in rovina; 
consumandosi nella sua rabbia, il padre muore ; tutte le 
disgrazie si seguono ; la folla superstiziosa svergogna 
pubblicamente la povera Marta innocente ; essa non sa 
a qual santo raccomandarsi per aiutare la famiglia rovi- 
nata; si rimette a studiare per ottenére il diploma d'isti- 
tutrice ; vince, per merito, il posto, ma i maligni susur- 
rano che l'avvocato, divenuto deputato influente, ha fatto 
avere il posto alla sua bella; le compagne sono maledi- 
che ; tre colleghi della scuola corteggiano diversamente 
la povera Marta, e la insidiano ; essa resiste ; ma non 
isfugge alle calunnie. Disperata, s' incontra finalmente 
col suo antico adoratore, che 1' attrae e la fa cadere. 

Incinta di lui, Marta, disperata, vorrebbe morire; il 






— 23;ì — 

seduttore le propone allora di fuggirsene con lui a Ro- 
ma o di raggiungere il marito che, pentito, la desidera; 
deve dunque pubblicare la sua vergogna e abbandonare 
sua madre e sua sorella nella miseria, per farsi mante- 
nere, fin che gli piaccia, dall' uomo eh' era già disposto a 
ricederla al marito; Marta incomincia a sentire l'orrore 
d' un simile amante. Intanto, il marito dolente ritorna a 
lei. confessa i suoi torti, perdona a Marta la sua caduta, 
cagionata la lui stesso ; e avviene la conciliazione ; così 
l'autore viene a dimostrare l' ingiustizia umana che con- 
danna la donna innocente e la rimette sugli altari quan- 
do è caduta. Questo lo schema del racconto ; ma quan- 
t' arte e quanta bravura nello svolgerlo ! quanta verità 
di caratteri e di costumi ! quanta finezza di osservazioni, 
spesso umoristiche ! quanta vivezza di descrizioni! quanta 
fusione armonica di elementi di vita popolare che colo- 
riscono l'ambiente siciliano, coi fatti ora comici ora tra- 
gici che si narrano con molta disinvoltura e con facile 
eleganza di stile ! 

Felice D' Onufrio : La famiglia Rondarli, romanzo. — 
Torino, Società Tipografico-editrice nazionale, 1908. 

Il prof, d' Onufrio è ben noto, e pregiato per un bel 
saggio sopra gl'Inni Sacri di Alessandro Manzoni e per 
alcuni volumi di liriche ; egli non aveva ancora fatto 
prova di sé nel romanzo, e ne dà ora saggio in un denso 
volume di 430 pagine che ci espone i casi d'una intiera 
famiglia siciliana. E una specie di cronaca minuta, ove 
non mancano i fattacci ; ma gli avvenimenti più gravi 
si mescolano con altri insignificanti, che, non interessando 
punto il lettore, o per la meschina qualità dei perso- 
naggi, o perchè essi non escono dalla cerchia de' fatti 
comuni e non meriterebbero perciò alcun rilievo, ren- 
dono alquanto faticosa la lettura di una parte del rac- 
conto. Non mancano tuttavia alcune pagine calde e colo- 
rite, che dimostrano l' arte dello scrittore ; ma per lo 
più si sente lo sforzo nel mettere insieme un romanzo 
di maniera. 



— 234 — 

Vi è sovrabbondanza di particolari minimi; altri 
scrittori cadono in questo difetto; e primo forse di tutti 
ma con una rara potenza descrittiva e rappresentativa, 
aveva dato 1' esempio il Ba'.zac in Francia. — Forse il 
D' Onufrio ebbe pure presente qualche romanzo del Fo- 
gazzaro ; ma nessuno ha accumulato tanti fatterelli che 
sfuggono all' interesse del lettore. Il D' Onufrio arieggia 
talora anche il genere romantico e sentimentale ; anzi 
alcuna volta cade persino nel macabro. Il romanzo un 
po' artificioso di Clotilde ed Ermete, e la figura che vor- 
rebbe divenire poetica di Enrico Kondani parrebbero do- 
ver destare alcun interesse, ma si perdono anch'essi, nel 
mare di piccolezze in cui 1' autore non ha pensato che li 
avrebbe affogati. 

Forse, cinquant' anni fa romanzi così combinati pote- 
vano ancora aver voga ; ma si può temere che, nell' età 
presente, trovino un pubblico svogliato ed indifferente. 

Miscellanea di Studi Critici pubblicati in onore di 
Guido Mazzoni dai suoi discepoli, per cura di A. Della 
Torre e V. L. Rambaldi, Firenze Tip. Galileiana, due 
voi. in 4 di pag. 502-486. 

Sono trentasette nobili e pregevoli scritture, di sco- 
lari e scolare del Mazzoni, che, dopo averlo seguito in 
varia sede, per venticinque anni di splendido e proficuo 
insegnamento, a Padova ed a Firenze, vollero tributargli 
onore ed esprimergli, nel miglior modo, la loro ricono- 
scenza, offrendo, riuniti in due grandi volumi elegante- 
mente stampati, al maestro amatissimo, eletti frutti de' 
loro studii e del loro ingegno. Essi percorrono nelle loro 
presenti indagini tutto il vasto campo che ha percorso 
il maestro nella scuola, dal dominio provenzale in quanto 
si riflette nella poesia italiana e dai poeti e prosatori del 
duecento, a traverso il Petrarca e il Boccaccio, 1' Uma- 
nesimo, il Rinascimento, il Petrarchismo, il Tasso, la 
Crusca, fino al settecento e all' ottocento, mostrando cia- 
scuno atteggiamenti speciali d' ingegno e di carattere 
come studioso, ma tutti ricercatori diligenti del vero, 



— 235 — 

eoa un certo studio di grazia e di semplice eleganza, 
della quale il dotto e geniale maestro li dovette senza 
dubbio innamorare e di cui si può ora certamente com- 
piacere. Le monografie sono di varia misura ed impor- 
tanza, ma tutte rischiarano un punto mal noto di sto- 
ria letteraria, e discutono ogni questione con garbo. 
Nel rallegrarci pertanto con l'illustre maestro e coi va- 
lorosi discepoli, non crediamo potere far meglio, per la 
maggior conoscenza che i soci della Elleno-Latina, lettori 
del presente Annuario, desiderino prendere, per le loro 
particolari ricerche, delle varie scritture comprese in 
questa magnifica raccolta, che darne l' intero elenco : 
« .Ramiro Ortiz : De avinen parlar en domnas ensenhadas; 
Santorre Debenedetti : Lambertuccio Frescobaldi poeta e 
banchiere fiorentino del secolo XIII ; Domenico Guerri : Il 
nome Adamitico di Dio (relativo a studii danteschi) ; Fran- 
cesco Paolo Luiso : Di uri opera inedita di Frate Guido 
da Pisa ; Carmine di Pierro : Preliminari alV edizione cri- 
tica dello Specchio della Vera Penitenza di Fra Jacopo 
Passavanti ; Vittorio Lazzarini : La seconda ambasceria 
di Francesco Petrarca a Venezia ; Arnaldo della Torre : 
Per la storia della toscanità del Petrarca ; Guido Traver- 
sai : Appunti sulle redazioni del De Claris Mulieribus di 
Giovanni Boccaccio ; Alfredo Galletti: Una raccolta di 
prediche volgari inedite del Cardinale Giovanni Domini- 
ci ; Concetto Marchesi : Il volgarizzamento italico delle 
Declamationes Pseudo-Quintilianeae ; Giuseppe Vidossich : 
Inrentario polesano inedito del quattrocento ; Benedetto 
Soldati : Improvvisatori, canterini e buffoni in un dia- 
logo del Pontano ; Edmondo Solmi : Per gli studi ana- 
tomici di Leonardo da Vinci; Giuseppe Fusai: Per il 
commissariato di Lodovico Ariosto in Garfagnana ; Abdel- 
kader Salza: Intorno aW Ariosto minore ; Giulio Lovarini: 
Xuovi documenti sul Ruzzante ; Fortunato Pintor : Un'an- 
tica commedia fiorentina; Ugo Scoti-Bertinelli : Di una 
farsa inedita di Giovanmaria Cecchi ; Diana Magrini : 
Clemente Marot e il Petrarchismo ; Antonio Belloni : Il 
pensiero critico di Torquato Tasso nei posteriori trattatisti 
italiani dell 1 epica ; Guido Andreini : Carlo Dati e V Acca- 






— 236 — 

demia della Crusca; Francesco Picco: Appunti intorno 
alla coltura italiana in Francia nel secolo XVII: Jean 
Chapelain ; Maffio Maffii : Atteggiamenti non comici nelle 
commedie di Corneille e di Molière ; Ettore Levi-Malvano: 
Salomone Fiorentino e le sue Elegie ; Ida Luisi : Un poeta 
editore del settecento : Notizie su Paolo Bolli; Stefano Fer- 
mi : Per un'' edizione completa delle Lettere di L. Maga- 
lotti e per V autenticazione della sua relazione « Della 
China » ; Gemma Sgrilli: Viaggi e viaggiatori nella se- 
conda metà del settecento ; Ferdinando Pasini: Una strofe 
pariniana; Gioachino Brognoligo : Una famiglia virgilia- 
na ; Zulia Benelli : Il Foscolo nelle lettere del Cicognara e 
$ altri amici, spigolature inedite ; Eugenia Montanari : 
Per la storia della « Biblioteca Italiana, a proposito della 
polemica classico-romantica ; » Paolo Prunas : Del carteg- 
gio di Cesare Galvani a Marcantonio Parenti; Edoardo 
Piva : Lettere e versi inediti di un martire di Belfiore : 
Enrico Tazzoli; Attilio Gentille: Un'' edizione triestina 
dei classici italiani: Antonio Racheli ; Augusto Lizier : 
Il romanzo storico, il romanzo psicologico e Giuseppe Bian- 
chelli ; Rosolino Guastalla: Uno fra gli szritti miìiori di 
F. D. Guerrazzi; Veronica Cybo. » 

Cesare Augusto-Levi ; Venezia, Cor fu ed il Levante, re- 
lazione storico-archivistica, Voi. I. Testo, Venezia 
1907, Prem. off. grafiche di Carlo Ferrari. 

Questa voluminosa monografia venne compilata e stam- 
pata a spese del Municipio di Venezia, Il commendator 
Levi, dai suoi sogni poetici, è calato alle laboriose inda- 
gini archivistiche, per ricollegare Venezia con le sue an- 
tiche colonie, e, intanto, coti l' isola di Corfù e con 1' altre 
isole Jonie. Era naturalmente necessario che l' indagatore 
si recasse a Corfù, ov' egli si condusse e trattenne, perciò, 
parecchi mesi ; ritrovati nuovi documenti, li copiò, li mise 
in ordine, e ora ci fornisce un materiale assai abbondante, 
composto principalmente d' inventarli, in gran parte ine- 
diti, aridi per sé stessi, ma che, spianano la via a molte 
ricerche speciali, ed alla storia generale di Venezia negli 



— 237 - 

ultimi secoli. Per il secondo volume, che sta preparando, 
l' egregio autore ci promette qualche cosa di meglio. 
Udiamo dunque lui stesso: Nel II volume, il lettore tro- 
verà gli estratti dei Diari di Marino Sanudo che stral- 
ciammo, con pazienza monastica, quelli della Strathia, 
tolti dai Monumenti ellenici del Sathas — gli spunti dei 
Commemoriali della Repubblica Veneta nell' Archivio di 
stato editi dalla Deputazione di Storia Patria, di cui ci 
onoriamo esser membro — troverà 1' elenco delle amba- 
scerie che mandava Corfù a Venezia — quello dei nobili 
e dei baroni del Levante — i cerimoniali — spunto di 
leggi, riti e costumi di greci, cattolici ed ebrei — leg- 
gende, curiosità storiche, piante, disegni, — bibliografia — 
un sunto dell' opera che deve venir testé alla luce per 
parte dell' Arciduca Luigi Salvatore di Toscana-Lorena 
su « Parga » (è ora già pubblicata e in edizione monu- 
mentale) ripresentante a un secolo di distanza una 
questione posta da Ugo Foscolo — e forse, come disse 
il Pélissier pel volume dei documenti della storia delle 
Collezioni d' Arte e Antichità in Venezia, per parte del- 
l' autore, una muta quanto eloquente — esposizione di 
cose che meritavano esser tratte dall' abisso dei secoli 
all' investigazione del lucido pensiero moderno » . 

Se il raccoglitore non ci promette dunque nulla di 
proprio, si assume l' incarico di riunire tanto materiale 
di storia nel prossimo volume, che, se trascritto con 
iscrupolosa esattezza, potrà risparmiare allo storico fu- 
turo, molte ricerche penose e difficili, e avrà fatto perciò 
opera patriottica e meritoria. 

Joseph Turquan; Vii nouveau sur Louis XVII, solution 
du problème — Paris, Emile-Paul, 1908. 

Il Turquan è ben noto in Francia, ed anche in Italia, 
per una serie di lavori storici coraggiosi e ben documen- 
tati, ciascuno de' quali ha squarciato il velo di qualche 
mistero, facendo 1' autore quasi da giudice istruttore sui 
fatti degli ultimi cento anni di storia. Ora egli s' è ac- 
cinto a dimostrarci come abbia finito il vero Luigi XVII, 



— 238 — 

intorno al quale nacquero tante leggende, che diedero poi 
occasione alla comparsa, sul palco scenico della storia, di 
tante marionette che presero il fìnto nome del figlio di 
Luigi XVI e di Maria Antonietta. Il Turquan, con argo- 
menti molto gravi viene a dimostrare, troncando ogni di- 
scussione: « l.o que le malheureux fils de Louis XVI et 
de Marie Antoniette a été assassinò au Tempie, le 19 Jan- 
vier 1794, entre huit et neuf heures du soir ; 2.° qu' il a 
été enterré secrètement, sans retard, peut-étre vivant an- 
core, dans le fosse du Tempie. Gràce à la déposition d'un 
témoin de la découverte fortuite de son squellette, té- 
moin oculaire que nul n'a le droit de ne pas croi re sin- 
cère, le lieu d' inhumation dans le fosse se trouve déter- 
miné avec la plus grande précision ; 3.° qu' il lui a été 
sur 1' heure substitué un enfant de son àge, malade, in- 
curable, dont les jours ótaient comptés, afin de fair e 
croire à la mort naturelle du Dauphin, lorsque le petit 
malade succomberait légalement et officiellement a sa 
place ; 4.° que la duchesse d' Angouléme a tout su, mais 
quelque temps seulement après son retour en France. 
De là les diverses variations qu' on a pu remarquer dans 
sa conduite et dans ses dires an sujet de son infortuné 
frére. » Il Turquan conchiude : « Telle est la solution de 
ce passionnant problème sur lequel il a été dit et écrit 
fcant de choses, exceptó la véri té. >■ 

E la verità vien fuori da questo libro sincero, ed è 
questa, che una delle ultime vittime di Robespierre e 
de' suoi complici fu il povero Delfino di Francia. Il pro- 
cesso ripreso dal Turquan non si può leggere senza fre- 
mere. Vi fu assassinio veramente al Tempie, e i Terro- 
risti ne furono gli autori. Se 1' autore non può recare la 
prova di fatto, perchè di molti delitti, che hanno inte- 
resse a rimaner secreti, tutte le prove si distruggono, 
le indagini da lui fatte sulle circostanze che motivarono 
e accompagnarono il delitto, e le induzioni che ne trasse 
sono sufficienti per corroborare i suoi sospetti, e rendere 
probabili le sue terribili conclusioni, che rendono più 
fosco il quadro già così tetro e sanguinoso del Regno del 
Terrore. 






— 239 — 

M. Tullii Ciceronis ; De Re Publica, Libri 17, luoghi 
scelti connessi e commentati da Angelo Lerra, Ro- 
ma-Milano, Società editrice Dante Alighieri di Al bri- 
ghi Segati e C. 190S- 

Cicerone, come il più grande de' Latini, è ancora il 
nostro maggior maestro dell'antichità; e in nessuno me- 
glio che in lui si potè apprezzare il vantaggio della com- 
penetrazione del genio ellenico nel mondo romano ; nes- 
suno additò meglio di lui 1' uomo e cittadino perfetta- 
mente equilibrato ; da Platone idealista traeva luce di 
bellezza, da Aristotile sapienza di vita ; voleva la virtù, 
ma non quella troppo rigida di Catone ; ammirava la 
virtù delle armi, ma disprezzava i generali che s' arric- 
chivano sulle guerre, e i proconsoli che spogliavano le 
Provincie ; mirava ad una patria che curasse più di con- 
servare i suoi beni che d' ingrandirli ; campione di giusti- 
zia e di libertà, come scrittore, come oratore, come uomo 
pubblico, scrisse e visse incontaminato. L' Italia, nel suo 
Rinascimento, vedeva la grandezza di Roma specialmente 
a traverso il genio di Virgilio e di Cicerone ; ora l' intiera 
umanità civile che si richiama al mondo antico, non vede 
figura più alta di quella di Cicerone. Perciò, un grande 
brasiliano, il nobile oratore e diplomatico latino, Joaquim 
Kabuco ambasciatore a Washington, vagheggia un mo- 
numento grandioso mondiale da erigersi in Roma alla 
gloria di Marco Tullio Cicerone. E noi che facciamo per 
esso ? In passato, lo studiammo con grande amore ; si 
studia esso ancora, dalla nuova gioventù, con lo stesso 
fervore ? E di chi è la colpa, se alcuni insegnanti nostri 
lo trascurano ? Pur troppo sulle orme della dotta Germa- 
nia, dove P imperialista Mommsen non seppe vedere nel 
repubblicano Cicerone, nemico di Cesare, altro che un pa- 
rolaio, per scimiotteria, s' affetta anche da noi un sublime 
disprezzo per il genio più puro della nostra stirpe latina. 

Perciò, giunge tanto più opportuno il libro diligen- 
tissimo che offre ai nostri studenti liceali il professor 
Angelo Lerra ; testo e commento sono fatti per crescere, 
con l' ammirazione per Cicerone, anche V amore della 






— 240 — 

virtù e della patria, due parole che sembrano agli odier- 
ni scettici quasi vuote di senso, ma che contengono pur 
sempre il segreto di ogni nostra felicità e d' ogni no- 
stra gloria, se la virtù si mette in continuo esercizio, 
e se la patria si serve continuamente. Il De Republica, 
di tutte le opere di Cicerone, è forse la più densa d' inse- 
gnamenti per i giovani che s' avviano alla cosa pubblica ; 
il Lerra, con un commento ampio e minuto e lodevolissimo, 
ne rende assai più piana ed istruttiva l' intelligenza. Il 
commento grammaticale, estetico, storico, è copiosissimo ; 
ma, ricco di assai buone osservazioni, 1' erudizione del 
Commentatore lo fa amorosamente educativo. La romanità 
poi di Cicerone diviene spesso umanità ; quindi, con tale 
guida sapiente, si può desiderare di mantenersi, con no- 
bile fierezza, Latini in faccia al mondo. 

Arturo Farinelli : Giosuè Carducci ; Discorso tenuto 
al Circolo Accademico di Vienna la sera del 25 giu- 
gno 1907; Trieste, ed. dal Palvese, 1907. 

Nella serie delle commemorazioni carducciane, questa 
del chiaro professore che l'Italia ha riconquistato al- 
l' Austria è forse la centesima ed una. L' autore dedica 
il suo splendido discorso « Ai giovani italiani sparsi nelle 
terre dell' Austria eh' io, con misere forze, tentai d' edu- 
care a' forti e sani ideali » . Egli parla per ricordare 1' ope- 
ra del poeta a Vienna « ove tacite si raccolgono le ro- 
vine di chi ha la favella d' Italia nell' anima, e venera- 
zione alla coltura d'Italia che non muore », a Vienna 
ove « l' ira del poeta giungeva colle fiamme del suo pa- 
triottico canto, e cadevan freccie, e cadevan strali, che 
la mano convulsa vibrava » . Quindi, con serrato e denso 
discorso, il vigoroso scrittore rappresenta i varii moti 
dell' ingegno possente del vate della nuova Italia, mo- 
strandolo alto e nobile in tutte le attitudini della sua vita 
poetica, compendiata in modo mirabile; e conchiude, con 
bene inspirata eloquenza: « Triste favola chiamava il 
poeta quella che narra e lo scadimento e la oscurazione 
delle stirpi latine ! * « Oh, noi non vogliamo né spegnerci 



— 241 — 

né imputridire, esclamava. » Non aveva le utopie del suo 
divin poeta Alighieri. La patria sua sviceratissi inamente 
amava, confortava al sentimento nazionale per assorgere 
più in alto ed esser degni dell' amplesso della grande 
umanità ricongiunta. Nel bollor pieno di gioventù, già 
favella di una « universale civiltà, che a tutti i tempi 
guarda » e « s' ispira al passato, parla al presente, e 
crea l'avvenire, e collega i popoli in fratellanza di idee, 
perchè procedano uniti e forti ai loro destini ». A que- 
sta grande civiltà inneggia ; a questa civiltà fratellanza, 
nel vecchio mondo e nel nuovo, aspira tutta la vita. I 
grandi spiriti ricongiunge in una sola famiglia. Il vate 
e patriotta d' Italia guarda ansioso alla gran patria, sulla 
quale, clemente e inclemente, se inarca un solo cielo, e 
fiammeggia, tra gli arcani dell'infinito, un solo mondo 
di stelle. L'urna dello Shelley solleva il poeta all'alte 
sue visioni, e pe' cieli sereni lo porta, all' isola delle belle, 
degli eroi e dei poeti « risplendente di fantasia ne' mari » 
limgi dalle vie « de i duri mortali travagli ». Gli spiriti 
magni son ivi ricongiunti ; ed erran, cantando insieme, 
Sigfried ed Achille ; Rolando con Ettore parla : trovasi 
Ofelia con Ifianasse, Andromaca con Alda la bella ; re 
Lear canta a Edipo le sue pene ; la candida Antigone è 
chiamata dalla Pia Cordelia ; Elena e Isotta vanno pen- 
sose per 1' ombra de i mirti ; vivono, nelP eterna pace, 
in armonia perpetua, 1' eterna vita e i fantasmi de' poeti 
di tutti i tempi. Or è tra quei spiriti fantasmi, sfavillante 
di luce viva, il poeta della moderna Italia. Di lassù ci 
protegga, ci guidi e ci conforti. Il misero mondo delle 
vicende e de' sogni nostri, tumultuante, si frange, e il 
canto del poeta resta. 

Charles Dejob : Noces Chàtelain-Gaillard : Beretti, Gol- 
doni et Metastase, Toulouse, 1907. 

Nel dedicare, con molta grazia, queste pagine al E- 
mile Chàtelain membro dell' Istituto per le nozze di suo 
figlio Carlo, architetto, con la signorina Gaillard, l'A. non 
cercava un gran pubblico, poiché un tal genere di scrit- 



— 242 — 

ture di solito è destinato a rimaner quasi inedito, letto 
con distrazione dagli sposi, e sepolto in archi vii, che ra- 
ramente diventano polverosi, perchè il vento li disperde. 
Alla modestia dell' autore che, nello scorso luglio, le na- 
scose sotto il titolo : Noces Chàtelain-Gaillard, rimediamo, 
come si può, segnalandole nel primo nostro Annuario. 
Il Dejob non aveva nessun documento nuovo da fornire, 
per giustificare 1' acerba censura che il Baretti fa al Gol- 
doni e il suo entusiasmo per il Metastasio, ma egli insiste 
sopra un argomento, che può servire di scusa; onde viene 
a conchiudere: « Le jugement de la Frusta sur Goldoni 
est la plus criante de ses injustices, mais peut-ère aussi la 
preuve la p^s touchante de son amour pour l'Italie ». 
E ci piace sorprendere in questo scrittarello del fido av- 
vocato della nostra letteratura in Francia questo equa- 
nime giudizio sopra il Goldoni : « Elève ou émule de 
Molière, peu importe; il s' était mis dans l' impossibilitò 
d' échapper à une comparaison avec un homme qu' il ne 
valait pas. Baretti en souffrait, et, comme chez beaucoup 
de personnes, le chagrin tourne à la colere; il s' irritai* 
contre Goldoni; il qualifiait de honteux échec une tenta- 
ti ve que V avenir a irrévocablement jugè glorieuse. Son 
dépit 1' empéchait de voir non seulement que les qualités 
techniques chez Goldoni sont de premier ordre, que 
Goldoni est incomparable dans la grande peinture, son 
pinceau a souvent une sùreté, une force étonnantes ; 
parceque Goldoni n' égale pas habituellement Molière, il 
ne remarque pas qu' il 1' égale quelquefois. » 

Charles Dejob : Le Marchand de viti dans les vieilles 
comunes de l'Italie, Paris, Société francaise d' impri- 
merle et de librairie, 1707. 

In questo opuscolo il benemerito presidente della 
Société cZ' études italiennes en France allarga una sua 
curiosa e interessante conferenza tenuta l' anno innanzi 
alla Sorbona, piena di notizie erudite non comuni, e 
molto briosa. I nostri statuti e le nostre cronache ab- 
bondano di particolari che riguardano le osterie nel tempo 



— 243 — 

de' comuni. Solamente alcune prescrizioni possono essere 
diversamente interpretate. Il professore Dejob mostra 
di credere che alcuni monasteri amassero aver vicini 
certi spacci di vino, per loro comodo, e attribuire V or- 
dine di non permettere ad alcun oste o taverniere d'aprir 
bottega, a una distanza minore di 300 metri dal convento, 
e sembra inferirne che la proibizione avvenisse per im- 
pedire che i monaci stessi avessero troppo frequente e 
comoda 1' occasione d' intemperanze nel bere ; mentre che 
è il vero, che negli archivi si trovano frequenti petizioni 
di abati e badesse che pregano perché siano chiuse o 
allontanate taverne, nelle quali gli alterchi, le bestemmie, 
i discorsi osceni venivano a disturbare le pie meditazioni 
e le preghiere de' monaci e delle suore. 

Il Dejob non è riuscito a trovar notizie precise so- 
pra l'aspetto esterno e interno delle vecchie taverne ed 
osterie italiane; e se ne comprende la ragione; si somi- 
gliavano un po' tutte, e non avevano alcuna grande appa- 
renza. Chi tentasse, per un esempio, la storia dell' albergo 
dell'Orso sul Tevere, che, secondo la tradizione, avreb- 
be accolto Dante nella sua venuta a Eoma, rischierebbe 
di smarrirsi ; da certi fregi del Rinascimento, che scappa- 
no ancora fuori da qualche parete di quel misero albergo, 
potrebbe credere che sul fine del quattrocento o sui primi 
del cinquecento fosse divenuto un albergo elegante ; ma 
tutti que' vicoletti, chiassetti, ed angiporti insidiosi che 
lo circondano non lasciano sperare che l'Albergo dell'Orso 
fosse neppur allora un luogo paradisiaco. Tuttavia, si po- 
trebbe fare un bel libro sugli osti, con le sole informa- 
zioni che si trovano nei novellieri, nei comici, nei poeti 
burleschi ed eroicomici, nei poeti satirici, e ne' roman- 
zieri italiani ; e le notizie sparse che, da varie fonti, il 
Dejob ha raccolta per la sua conferenza, potrebbero per- 
mettere di dare maggior luce al soggetto. La materia 
sarebbe molto esilarante ed esposta sistematicamente po- 
trebbe alimentare un libro gustosissimo, del quale intan- 
to, il Dejob avrebbe il merito d' essere stato buon sug- 
geritore. E un libro simile potrebbe essere intrapreso 
per ogni paese. Per la Francia intanto, e specialmente 



— 244 — 

per le tradizioni popolari intorno agli osti ha già raccolto 
un ricco materiale il suo primo, infaticabile folklori sta, 
Paul Sébillot. Al libro italiano torneranno finalmente 
preziose le notizie che il Dejob ha riunite in un' appen- 
dice sopra « quelques anciens cabarets et quelques an- 
ciennes hòtelleries de l' Italie. » 



Jolanda : Eva Regina, Il Libro delle Signore, Consigli 
e norme di vita femminile contemporanea, Milano 
Arnaldo De Mohr, 1907. 

Si dice spesso di un libro nuovo che esso risponde 
ad un grande bisogno ; ma di nessun libro sarà mai stato 
detto meglio che di questa Eva Regina, vagheggiata, 
ideata e delineata con mano elegante da una delle nostre 
scrittrici più delicate e dall' anima più vibrante. Jolanda, 
con la poesia che è di tutti i tempi, ha il senso moderno 
della vita, e vuole per la donna italiana una nuova di- 
gnità spirituale conforme alla realtà della vita presente. 
Essa prende la donna alle porte della vita, e 1' accompa- 
gna fino al suo tramonto; ne riguarda l'eleganza e la 
bellezza, la stadia nell' amore, negli usi sociali, nella 
morale, nell' educazione, nell' igiene, nella storia, nella 
coltura, non già in forma di trattato, in tanti capitoli 
distinti, ma or qua or là, secondo che si viene svolgendo 
il romanzo o il dramma della vita ; e il libro, se bene 
tratti di tutte le donne civili italiane in genere, ci appare 
come il racconto delle vicende di ciascuna, nelle varie 
soste, che 1' Autrice segna con queste iscrizioni poetiche: 
« Fra due veli — Oltre il mistero — All'ombra della 
culla — In alto mare — Domus Mundus — Veli Neri — 
Igea — Scala della vita — Il giudizio di Paride ». Jolan- 
da ha vissuto per sé e per gli altri ; è passata a traverso 
la vita osservando e notando ; e tutte queste note dif- 
fuse, come una fiorita, nel libro, formano, nel loro insieme 
armonico, una vera guida femminile. Certo, ogni lettrice, 
per suo conto, avrà qualche cosa da aggiungere alle pa- 
gine di Jolanda; e, poiché il libro è destinato a tenere 
1' ufficio di un vade-ìnecum, io vorrei quasi suggerire al 



— 245 — 

simpatico editore, benché esso formi già un volume di 702 
pagine, d' inserirvi tra una pagina e l' altra un foglio 
bianco, dove ogni lettrice potesse scrivere di proprio pu- 
gno le sue impressioni, fare qualche aggiunta; e correg- 
gere anche, o dissentire, dove le paresse che Jolanda 
avesse detto meno bene, o avesse almeno detto cosa che 
stridesse troppo col sentimento altrui. Molte delle osser- 
vazioni raccolte in parecchi esemplari del libro giovereb- 
bero quindi a Jolanda per rianimare il proprio lavoro di 
una seconda vita, e condurlo alla sua ultima perfezione. 
La stessa ricchezza di note suggestive di Jolanda ne 
inspirerebbe altre ; e da questa collaborazione silenziosa 
di molte gentildonne italiane verrebbe fuori 1' opera più 
affascinante che sia stata scritta a' dì nostri. Intanto, si 
legga il libro qual è, già così pieno di grazia e di vita, 
e sommamente ricreativo ed educativo. 



Jolanda : Le Ultime Vestali, romanzo, con illustrazioni 
del pittore G. Costa, Città di Castello, scuola tip. 
cooperativa editrice 1908. 

Jolanda, ad ogni suo nuovo lavoro, spiega nuova 
virtù d' ingegno, rivela nuove energie femminili ; è questo 
il suo ottavo romanzo, e segna un gradino più in su 
nella scala d'ascensione, che la gentile scrittrice di Cento 
percorre luminosamente. Il romanzo è dedicato ad Ada 
Negri. La gentilezza di Jolanda si è fatta robustezza. 
Da prima, la scrittrice delineava ; ora scolpisce ; le sue 
figure di Medea e di Giselda specialmente, sono scolpite, 
non nel marmo, ma nella carne viva ; e quella Dolly che 
viene dall' America a portare un nuovo aere più spirabile 
celi' ambiente soffocante del vecchio mondo, e a sanar pia- 
ghe, che nel vecchio mondo, parevano insanabili, ha, nel 
nuovo libro di Jolanda, un alto significato morale. Forse 
non mancheranno nel nostro Occidente lettrici scrupolose 
che accuseranno la scrittrice d' aver troppo osato ; ma 
l' osare è molte volte grande generosità e segno di vera 
nobiltà. Nel suo romanzo, Jolanda commenta, con l'esem- 
pio, alcune pagine della sua Eva Regina, liberando la 



L 



— 246 — 

donna dal pericolo di alcuni pregiudizii sociali, che le 
tolgono libertà di moto. Non tutte le donne essendo de- 
stinate al matrimonio, si domanda 1' autrice che cosa 
devono divenire quelle che ne stanno fuori ; poi essa va 
più in là; quando l'amore non conduce la donna al ma- 
trimonio, ma alla maternità, non per vizio, ma per inganno 
dell'uomo, seduttore dell' ignoranza innocente, quale po- 
sto deve dare la società alla madre derelitta, e al bam- 
bino nato, socialmente parlando, in modo irregolare? Il 
problema è risolto semplicemente e naturalmente, nel 
romanzo, dall' americana Dolly, la quale contemplando 
Giselda, la giovinetta tradita che sta per divenir madre, 
esclama : « se voi siete le vinte, noi siamo le vincitrici, 
e ci graveremo le spalle anche del peso dei vostri dolori 
e delle vostre vergogne, per farvi più lieve il cammino 
e additarvi più presto la vetta della rinnovazione. E tu, 
piccola sorella che l' ignoranza della verità ha perduto, 
tu a cui fra un anno giacerà fra le braccia un figliuolo, 
dovrai cercare appunto nella santa verità della vita la 
tua salvezza, la tua redenzione. L' amor di madre sarà 
la tua dolcezza, il lavoro la tua forza. Io t' insegnerò 
come si possano vincere con 1' opera le crudeltà del de- 
stino, colmare le sterilità dell' esistenza, farsi, per mezzo 
del faticoso e austero adempimento, del dovere una in- 
vincibile armatura; io creerò in te un'anima nuova, e 
sui frantumi della tua innocenza virginale, dei tuoi sogni 
d' amore, delle tue speranze, rinascerai a vita diversa, 
più complessa, più vigorosa, più vasta. E i baci del tuo 
bambino ri tesseranno intorno alla tua fronte una ghir- 
landa di castità. » 

.Alfredo Nota e Pietro Fontana : Pagine gaie e pagine 
forti della letteratura italiana, ad uso delle scuole se- 
condarie, Palermo, Roma Sandron 1908. 

Gaio e forte vuol dire, per lo più, sano e buono, ed 
è ottima tendenza quella de' moderni educatori, i quali 
mirano a risanare un poco la scuola, accrescendo la ro- 
bustezza e 1' allegria de' ragazzi. La vita appare per sé 



— 247 — 

stessa cosa triste ; ma la nostra buona volontà e il no- 
stro accordo possono contribuire a renderla meno per- 
versa. Vincere 1' uggia è, intanto, un buon principio, ed il 
libro che annunciamo, poiché intende a questo, a dispetto 
della diffidenza che, generalmente, e' ispirano que' mo- 
saici che si chiamano antologie, merita di venir festeg- 
giato. Incomincia intanto con una buona scelta di sentenze 
d' uomini grandi e di popolo che raccomandano come 
molto salutare, sapiente e conducente a virtù, la gaiezza; 
dello stesso Salomone che, dopo aver molto goduto la 
vita, la chiamava vanità delle vanità, è questa sentenza: 
« L' animo gioioso fiorisce la vita; l'animo triste secca 
le ossa » . I raccoglitori scrivono : « Rompere la tradizione 
di musoneria, che pesa sulla scuola e sugli studi, è cosa 
che non si è fatta ancora o si è fatta timidamente e in 
modo incompiuto senza determinatezza di scopi, senza 
convenienza di mezzi. Vedere, ciò che non si vede da 
tempo o si vede rare volte, i fanciulli e i giovanetti delle 
nostre scuole espandere 1' anima in una luce di riso in- 
tellettuale e sentire le grige pareti della scuola fremere 
e vibrare per insolita gaiezza; questo si propone di ot- 
tenere il nostro libro. » Ma non basta far ridere ; con- 
viene anche fortificare : perciò proseguono i due racco- 
glitori : « E noi abbiamo messo nel nostro libro Pagine 
forti coli' intento di scuotere le fibre intorpidite, di ri- 
svegliare energie sopite, di educare propositi virili». 

Forse, leggendo altro, leggerldo di più, gli egregi 
autori troveranno altre pagine più efficaci da sostituire 
ad alcune presenti, che non dicono molto, e le future 
edizioni, che non devono mancare, faranno apparire il 
libro più conforme in tutto al titolo, più degno e più 
perfetto ; sarà poi anche bene non smozzicare troppo le 
letture, e far leggere, anzi che piccoli brani, capitoli in- 
tieri, quando i capitoli in ogni loro parte possan rispon- 
dere all' indole e allo scopo del libro ; ma, intanto, questo 
primo tentativo antologico merita largo incoraggiamento 
e gran seguito di piccoli lettori italiani. 



— 248 — 

Dott. Francesco Pititto : Ancora una poetessa nel se- 
colo XVI, Mileto, Tip. Laruffa, 1907. 

La poetessa di cui si tratta è Anna Maria Edvige 
Pittarelli calabrese. « Nessuno, scrive 1' Autore, ha par- 
lato come si conveniva della Pittarelli ; gli accenni bio- 
grafici del Capialbi (Biografie degli Uomini illustri del 
Regno di Napoli, 1829) son poca cosa e talora inesatti. 
Il Pignatari (Edvige Pittarelli, Poetessa del secolo XVI, 
Monteleone 1889) seguì il Capialbi ». Era nata, scrive il 
Pititto, il 1485 (?) a Prancica, l'antica Mileto, di cui in 
un carme latino descrisse le mine (De ruinis Francicae, 
ohm Mellite [Miletus] vocatae vulgo Melata); Koselio Pit- 
tarelii le fu padre. Diana Sorbilli madre, Muzio Godano 
primo suo maestro. Scriveva meglio e più spesso in la- 
tino che in italiano. « Uscita giovanissima (?) dalla casa 
paterna, la Pittarelli si recò per la prima volta a Salerno 
ne la Corte del principe Ferrante Sanseverino » (il pa- 
drone e protettore di Bernardo Tasso. Scontenta di quel- 
la corte, passò quindi a quella dei Sanseverino di Bisi- 
gnano ; « Presso questi Sanseverino stette fino a tarda 
età, alterando la dimora tra Bisignano e Napoli. Qui 
cantò gioie e dolori, cantò le nascite, le bellezze, le 
virtù delle Principesse, cantò le glorie antiche dei suoi 
mecenati. > — « Alla morte del Principe Pier Antonio, o 
forse anche prima, abbandona per sempre Bisignano e fa 
ritorno alla casa paterna, alla pace dei campi. — A que- 
sto periodo risalgono le poesie più belle. » Ma sono poi 
tanto belle le poesie che l' autore ci fa conoscere ? Il 
Dottor Pititto conchiude i cenni biografici: « La Poetessa 
sopravvisse quasi a tutti i suoi e morì in patria, non 
prima del 1654 (voleva certo dire 1554), dopo aver fon- 
data un' Accademia che portò il nome degl' Imperfetti, 
nella quale essa fu ribattezzata col nome di Melania Pan- 
dora. » — La Cronologia ha bisogno di essere riveduta 
e controllata, tanto più che per qualche altra inesattezza 
una lettera latina del 1725 di Antonio Pittarelli torna a 
parlare erroneamente di una Domina Anna Maria Hedu- 
viges ex mea familia major, quae in exordio saeculi MDC, 



— 249 — 

omni doctriiiae genere, maximeque poeseos florebat ». 
Da questa lettera apprendiamo ancora che, nell'Accade- 
mia Umoristica di Roma, la Pittarelli avea preso nome 
di Eudoxa Parthenides. Ma, quanto alla movenza dantesca 
che il dottor Pititto trova in un sonetto scorrettissimo 
e cortigianesco della Pittarelli a Carlo V, ci rincresce 
dover dire che non ce n' è ombra ; più tosto siam d' ac- 
cordo con lui nell' ammirare un certo vigore nelle strofe 
descrittive d'una canzone guerresca; 

Vedrausi qui su 1' aquile Latine 

Gir le sohiere volanti 

Per abbatter le torri e 1' alte mura. 



Del resto, lo stesso biografo confessa che : « la differen- 
za tra le poesie latine e le italiane è evidente ; le pri- 
me sono in generale scadenti, bellissime le seconde, da 
arrivare in alcune addirittura la perfezione » . Il dottor 
Pititto infine ci pone in via di ristudiar meglio 1' opera 
della poetessa calabrese, con quest' ultima utilissima in- 
dicazione. « Le poesie della Pittarelli sono raccolte in 
un volume manoscritto di 148 pagine, che si conserva 
nell'archivio comunale di Francia. Consta di 131 sonetti, 
61 madrigali, 2 canzoni. 3 sonetti interpolati, che ricor- 
dano la morte della Poetessa, di parecchi frammenti di 
Carmi latini, di 11 elegie e di moltissimi epigrammi. Si 
chiude con 11 epigrammi scritti in lode della Poetessa. 
Il manoscritto risale probabilmente al 1700 ed è copia 
delie poesie originali, le quali erano state raccolte ed or- 
dinate cronologicamente in un volume dalla Poetessa 
stessa. » 

Joseph Errico : Apostolus Amore succensùs ; Napoli 1907 
(stampato per conto della E. Accademia Ercolanense). 

Letta, approvata, applaudita in una seduta dello 
scorso aprile dell' Accademia Ercolanense, e dedicata al 
professor Enrico Cocchia, questa vita d' un santo, (Avi- 
genes, discepolo dell' anacoreta, seguace di san Giovanni 
Evangelista) ben che scritta in latino (un latino scorre- 



— 250 — 

vole ed elegante) potrebbe facilmente risolversi in un ro- 
manzo modernissimo ed interessante come il Quo vadis di 
Sienkievicz, o come la Prètresse di Isis di Edoardo Schurè- 
Il racconto è mosso vivacemente, e spesso drammatico, 
scorre rapido, e talora ci presenta figure e scene shake- 
speriane. L' amore del santo per la vergine Veneria e di 
questa per il santo ha suggerito il titolo ; i due martiri 
innamorati celebrano le loro nozze spirituali, nell' atto di 
morire inchiodati ad una rupe come Prometeo, flagellati 
dal sole, dal vento e dalla pioggia, esposti al rostro degli 
avoltoi. E un tentativo originale di far risorgere il latino 
nel romanzo, che merita plauso. 

Cornelia Antolini : II canto dell 1 arte, Perugia, Tip. 
Umbra. 

Il canto di questa gentile poetessa, fu « ispirato, co- 
me scrive ella stessa, dall' ammirazione dei Capolavori 
della antica arte umbra, raccolti con nobile zelo nelle 
sale del magnifico Palagio del popolo in Perugia. » L' An- 
tolini ha il felice movimento lirico e la facilità delle im- 
provvisatrici. Nella rapidità del volo, può talora trasci- 
narsi dietro qualche verso imperfetto, per correre dietro 
all' idea luminosa che la seduce e la trasporta. La storia, 
la leggenda e il paesaggio la commuovono e coloriscono 
il suo canto, invitandola, pure, innanzi alle meraviglie 
dell' arte umbra, a valutare il trionfo della gente latina : 

Salve, salve, divina Arte dell' Umbria, 
Vivo delubro di latina Gente : 
Cosmopolita incarnazione italica 
D' amplesso immacolato onniveggente ! 

Arnaldo Zanella : Renato Fucini, studio biografico cri- 
tico, Firenze, Bemporad, 1907. 

Da questa geniale conferenza, allargata ora in una 
compiuta monografia, vien fuori viva viva la figura di 
uno tra i più simpatici scrittori viventi italiani, che tanto 
più attira e grandeggia, quanto meno lo veggiamo atteg- 



— k _>51 — 

giarsi innanzi al pubblico in una posa che ci dica: am- 
miratemi. La semplicità e naturalezza dell' uomo hanno 
creata la semplicità e naturalezza dello scrittore, privile- 
giato dalla natura di un ingegno arguto e festivo, di 
un animo gentile e delicato, e d' una lingua ricca e viva, 
eh' egli apprese in famiglia e dal popolo, senza accorger- 
sene, ma della quale, benché scevra d' ogni sussiego, egli 
si mostra ora grande maestro. L' autore, in una nota ci 
ha lealmente dichiarato: « Je prends mon bien où je le 
trouve. Se molte notizie biografiche sono inedite e per- 
sonalmente raccolte da me, altre sono state desunte da 
quel che intorno al Fucini anno scritto Gaetano Rocchi 
nella Rassegna Nazionale (1886), il De Amicis (Prefazione 
ai Sonetti) e il prof. Fabio Mannucci in un opuscolo : 
Renato Fucini e V arte sua * . Ma il professor Zanella ha 
rifusa tutta la materia nel suo proprio crogiuolo, facendo 
del Fucini un nuovo ritratto vivacissimo ed originalissi- 
mo. Incomincia egli con la sentenza del vecchio poeta 
Mimnerno : « Gli uomini inclinano tutti a onorare i morti 
e a maltrattare i vivi » per farci subito conoscere ch'egli 
non ha una cosi fatta inclinazione, ma che se rispetta i 
morti, ama ed onora maggiormente i vivi che ne sono 
degni; ond' egli esclama: « Chi dell'Italia d'oggi è glo- 
ria, dall' Italia d' oggi sia glorificato : chi onora una ge- 
nerazione, da quella riceva onore »; e intanto, il professor 
Arnaldo Zanella rende piena giustizia a Renato Fucini, 
di cui descrive briosamente tutta la vita, raccogliendo 
aneddoti interessanti, e rilevane! o i riflessi della vita 
nell'opera poetica e letteraria dello scrittore genialissimo. 
Tratteggiato felicemente l' uomo nella prima parte, lo 
Zanella studia argutamente 1' artista nell' opera sua, non 
voluminosa, ma tutta saporita e del miglior sapore. In- 
tanto, del Fucini poeta, conchiude: « L'opera del Fuci- 
ni poeta è bella e buona non solo perchè ci ha fatto 
ridere di gusto 'si dice che il riso fa buon sangue), ma 
anche perchè fa amare e non odiare. Insomma quella 
poesia viene dal core e va al core. » Del Fucini prosatore 
esamina le opere seguenti: « Napoli a occhio nudo ». 
« Le Veglie di Neri », « All'aria aperta », « Il Mondo 






- 252 — 

Nuovo » e termina con 1' augurio che il Fucini aggiunga 
tutti i giorni un foglio alle sue memorie ; « quod est in 
votis ». 



Federico Garlanda : Il verso di Dante, Roma Società 
editrice laziale, 1907. 

Ogni grande poeta ha, senza dubbio, un suo modo 
particolare di sentire e rendere 1 : armonia. L'armonia 
esterna è 1' espressione di molte armonie interne, delle 
quali, anche inconsapevole, il poeta rende i suoni origi- 
nali ora gravi e fieri, ora soavi. Merito singolare del 
professor Federigo Garlanda è d' aver saputo, con gran 
copia d' esempii, determinare la musica speciale che nasce 
da una quasi sistematica alliterazione nel verso della 
Divina Commedia, e formulare alcune leggi o principii 
che governano i nuovi fatti da lui argutamente osservati. 
Diciamo quasi, perchè non crediamo affatto che Dante, 
secondando il suo genio poetico, tenesse presenti, nella 
metrica, certi canoni, dai quali, compiacendosi nel pro- 
prio artificio, non volesse discostarsi. Basti ora al Gar- 
landa aver trovato, riconosciuto, dimostrata l' armonia 
« tutta sua, peculiare, caratteristica, diversissima da 
quella del verso di tutti gli altri nostri poeti » che ha 
il verso di Dante ; e si compiaccia pure d' avere bene 
avvertito che il verso sonoro del Monti « che pure avreb- 
be imitato Dante, se ne diversifica e allontana fórse più 
d'ogni altro » soggiungendo, con molta verità: « La no- 
stra lingua è fluida e sonora ; tale è anche, di regola , 
il nostro verso. M-a fluido e sonoro nessuno direbbe il 
verso di Dante : contro queste qualità naturali di sono- 
rità e di fluidità, sembra, anzi, che il poeta lotti e re- 
pugni; abbondano nel suo verso gli staccati, le pause; 
le parole sono quasi tutte brevi, e gli accenti e le pause 
distribuiti in modo che sembra evidente l' intenzione di 
frenare, piuttosto che secondare, la cosi detta onda del 
verso ; eppure ne risulta un insieme armonico, singolare 
e potente, ora dolce che scende al cuore, ora forte e aspro 
che scuote e fa tremare > . Il poeta secondava i moti 



— 253 — 

interni del cuore in tempesta ; e perchè le due anime 
forse più tempestose di poeti, dopo quella di Eschilo, iu- 
rono quelle di Dante e di Shakespeare il Garlanda potè, 
con molta finezza, ma forse anche troppa, avvertire una 
certa corrispondenza nelle alliterazioni del verso shake- 
speariano, il professor Garlanda osserva: « A Guglielmo 
Shakespeare, al quale fra i doni del cielo che sono retag- 
gio del grande poeta non mancava certamente lo squisito 
senso musicale, vivo e sensibile alle più delicate sfumatu- 
re del suono, non, poteva sfuggire l' importanza di questo 
fenomeno dell' alliterazione, anzitutto per la peculiarità 
dell' armonia, e poi — in causa di quel misterioso legame 
(e questo e il vero, grande. motivo) che avvince idee e suoni, 
armonie e sentimenti, — per il suo significato emotivo 
e ideologico. Così è che anche presso di lui troviamo un 
uso discreto e razionale, ma evidente e abbastanza copioso, 
dell' alliterazione ». Ma ora il Garlanda non si arresta più 
al solo fenomeno dell' alliterazione, e, considera un altro 
elemento che è penetrato, per compenetrazione classica, 
nel verso shakespeariano e, in maggior misura, con mag- 
gior seguito nel verso dantesco. « Il verso, egli scrive, 
che Shakespeare adopera ne' suoi drammi immortali è il 
così detto blank verse, verso bianco, verso senza rima, 
che corrisponde al nostro endacasillabo sciolto (sia detto 
per incidente, che Lo Shakespeare lo aveva probabilmente e 
semplicemente raccolto dalle tragedie e commedie italiane del 
cinquecento). Gli Inglesi, però, non lo chiamano endecasil- 
labo, ma verso giambico di cinque giambi, ma con inter- 
mistione non rara di trochei > Quindi il Garlanda viene 
a rilevare come la metrica classica si adatti meglio alla 
nostra lingua che ad ogni altra lingua, e soggiunge: « Il 
verso di Dante nacque quando la poesia ritmica moveva 
ancora incerta i suoi passi, e quindi più fortemente si 
facevano ancora .sentire, in particolar modo, nelle menti 
colte, le influenze della metrica antica (se ciò fosse in 
tutto vero, dovremmo trovare né' primi poeti del dolce stil 
nuovo, da Guittone al Cavalcanti, una maggior dimostra- 
zione della tesi che il Garlanda s'è proposto). — Io non 
intendo punto affermare che Dante, nel costruire il suo 



— 254 — 

verso, abbia, del tutto, premeditatamente, seguito la me- 
trica classica; ma mi sembra presumibile, a priori, che 
egli abbia sentito più da vicino, più direttamente, l' in- 
fluenza dell' armonia di quel trimetro iambico catalettico 
al quale corrisponde più da presso il nostro endecasilla- 
bo. — Esaminate tutta la Divina Commedia, e, oso dire, 
che non troverete un verso su cento, forse non uno su 
mille, che non corrisponda a questa struttura iambica, 
con un accento ogni due sillabe, per dirla col linguaggio 
della metrica antica «trimetro giambico catalettico » os- 
sia di cinque piedi più una sillaba finale. » Questo è vera- 
mente troppo ; e noi non crediamo punto che Dante stu- 
diasse tanto la sua metrica; ma, certamente, egli si elesse 
una volta per sempre quella che poteva con maggiore 
efficacia significare tutto ciò che gli era spirato e dettato 
dal sentimento. La quasi assenza di ogni suono vano, di 
superlativi enfatici, di aggettivi sterili, di parole sdruc- 
ciole nel verso dantesco, sono indizio principalmente del- 
l' anima austera del poeta ; Je frazioni e le cesure del 
verso erano state prima commovimenti interni e cesure 
di un' anima agitata, che dovea parlare come sentiva, e 
sentiva in modo diverso da tutti gli altri poeti. Del re- 
sto, il Garlanda stesso ha detto benissimo, del raziocinio 
dantesco che tempera e modera il verso, soggiungendo, 
con belle parole : 

« A questa sana, nobile, virile austerità dantesca, 
nell' uso della parola, corrisponde perfettamente la fiera 
e nobilissima austerità del verso, che mai ricorre all' or- 
pello dell' aggettivo, reggendosi unicamente per la forza 
del sostantivo e del verbo, né mai si abbandona a un' onda 
di suono che scorra dolcemente, lusinghevolmente, senza 
tensione, e senza profondità ; ma, con fiera e dominatrice 
energia, frena la propria forza e l' impeto, si trattiene, 
rimbalza, prende il lettore di petto, gli sommuove 1' ani- 
mo, lo picchia nel cervello, violentemente ferma la sua 
attenzione, l' incatena a sé, lo turba, lo fa pensare e fre- 
mere, gli strappa le lacrime dagli occhi più spesso, più 
di rado lo muove dolcemente al sorriso ». 

Finalmente, ci piace riferire ancora le ultime parole 






— 255 — 

con le quali il Garlanda licenzia il suo libretto : « La 
Divina Commedia non è solamente il poema massimo, 
nel quale Dante ha raccolto e concentrato, come in un 
focus, tutte le energie embrionali della nostra stirpe ; 
essa è anche il nostro più grande e più maraviglioso 
capolavoro musicale. L' armonia delle sue terzine, varia, 
profonda, dolce, soave, terribile, rispecchia le armonie 
musicali dell' universo anche più perfettamente, forse, 
che il segno delle parole non ne rispecchi le armonie 
intellettuali. » 

E. Augusto De Benedetti : Verso la Meta, Guida per gli 
Studenti della scuola Medica, approvata dal Ministro 
della Pubblica Istruzione, con Proemio di Angelo 
De Gubernatis; nuova edizione rifatta e accresciuta 
di quattro capitoli ; Torino, Paravia 1908. 

Il ministro Rava, accoglieva, nella sua prima edizio- 
ne, il libretto educativo del professor De Benedetti, con 
queste parole : « Lodevole è l' intento di insegnare ai gio- 
vanetti il modo più agevole di superare le difficoltà dello 
studio, di educare la volontà, di fortificare la memoria, 
di raffinare il gusto, di conservar sana la mente ed il 
corpo; ed Ella dimostra di avere eccellenti attitudini a 
queste osservazioni, che espone in forma semplice e gar- 
bata. Mi congratulo quindi del geniale lavoro. » Angelo 
De Gubernatis che avea già scritto un proemio per la 
prima edizione, felicita ora l' autore, che insegna nel 
liceo di Reggio Emilia, per i notevoli miglioramenti in- 
trodotti nel suo libro e soggiunge : « Ella ha dato un 
po' più d' aria alla scuola, e un po' più di libertà ai mo- 
vimenti de' nostri scolari e de' nostri professori ; e questo 
era necessario. Se i suoi suggerimenti saranno messi in 
pratica, salvo quella varietà di modi che, secondo i casi, 
ogni educatore creda poter mettere in opera, in virtù di 
quella benedetta esperienza, che ci costa tanto, e della 
quale così di rado sappiamo trarre profitto, io spero ve- 
ramente che Ella dovrà confortarsi d' avere ideato e 
compiuto un libro intieramente benefico. Ciò che importa 






— 256 — 

per me, adesso, sovra ogni cosa, è che il suo bel libro 
contribuirà, senza dubbio, liberando la nostra scuola d; 
molte pastoie regolamentari o metodiche, le quali minac 
ciavano di toglierle il respiro, a crescere nei giovani 
1' amore per lo studio, e il desiderio di formarsi un pro- 
prio, carattere, seguendo le vie più naturali, senza alcuna 
di quelle costrizioni che, invece di crescere le nostre 
energie, molte volte le opprimono. » L' operetta fortunata 
consta, nella nuova edizione, de' seguenti capitoli : Ai 
miei giovani lettori — Igiene dello studio — Metodi per 
lo studio — L' arte di osservare — L' educazione della 
volontà — L' educazione della memoria — L' educazione 
della voce — L' arte del leggere (La scelta dei libri. Il 
modo di leggerli) — Cento autori che i giovani italiani 
dovrebbero leggere — - Opere per lo sviluppo delle voca- 
zioni e di amena lettura — L'arte di fare i componi- 
menti e la lima nei grandi scrittori — L' arte di superare 
gli esami — Lo studente a scuola — Per la vita (Con- 
sigli). 

Alberico Crbonti : / Figli, Educazione e storia ; Roma, 
Paravia, 1907, 

Il libro è dedicato alle mamme ed ai bimbi d'Italia; 
ed è destinato perciò specialmente alle famiglie, che non 
possono tener dietro a tutti i trattati di pedagogia, a 
tutta 1' opera, spesso anche contraditoria, de' pedagogisti. 
Intanto 1' Autore incomincia col richiamare maggior- 
mente l' attenzione dei genitori colti sopra i loro fan- 
ciulli, per seguire, a mano a mano, le inclinazioni e i 
progressi, esercitando un poco più la loro pazienza e 
mettendo in maggiore attività le proprie facoltà affettive. 
Nella breve prefazione, l' autore stesso dichiara il suo 
intento con parole semplici e schiette : « Fine del mio 
modesto lavoro è stato principalmente quello di raggrup- 
pare e presentare in uno specchio lo sviluppo fisico, in- 
tellettuale, morale del ragazzo, e, in un altro, i sacrifici 
economici sopportati per esso dalla famiglia. Dall'esame 
di tali quadri, io ritengo che i genitori potranno trarre, 






— 257 — 

se non degli elementi assolutamente sicuri, certo una 
buona guida per poter scegliere l' indirizzo e quindi lo 
stato da dare ai figli, e questi, alla loro volta, impare- 
ranno a conoscere ed emendare sé stessi e si sentiranno 
sospinti ad apprezzare altresì gli affettuosi sacrifici che 
si fanno per loro. Si ravviveranno in tal modo anche 
quei sentimenti di riconoscenza che, con l' evoluzione 
rapida dei tempi che corrono e con P indirizzo della mo- 
derna educazione, tendono pur troppo a rallentarsi. Quasi 
tutti gli scrittori, tra cui lo Spencer, 1' Aporti, il Sergi. 
il Perez ed il Locke, sono concordi nel ritenere, che, per 
dare all' educazione un indirizzo veramente razionale, 
occorre che si conoscano esattamente le condizioni fisiche 
e psichiche del bambino. Ma, per conoscerle e trarne 
risultati efficaci, non basta certamente affidarle alla sola 
memoria. Come in una famiglia ben regolata si tien conto 
di tutte le spese incontrate, così i genitori, nel disimpe- 
gno del loro nobile mandato, debbono tener nota di tutto 
ciò che si riferisce allo sviluppo fisico, intellettuale e mo- 
rale di un fanciullo. Soltanto in tal modo, avendo essi 
presente tutti i difetti e tutte le buone qualità dei loro 
figliuoli, potranno, con mezzi adatti, provvedere in tempo 
alla correzione degli uni ed al miglioramento degli altri. 
Seguendo pertanto tali criteri, ho compreso in questo 
libriccino : « 1° Alcune carte biografiche del bambino, 
dai suoi primi anni di vita fin quasi al termine dell'ado- 
lescenza. 2° Alcuni specchi scolastici, con la scorta dei 
quali i genitori potranno formarsi un concetto esatto 
della disposizione speciale che~i loro figli hanno e con- 
servano per una o per altra materia di studio. In questi 
specchi ho ritenuto altresì conveniente di lasciare uno 
spazio per segnarvi, anno per anno, i migliori compagni 
di classe, considerato che tali notizie possano, sulla età 
materna, formare un ricordo caro, desiderato, e spesso 
anche utile. 3° Una nota delle spese sostenute per i figli 
dalla loro nascita alla maggiore età. 4° Uno specchio 
indicante lo stato e 1' andamento economico della fami- 
glia in sei periodi differenti della minore età del ragazzo, 
onde questo, divenuto grande, possa farsi, confrontando 



— 258 — 

lo specchio con la nota precedente, un' idea esatta dei 
sacrifici economici della famiglia. 5° Alcuni quadri com- 
prendenti i ritratti dei genitori con la loro firma auto- 
grafa, onde possano rimanere quale grato ricordo e quelli 
del bambino nelle varie fasi della sua esistenza fino alla 
maggiore età. Ho creduto poi che possa riuscire gradito 
e forse anche educativo un elenco dei libri e balocchi che 
il bambino ha posseduto, ed ho ravvisato opportuno an- 
che un elenco delle malattie da lui sofferte, dei viaggi, 
delle escursioni fatte, delle gioie e dei dolori che più o 
meno fortemente lo impressionarono. » Ottimi i consigli, 
e degni che vengano a conoscenza di tutte le famiglie 
ove si prende alcuna cura dell' educazione dei figli ; 
messi in pratica, salve quelle modificazioni che ogni sin- 
golare ambiente domestico possa richiedere, non può es- 
sere alcun dubbio sopra i beneficii che deriverebbero da 
un simile sistema educativo razionalmente ma largamente 
applicato : e molti de' consigli che il cav. Creonti dà ai 
padri e alle madri di famiglia gioveranno pure a molti 
maestri e a molte maestre per quelle tavole biografiche 
della scolaresca, che fatte, con giudizio, dovranno ricono- 
scersi utilissime. I consigli pratici che il cav. Creonti dà 
ai parenti per i varii periodi dello sviluppo del bambino 
dalla balia fino alla pubertà, e le buone massime raccolte 
in un mazzetto, come fiori odorosi, insieme coi brevi cenni 
biografici, sopra gli autori citati nel libro, lo rendono 
veramente prezioso. 

Evaristo Marsili : Don Ferrante nei Promessi Sposi di 
Alessandro Manzoni, Città di Castello, Lapi 1907. 

Saggio critico giudizioso; il Marsili ha ingegno ben 
disposto ed anche bene agguerrito per la disquisizione 
filosofica. Il personaggio di Don Ferrante è molto seconda- 
rio nell'opera manzoniana; anzi il Marsili afferma: « Nel 
racconto, al posto di Don Ferrante, e per 1' azione causale 
che ha nella dinamica degli avvenimenti, e per il contri' 
buto che porta alla soluzione delle situazioni, potrebbe 
stare tutt' altr' uomo con tutt' altra psicologia, senza che 



- 259 — 

perciò il decorso dei fatti e la fisionomia delle cose es- 
senziali dovessero mutarsi menomamente ». E il Marsili 
ha ragione per quel che riguarda la macchina principale 
del romanzo. Ma, intorno ai casi di Renzo e Lucia, il 
romanzo oi presenta scene episodiche, come la descrizione 
della peste, e i discorsi cavallereschi del tempo, che la 
figura di Don Ferrante, con quelle sue idee, avversioni e 
predilezioni, illustra, ed anima con la sua figura. Il perso- 
naggio eh' è quasi superfluo per il romanzo stesso, non lo 
è più per lo sfondo de' costumi del tempo che doveano dare 
ai Promessi Sposi il vero carattere di romanzo storico. 
£ in quanto poi, con una vena d' umorismo, il Manzoni 
potè vedere in quell' uomo di studio, assorto tra libri, che 
in casa sua, contava poco, e comandava soltanto in ma- 
teria d' ortografia un altro se stesso, quella cariatide del 
seicento, ci mette di buon umore. Il ridere talora di sé 
stessi è fonte talora di umorismo squisito ; e il Manzoni, 
nel suo cenacolo da Milano, ebbe modo ed occasione di 
farne frequente sfoggio. Il Marsili ha poi forse ragione, 
quando, giunto al fine della sua fine analisi del carattere 
di Don Ferrante, dopo avere agguagliato Don Ferrante 
che s' ostina per principio, nei dogmi dell' Aristotelismo, 
col Manzoni studioso del vero, che abbracciata la fede 
cattolica, si ostina a difendere i dogmi della teologia, 
esclama : « poiché, nel IGOO, anche Aristotile era stato 
adattato a sostegno della teologia, vien d' arrischiare 
queste domande : che cosa avrebbe pensato e fatto il 
Manzoni se fosse vissuto al posto e al tempo del suo Don 
Ferrante ? Avrebbe avuto la forza di ribellarsi ad Ari- 
stotile, dal momento che ciò poteva significare ribellarsi 
anche alla teologia cattolica? » 

Padre Bonaventura Dei : Santa Maria del Fiore sul 
colle di Fiesole, ora San Francesco, cenni storici-ar- 
tistici in occasione del recente restauro, Firenze, tip. 
Domenicana, 1907. 

Prima che la Chiesa di Santa Reparata in Firenze si 
chiamasse Santa Maria del Fiore, era già sorta sulle al- 



. 



— 260 - 

ture di Fiesole, nel luogo dell' antica rocca diruta, una 
chiesina che portava questo stesso nome poetico, e fu 
prima d' alcune fiorentine fattesi eremite, o « vergini della 
rocca » e poi divenne la Chiesa de' Francescani di Fiesole, 
sul fine del secolo decimoquarto, anzi nell' anno 1399. La 
Chiesa venne restaurata, consolidata ed allargata con 
gusto artistico, ne' primi anni del quattrocento. Deturpata 
poi con la pretesa di nuovi restauri, dal pessimo gusto 
del settecento, la Chiesa primitiva era divenuta, nell' ot- 
tocento, irreconoscibile. Ne' giorni nostri, essa venne re- 
stituita finalmente alla sua prima grazia ed eleganza, per 
cura del professor Castellacci ; e il frate Minore Padre 
Bonaventura Dei, in un libretto di 72 pagine, dopo avere 
premessi pochi cenni intorno all' antica storia fìesolana, 
imprese a descriverne con amore e diligenza le vicende, 
la prima creazione, e destinazione, il successivo incre- 
mento ed abbellimento, i guasti, e la nova risurrezione; 
sobrio è discreto, 1' autore s' attiene ai fatti documentati, 
dimostrando un amore dell' arte uguale alla pietà reli- 
giosa, che gli rendono venerabile e caro quel nobile tem- 
pio francescano. Anche le modeste piccole antiche celle 
de' Minori Osservanti, ove soggiornarono parecchi santi 
e beati, vennero ripristinate nella loro caratteristica for- 
ma primitiva; onde il pio autore conchiude: « Esse già 
santificate dalla vita immacolata di tanti gloriosi figli di 
frate Francesco, saranno indubbiamente suscitatrici di 
nobili, civili e cristiani pensieri, in quanti le visiteranno >. 

Dante : Ad (L ; Inferno ; traduzione in lingua bulgara, 
con le illust: azioni di G. Dorè, e un saggio biogra- 
fico su Dante del traduttore C. Velitchkoff), Sofia 1906. 

Il Velitchkoff è uno dei più eleganti scrittori della 
Bulgaria; in alcuni anni di studio fatti in Italia, s'inna- 
morò della nostra lingua, e specialmente di Dante, di cui 
s' accinse a tradurre il capolavoro in bulgaro, incomin- 
ciando dall' Inferno. La traduzione è accurata e fedele, 
opera di lungo studio e di grande amore. Precede un 
lungo studio biografico, cui specialmente Cesare Balbo e 



— 261 — 

Niccolò Tommaseo fornirono le notizie più copiose. La 
traduzione è in terzine, e segue a passo a passo il poema, 
ma non pedestremente. Il Velichkoff ha 1' anima d' artista 
ed avviva veramente l'opera sua di traduttore, se bene 
abbia dovuto, nell' impresa difficile, andare incontro a 
molti scogli. La politica (essendo il Velitcbkofr, stato, nel 
suo paese, più volte deputato e ministro) distrasse più 
volte questo esimio Dantista dagli studii letterarii che 
erano suoi prediletti ; ora è da sperare eh' egli non lasci 
ad altri la gloria di terminare 1' arduo lavoro, di tradurre 
tutta la Divina Commedia. Il suo paese ha bisogno d'idea- 
lità, e nessun genio più di quello di Dante, è atto a in- 
namorare gli spiriti dei grandi ideali, a destare alti sen- 
timenti umani, a purificare le anime, a nobilitare la vita; 
nel suo poema. 1' ascensione è continua : e cosi, dietro i 
suoi passi, possono ascendere i suoi lettori. Auguriamo 
dunque che l'illustre Bulgaro il quale ci ha dato V Infer- 
no, non tardi a dotare la sua patria del Purgatorio e del 
Paradiso. 



Ernesto Monaci : Antichissimo Ritmo volgare sulla leg- 
genda di Sani' Alessio, Roma, 1907. 

La leggenda di Sant'Alessio, nel suo contenuto, pre- 
senta parecchi tratti che ci permettono di riscontrarla con 
quella di Buddha; venuta dall'Oriente, a traverso la 
Grecia, s'è romanizzata in Italia. Quello che si chiamò 
sant' Alessio, era prima un grande terribile asceta che 
si chiamava Mar Biscia, due parole evidentemente in- 
diane. Gran rischi o penitente fu il Buddha; e uno de' suoi 
nomi è Màra-git, ossia quello che vince il Demonio, cioè 
Mara Papìgans il malvagio distruggitore. Come Buddha, 
contro sua volontà, Sant' Alessio viene ammogliato, e ab- 
bandona la moglie, la reggia, le ricchezze che rilascia 
ai poveri, per darsi alla contemplazione ascetica. Ma il 
Monaci, che ci aveva già dato il facsimile del manoscritto 
marchigiano il quale conteneva la leggenda di Sant'Alessio, 
ora ce ne offre il testo illustrato storicamente e filologica- 
mente, con quella sicura dottrina che tutti i più chiari Ro- 



— 262 — 

manisti gli riconoscono, e per la quale si acquistò già tante 
benemerenze presso gli studiosi. Il manoscritto è dei pri- 
mi anni del secolo decimoterzo; ma il testo della leggenda 
nella stessa versione italiana risale verosimilmente nella 
sua forma presente al secolo precedente. Gioverà ai lettori 
latini il conoscere come la leggenda prese nuova forma 
sul suolo latino, anzi romano : « Soggetto della composi- 
zione, scrive Ernesto Monaci, è la leggenda di Sant' Ales- 
sio, che alla fine del secolo XII aveva già dato parecchi 
segni della sua vitalità in Italia non solamente col rac- 
conto latino in prosa divulgato dall' arcivescovo Sergio, 
e col ritmo pure latino dettato dal monaco tedesco che 
fu poi Papa Leone IX ; ma anche con le belle pitture che 
tuttora adornano la chiesa sotterranea di San Clemente 
al Celio ; con i musaici che una volta decoravano la chiesa 
di S. Bonifazio sulP Aventino ; con diverse chiese erette 
in onore di S. Alessio medesimo, una delle quali è ricor- 
data dai Farfensi come loro proprietà, infra civitatem 
Teramnensem >. E giù nelle Marche la leggenda forse 
fu portata dai Farfensi stessi, i quali in quel tempo ave- 
vano una casa sull'Aventino. (Sul colle dove la leggenda 
era venuta a localizzarsi, e dove Ercole aveva vinto Caco 
« Cacus Aventinae timor atque infamia sylvae, » dovea 
glorificarsi anche il rischi Màragit vincitore del demonio, 
o Mar Riscia, prendendovi nome greco di Alexis, eh© 
significa protettore, allontanatola del male, soccorritore). 
Tra i Farfensi, monaci devoti all' impero, quella leggenda 
doveva piacere sotto la veste nuova che le aveva dato 
un carattere aulico e quasi imperialista. Il selvaggio 
asceta Mar Riscia era diventato Alessio, il figlio dell' uo- 
mo eh' era « primus in palatio Imperatoris » . La casa 
dov' era nato, era la casa di un grande. Intorno a lui 
ricchezze e splendori, e un corteggio di tre mila valletti 
vestiti di seta e cinti di zoni d' oro. I migliori maestri lo 
avevano educato nelle discipline liberali, e quando fu in 
età atta « nuptialibus infulis », i genitori « elegerunt ei 
puellam ex genere imperiali ». Siffatta trasformazione ben 
si comprende al pensare che, sull'Aventino stesso, a po- 
chi passi forse da chi nel secolo X raffazzonava la leg- 



. — 203 — 

genda, era in quel tempo il palazzo imperiale, la sede ove 
il Sassone Ottone II e la principessa Teofania che fu sua 
sposa, avevano portato il fasto delle corti orientali, e av- 
valorato con nuove sanzioni il culto della cavalleria pro- 
pria allora e di là ci viene il primo rituale per l'investi- 
mento del cavaliere ; e non è probabilmente senza con- 
nessione con quel nuovo rito la menzione che nella 
leggenda si fa del balteo « quo (Alexius) cingebatur. » 



Ottorino Pianigiani : Vocabolario etimologico della lingua 
italiana, Roma-Milano, Società editrice Dante Ali- 
ghieri di Albrighi, Segati e C, 1907 (due voi. in 8.° 
a due col. pag. 1560). 

Dobbiamo, anzi tutto, sincera lode al nobile coraggio 
degli editori Albrighi e Segati, i quali, in tempi di crisi 
nel commercio de' libri, specialmente italiani, affrontarono 
il rischio di un' opera poderosa come questa, frutto cer- 
tamente di pazienti studi e di grande fatica, della quale 
essi sperano un largo smercio, per la sua pratica utilità, 
eh' è incontestabile, ma che difficilmente diventerà un ma- 
nuale in possesso di molti studiosi e dovrà forse limitarsi 
a riuscire opera di consultazione nelle principali biblio- 
teche, che non tarderanno a procurarsela. 

Il prof. Pullè, in una sua breve prefazione all' opera, 
la raccomanda, e noi possiamo fare sinceramente altret- 
tanto. Il libro è prezioso, in ogni modo, e fornisce tanto 
materiale di studio, che merita riconoscenza al Pianigiani, 
il quale, con arduo lavoro di parecchi anni, lo raccolse 
ed ordinò. I libri adoperati, nelle sue indagini, furono 
tra i migliori che siano venuti alla luce in questi ultimi 
anni ; e il Pianigiani, se ne valse per lo più, con buon 
giudizio. Solamente, mancandogli forse la conoscenza di- 
retta d' alcune lingue straniere, egli s' induce talora ad 
ammettere, con troppa facilità, passaggi e spiegazioni 
etimologiche di altri, che meritano più serio esame, e 
talora sono assolutamente non solo inaccettabili, ma non 
meritevoli di discussione. Tuttavia, avendo l'Autore avuto 
cura di mettere accanto alle etimologie che gli paiono 






— 264 — 

improbabili, anche le improbabili, lo studioso ha modo 
di scegliere, ed anche se, essendo lettore di qualche eru- 
dizione, non si persuade, respingerle tutte, per cercarne 
altre migliori, se gli riesce. Ciò che importa ora è che il 
Pianigiani mette in evidenza innanzi a noi lo stato pre- 
sente delle conoscenze etimologiche intorno alle parole 
italiane, ed era necessario questo primo lavoro di consta- 
tazione intorno a quel che si suppone di sapere in materia 
etimologica, per procedere innanzi verso nuove indagini 
più sicure. Vogliamo citare un piccolo esempio ; le parole 
palo, palancato, palancola, paranco, palanca, par anellino 
e palco, palanca, palanchino doveano essere aggruppate, 
perchè molto probabilmente hanno una stessa etimolo- 
gia. Gli Indiani non hanno letti, ma dormono su stuoie 
o tappeti ; il lettuccio è un lusso ; ed è o un tavolato, 
palco, palchetto, od un trabiccolo, di quattro pali legati 
da un tessuto, facilmente portatile, che chiamano palkt o 
pallakl, o parjanka, divenuto palangkan a Giava ; può 
darsi che 1' uso speciale della parola europea sia derivata 
dalla sua nuova forma orientale ; ma la prima base per 
indicare un oggetto indiano di lusso è venuto alla pa- 
rola indiana dal nostro palco, da cui, molto facilmente, 
è derivato anche il nostro vocabolo balcone palco spor- 
gente. Per le parole di civiltà il mondo greco e latino 
forniscono il maggior numero di vocaboli e perciò di eti- 
mologie ; quindi prima di cercare etimologie strane dob- 
biamo sempre esaminare il nostro proprio ricchissimo 
fondo etimologico. 

A Enrico Sacerdote, Fossano, 1907. 

E un volume in 4° grande di 74 pagine dove il pa- 
dre e gli amici hanno raccolto le espressioni di doloroso 
compianto e di vivo rammarico, per la morte dell' avvo- 
cato Enrico Sacerdote, redattore della Nuova Antologia, 
scomparso improvvisamente, nel fior degli anni, in Roma. 
Nato nel 1882, morì nel ghigno scorso in Roma, quando 
si concepivano del suo nobile e fine ingegno, nato alle 
lettere, le più alte speranze, quando la sua grande bontà 



— 265 — 

aveva destato le più vive e forti simpatie in quanti ave- 
vano potuto avvicinarlo. Il volume è riuscito una vera 
sinfonia elegiaca ; e varrebbe quasi la pena di morir pre- 
sto per essere lacrimati così, lasciandosi indietro tutte le 
miserie della vita umana. Il volume s' apre con due pa- 
gine dolorose e paterne di Umberto Cosmo, che gli fu 
maestro : segue una serie di poeti e prosatori italiani che 
ricordano il valente giovane con parole d' affetto sponta- 
nee e calde, le quali devono avere da prima molto com- 
mosso i poveri genitori, ed ora tornano a vibrare nel- 
l'animo di quanti leggeranno queste pagine, ove, come 
nella folla che segue un grande funerale, grandi e piccoli, 
illustri ed ignoti si sono confusi nel pianto; ne citiamo i 
nomi, nel!' ordine in cui ci passano innanzi nel volume : 
Angiolo Orvieto, Antonio Fogazzaro, Leo di Castelnuovo, 
Ada Negri, Mario Gatti, Edmondo De Amicis, Eoberto 
Bracco, Max Nordau, Paul et Victor Margueritte, Arturo 
Foa, Lodovico Frati, E. Costagliola, Edouard Eod, Luigi 
Siciliani, Jolanda, Leone Levi, Paolo Mantegazza, Zino 
Zini, Cesare Lombroso, Bice Pastorino, Luigi Capuana, 
Ing. Luigi Cantoni ; Mario Pratesi, Orazio Grandi, Gio- 
vanni Faldella, Sabatino Lopez, Giovanni Lanzalone, Gra- 
zia Deledda, Guido Fubini, A. Guarnieri Ventimiglia, 
Henry Allorge, Carlo Del Balzo, Pio Fea, Dante Lari, 
Marchesa Colombi, Alfredo Vinardi, V. Perona, Angelo 
De Gubernatis, Ciro Carlo Cicchelli, Enrico Corradini, Eie- 
cardo Badoglio, La Dama bianca, Alessandro Levi, Fran- 
cesco Eosso, Teresio Eivoira, Berty Pausch, Arturo Graf, 
M. Segre, Vittorio Aganoor-Pompili ; Virgilio Colombo, 
Bruna, Salvatore Farina, Pietro Strigini, Albino Bracale, 
Camillo Antona-Traversi, Carlo Marco, Domenico Tumiati, 
Giovanni Coppola, M. Tarasi, Giacinta Pezzana, Federico 
Flora, Emilio Chioraado, Leonardo Bistolfi, Amilcare 
Lancia, Napoleone Eazetti, Tancredi Galimberti, Giuseppe 
Ottone, Giuseppe Pianotti, Orazio Bacci, Marie Bognier, 
Mario Leoni, Pier Luigi Stella, Ireneo Sanesi, Pier Do- 
menico Tamagnone, Giacomo Barzellotti, Don Pierre Cha- 
noux, Carco Salsotto, Carlo Segrè, Ersilia Caetani-Lova- 
telli, Giovanni Zuccarini, Antonio Cippico, Primo Levi, 



— 266 - 

Giacomo Boni, Ercole Rivalta, Aronne Torre, Raffaele 
Sinaboli, Francesco Gerbaldi, Marcello Soleri, Carlo Levi, 
Valentino Soldani, Attilio Rinieri De Rocchi, Riciotto 
Canudo, Ugo Fleres, Sibilla Aleramo, Angelo Celli, B. Gar- 
neri, Emilio Brusa ; Arnaldo Co-rvesato, Dario Levi, Paolo 
La Spada, Camillo Fresia, Francesco L. Pullè, Le Maire, 
Ernesto Ragazzoni, Manfredo Pinelli, Giovanni Cena, il 
suo illustre compagno di lavoro, il quale ci annuncia, 
accennando ai genitori desolati che « un' ispirazione certo 
del caro scomparso, che era profondamente buono, li 
induce ora a fondare una colonia alpina per bambini, cui 
sarà dato il noma di Enrico Sacerdote »), Delfino Orsi, 
Erminia Norzi Luzzatti, Nino Berrini, Michele Abbaclo, 
Giacomo Racca, Egisto Roggero ». Tutti speravano dal- 
l' ingegno di Enrico Sacerdote, belle e nobili cose, spe- 
cialmente perchè esso era materiato di bontà, ed è con- 
solante indizio di risurrezione morale nella nostra lette- 
ratura la nota insistente di tutti, per rilevare sovra ogni 
cosa che Enrico Sacerdote prima d' ogni cosa, era pro- 
fondamente buono. 



Dante Alighieri: Infertilii, traducere in versuri de N. 
Gane, editia II compieci revazulàtsi corectata. — 
lassi, 1907. 

Un beli' indizio del favore che incontrano anche in 
Romania gli studii danteschi è la comparsa, dopo un 
anno dalla prima pubblicazione, una nuova edizione del- 
l' Inferno tradotto da N. Gane. Le cure della sua carriera 
giudiziaria non impediscono all' egregio autore, di atten- 
dere dal 1869 ad ora, con amore, agli studii letterarii; 
onde abbiamo di lui una fioritura di poesie, ricerche let- 
terarie, critiche, discorsi varii ; ma il suo capolavoro ri- 
marrà certamente V Inferno di Dante. Dopo la traduzione 
in prosa di Maria Chitzu, e dopo i frammenti di versione 
de\Y Inferno pubblicati nel 1901 e 1902, restava ancora nel 
desiderio di molti una traduzione compiuta in versi fatta 
da un poeta, non solo dell' Inferno, ma dell'altre due can- 
tiche, nelle quali sono forse minori le difficoltà non di- 






— 267 — 

ciamo dell'interpretazione, ma della versione, perchè lo 
stile ne è generalmente più piano. 

Certo giova assai per un poema che il traduttore sia 
egli stesso poeta, e per quanto il poema dantesco assu- 
ma di necessità figura alquanto diversa secondo la lin- 
gua nella quale si volta, ciascuna lingua avendo un suo 
carattere peculiare che altera 1' espressione poetica ; tut- 
tavia, se il traduttore è un poeta, ne' passaggi più rile- 
vanti sa infondere un' energia nuova anche alla propria 
lingua con la quale interpreta il pensiero dantesco. E 
facile che, passando la Divina Commedia dalla lingua 
italiana in uno de' dialetti d' Italia, in questa trasforma- 
zione, assuma un atteggiamento burlesco, quasi di paro- 
dia ; e questo pericolo esiste anche per le versioni poe- 
tiche dall'italiano in lingua rumena, meno sensibile forse 
per chi traduce l' Inferno ove lo stile s' atteggia spesso 
al comico ; ma, se un poeta intraprende tale lavoro, col 
suo soffio animatore, può correggere una tale impressio- 
ne, e con l'aiuto di Dante rivestire la propria lingua di 
una nuova virtù poetica, anche serbando, come fece il 
nuovo traduttore, la maggior fedeltà al testo originale, 
ed anche imponendosi una nuova servitù, nel modo con 
cui egli fa rimare le terzine (i due primi versi sono a 
rime baciate, il terzo rima col terzo verso della strofa 
seguentej, e un verso di tredici sillabe, certamente meno 
armonioso e meno spedito del nostro endecasillabo. 



Eomeo Lovera : La letteratura rumena con breve cre- 
stomazia e dizionarietto esplicativo. — Milano, Ul- 
rico Hoepli, 1908. 

Dobbiamo rallegrarci coi Rumeni e con noi stessi di 
questo maggiore anello che viene a stringere la dolce 
catena che già stringe Italiani e Rumeni. Lavori simili 
a questi giovano più di molti discorsi ed anche di molti 
trattati diplomatici, per unire ed affratellare. Romeo Lo- 
vera, noto e benemerito linguista, che dopo avere, per 
molti anni, diretto la scuola superiore di commercio a 
Venezia, dirige ora la scuola Media di Commercio a Pa- 






— 268 — 

lermo, fu già professore nel liceo Balescu di Romania. 
Gli andiamo già debitori di una grammatica italiana di 
Lingua Rumena e aspettiamo da lui un Dizionario Ru- 
meno-Italiano, che sarà molto utile non solo ai filologi 
Romanisti, i quali di solito, trascurano un po' troppo, 
nelle loro comparazioni il Rumeno, e non se ne giovano 
quanto potrebbero per V etimologia delle parole d'origine 
latina, alle quali le preziose sopravvivenze del volgare 
latino offrirebbero un largo contributo, ma a tutto il po- 
polo italiano che desidera rendersi famigliare la lingua 
di un popolo generoso, che va glorioso d'esserci parente. 

Intanto, con questo Manuale (eh' é il 382 della pre- 
ziosa istruttiva serie iniziata, con nobile scopo educativo 
ed istruttivo, dal Gomm. Hoepli), il Lovera ci permette 
ora d' orientarci, in modo sufficiente, in una letteratura, 
poco conosciuta, e che tuttavia, specialmente per i suoi 
storici e poeti, merita d' essere studiata e meditata. E 
pure il miglior mezzo di conoscer 1' anima dei nostri fra- 
telli Danubiani, ora pur sempre alquanto agitata ed in- 
certa, ma che, per le sue forti simpatie ataviche che la 
attraggono verso Roma, può ancora prendere un carat- 
tere vivace di schietta e forte latinità cosciente, la quale 
gioverà molto a quel popolo ed anche al nostro, quando 
a traverso la lingua e la letteratura, riusciremo a inten- 
derci perfettamente, e, non divagando più, sapremo unire 
e concentrare le nostre forze nell' idea latina. 

Il Rumeno ama la sua lingua con passione, quanto 
la sua terra, quanto la propria anima ; e la letteratura 
che la esprime, ce ne porta, ne' suoi maggiori scrittori, 
il suono dolcissimo. Amiamola dunque e studiamola an- 
che noi, raccogliendo le voci de' suoi poeti, oratori e sto- 
rici che l'hanno consacrata e fatta più bella, scrittori che 
il Lovera ci presenta in modo garbato, voci che, anche in 
queste modeste pagine d' un Manuale, vibrano generose- 

Luigi Siciliani : Corona. — Roma, W. Modes, 1907. 

Di questo gentile scrittore calabrese furono già as- 
sai lodati i Sogni Pagani e le Rime della lontananza. — 






— 269 — 

Ora abbiamo una nuova graziosa raccolta di versi catul- 
liani e di epigrammi, alcuni de' quali degni della famosa 
Antologia greca. Così fossero, tutti, mentre che ne sono 
passati alcuni più negletti e che sanno veramente di po- 
co. Ma questo saggio di rime finissime ed eleganti ci 
persuade che il Siciliani, se vi si accingesse, riuscirebbe 
il più degno interprete del libello del poeta veronese ; e 
facciamo 1' augurio eh' egli si provi in questo cimento, 
molto arduo, ma degno del suo ingegno arguto, e dei 
suoi nobili e forti studii. 

Adolphe Thalasso: Angiologie de V Amour Asiatique, 
troisième edition. — Paris, Sociétó du Mercure de 
France, 1907. 

Sono bei saggi di poesia amorosa di quasi tutti i 
paesi dell'Asia: « Afghanistan, Aitai, Anatolia, Annam, 
Arabia, Armenia, Belucistan, Birmania, Cambogia, Cina, 
Circassia, Corea, Daghestan, Georgia, Hindostan, Giap- 
pone, Kafiristan, Kazakia, Khurdistan, Kirghisia, Man- 
ciuria, Mongolia, Nepal, Persia, Siam, Siria, Tartaria, 
Thibet e Turchestan. 

Di alcuni paesi i canti sono schietti e scelti fra i 
migliori; di altri non sempre forse genuini, e presi un 
po' a caso, come la ventura li offerse. Alcuni poi sono 
rarissimi, come, per un esempio questo canto popolare 
del Kafiristan (una valle ai piedi del Pamir), che è una 
domanda di matrimonio, certamente assai originale, no- 
tevole poi anche, perchè ricorda come Dio erotico un 
Pandù che ricorda 1' eroe solare del progenitore indiano 
dei Panduidi del Mahdbhdrata : 

« Gli occhi tuoi sono neri come i semi del cocome- 
ro. Le tue labbra rosse come la carne rosseggiante del 
cocomero, le tue natiche liscie come la scorza liscia del 
cocomero. 

» Non posso paragonare la tua bellezza che a quella 
della mia vaga giumenta ; com' essa tu ti reggi sopra saldi 
piedi d' acciaio ; e le tue reni sono piene e salde come 
quelle della mia cavalla. 



— 270 — 

» Vieni e siedi presso il mio focolare. Per festeggia- 
re il tuo arrivo, fra i cento greggi di cento animali cia- 
scuno. 

» Io sceglierò i due montoni più grassi, più belli, 
più lanosi; l'un d'essi noi andremo a sacrificare al tem- 
pio del Dio Pandù, perchè tu possa aver molti figli; 

» L' altro io farò ammazzare ed arrostirò tutto in- 
tiero per te, e del mio rosaio più bello faremo uno spie- 
do, e inviterò tutti i miei amici al convito. 

» Intanto eh' essi mangeranno e beveranno per tre 
giorni, io cingerò le tue braccia e le tue gambe con 
braccialetti d'argento, e ti metterò al collo una catena 
d' oro. » 

Molto originale,jiella sua semplicità pastorale è pure 
questo raro canto popolare tibetano: 

« Come i peli, fiori di seta delle nostre capre che 
balzano sulle cime inaccessibili del Kara-Korum, sono i 
capelli della mia fidanzata. 

» Gli occhi suoi sono dolci come gli occhi delle ca- 
pre che chiamano i capri alla montagna; gli occhi suoi 
sono dolci come gli occhi delle capre che porgono le tur- 
gide mammelle ai loro capretti. 

» Gli occhi suoi hanno il colore dei topazzi, di cui 
si adornano la testa ed il collo, e i topazzi hanno il soa- 
ve colore delle soavi, soavissime pupille delle nostre ca- 
pre, (topazzi o turchesi ?). 

» Il corpo di lei atto al lavoro è svelto ed agile co- 
me svelto ed agile è il balzar delle nostre capre, quando 
saltano sulle vette scoscese del monte. 

» Le sue gote costate alle mie labbra sono fresche 
come il latte che si munge ogni sera dalle capre che ri- 
entrano alla stalla, dalle loro turgide mammelle che pen- 
dono fino a terra. » 

Come si vede, questi canti non mancano di colore 
locale. 



— 271 — 



PUBBLICAZIONI RICEVUTE. 

In Memoriam : Prof. Kuun Geza es Neje (la contessa 
Vilma Kuun Geza ha riunito in questo volumetto parec- 
chi dolci ricordi del suo compianto compagno, il conte 
Geza Kuum, insigne linguista e grande amico d' Italia). 
Kolozsvart, 1907. 

— Commentari dell'Ateneo di Brescia per V anno 1901. 
(Questo volume attesta il risveglio della nobilissima e 
già gloriosa istituzione, la quale, rinnovellatasi di novella 
fronda, « accentua le sue tradizionali premure per tutto 
quello che, nelle forme più disparate dell' attività umana 
giova alV incremento della gente nostra. E, per quanto 
permettono i suoi mezzi, si appresta a prendere larga 
parte in quell'opera meravigliosa di costante e non lenta 
elevazione, di rifacimento completo d' Italia nostra. » 
Così nel suo discorso inaugurale, il presidente nobile 
prof. uff. Giuliano Fenaroli. Seguono ne' Commentarli, 
memorie letterarie e scientifiche : tra le letterarie se- 
gnaliamo : « Di un matematico poeta, (ingegnere Giu- 
seppe Da Como) » notizie del prof. G. Quadri, « Sulla 
professione della donna in Italia » osservazioni di Luigi 
Binetti ; « Nel primo centenario della Stampa dei Sepol- 
cri, di Ugo Foscolo), sunto di uno studio di Domenico 
Bulferetti. 

— Atti dell' Accademia Properziana del Subasio in 
Assisi. Voi. II marzo 1908. Vi si notano tre saggi, l'uno 
del clott. Raffaello Bellini, sopra l' Attività Vulcanica 
nell'Umbria, l'altro su « Tebaldo da Fabriano e Giovanni 
Di Martino meccanici nel secolo XVI » , il terzo di Alf. 
Brizi sulle Porte della Chiesa inferiore di S. Francesco 
d' Assisi. 

— Rivista Rosminiana, periodico mensile diretto dal 
cav. prof. Giuseppe Morando. Di questa bella e impor- 
tante rivista filosofica diretta in Lodi dal benemerito 
prof. Morando, è uscito il 1° Marzo il settimo fascicolo 
della seconda annata, di cui diamo il sommario : « Dia- 
rio filosofico di Adolfo ***. Galluppi (Antonio Rosmini) 



I 



— 272 — 

Le illusioni psicologiche dei positivisti (Felice Ferri) — 
Antonio Rosmini naturalista e medico (Leopoldo Nico- 
tra). Il pensiero critico-letterario di A. Rosmini — Gli 
studi e la questione della lingua (Corinna Gavazzi); Psi- 
cologia Dantesca — Il sonno, I sogni (G. B. Zoppi), » 

Alfio Tomaselli (Virgilio Lucifero) : Ebbrezze. — Cata- 
nia, 1908. 

Son versi che rispondono al titolo, e sentono, con gli 
acri odori dell' alcova, 1' esuberanza della gioventù e della 
vita ; ma che veramente la mollezza de' baci voluttuosi 
ritempri le forze, come il poeta canta in tutti i toni, può 
esser lecito dubitare; L' autore, quantunque giovane, non 
è novizio : egli avea già pubblicato : Serraglio (1895), Il 
Minotauro 1896, Candia 1897, Inni Sacri 1900. 

Vito Volterra : Il momento scientifico presente e la nuo- 
va Società Italiana per il progresso delle scienze. — 
(Estratto dalla « Rivista di Scienza »). 

E il nobile e importante discorso con cui l'illustre 
scienziato, senatore prof. Vito Volterra, il 23 settembre 
1907 ha inaugurato in Parma, il Primo Congresso della 
Società Italiana per il Progresso delle Scienze. 

Ermete Gaeta (E. A. Mario-Hermes) : La canzone di 
Carducci. — Napoli, B. Caporicci, 1908. 

Sono ottave, nelle quali il poeta fa vibrare e rinno- 
vare la sua propria canzone epinicia all' autore della 
canzone di Legnano, valendosi spesso delle immagini ed 
espressioni del maestro, e dandogli atteggiamento epico ; 
V ultima strofa congiunge le ombre eroiche di Garibaldi 
e di Carducci, e le fa muovere insieme fino a Trento: 

L' uno ha rossa la veste, sparsa a i venti 
La capelliera bionda, e come il cielo 
Sereno ha 1' occhio, e cavalcando un pancio 
Guarda lontano; l'altro, che segne e canta, 
Folta ha la chioma e su 1' accesa fronte 
L'ali paterne de gì' itali iddii 
K ne l'occhio il corruccio. E vanno, e vanno, 
Poi l'uno e l'altro par si fermi a Trento. 



— 273 — 

Prof. E. Campana : Avanti alle Azzore. — Roma, F. Cen- 
tenari, 1908. 

Il chiaro dermatologo che insegna nell' Ateneo di 
Roma tornando dall' International dermatological Con- 
gress di Nuova York, sostò alle isole Azzorre, e prese 
occasione di descrivercele e di raccomandarcele come un 
provvido asilo sanatorio per i poveri tubercolosi : « Chi 
sa, scrive l'egregio scienziato, che la mia voce non spin- 
ga i più a pensare che vi vorrebbe un Ospedale per tu- 
bercolosi reduci, o che vogliono tentare la emigrazione ; 
quelli per ristorare, questi per educare, consigliare ; e vi 
vuole un Sanatorio per essi. Sono due cose distinte, che 
non vanno unite : e le quali poi si fan centro di allac- 
ciamento a tutti gli ospizii marini ed in montagna, ai 
luoghi di cura specializzati di protezione, di asilo, di 
svernamento, per le complicanze, eccetera ». 

Oreste Conti : La poesia popolare Capracottese. — Lu- 
cerà, Frattarolo, 1908. 

Dal Convitto Nazionale di Lucerà ci giunge questa 
preziosa raccolta di Canti popolari di Capracotta; sono 
in tutto 133, — con opportune note che spiegano le 
parole dialettali, e brevi commenti estetici che ci aiutano 
a meglio afferrare la psiche del popolo specialmente sin- 
cera quando canta d' amore. 

Valentina Tenca (Valentina Cavazzuti) : Voci sincere. 

— Modena, 1907. 

Questa raccoltina di versi è dedicata alla memoria 
di Giovanni Fanti educatore e poeta, e a lui sono pure 
rivolti i primi versi, e il proemio Rimembrando, che reca 
la data di Cittanova di Modena, 9 dicembre 1907. Questo 
primo omaggio reso al maestro benefico commuove e 
conforta ; ed anche la tessitura de' versi della discepola 
ammiratrice ricorda quella de' versi castigati e tersi 
di Giovanni Fanti. 

— Scaci del Palatino, nota del socio Luigi Pigorini 
(estratto dai Rendiconti dell' Accademia dei Lincei, se- 



— 274 — 

duta del 17 novembre 1907 ; è una severa requisitoria 
che il dotto ed illustre archeologo della preistoria ita- 
liana fa alla pretesa scoperta di un' antica necropoli che 
il Cozza ed il Vaglieri credevano aver fatta e bandirono 
che essi avrebbero scavata nel monte Cervalo, dove tro- 
varono a pena una tomba. « L' essersi trovata, osserva 
il Pigorini, sul Palatino una tomba così poco antica e 
isolata non deve sorprendere, quantunque il fatto non 
s' accordi col noto divieto della legge delle XII Tavole. 
Opportunamente il De Sanctis (Storia dei Eomani, volu- 
me I, p. 183-4 in nota) ha ricordato che non mancavano 
casi di seppellimento entro il pomerio >.) 

Filippo Finotti : Montecassino. — Napoli, di C. Fos- 
sataro. 

Questo opuscoletto fa parte della Biblioteca Moder- 
na della Gioventù ; in poche pagine riassume le glorie 
della Badia Benedettina, con parola affettuosa ed efficace. 

Dott. Alfovso Neuschuler : 11 concetto delia visione e 
del bello nel cieco, contributo alla psicologia del cie- 
co. — Eoma, Tip. « Roma », 1908. 

E un estratto della Rivista di Tiflologia, che il chiaro 
oftalmologo dirige con molta competenza; con questo di- 
scorso, in aiuto della Pedagogia emendatrice, e dei Mae- 
stri, il dottor Neuschuler inaugurò, applaudito, un nuovo 
corso di letture scientifiche sulla tiflologia nell' Univer- 
sità di Roma. 

— Der Menscli und das Unendliche von Georg El- 
ler ; è un estratto dell' Archiv fur systematische Philo- 
sophie di Berlin, e prende le mosse dal libro di Antio- 
co Zucca « L' Uomo e l' infinito » apparso in seconda edi- 
zione a Roma nel 1906. 

— La Società Letteraria di Colonia ha pubblicato il 
suo nono Annuario (Tahrbuch) per 1' anno 1907 ; è un bel 
voi. in-8.° gr. illustrato di 592 pagine, compilato dal pro- 
motore della festa de' fiori, Blumenspiele, che si celebrò 
il 5 maggio 1907, e di cui il suo geniale e compianto pro- 
motore Giovanni Fastenrath, consigliere aulico e grande 



• 



— 275 — 

amico de' popoli latini, che n' è stato 1' anima poetica ed 
entusiasta, ci ha reso un larghissimo conto. Regina della 
festa era questa volta la Duchessa Elisabetta di Mecklen- 
burg figlia del granduca Alessandro di Sassonia: la festa 
floreale doveva essere in onore della Regina e Elisabetta 
di Ungheria, di cui si celebrava il millenario. Alla festa 
di Colonia erano intervenuti alcuni Latini : tra gli altri 
il Duca de la Salle de Rochembure dalla Francia, il con- 
sole spagnuolo Don Francisco de Asis Caballero, il cata- 
lano Joseph Maluquer, il dantofilo e romanista tedesco 
Dottor Paul Pochhammer di Berlino. 

A queste feste floreali vi fa un concorso di poeti e 
poetesse, con premii ; tra i poeti e scrittori premiati la- 
tini si notarono Teodoro Llorente spagnuolo, Angelo De 
Oubernatis italiano, Achille Millien, e il Duca de la Salle 
francesi. 

Il ricco volume contiene ora, oltre alla descrizione 
delle feste, e ai discorsi di occasione, tutti gli scritti che 
furon composti in quell'occasione, e che, ammontano a 
parecchie centinaia, oltre l' interessante voluminoso car- 
teggio motivato dall' ardore indefesso del dottor Fasten- 
rath, che diede alle feste un carattere così simpatico e 
cosi grandioso. 

B. Labanca : / cattolici modernisti e i cattolici tradizio- 
nalisti. — Roma, off. poligr. editrice. 

L' illustre autore vi sostiene le idee de' modernisti, 
ma li invita a dichiararsi liberi cristiani, perchè non pos- 
sono più sinceramente credersi e chiamarsi cattolici. 



Poggi Enrico : Scuola laica, studio critico. — Roma, 
Coop. Tip. Manuzio, 1907. 

L' autore conchiude il suo ragionevole lavoretto, con 
queste parole : « Ad una forma di scuola laica fondata 
sulla sincerità non credo che le persone ragionevoli ne- 
gherebbero il loro voto. E poiché questa scuola esiste 
già e fa buona prova si dovrebbe soltanto migliorarla, 
estenderla, renderla più efficace con ben intesi provve- 
dimenti legislativi e con maggiore zelo da parte nostra. 



— 276 — 

Quanto al bisogno ed all'utilità di infierire contro i preti, 
il solo Congresso di Napoli lo avvertì, ma il Paese, per 
essere sinceri, accolse male la cosa, ed è inutile negarlo ». 

Umberto Desogus : Era destino ! Dramma in due atti 
con lettera-prefazione di Armando Granelli. — Ro- 
ma, la Vita Letteraria, 1907. 

Forse sono ugualmente giovani l'autore e il proemian- 
te ; il dramma è storico, un dramma sardo del sec. XVII ; 
Armando Granelli che lo raccomanda ai folkloristi, ammoni- 
sce : « Voi avreste potuto — per potenza tragica — raggiun- 
gere i culmini della " Figlia di Jorio ,, e forse superarli, 
tale e tanta è P efficacia di alcuue scene, le quali anno 
un solo torto : quelle di essere state concepite e scritte 
dopo " La Figlia di Jorio ,, ». 

Ridolfo Livi maggiore medico : La schiavitù medioevale 
e la sua influenza sui caratteri antropologici degli ita- 
liani. — Roma, 1907. 

E un estratto dalla Rivista Italiana di Sociologia 
che si pubblica a Roma ; pone una questione di antro- 
pologia e di storia molto interessante, invitando a ricer- 
care le origini etniche ed ataviche di certi caratteri del- 
l' odierno Italiano, e specialmente del delinquente, attri- 
buendoli in parte all' immistione mongolica avvenuta 
nella nostra gente, nel medio evo, per causa degli schia- 
vi tartari introdotti dalla Russia in Italia, e dei quali a 
Venezia era il maggior mercato ; i documenti storici che 
il dottor Livi raccolse gli forniscono materia di nuove 
osservazioni suggestive. Ma la ricerca potrebbe essere 
portata molto più in là, ricercando l'origine etnica degli 
schiavi nell' antica società romana, specialmente sul fine 
della repubblica e nell' età imperiale. 

Emma Alvino : Aleardo Aleardi e la critica di Vittorio 
Imbriani. — Napoli, Casa Editrice E. Pietrocolo, suc- 
cessore P. A. Molina. 

Simpatico studio, fatto con amore e diligenza; la 
critica esagerata e violenta dell' Imbriani è ormai molto 



— 277 — 

lontana; ma molti, pur troppo, giudicano ancora l'Aleardi 
con gli occhiali neri e d' ingrandimento del rabbioso cri- 
tico napoletano; la signorina Alvino, senza esagerarne i 
meriti, rimette con garbo l'Aleardi a quel posto d'onore 
che gli spetta. 

Almachio Diniz : A sdentici do diretto e as produccoès 
espirituaes do homens. — Bahior, 1907. 

E una lezione inaugurale o prolusione ad un corso 
di lezioni del chiaro autore brasiliano degli : « Ensaios 
philosophicos sobre o mecanicismo do direito ». L'autore 
si fonda molto sull' autorità delle Lezioni di Filosofia del 
Diritto del nostro Icilio Vanni, e conchiude : « il diritto 
soggettivo è opera della coscienza sociale, è un fenome- 
no psico collettivo ; e la ragione del diritto è opera della 
cultura intellettuale degli uomini, del maggiore o minore 
svolgimento della loro civiltà; perciò, penserei che i pro- 
gressi del diritto derivano dall'efficacia e realtà dei fe- 
nomeni di psicologia sociale, tanto più proficui quanto 
più stretti saranno i vincoli della solidarietà umana ». 

Salvatore Farina : Psiche Malata. — 1907. 

E un estratto dalla Nuova Antologia del 1° ottobre 
1907. In figura di Aristofane Larva,' il simpatico novel- 
liere ci racconta con una storia tragica narrata in forma 
umoristica, le esperienze fatte sopra sé stesso, in un pe- 
riodo nel quale la sua nobile psiche era malata, per ve- 
nire a conchiudere che il miglior modo per curarsi in 
certe malattie spirituali è mantenersi in una « sobrietà 
lieta » e in una « sincerità semplice ». 

Pietro Pellizzari : Pro Calabria. — Maddaloni, 1907. 

E un discorso che l' egregio preside del Liceo di 
Maddaloni ha pronunciato per l' inaugurazione del Cir- 
colo di Coltura annesso al gruppo magistrale di Catan- 
zaro, e dedicato ora ai giovani maestri calabresi ; il Cir- 
colo di coltura deve compiere in parte per i maestri di 
Catanzaro l'ufficio per cui furono creati i corsi pedago- 
gici di perfezionamento in alcune università del Regno ; 



. 



— 278 — 

e il discorso caldo e poetico del Pellizzari informato alle 
più alte idealità lo inizia bene confortando i maestri al- 
l'amore della giustizia, della pace e dell'amore. 

Benato Manzini : Medaglioni. — Roma, 1907. 

Sono ritratti o bozzetti simpatici di Enrico Ibsen, 
Roberto Bracco, G. B. Troiani, Emilia Mariani, Tomma- 
so Salvini e Raffa Garzia. 

Enrico Sienkiewicz : A chi la colpa $ — Roma, 1907. 

E la versione italiana di questo dramma dell' illu- 
stre e popolare scrittore, curata da Maria von Verno e 
Renato Manzini. 

Renato Manzini : Inverno, schizzi. — Roma, 1907. 

Con prefazione del Prof. Olinto Salvadori, e un cen- 
no critico di Roberto Bracco ; il Salvadori chiama questi 
schizzi vere poesie in prosa ; Roberto Bracco scrive ogni 
raccontino, ogni schizzo, è un ammonimento pietoso, ed è 
una pietra lanciata contro V egoismo, contro V egoismo 
delle infamie ; il caro e mesto libriccino è ornato di al- 
cuni bei disegni di Pietro Tozzi. 

Pedro Sondrégnez : Critica del genio. — Santiago de 
Chile, 1907. 

Opuscolo di 46 pagine, eh' è una conferenza letta 
dall'autore nel Salone delle Conferenze del Museo Peda- 
gogico di Santiago. 

Prof. Arturo Galanti: Commemorazione del XX Settem- 
bre 1870, letta nella gran sala del Palazzo Giusti- 
niani il XX sett. 1907. — Roma, Centenari. 

Il luogo ove la patriottica conferenza fu tenuta, se- 
de del Grande Oriente della Massoneria, può bastare a 
indicare la sua intonazione anticlericale. 

Arturo Galanti: Reliquie di sedimenti gei-manici cisalpini. 

E un estratto dall'Archivio per VAlto Adige, compi- 
mento e corona del nuovo e pregevole lavoro giovanile 






— 279 — 

dello stesso autore : I Tedeschi sul versante meridiona- 
le delle Alpi. Eoma, 1885. 

Scrive il Galanti : « scorrendo il recente volume del 
Dott. Schindele : Resti di popolazione tedesca a mezzodì 
delle Alpi (Kòln, Bachem, in tedesco), che ha il me- 
rito di raccogliere in limpida sintesi il frutto di tutte 
le ricerche anteriori, posso, per cosi dire, misurare il 
cammino percorso durante questo ventennio ; e vedo 
non senza soddisfazione che le mie ipotesi, le mie de- 
duzioni, le mie conclusioni d' allora, hanno trovato, an- 
zi tatto, una notevole conferma in certi fatti storici 
messi in campo più tardi, ed in parte anche la riprova 
che si desume dal materiale linguistico. Il Galanti rico- 
nosce che nelle più alte valli dell' Adige, pastori Tede- 
schi riuscirono a stabilirsi, ma rivendica al mondo latino 
i centri civili, rappresentati dalle città e dai villaggi, 
conchiudendo : « Da un lato, a favore dell' espansione 
germanica, la violenza della conquista, il prestigio del 
dominio, il moltiplicarsi delle successioni feudali. Dall'al- 
tro a favore della resistenza italiana, la maggior coltura, 
la prevalente tendenza della Chiesa a prò dell' elemento 
latino, la pertinenza di buona parte dell'Alto Adige al 
Principato di Trento, la superiorità della favella nostra 
sulla tedesca, allora rozza, scarsamente evoluta e nei 
dialetti povera, il naturale traffico col mezzogiorno, l'a- 
prirsi tutte le valli e il condur tutte le vie alla pianura 
nostra, lo spontaneo ritorno e riflusso dalla pianura no- 
stra e dalle valli inferiori alle superiori, come succhia 
che dal tronco risale ai rami e alle cime ». 

Mario Mandalari: La Valcuvia. Note di viaggio, estrat- 
to dalla Nuova Antologia del 16 novembre 1907. 

L' autore descrive in queste note di viaggio, la valle 
di Cuvio, nel circondario di Varese, in prossimità del 
Lago Maggiore. Ciò che colpì specialmente l' autore è 
l'assenza di uomini di mezza età nella Valcuvia; emi- 
grano tutti fuorché vecchi e fanciulli ; le donne sole la 
custodiscono, e attendono a tutti i laveri, in attesa del 
ritorno de' padri, de' mariti, de' figli dall'America o dalla 



— 280 — 

Svizzera e dalla Germania, dove sogliono portare qual- 
che gruzzolo di danaro. Al Mandalari, le donne rimaste 
sole, parvero indifferenti all'amore; ed egli conchiude: 
« Tutta la bella regione pare un grande libero convento 
di donne, un grande ricovero di vecchi e di fanciulli. — 
Tutta quella tranquillità maraviglia, sorprende, ma non 
piace ». Di 14,000 abitanti che conta la Valcuvia, circa 
nove mila sono emigrati ; per i cinque mila rimasti in 
paese, si contano nove preti, che raccolgono molte ele- 
mosine dalle pie donne, e cinque carabinieri, che hanno 
del resto poco da fare, essendo rari i reati, e quasi tutti 
di semplice furto. 

— The Department of Italian work Denison House, 
1907. — Opuscoletto pubblicato dal Circolo Italo-Ameri- 
cano di Boston, presieduto da una donna Miss Vida Di 
Scudder, e di cui Miss Mary Gove Smith, che c'invia la 
sua relazione annua sopra l' Italian Work è segretaria. 
Daquesta relazione apprendiamo che furono aperte nel Cir- 
colo libere discussioni socialistiche, anche in senso radi- 
cale, anticlericale ed anarchico. 

Guy de Canolle : Moun viei Avignoun de Henri Bouvet. 

È un estratto del Clocher Provengal ; Guy de Canolle, 
da Marsiglia informa su questo libro di cui il Félibre 
era fautore, nato nell'anno 1850 e morto nel 1905 ; nel 
1892 egli avea pubblicato un volume di poesie Lou Fé- 
melati, e lasciò, morendo, inedito un poema: Estello, che 
sua sorella si propone eli pubblicare : « Tout 1' antique 
Avignon, » scrive Guy de Canolle, « y vit, y grouille, y 
chante, y travaille au bon soleil, on y flàne dans la qui- 
ètude de ses palais et de ses musées ; ou y ètudie dans 
ses riches et vénòrables archi ves... Tout " Avignon la 
Prédestinèe, disent les Mémoires Mistraliens, où devait 
le Gai-Savoir faire un jour sa renaissance „ ; tout " ce 
vieil Avignon pètri de tant de gioire qu' on n' y peut 
faire un pas sans fouler quelque souvenir ,, ». 






— 281 — 

Isidoro Del Lungo : Il primo centenario di Labìndo a 
F iv izza no. 

Parole lette in Fivizzano il giorno 29 settembre dal 
balcone del Fantoni, celebrandosi il primo centenario 
dalla morte di Labino ; il senatore Del Lungo ha pure 
dettato per 1' occasione l' iscrizione commemorativa che 
è questa : « Giovanni Fantoni — 1' arcadico nome di La- 
bindo - consacrò in versi — frementi all' alito de tempi 
nuovi — infuse con oraziana felicità — liberi spiriti nelle 
forme classiche — meritò — che il poeta dell' Italia ri- 
sorta — Giosuè Carducci — ne interpretasse 1' arte, ne 
rivendicasse la fama — e memorabile ospite nel 1887 — 
in questo antico palagio dei Fantoni — dov' ebbe i na- 
tali e 1' estrema sosta il vate errabondo — desse quasi 
gli auspici — al primo contenario della sua morte — che 
nell' autunno del 1907 — volle celebrato solennemente 
— superba di sue glorie nazionali — la Lunigiana » . 

Isidoro Del Lungo : Un cimelio patriottico del 1825 (con 

facsimili). • 

E un estratto della Rivista d? Italia del settembre 
1907 : il cimelio è un esemplare dell' ode « romantica e 
carbonara » che Giulio Bazzoni compose allora per la 
creduta morte di Silvio Pellico e che incominciava, nella 
lezione del Maroncelli : 

Luna, romito aereo 
Tranquillo astro d'argento. 

Non potendosi allora stampare, circolò manoscritta; 
il Del Lungo ne presenta ora tre lezioni, 1' una sopra 
una copia del tempo eh' era in mano di suo padre, 1' al- 
tra edita dal Maroncelli, la terza dell' edizione del 1848. 
E evidente l'imitazione manzoniana; e, a proposito di 
quell' ode patriottica, il Del Lungo dice molte altre cose 
interessanti. 

Isidoro Del Lungo : In vacanze. Estratto dalla Nuova 
Antologia del 16 novembre 1907. 

L' illustre autore prende occasione dai ricordi di 
quello ch'egli leggeva in vacanza nel tempo in cui egli 



— 282 — 

studiava nelle scuole medie, per entrare a discorrere dei 
programmi e metodi introdotti nelle scuole medie odier- 
ne d' Italia, prendendone argomento dallo scambio di let- 
tere fra due professori presenti di liceo, un matematico, 
e un grecista, e dei quali riassume la discussione con 
queste parole : « Questo volevano, alcuni anni fa, i due 
che si ricambiavano famigliarmente le loro idee, appa- 
recchiandosi a riprendere il nobile ufficio della scuola 
con amore e con fede » : « Se l'istituto classico abbia a 
ricevere ulteriori modificazioni, essi augurano che nelle 
scienze, data più modesta proporzione alle teorie e al 
tecnicismo, predomini lo studio sperimentale e un im- 
pulso di geniale osservazione sulle applicazioni della 
scienza alle industrie e alla vita, al che potrebbe con- 
giungersi qualche cenno di geografia astronomica e di 
Storia della Scienza ; che si insegni di proposito la geo- 
grafia » . 

Valentino R avi zza : Le droit de priorité par la conven- 
tion Internationale pour la protection de la propriété 
industrielle et les conditions pour son essercice. — Ro- 
ma, Tip. Nazionale Bertero, 1907. 

È una relaziona fatta con molta competenza dall'in- 
gegner Ravizza al sesto Congresso internazionale di chi- 
mica applicata, che si tenne a Roma nel L906. 

Angelo Berenzi : Pontevico, Istituzioni, Agricoltura, Com- 
merci, Industrie e il nuovo grandioso Stabilimento. 
— Brescia, 1907. 

Diligente monografia dedicata affettuosamente alla 
madre nonagenaria. Descritto dottamente il borgo di Pon- 
tevico « uno dei più grossi centri di produzione agraria 
della provincia di Brescia » nel paesaggio, nella storia 
nella vita passata e presente, l' autore ne esamina le 
condizioni agrarie e industriali, rilevando specialmente 
l'importanza del nuovo stabilimento che è un vasto com- 
plesso di laboratorii di vario genere, il quale deve occu- 
pare oltre ottocento operai. — L' Autore che aveva già 
consacrato alla storia di Pontevico parecchi pregevoli 



— 288 — 

volumi e saggi staccati, compie, ora patriotticamente, 
1' opera sua, studiando il suo caro borgo nel suo moto 
presente e nelle promesse di un migliore avvenire. 

Can. Prof. Angelo Berenzi : Eugenio di Savoia in Lom- 
bardia (1701-1702). — Brescia, 1908. 

È un' altra pagina di storia documentata e preziosa, 
che il benemerito autore, membro degli Atenei di Bre- 
scia e di Bergamo, aggiunge alla storia di Pontevico ; 
ecco i titoli de' varii paragrafi, ne' quali è divisa la nuo- 
va monografia : I marescialli Catinat e Villeroy — Bat- 
taglia di Chiari — Scontri a Orzinovi — Curiosa Amba- 
sciata al Principe Eugenio nel Castello di Pontevico, 
.(curiosa davvero, e di cui la notizia è stata tolta da una 
cronaca inedita cremonese) — Sorpresa di Cremona — Il 
Generale Vendóme — Battaglia di Luzzara. 

Elude sur V Ethnographie des Slaves de Macèdoiné re- 
ponse à M. T. Cvijc par le D. 1 ' A. Ichircoft profes- 
sour à V Université de Sophia. — Sophia, 1908. 

Slavi e Serbi si disputano una parte della Macedo- 
nia; ma prima di essere slava la Macedonia era de' Ma- 
cedoni ; e de' Macedoni che non sono slavi, non si tiene 
nessun conto ; e pure dovrebbero anch' essi avere alcuna 
voce in capitolo; Cvijc avea scritto; « il nome di Bul- 
garo in Macedonia non è etnico, ma lo ò forse di più il 
nome di serbo ? — Non insistiamo, perchè la questione 
non riguarda direttamente il mondo latino. 

Ottaviano Caroselli: Grandezza e decadenza delV affre- 
sco. — Roma, 1907. 

A cura dell'Associazione Archeologica romana. Con- 
ferenza, dedicata a Romolo Artidi, segretario della As- 
sociazione ; 1' autore lamenta la decadenza di una mani- 
festazione così gloriosa della « nostra grande anima 
latina » qual era V arte dell' affresco, e si augura che 
quest'arte risorga. 



— 284 — 

Adalberto Peregrino : Ode a Satana. 

Eoberto Grego Assagioli : Per un nuovo umanesimo 
ariano. — Firenze, 1907. 

Estratto dal Leonardo; conferenza tenuta alla biblio- 
teca filosofica di Firenze ; è una rapida escursione a tra- 
verso la letteratura specialmente europea intorno al bud- 
dhismo, che l' autore ha preso specialmente ad esame, 
per venire a conchiudere che noi potremmo, con l'aiuto 
dell' esoterismo indiano, orientarci ad un nuovo umane- 
simo, ad una civiltà più pura : 1' autore riassume le sue 
idee in queste parole : 

« Il buddhismo ha ora una funzione prevalentemente 
sociale. Non tende a formare una schiera di eletti, ma a 
rinnovare fondamentalmente la coscienza della civiltà, 
sostituendo la serenità interiore e l' infinita pietà per il 
riconosciuto universale dolore, alla " radice del dolore ,, 
cioè alla sfrenata cupidigia egoistica di possesso ». 

Enrico Filippini : La nostra letteratura popolare. — Son- 
drio, 1907. 

Conferenza tenuta in Sondrio per la Dante Alighieri, 
dedicata « al prof. Francesco Flamini, insigne letterato e 
dantofilo »; esordisce col folklore dantesco, per esaminare 
quindi varii aspetti della tradizione popolare, special- 
mente italiana, e con tanta maggior competenza, in quan- 
to che l'autore è egli stesso un diligente raccoglitore di 
materiale folklorico. 

Angelo Valdarnini : La pace universale. — Roma, 1907. 

Estratto dalla Rivista d? ItaVa ; il prof. Valdarnini 
non è soltanto un filosofo pacifico, ma un ardente ed 
eloquente apostolo della pace e dell' arbitrato interna- 
zionale, che deve assicurarcelo, sostituendo all' antico 
groziano e bismarckiano : si vis pacem para bellum il 
moderno e civile : Se vuoi la pace, disarma graduata- 
mente e d" 1 accordo con altri, prepara ed osserva la Giu- 
stizia. 






■— 285 — 

Baldassarre Cocurullo: La moralità nella vita e nel- 
V arte. Conferenza. — Catania, Tipografia Regi Uf- 
fici, 1908. 

Sostiene in proposito le sane idee dal prof. Giovanni 
Lanzalone esposte ne' suoi libri. — Accenni di critica e 
« L'arte voluttuosa » confortandole di nuovi argomenti in 
favore della necessità di mantenere nell' arte la morale. 

Ines Vecchia : La varia fortuna di Pietro Metastasio. — 
Roma, Paravia, 1907. 

E tempo che si metta a posto la fama del Metasta- 
sio, troppo malmenato dagli uni, troppo esaltato dagli 
altri ; e questo ha fatto con bel garbo e con buon giu- 
dizio, Ines Vecchia, la degna figlia dell' illustre peda- 
gogista. 

Ines Vecchia : La lotta fra il volere e il potere. — Ro- 
ma, 1907. 

E un estratto dall' Italia Moderna ; la giovine pro- 
fessoressa vi studia a fondo una delle più interessanti e 
più importanti questioni dell' educazione, esaminando il 
fatto nelle sue cause e conseguenze, per indicare quindi 
i modi di attenuare la lotta, rivolgendola possibilmente 
al bene individuale e sociale, fondandosi specialmente 
sulle idee del Goethe, di Dugald Stewart, del Bain, dello 
Spencer, del Wundt, del Sully e dell'onorando suo padre. 

Achille Piersantelli : Lo spirto del cerchio di Giuda 
e' il Messo del Cielo del IX Canto dell' Inferno Dan- 
tesco, studio. — Città di Castello, 1908. 

Questo studio acuto e diligente dell' egregio profes- 
sore di lettere nel Liceo di Macerata, è un estratto dal 
Giornale Dantesco di Firenze ; il Piersantelli opina, dopo 
una dotta esposizione, che lo spirito del cerchio di Giuda 
già evocato da Virgilio nella sua discesa all' inferno, sia 
Satana stesso e che il Messo del Cielo sul quale si è 
tanto disputato dai commentatori sia San Pietro, pur du- 
bitando che possa anche essere Mosè. 



286 — 



G. Urbani : Il Rosario del cuore. — Eoma, 1907. 

Son versi, e. buoni versi, di nobile e gentile fattura, 
affettuosi ed eleganti, inspirati da sentimenti gentili, 
espressi spesso in modo originale, ma sempre pieni di 
venustà e di decoro, e melodiosi ; questo rosario del cuore 
è fiorito ad Aquila nell'Abruzzo. 

IMiCHELfi Alesso : Storie e leggende. — Caltanisetta 1907. 

La storia narrata popolarmente e la la leggenda, in 
questo volumetto, si alternano senza confondersi ; onde 
gli storici e i folkloristi potranno trarne ugualmente pro- 
fitto; alcune leggende locali offron singolare interesse, e 
se un giorno alcuno penserà a ristampare le Tradizioni 
Italiane iniziate, ma rimaste incomplete da Angelo Brof- 
ferio, or fa più che un mezzo secolo, molte di queste 
raccolte e narrate dall' Alesso meriteranno di esservi 
comprese. 

Augusto Franco : Frova de direito. — 1907. Bello Hori- 
zonte. 

Sono lezioni che il chiaro giureconsulto brasiliano 
ha tenute nella facoltà di diritto di Bello Horizonte : 
vennero dedicate al dottor Ludwig Kuhlenbeck profes- 
sore all' Università di Losanna. Sono otto lezioni che 
provano la vasta e varia coltura del Franco nel campo 
giuridico. Nella filosofia del diritto, egli considerò il me- 
todo, il suo fondamento e la sua utilità; poi nel diritto 
romano, il diritto consuetudinario e le sue forme princi- 
pali ; nel diritto internazionale, gli organi delle relazioni 
internazionali ; nel diritto civile, la tradizione e la tra- 
scrizione ; nel diritto pubblico e costituzionale, 1' origine 
e gli elementi strutturali ed evoluzionali della società, 
cioè il meccanicismo e 1' organicismo ; nel diritto com- 
merciale, il carattere del commerciante e le condizioni 
che si richiedono per esercitare il commercio ; nel dirit- 
to penale o criminale, il suo oggetto e la sua posizione 
enciclopedica ; — nell' economia politica, la scienza eco- 
nomica. 






287 



Vincenzo Orlic : Guida pratica della provincia di Por- 
tomaurizio. — Oneglia, 1907. 

E 1' anno X di questa guida illustrata, utilissima ai 
visitatori della riviera ligure occidentale, specialmente 
per le indicazioni e vedute che vi si trovano di Porto- 
maurizio, Borgo, Diano Marina, Cervo, Dolcedo, Oneglia, 
Pieve di Teco, San Remo, Ospedaletti, Bordighera, Dol- 
■ceacqua, San Lorenzo al Mare, Taggia, Badalucco, Triora 
e Yentimiglia, 

Mario Mandalari : Quindici lettere del Conte Francesco 
De Aguirre di Salemi. — Catania, 1907. 

E un nuovo pregevole e interessante contributo alla 
biografia di questo nobile siciliano, che sotto il regno di 
Vittorio Amedeo II ebbe tanta parte nella riforma degli 
.studii in Piemonte. — Le prime cinque lettere furono 
scritte da Roma, e trascritte dall'Archivio di Torino ; le 
ultime dieci scritte da Torino furono dirette all' abate 
Celestino Galiani e vennero trascritte a Napoli dagli au- 
tografi che ne conserva 1' avv. Fausto Nicolini. 

Luigi Guarnieri : La psicologia dell' 1 Attenzione secondo 
T. Pdhot. — Roma, Tip. Sociale. 

E uno studio diligente, un' analisi coscienziosa del 
bel lavoro del filosofo-psicologo francese, accompagnato 
da alcune osservazioni giudiziose. 

Annuario italiano delle arti grafiche. Anno VII, 1908. — 
Firenze, Società delle Arti Grafiche. 

Il prof. Augusto Bonistalli, direttore tecnico della 
Società Tipografica Fiorentina prosegue animoso questa 
utilissima pubblicazione che giova ad orientare d' anno 
in anno i seguaci delle arti grafiche. Questa volta inizia 
gli articoli Piero Barbera, discorrendo del Libro in Ita- 
lia ; seguono brevi articoli, di Salvatore Landi sopra 
« usi antichi dei tipografi fiorentini » di Angelo De Gu- 
bernatis sopra gli « editori e stampatori corsari della 
•Gerusalemme », di G. E. Arnaudo « Ars Virtutis custos », 



- 288 — 

di K. Bertieri « L'errore di moda », di Gaetano Guasti 
« Notizie della stampa in Prato » e « Da libraio a li- 
braio », di 0. Mannelli «Stampa e giornalismo in Cina >, 
di Cesare Andreoni « La scrittura dalle origini all' in- 
venzione di un alfabeto », di A. Baratelli : « Dello stile 
nei fregi », di Ettore Mandosio « Nozioni per lavorare 
l'asfalto », di Umberto Cei « Per una edizione popolare 
delle opere di Giosuè Carducci » di Augusto Bonistalli 
« Dell'insegnamento professionale » di C. A. « La let- 
tera rivelatrice ». Agli articoli generali si aggiungono 
elenchi de' professionisti, un largo notiziario ed avvisi. 

Armando Tartarini : L'opera di Giosuè Carducci, per la 
scuola, per la coltura e per la patria — Roma, Lucci. 
È una calda ed eloquente conferenza tenuta all'uni- 
versità popolare di Perugia il 30 giugno 1907. 

Pasquale Cafaro : Filigrane, versi. — Andria, Terliz- 
zi, 1908. 

Son versi delicati e aifettuosi dedicati al padre : 

Tenui trame, intessute ad una ad una 
Con i sorrisi della giovinezza. 

Gaelano Messina : Realtà, novelle. — Catania, tip. di 
Alfio Siracusa, 1907. 

Sono cinque novellette con questi titoli : « Natale, 
Angelica, La religione del cuore, Piume al vento, Cielo 
e mare ». 

Ercole Colombo : Il sogno di Francesco, novella cala- 
brese. — Chicago, Ando Printing Co. 

E un ricordo nostalgico della Calabria, di un nostro 
connazionale, che dimora a Chicago, 379 W. Polk Sreet, 
e che dal suo modo elegante di scrivere, mostra di non 
aver dimenticato la bella lingua patria. 

Angelo De Fabrizio : Saggi di folklore salentino. — To- 
rino, 1907. 

Estratto dall'Archivio per le tradizioni popolari; è un 
mucchietto interessante di canti popolari illustranti la 



— 289 — 

Gran Settimana ossia la Settimana Santa, raccolti a Ma- 
glie e commentati. 

Angelo Di Fabrizio : La moglie di Giuliano V Apostata. 
— Firenze, 1907. 

Estratto dalla Rassegna Nazionale del 16 settembre 
1907 ; à propos du Jiilien V Apostati di Paul Allard, ma 
con aggiunta di nuove indagini sopra la moglie di Giu- 
liano, che fin qui era rimasta velata. 

Giuseppe Lisio : Arte e poesia. — Eoma, 1907. 

Estratto dalla Rivista d'Italia, del marzo 1907 ; sotto 
questo titolo il chiaro letterato vi studia il canto decimo 
del Purgatorio Dantesco, dove « la descrizione dei basso- 
rilievi distesa per settantadue su i centotrentanove versi, 
domina tutto il canto. Qui il poeta volle concentrare il 
magistero doli' arte sua e 1' attenzione nostra. Qui raffi- 
gurò con fantastica potenza di realtà l' Italia artistica 
del suo tempo ». 

G. M, Rushfort : Le origini deW architettura lombarda 
di G. T. Rivoira. 

E un estratto della Nuova Antologia del 19 febbraio 
1908; esamina specialmente il secondo volume dell'opera 
compatta del Rivoira, dove si esamina specialmente il 
trasferimento dello stile detto lombardo « nei paesi a 
nord delle Alpi, dove la sua vitalità, lungi dall' esaurirsi 
più splendidi di quelli somministrati dal suolo dove ebbe 
culla. In ogni periodo della quale produzione, però, si 
riscontra un costante ricorso alla sorgente originale dì 
ispirazione. » Il chiaro estensore, dopo avere esaminato 
i risultati ai quali crede che il lavoro del Rivoira ci ab- 
bia già condotto, conchiude : « Tali risultati furono otte- 
nuti mediante l'applicazione di un metodo, che è, per 
quanto umanamente possibile, saldo e sicuro. Metodo ba- 
sato sulla comparazione — beninteso, nei limiti umani — 
di una serie di fatti completa e condotta con accuratezza 
scientifica. » 



— 290 — 

D. Nicola D'Elia : / sette doni dello Spirito Santo con- 
templati nel sacro cuore dì Gesù ed in altre anime 

giuste. — Boma, Balbi. 
i 

E il secondo volume di pagine 110, dedicato come il 

precedente al papa Pio Decimo. 

Mario Cavalotto : Attorno alV opera di Cornelio Gra- 
ziano. — Treviso, Turazza, 1908. 

Giulio Cornelio Graziano o Graziani poetò nel cin- 
quecento, e fu anche pittore; la famiglia era originaria 
di Conegliano, ma egli visse il maggior tempo a Trevi- 
so ; lasciò un poema postumo in otto canti in ottava ri- , 
ma, intitolato : Orlando Santo, che venne pubblicato nel 
1597, tre anni dopo la morte dell' autore, oltre un poe- 
ma in ottava rima in lode di Maria Vergine. Il poema 
non manca di pregi poetici, ma non è tanto interessante 
per quanto esso dice di Orlando, quanto, come dimostra 
bene l'autore, perchè « è specchio curioso di epoca e di 
ambiente ». 

Edoardo Calenda di Tavani : La scuola laica. — Na- 
poli, Moreno, 1907. 

Comunicazione al VI congresso nazionale della Fe- 
derazione fra gì' insegnanti nelle scuole medie ed al se- 
condo congresso della Società filosofica italiana; alieno 
da ogni violenza fatta all' educazione, l'autore conchiude: 
«"Solo la scienza affratella veramente, Non solo le tedi 
religiose producono la divisione, ma qualunque fede me- 
tempirica, panteistica o non. La scuola è uno solo e non 
può essere che uno solo dei fattori, che contribuiscono 
alla formazione delle personalità, non il solo. La natura 
infinita è infinitamente più ricca e varia che non le po- 
che religioni, le poche filosofie, le balbuzienti pedagogie 
che lo spirito umano ha prodotte. Aiutiamo la natura, 
rispettandola. » 

Antonii De Gregorio: Carmina. — Panormi, 1907. 

Sono tre carmi, Nova Aurora, Cloelia, Nunc et olim; 
il primo è una saffica, gli altri due sono esametri ; dal 



— 291 — 

primo carme, togliamo queste strofe che cantano la pa- 
ce nel nome di Eoma : 

Musae ubicumque coluntur simul ac artes, 
Sacrum jus ac doctrina, et honoratur 
Insuper ingenium, habet ibi cultum 

Romae lingua. 
Et nunc, cura populi denique cognoscunt 
Naturae Jeges miriflcas, sacras, 
Et penetralia jam, templaque ipsius 

Late patent ; 
Auricomans cum surgit, radios tantum 
Per orbem futidit nova dies alma 
Nubes obscuras undique disperga, 

Fulguratque ; 
Nunc etiam formosae canit aurorae 
Altas laudes, praenaque augusta 
Nequaquam prius audita: canit pacem 
universam ! 
Enses ut dein non amplias atroces 
In hac regnent terra, sed amor solus 
Gentibus imperet : ad utile, aes, ferrum 
Praebeantur. 

Maurizio Pellegrini : Nuovi versi. — Città di Castello 
Scuola tip. editrice, 1908. 

Dopo dodici anni dalla sua prima raccolta, 1' autore 
maturato negli studii, e nelle eleganze leopardiane, ce 
ne offre una seconda, ove fioriscono nuovi affetti resi con 
classica e temperata eleganza. 

Ettore Stampini : De Vallauriano proemio adjudicando. 
Torino, Clausen, 1908. 

Estratto dagli Atti della Reale Accademia delle 
Scienze di Torino, è un rendiconto in buon latino del 
chiarissimo professor Stampini relatore per il premio 
quadriennale proposto, per lascito di Tommaso Vallauri, 
da destinarsi alla miglior opera sulla letteratura latina 
uscita tra gli anni 19031906 ; il premio venne concesso 
per pari merito e diviso tra due opere straniere, 1' Hi- 
gioire littéraire de VAfrique diretienne depili* les origines 
jusqiC à V invasion arabe di Paolo Monceaux, e la Geschi- 
chte der rómischen Litteratur bis zum Geselzgebunsicerk 
des Kaisers Justinian di Martino Schanz ; il relatore si 






— 292 — 

mostra dispiacente che i latinisti italiani, nel decorso 
quadriennio non abbiano concorso con opere insigni ; 
« multi quidem sunt, egli scrive, apud nos qui ingenio, 
doctrina, scrìptis, patriae sunt ornamento ; sunt qui haec 
studia ita colant, ut cura eruditissimo quoque exterarum 
gentium certent — nos enim nostra non spernimus — 
sed tamen dolendum est nullum opus hisce annis in Ita- 
lia scriptumque exstare, cui in hoc litterarum latinarum 
certamine priores partes concedere possimus ». 

Ettore Stampini : Dieci lettere di Giovanni Labus a Co- 
stanzo Gazzera. — Brescia, 1907. 

Sono estratte dall' Illustrazione Bresciana, e recano 
in fronte un interessante estratto di Giovanni Labus, il 
chiaro archeologo ed antiquario bresciano, epigrafista 
aulico, dirette a Costanzo Gazzera, già bibliotecario del- 
l' Università e segretario perpetuo dell'Accademia delle 
Scienze di Torino, sopra il quale lo Stampini ci fornisce 
utili notizie biografiche; le lettere del Labus vanno dal 
1825, al 1839 ; ma non hanno per sé stesse una grande 
importanza. 

Prof. Carlo Arno : La prima parola di resistenza alV Au- 
stria. 

Estratto dalla Rivista oV Italia del novembre 1907 \ 
la prima parola di resistenza fu pronunciata in Piemonte 
nel 1846 ; è una pagina molto interessante ed istruttiva 
della storia del nostro risorgimento ; e 1' eroe di questa 
pagina fu Riccardo Sineo, segretario della Società eno- 
logica, per 1' esportazione dei vini indigeni. 

Vito Elefante : Elvira ed Alberto. — Eboli, fratelli Spa- 
rano, 1908. 

Novella poetica in prosa, dedicata dal prof. Elefante 
a sua madre. 

Goran Bjòrnson : Italienske Lyrik. — Stoccholm, 1907. 

In elegante edizioncina, V illustre traduttore, offre 
in questo volumetto una scelta di moderne poesie ita- 



— '293 — 

liane ornata de' ritratti degli autori, con molto garbo e 
molta cura tradotti; e sono Vittoria Aganoor Pompilj, 
Edmondo De Amicis, Gabriele D' Annunzio, Tommaso 
Cannizzaro, Giosuè Carducci, Antonio Fogazzaro, Arturo 
Graf, Angelo De Gubernatis, Giuseppe Manni, Giovanni 
Marradi, Guido Mazzoni, Ada Negri, Giovanni Pascoli, 
Grazia Pierantoni- Mancini, Atenaide Pieromaldi Golfarel- 
li, Lorenzo Stecchetti ; il traduttore che ha già regalato 
alla sua patria lodate traduzioni dal portoghese, dallo 
spagnuolo, dal catalano, e dal francese, e che ora attende 
a tradurre poeti rumeni, ha così versato un fiume di poe- 
sia latina nella letteratura nordica, conservando quant' e- 
ra possibile la melodia degli usignuoli di ogni lingua. 

Augusto Serena : Liber aureus Montebellunensis. — Tre- 
viso, Prem. Stab. Tip. ist. Turazza, 1907. 

Il Serena, molto erudito nella storia civile e lette- 
raria della marca trivigiana, in questo libro d' oro, ci 
offre un saggio diligentissimo di Genealogia delle fami- 
glie di Montebelluna. 

Augusto Serena : Matelda e il Paradiso Terrestre. 

È una splendida lezione improvvisa sul canto dan- 
tesco di Matelda, che fu molto applaudita quando venne 
fatta dal valoroso autore, per conseguire la libera do- 
cenza nell'Università di Padova; venne pubblicata per 
le nozze Legrenzi-Polin. 

Problemi di filosofia della natura, pensieri dì un metafi- 
sico. — Firenze, libreria editrice fiorentina, 1907. 

L'autore sostiene il principio dell'evoluzione, ma 
conchiude : « L' evoluzione, acciò fosse fondata sopra una 
base scientifica, bisognerebbe abbracciasse un che d'uni- 
versale, vale a dire avesse riscontro nei mutamenti di 
ambiente — per quanto noi abbiamo limitato d' assai 
l'azione dell'ambiente sulle forme organiche, e soprat- 
tutto nel sole, moderatore sovrano dei climi e della vita. 
Partiamo pure dal semplice, a patto che dal semplice 
sappiamo cavare il complesso e il molteplice ». 



— 294 — 

Ernesto Senna : Jornal do commercio, propriedad de 
Rodrigues e comp. — Rio de Janeiro, 1907. 

Preceduto dal ritratto del suo proprietario, Dottor 
Jose Carlos Rodrigues, questo opuscolo ci fa la storia di 
questo gran giornale brasiliano fondato a Rio Janeiro 
nel 1827, e che celebrò pertanto, nello scorso ottobre, il 
suo primo centenario. La media di questo giornale è ora 
di 10 grandi pagine ; ma alcuni numeri salirono fino a 
32 pagine ; il giornale occupa fra redattori, corrispon- 
denti, revisori, tipografi, operai, 512 persone. 

L' attuale proprietario acquistò nel 1890 il Jornal 
per tre milioni e cinquecento mila dollari « La sua esi- 
stenza, scrive 1' autore del presente opuscolo, è una glo- 
ria del giornalismo brasiliano, una fonte sicura di utilis- 
sime informazioni sopra la nostra nazionalità, del nostro 
progresso, e della forza indiscutibile, del prestigio e va- 
lore della stampa onesta, patriottica e bene orientata ». 

— Camoens traduzione dal portoghese, del conte 
Adriano di Valbranca : con proemio del prof. Antonio 
Padula, segretario generale della Società Luigi Camoens 
— Napoli 1907. 

11 Camoens è un poema classico del celebre scrittore 
portoghese visconte d'Almeida Garrett; il coate Adriano 
di Valbranca lo ha tradotto in prosa italiana; il beneme- 
rito, indefesso commendatore Antonio Padula, membro 
dell'Accademia di Lisbona, lo pubblica, facendolo prece- 
dere da un largo studio sul Garrett; e da lui apprendia- 
mo pure che i maggiori del Garrett erano astigiani ; nel 
secolo decimosettimo, un Garetti di Asti passò in Por- 
togallo, e vi prese il nome di Garrett; prezioso dono 
fatto alla letteratura italiana. 

Giuseppe Di Napoli: Discorsi intorno ad alcuni generi let- 
terari ; con una lettera di Mario Rapisardi su l' Epo- 
pea — Caltanissetta, Stab. tip. Panfilo Castaldi, 1907. 

Il Rapisardi, che ha dato all' epopea un nuovo alto 
indirizzo, non solo più moderno, ma più civile e filosofico, 
discorre magistralmente sull' epopea, per mostrare come 



— 295 — 

essa sia capace di continua evoluzione, varia e complessa 
come la vita, della quale deve rendere tutti gli aspetti, 
con la visione continua dell' ideale al quale si deve con- 
tendere, per far trionfare la Giustizia, 1' Eguaglianza e 
la Libertà. « E la favola,conchiude il mirabile fabbro del 
nuovo verso epico, sarà unica come vogliono i retori, per- 
chè abbraccerà tutta la storia ideale del genere umano ; 
e la fonte del maraviglioso sarà inesauribile come ine- 
sauribile è la vita dell' universo. » L' egregio Di Napoli, 
alla sua volta, esamina tre generi di componimenti, il 
poema, il romanzo storico e il dramma storico, per pro- 
vare che essi hanno ancora molta vitalità; e ben nota egli 
stesso, per 1' epopea, come ogni nuovo poeta può introdur- 
re elementi nuovi nelle sua epopea come fece il Tasso, 
de) quale ben dice che creò figure epiche « moralmente su- 
periori agli uomini e alle donne dei poemi precedenti » ; 
e soggiunge giustamente come un'etica nuova superiore 
possa giustificare la continuazione della tradizione epica, 
terminando il canto di guerra con l' inno della pace, della 
giustizia, della fratellanza »; 1' azione eroica deve, sopra 
ogni cosa, divenire azione nobile ; così a provare come 
anche dopo la condanna che il Manzoni stesso fece del 
romanzo storico, il romanzo storico può ancora vivere, il 
Di Napoli cita 1' esempio del Quo vadis di Sienkiewicz. 

Giovanni Olivieri : I Fiutino nel Risorgimento nazionale. 
— Campobasso, Colitti, 1907. 

Da Lucito nel Molise ci giunge questa importante 
e ben documentata monografia dedicata al senatore Fa- 
brizio Plutino, che nessuno storico del risorgimento ita- 
liano che debba narrare le cospirazioni ed i moti ca- 
labresi potrà trascurare, specialmente per la parte che vi 
presero i fratelli Agostino ed Antonino Platino. 

Giuseppe Piazza : La teoria kantiana del giudizio già in- 
tuita e fissata nella sintassi de' Greci. — Soma, Vita 
Letteraria, 1907, 

Questo scritto filosofico e grammaticale prova sen- 
tezza d' ingegno e profondità di studii ; nessuno però si 






— 296 — 

immaginerebbe, leggendolo, argomentarvi il presente re- 
porter del Benadir. 

Costantino Maes : Sul concorso al Premio Reale per V Ar- 
cheologia alV Accademia dei RR. Lincei. Roma tip. 
editrice 1908. 

L' autore si lagna perchè, nel concorso al premio rea- 
le de' Lincei, il suo volume, che comprende le sue me- 
morie intorno alle Navi di Nemi, « fu schiacciato sotto 
la pietra sepolcrale del più spietato silenzio », e invoca 
giustizia ; è allegato al ricorso un opuscolo di Francesco 
Sabatini : intitolato Le due navi romane nel lago di Nemi, 
odissea archeologica. 

Magda Roncella : La donna nel romanzo e ne la no - 
velia delle scrittrici italiane, studio critico. — Roma, 
Cromo-tipagrafia Zapponi, 1907. 

E una diligente analisi de' nostri principali romanzi 
scritti da donne ; 1' opera particolarmente di Neera, di 
Matilde Serao e di Grazia Deledda è esaminata con molta 
larghezza e con singolare penetrazione ; 1' autrice emerge 
nella critica psicologica e scrive pure con molto garbo ; 
alcune pagine sono molto vigorose ; autrice essa stessa, di 
alcune novelle drammatiche bene scritte, la Roncella ri- 
leva le migliori qualità de' romanzi ai quali ha portato 
maggiore attenzione. Anche 1' opera di Virginia Fiastri, 
quella di Luigi di San Giusto e la Nidiata di Sofia Bisi- 
Albini sono in questa monografìa assai bene delineate ; 
e se questo è un primo saggio di critica letteraria rivela 
qualità egregie che fanno assai bene sperare della giovi- 
ne scrittrice pugliese. 

— Guido Mazzoni che ha tante volte, in più luoghi, 
commemorato degnamente, con affetto eloquente e con 
infinita grazia e varietà di toni, il suo grande maestro 
Giosuè Carducci, in occasione delle nozze Faraboschi Tolo- 
mei celebrate il 16 novembre 1907 in Firenze ci fa la 
storia, pubblicandolo nella prima forma genuina, di un 
sonetto giovanile del Carducci, che risale al febbraio 1857 
e di cui egli possiede il prezioso autografo. — Per il cin- 






— 297 — 

quantesimo anniversario della carriera tipografica del cav. 
I. Mariotti, lo stesso prof. Mazzoni pubblica una sua rara 
poesia intitolata « La veglia del Benaco ». 

— Arnaldo Zanella continua le sue preziose ar- 
gute correzioni al Vocabolario dell' uso, e ce ne offre un 
bel saggio in un opuscolo intitolato : Come devo dire ?, 
pubblicato dal Fumi a Montepulciano. Lo stesso Zanella 
nel teatro di Montepulciano, il 10 marzo, commemorò il 
Carducci « con reverenza di discepolo e con affetto di 
figlio ». L'interessante discorso commemorativo venne 
pubblicato dal Carabba a Laudano nell' Abruzzi. Con la 
consueta vivacità e con quel brio che rende piacevole 
ogni sua scrittura, Arnaldo Zanella richiama alla memoria 
alcuni notevoli personali ricordi del maestro dei quali il 
futuro biografo dovrà certamente tener conto, perchè 
spiegano certi scatti del Carducci contro il vii secoletto, 
contro la patria vile, essendo stato vittima egli stesso di 
alcuna di quelle viltà. 

— Spartaco Muratti ha commemorato in modo 
gentilissimo ad Udine il poeta soldato Ippolito Nievo, 
evocandolo in belle terzine ; son nove paginette soltanto, 
ma squisite. Le ha pubblicate ad Udine il libraio Paolo 
Gambierasi. 



FIORITA DI NOTIZIE 









FIORITA DI NOTIZIE 



Espansione di vita latina. 

Ad estendere e far più attiva 1' opera sua, la Società 
Elleno- Latina, a mezzo del suo presidente, ha compilato 
lo statuto di una nuova società per 1' Unione Internazio- 
nale. Ne rechiamo lo Statuto e il relativo manifesto. 

« 1. - E costituita in Eoma una Società per 1' Unione 
Internazionale, col fine pacifico di preparare i popoli ad 
una Federazione di tutti gli Stati civili. 

2. - L' Associazione non ha scopi politici e religiosi ; 
perciò essa può accogliere nel suo seno aderenti d' ogni 
nazione, d' ogni condizione sociale, e di ogni fede. 

3. - I soli suoi mezzi di propaganda saranno parole 
buone ed illuminatrici, scritti pacifici ed atti che, portando 
a concordia, giovino ad accrescere il benessere comune 
de' popoli cointeressati e confederati. 

4. • Per essere soci, basterà farne richiesta alla Presi- 
denza della Società, provvisòriamente accolta presso 1' As- 
sociazione della Stampa in Roma. 

« 5. - La quota sociale è di una lira alVanno, che 
sarà versata al tesoriere della Società, la prima volta, 
nell' atto d' iscrizione,, e quindi, nella primavera d' ogni 
anno. 

« 6. - La società avrà in Roma il suo Comitato di- 
rigente, composto di un Consiglio di Presidenza, costi- 
tuito da un Presidente, due Vice-presidenti, un Segretario 
generale, un Segretario aggiunto, un Tesoriere, e venti 
Consiglieri, scelti fra i soci promotori. 






— 302 — 

« 7. • La Società sarà convocata ad un' assemblea ge- 
nerale, il 22 febbraio di ogni anno, giorno consacrato alla 
festa mondiale della Pace, e potrà riunirsi ogni qual- 
volta la Presidenza lo crederà utile ed opportuno. Nella 
riunione annua, sarà fatta una relazione dell' andamento 
della Società, la' quale verrà pubblicata in uno speciale 
Bollettino. 

« 8. - In ogni città d' Italia e in ogni gran centro 
civile straniero, potranno formarsi Sezioni speciali della 
Società per l Unione Internazionale, a scopo di propaganda 
delle idee pacifiche e federative, indicate e svolte nel- 
unito manifesto. 

« 9. - Le singole Sezioni, per mezzo del loro Presi- 
dente o Segretario, terranno informata la Presidenza Cen- 
trale in Roma della loro rispettiva azione. » 

Ed ecco ora il Manifesto che fu diramato nel mese 
di marzo : 

« Come, nella storia dell' umanità, vi sono periodi 
sinistri che preparano le grandi catastrofi sociali, cosisi 
veggono talora aurore luminose, che maturano i grandi 
risorgimenti, le grandi rinascite delle quali tutta l'uma- 
nità dovrà sentire i benefici. 

« Di moto in moto, dalla famiglia si è formato il 
Villaggio, dal Villaggio il Comune, dal Comune lo Stato, 
ed il migliore fondamento di ogni Stato è apparsa, la Na- 
zione libera e forte. 

« Il secolo decimonono ha consacrato definitivamente 
il principio delle nazionalità ; né si può più, nel secolo 
nostro, riconoscere la legittimità e grandezza d' alcuno 
Stato, che non sappia rendere ragione al principio di na- 
zionalità e rispettarlo. 

« Riconosciuto questo principio, eh' è sommo prin- 
cipio di giustizia sociale, i popoli hanno incominciato a 
praticarsi maggiormente, a favellarsi, a intendersi meglio 
fra loro, deponendo le reciproche antipatie e le recipro- 
che diffidenze, rinunciando all' ambizione d' inique con- 
quiste, e riconoscendo che fra uomo e uomo sono più 
armonie che disarmonie, più interessi comuni che inte- 
ressi divisi. L' adagio barbarico homo liomìni lupus non ha 






— 303 — 

dunque più senso nell' età nostra progredita; esso non è 
più affatto vero, e si ripete soltanto più come una com- 
moda bugia, dagli egoisti, che, col loro pessimismo, scu- 
sano la loro inazione, la loro indifferenza, la loro asten- 
sione da ogni atto umano e generoso di civiltà. 

« Ed oggi, veramente, non è più civis soltanto chi è 
nato a Roma, chi a Roma appartiene; ma può essere civis 
ogni uomo che intende l'umanità, e che la pratica. 

« I tempi sono maturi : e già tutto quello che noi 
diciamo e facciamo tende a divenire internazionale. La 
parola stessa indica il rispetto che si deve alle nazioni ; 
ma, nel tempo stesso, lascia pure comprendere che ogni 
nazione isolata dovrebbe sentirsi debole, imperfetta, quasi 
prigioniera ne' suoi limiti, se essa volesse escludersi dal 
consorzio delle altre nazioni. 

« Mentre tonava il cannone del Bonaparte per tutta 
P Europa, Wolfango Goethe dalla Germania predicava la 
Welt Litteratur, la letteratura mondiale ; ora si va dicendo 
da molti che gli scrittori più grandi sono internazionali ; 
che la scienza, che 1' arte è internazionale ; che interna- 
zionali hanno ad essere le mostre e i congressi; che bi- 
sognerebbe pure inventare, poiché il latino non basta più, 
e perchè nessuna presente lingua nazionale potrebbe 
essere sufficiente a tutte le nazioni, e divulgare una nuova 
lingua internazionale, ad uso di tutti Ma questa lingua 
artificiosa non si troverà forse mai. Conviene dunque, in 
difetto di essa, pur servendoci della lingua o delle lingue 
che noi conosciamo meglio, divulgare intanto i sentimenti 
più sinceri, più vivi, più forti, più nobili, più belli e più 
armonici, che sono nel cuore di noi tutti ; i sentimenti 
più naturali, più consolanti, e più benefici. Carità del pros- 
simo è pure civiltà; benevolenza, fratellanza sono ancora 
civiltà ; e nessun uomo civile può sconoscere che, dopo 
1' amor patrio, il primo suo dovere è quello di amare il 
suo prossimo, ossia 1' uomo, di cui nulla ci è più vicino ; e 
questo amore obbliga, intanto, i popoli ad unirsi ed a fe- 
derarsi creando, in una pace luminosa, nuove armonie, 
nuove bellezze e nuove grandezze. 

La federazione di tutti i popoli civili, 1' unione inter- 



— 304 — 

nazionale, la visione di un accordo fra tutti gli stati, in 
una sola alleanza pacifica, che pareva un' utopia pochi 
anni innanzi, ora, che una specie di resipiscenza ha chia- 
mato specialmente i pubblicisti, i diplomatici, e gli uo- 
mini diStato, (il Convegno dell' Aj a n' è prova), a riflet- 
tere ed a misurare il danno delle divisioni delle separa- 
zioni, e delle guerre rovinose e micidiali che ne sono la 
conseguenza, ora incomincia a desiderarsi ; e il desiderio 
d' una cosa è un principio necessario per conseguirla. Bi- 
sogna dunque fortificarla ed avvivare molto questo nostro 
secreto desiderio di concordia, perchè si acuiscano intanto 
le nostre volontà, perchè si destino e si moltiplichino 
le nostre energie capaci d' infondere anche negli altri 
le nostre speranze, la nostra fede, il nostro entusia- 
smo ; bisogna, insomma, che quello che noi pensiamo 
sommessamente, lo diciamo ora forte ; che quello che 
non bastiamo a fare isolatamente, noi lo tentiamo unen- 
doci strettamente in molti, e facendoci massa pode- 
rosa. Bisogna, finalmente, che da Roma universale, da 
Roma civile, da Roma pacifica, in questa nuova prima- 
vera italica, per concorrere all' opera già gagliarda del- 
l' Unione Lombarda, e delle altre Società italiane per la 
pace, si bandisca una nuova crociata ugualmente religiosa 
ma più civile ed umana, perchè 1' uomo cessi finalmente 
di fare guerra all'uomo, perché l'uomo aiuti il suo si- 
mile a risorgere ; perchè, qualunque sia la sua nazione, 
la sua stirpe, la sua fede, egli senta che non è più solo, 
e che nessun uomo gli è nato nemico. A quest' opera di 
concordia pacificatrice, umili e grandi, uomini e donne, 
di qualsiasi ordine sociale, di qualsiasi parte, pur che vo- 
lenterosi, possono recare conia parola e con l'opera, nel 
loro ambito, piccolo o grande, in famiglia, in società, 
nella stampa, nelle assemblee, nella scuola, dalla capanna 
alla reggia, il loro contributo e il loro concorso. 

« Noi abbiamo sperato molto che, da un primo nucleo 
di aderenti a questo nostro Consorzio internazionale, si 
potrà formare in Italia e in ogni Stato civile, un nuovo 
solenne, gagliardo esercito pacificatore, armato di sola 
carità umana, che non vorrà più far paura a nessuno, ma 



— 305 — 

portare soltanto un po' di gioia tra i popoli idealmente 
confederati, uniti e cointeressati, in attesa di quegli Stati 
Uniti Mondiali che saranno certamente 1' ultimo rifugio 
e 1' ultimo premio agli affanni ed agli sforzi dell' umanità 
sofferente. 

« Per i promotori della Società: 

« ANGELO DE-GUBERNATIS professore nelV Università di 
Roma. 

« VITTORE PRESTINI membro dei Consiglio Direttivo delia 
Federazione Italiana per la Società della Pace 

« ANGELO VALDARNINI professore nell'Università di Bo- 
logna, membro del Consiglio Direttivo della Federazione 
delle società italiane per la Pace. » 

— Nel Queensland (Australia) sta per nascere un 
villaggio italiano, sopra un area che supera i dieci mila 
acri di terreno. 

— Gli inglesi di Melbourne prendono un grande in- 
teresse per tucto ciò che è italiano e il segretario della 
Sezione della Dante in quella città è un inglese, J. E. 
Barrow. Il nome di Dante esercita anche laggiù un tale 
fascino, che, per amore di esso, la lingua, la coltura, la 
civiltà italiana potranno penetrare largamente anche fra 
gli Australiani. 

— Continua a Milano la pubblicazione dell' ottimo 
giornale settimanale 11 Pensiero Latino, diretto da Ar- 
naldo De Mohr. E entrato nel suo terzo anno, di vita. 

— Il presidente del Consìglio Centrale della Società 
Dante Alighieri, l'Onorevole Paolo Boselli, che, invecchian- 
do, sembra acquistare sempre nuove energie, ha inviato 
ai presidenti dei Comitati di tutto il mondo la seguente 
lettera : 

« Vinta la ragionevole titubanza dell'animo per la 
soverchia disparità fra l'energia sempre fresca degl'ideali 
e la debolezza delle mie forze, obbedendo alla volontà 
del XVIII Congresso che volle chiamarmi a presiedere, 
insieme con una eletta schiera di valorosi collaboratori, 
a questo che è fra i più nobili sodalizi nazionali, è mio 
dovere di porgere ai Comitati un saluto di riconoscenza 
e d' augurio. 






— 306 — 

Di riconoscenza per avermi reputato non indegno di 
succedere alle illustri persone che, con prudente saviezza, 
hanno guidato e sorretto fino ad oggi le sorti della 
Dante Alighieri, e d' augurio perchè la nostra Società, 
continuando nel suo fortunato cammino, si ingagliardisca 
così da poter fortunatamente giovare agli alti scopi che 
si prefigge. 

E mi sia pur consentito di rivolgere qualche consi- 
glio ai numerosi e già cari amici che, onorandomi dei loro 
suffragi, mi è grato credere sapessero come V affetto per 
la Dante non sia in me di data recente, avendone anche 
proclamate, in più d' un' occasione, le idealità con parola 
e pensiero alieni da ogni sorta d' intolleranza. 

Perchè la Dante. Aliglieli continui a prosperare, essen- 
zialmente le occorrono diffusione e disciplina. 

E largo consenso di efficaci simpatie avrà in ogni 
ceto di persone se 1' opera di noi tutti sarà informata al 
fermo proposito di non tramutar mai il pacifico e vasto 
campo del nostro lavoro in agone di meschine ed amare 
competizioni di parte e di opinioni. Come 1' ideale della 
Dante Alighieri è aperto a tutti i cuori, così il suo pro- 
gramma dev' essere alieno da ogni particolare tendenza. 

Ridestare, diffondere e difendere l'italianità dovun- 
que sia sopita, insidiata o combattuta, è nei nostri scopi ; 
e in questo apostolato nazionale che dall' eccelso nome 
di Dante trae propizi gli auspici, con animo lieto e fra- 
terno dobbiamo accogliere ognuno che italianamente con 
noi lavori da qualunque parte venga e qualunque fede 
professi. 

Disciplina occorre anche perchè il nostro sodalizio 
che ha numerose propaggini sparse in tutto il mondo, 
non s' indebolisca per difetto di coesione, che vi sarà solo, 
se i Comitati sieno rigidamente ossequenti alle norme 
statutarie (pur di recente così meditate e discusse) non 
usurpando mai le attribuzioni del Consiglio Centrale e 
ottemperando ai doveri sociali. 

Tra i quali rammenterò la necessità di tener desti 
i Comitati, con opportune e continue iniziative, l' instan- 
cabilità nel procurare nuovi aderenti alla Società e nel 



— 307 — 

moltiplicare le fonti dei proventi sociali, la diligenza nel 
redigere con cura i bilanci e nel corrispondere con la pre- 
sidenza del Consiglio centrale. 

Ma sopratutto raccomando 1' amore e la fede verso 
la vostra Dante. Virtù queste non scritte in nessuno 
statuto, ma che ognuno di voi deve profondamente sen- 
tire pensando ai fratelli vicini e lontani invocanti il no- 
stro ausilio per difendere il patrimonio nazionale e le 
loro anime, per non dimenticare e non far dimenticare 
ai figliuoli con la favella, 1' affetto per la cara patria. 

Con tutta osservanza. 

Il presidente : Paolo Pomelli — Il segreta- 
rio G. Z accaglimi. 

— Reduce da un suo recente viaggio di conferenze 
nell' America meridionale (Argentina e Brasile) Gugliel- 
mo Ferrerò, dopo avere destato grandi entusiasmi per 
le sue conferenze sulla Roma augustea alla Sorbona di 
Parigi, in una conversazione con Nino Berrini della 
Gazzetta del Popolo di Torino, rendendo conto delle sue 
impressioni sul Brasile e sull' Argentina, ricorda, fra 
l'altro un Pignatari della Basilicata, il quale passato con 
la Principessa di Borbone sposa di Don Pedro a Rio Ja- 
neiro vi aveva preso stabile dimora; il figlio di lui, ora 
presidente dello, stato de Minas e ben quotato per una 
futura presidenza degli Stati Uniti Brasiliani, ha mutato 
il suo nome d' il aliano Pignatari nel nome portoghese di 
Pinheiro. Il Ferrerò lamenta, tuttavia, la decadenza del- 
la coltura classica nell'America Latina : < Per quel che 
riguarda 1' influsso della coltura latina in quelle nazioni 
del Sud America, bisogna tener conto di una rivalità 
che acquista forza sempre maggiore. Alludo alla cor- 
rente Nord Americana che è qui molto potente e po- 
trebbe divenir travolgente ; per esempio, non vi è più 
traccia di studii classici. La tradizione romana, che po- 
teva essere un grande veicolo d' influenza intellettuale 
per la madre Italia, è morta. Di ciò dobbiamo render 
grazie anche alla fredda, morta e mortifera scuola sto- 
rica, che si è insediata nelle Accademie a nella Univer- 



1 



— 308 — 

sita d'Italia, per mummificare all' interno, e perciò nella 
fonte, ogni spirito di romanità, e cioè di grandezza ita- 
liana. » Perciò il Ferrerò, in America, come a Parigi, ha 
sempre voluto parlare, con calore patriottico, di Roma. 
Ne sia benedetto. 

— Ne' campionati internazionali, automobilistici, atle- 
tici, schermistici, nautici, banditi innanzi al mondo intiero 
da Parigi, nell' anno 1907, la prova è stata vinta dagli Ita- 
liani, cioè dal principe Scipione Borghese di Roma, nella 
corsa meravigliosa Parigi-Pechino; dall'atleta triestino 
Giovanni Raicevich, nella lotta ; dai maestri Pessina, 
Gandina e Colombetti, nella gara per la coppa Adrien 
Guyon per l'abile maneggio della spada; da Marcello 
Garagnani nella lotta nautica, organizzata dall' Unione 
delle società Parigine di nuoto. 

— Nell'ascensione dell'altissimo monte dell' Himalaya 
THsul (il Tricùla indiano, o tridente, detto anche Tricringa 
o Tricorno, sacro al Dio, Civa), fatta recentemente (il 7 
giugno 1907) dal russo Dottor Pusatoff, l' intrepido alpi- 
nista potè raggiungere la vetta con 1' aiuto di due guide 
alpine italiane. La montagna è alta 25,406 piedi. 

— Lo Storthing o Parlamento Novegiano cui spetta 
l'aggiudicazione del premio Nobel per la pace, il 19 di- 
cembre 1907 lo aggiudicava in parti uguali a due intre- 
pidi campioni ed aspostoli latini della pace, Ernesto 
Teodoro Moneta in Italia e Luigi Renault in Francia. 
Il moneta ad un banchetto che gli fu offerto la sera del 
23 novembre dai giornalisti lombardi annunciò eh' egli 
destinava ventimila lire al fondo della Società per la 
pace. 

— Il nuovo ministro del Cile a Roma, Aldanato Ba- 
scunan si compiace d' avere nelle sue vene un po' di san- 
gue italiano, e ad un banchetto che la Dante Alighieri 
gli offerse a Santiago, prima che egli partisse per l' Italia, 
fece questo voto : « Io mi auguro che le relazioni fra 
1' Italia e il Cile si facciano tanto strette, da venire un 
tempo nel quale non potrà dirsi se i figli nostri siano 
Italiani o Cileni ». Un corrispondente italiano scrive dal 
Cile : « Il nuovo plenipotenziario s' è adoperato da parte 






— 309 — 

sua a rendersi simpatico alla collettività italiana del Cile, 
coli' interessarsi particolarmente della nostra colonia e 
col promuovere nel paese un movimento fecondo d'idee 
e d' interessi per stringere in benefica solidarietà le due 
nazioni. Egli visitò poco tempo fa, col ministro d' Italia 
marchese Carignani la Nuova Italia, prosperosa fattoria 
agricola, formala nella regione del Sud, dove ebbe acco- 
glienze entusiastiche. » 

— L' Etoile chi Sud giornale francese che si pubblica 
a Rio Janeiro, diretto da Charles Maurel, dedica al lavo- 
ratore italiano nel Brasile un articolo molto simpatico, 
ov' è detto, tra 1' altre cese : « Il colono italiano è un la- 
voratore instancabile, pieno d' energia e d'iniziativa, stu- 
dioso sempre di nuovi progetti per aumentare la sua 
prosperità; qui dissoda, là semina, più lungi taglia le 
foreste, trasformando la terra vergine in un ricco campo 
di produzione. Molti fra coloro che vivono nelle grandi 
città ignorano senza dubbio che il colono italiano, pur 
menando un' esistenza sai generis dà il suo concorso alla 
conquista della civiltà, mentre aumenta sensibilmente il 
suo peculio. Il pezzo di terra si trasforma, s' ingrandisce 
gradualmente; esso divien subito un sitio coi suoi aranci 
e con i suoi banani, col suo giardino e il suo orto, e tutto 
ciò che caratterizza infine la presenza del colono italiano. 
Nella serra di Campos Novos, regione inesplorata ma fer- 
tilissima, si trovava anni or sono stabilita una colonia 
italiana, eh' era 1' avanguardia della civiltà in quei lontani 
paraggi, e allo stesso tempo una garanzia per i coltiva- 
tori del caffè. All' est e al nord ovest cominciavano im- 
mense foreste vergini, che secondo 1' espressione pitto- 
resca di un abitante del luogo rigurgitavan cV Indii ; e 
1' italiano seppe trasformare 1' ambiente ed allontanare i 
selvaggi. » 

— Antonio Rado, 1' egregio letterato ungherese, che 
conosce così bene la nostra letteratura, ha pubblicato a 
Budapest un nuovo volume su Dante. 

— Si annuncia da V. Berolsheiner la pubblicazione 
di una sua Guida degli Italiani nella Tunisia. 

— A Genova sono arrivati dal Brasile l' ingegnere 



— 310 — 

ex deputato Abdon Milanez e Sympronio Magalhàes pub- 
blicista, per stabilire in Genova un ufficio di informazioni 
dal Brasile, con una mostra permanente di prodotti bra- 
siliani, con lo scopo di rendere più frequenti e più attivi 
gli scambi fra il Brasile e l' Italia. 

— L' Académie des Sciences di Parigi, nella sua se- 
duta del 2 dicembre 1907, premiò cinque matematici ita- 
liani, cioè col Prix Bordi n i professori Enriques dell' Uni- 
versità di Bologna e Severi dell' Università di Padova, col 
Prix Vailant il prof. Lauricella dell'Università di Ca- 
tania e il professore Boggio della Scuola superiore di Ge- 
nova, in fine il prof. G. Loria per i suoi lavori intorno 
alla Storia delle Matematiche. 

— Gustavo Klitscher pubblica nella rivista Nord 
und Sud una graziosa novella intitolata: tra Beoni, eine 
Geschicate vom romichen Wein, la scena ha luogo sui 
Colli Albani. 

— L' alcade di Barcellona, nello scorso dicembre, 
acquistò per il Museo Civico di Belle Arti i migliori 
quadri e le migliori statue della quinta Esposizione In- 
ternazionale Artistica di Belle Arti aperta in quella città. 
Tra i lavori di artisti italiani furono prescelti, per abbel- 
lirne quel Museo quelli dei pittori Casciaro, Ciardi, Bianca 
Dall' Oca, Someda e Tinnaro e dello scultore Eossi. 

— Alla venticinquesima esposizione di Società inter- 
nazionale di pittura e Scoltura nelle Gallerie del Petit 
Palais di Parigi, furono specialmente ammirate una testa 
di bambino, una testa di Cristo impressionanti e un So- 
gno di Primavera dello scultore Canonica di Torino ; il 
pittore Chialiva espose sette deliziosi quadretti di sog- 
getto campestre, ed il pittore Tito di Venezia un magni- 
fico quadro intitolato : Sur la falaise, potente per colo- 
rito, e altri cinque quadri. 

— Sibilla Aleramo comunicò alla Tribuna un suo 
interessante articolo su Massimo Gorki, questo barbaro 
slavo domato dall'incanto di Roma. Dal Monte Mario, 
contemplando Roma, Massimo Gorki ha detto. « Una volta 
i barbari si appressavano a Roma con grida feroci ; oggi 
la salutano con lagrime di amore. » Da giovinetto, leg- 



— 311 — 

geva Zola : Leggevo, egli disse, i libri che parlavano del 
popolo ; imperava Zola ; era il popolo visto dal di fuori 
ed io sentivo che esso non era così. L' attaccamento alle 
materialità della vita, 1' insensibilità, la crudeltà e' erano, 
si, nel popolo, ma provenivano dall' orribile vita a cui 
lo costringevano. A Napoli il Gorki volle conoscere Ro- 
berto Bracco, a Firenze lo scultore Trentacoste, a Roma 
ammirò l' attore Grasso, e volle riudire Teresina Tua, 
dal cui violino egli aveva avuto, come disse, una delle 
più dolci impressioni della sua giovinezza ». E il popolo 
d' Italia ? Gli par d' averlo sempre conosciuto ; « esso, dis- 
se, ha comune col nostro popolo, una qualità fondamen- 
tale, 1' amore della vita ; lo spirito del popolo italiano, 
è lucido e logico ; aborre per istinto dall' illusione ; sente 
che quanto gli si addita al di là delV uomo è nemico del- 
l' uomo. » E questa è bene una perfetta divinazione del 
genio latino. 

— Madame Paul de Lauribar ha pubblicato un inte- 
ressante opuscolo, per raccomandare l' insegnamento del- 
l' italiano nei licei femminili di Francia, preceduto da 
una bella lettera dell'illustre direttore della, Bevue latine 
e membro dell' Accademia Francese Emile Faguet. La 
lettera suona così : « Madame. J' ai lu avec le plus grand 
intérèt votre brochure sur 1' enseignement de l' italien 
dans les lycées de jeaues fìlles. Toutes les raisons que 
vons invoquez, pour que l'on élève les jeunes fìlles dans 
le eulte et dans la langue de Si, sont assurément les 
meilleures du monde. Pour moi, qui ai appris à peuprés 
tont ce que je sais d' Italien dans M.me deSévigné je 
comprends très bien pourquoi si habile à exprimer une 
pensée delicate en francais, elle ne laissait pas d' aimer 
à exprimer en italien les plus caressantes de ses pen- 
seés délicates, et je ne crois pas me hasarder extrème- 
ment, en croyant que e' est un peu parce qu' elle savait 
l' italien qu' elle écrivait si bien en francais. Du reste 
n' insistons que ce qu' il faut sur la féminité charmante 
de la langue italienne et disons très haut que cette lan- 
gue n' a pas été moins admirable à exprimer les pensées 
les plus fortes et les plus hardies. Sans parler de Dante, 



— 312 — 

les Manzoni et les Alfieri sont là pour nous prouver à 
quel point cette langue était faite pour porter, et aisé- 
ment le sublime. Et enfin, ji' onblions pas que cette lan- 
gae est celle d' un peuple qui, séculiérement abaissé et 
foulè, s' est redressé avec une incomparable energie. Il 
est excellent que les futures mères, parnii beauoup 
d' autres excellentes choses, apprennent la langue d' un 
grand peuple qui sait se relever. » Tutti gli Italiani de- 
vono esser grati al Faguet di queste parole simpatiche e 
alla signora di Lauribarche le ha col suo opuscolo provoca- 
te e in alcun modo, suggerite. Già la signora di Lauribar 
aveva scritto : « Pour les littérateurs, quel qu' un qui, 
pendant des années, pratique de facon continue cette 
langue harmonieuse, aux tours si ingénieux et riches, en 
retire ce résultat surprenant, de manier ensuite le fran- 
cais avec une souplesse incroj^able. » E cita la Lafayette, 
discepola di Menagio dal quale apprese « à redìger dans 
la langue de Dante, de jolis billets, que ne 1' ont point 
empéchèe de se faire une réputation convenable daus 
les lettres francaises. » 

Madame Paul de Lauribar mostra la più viva simpatia 
per l' Italia e per la lingua italiana ; e cita le magnifiche 
parole del ministro Hanoteaux, inserite nel Journal del 
? settembre 1907, ov' è detto dell' Italia « pays en pleine 
jeunesse, en pleine force, avec une fois absolue dans 
1' avenir. Cela se fait rare de par le monde ; la note est 
au pessimiaine ; ici, 1' optimisme régne. L' Italie n' est 
pas une belle dame lasse de ses succés, alanguie sur un 
lit de repos, tour men tèe par ses vapeurs, ses misères ou 
ses terreurs ; e' est une belle fille au yeux noirs, lejupon 
court et les manches relevées, qui ne demande qu' à 
s' empoigner avec 1' ouvrage. ». L'autrice aggiunge an- 
cora: « ce peuple plus libre et plus souple pense, aime 
ses idèes, les cultive et est reste essentiellement artiste. 
Sa littèrature s' en ressent ; sa tendance à un progrès 
raisonnable et raisonné est constante ; s 1 il vise au grand 
et au beau, il le veut positif et solide. » Proprio così. 
Quindi l'autrice augurandosi che l'italiano si divulghi 
maggiormente nelle scuole di Francia, segnala le scuole 



— 313 — 

dove fa già buona prova : « Non seulement aucune clause 
n' exclut l' italien, mais il figure au programme ofìiciel 
des études, puisque cinq facultès en France sont pour- 
vues d'une chaire de langue et littèrature italiennes : 
ce sont Paris, Lyon, Grenoble, Aix, Bordeaux ; et, dans 
ces cinq universitès, les candidats au baccalauréat peu- 
vent présenter 1' italien comme langue principale, sans 
compter que ce bel idiome est enseigné dans quelques 
établissements du bassin da Rhóne : à Lyon, Grenoble, 
Cbambéry, Marseille, Avignon, Nìmes. Il n'y a donc pas 
de raison pour que ce qui est jugé bon, utile et profì- 
table aux élèves de certaines villes, ne soit pas applique 
d' une manière generale ; or, actuellement à Paris, un 
seul lycée (Carnot) enseigné l' italien aux garoons ; pas 
un aux fìlles. » L' autrice raccomanda specialmente l' in- 
glese e il tedesco per gli uomini che si dedicano alla 
scienza e agli affari, ma l'italiano alle donne: « L'espa- 
gnol et V italien, essa scrive ancora, sont poètiques et lit- 
téraires, ils répondent donc bien au besoin de la majorité 
des femmes; mais nous donnons la préférence à l' Italien. 
parce que plus fléxible et mèlodieux, il est plus facile 
encore à apprendre » : e con una compiacenza che ci 
obbliga, si citano le parole di Emm. Glaser pubblicate nel 
Figaro a proposito del nuovo libro di Jean Dornis « Le 
roman italien», rilevanti « la préocupation d'idéal d'une 
exceptionnelle noblesse qui éclate dans le roman moderne 
italien, ces romanciers s' appliquant à dégager de la 
beauté, de la foi, de la science, de la raison, les utilités 
supérieures qui sont l' indispensable bagage d'une ge- 
neration en marche. C est pourquoi l' univers arréte 
anjourd bui ses yeux sur leur effort littèraire, avec une 
émotion d'attente où dejà perce de la gratitude. » 

La donna latina. 

— Il Congresso Nazionale delle Donne italiane, in- 
detto dal Consiglio Nazionale delle donne italiane avrà 
luogo dal 23 al 30 aprile e promette di richiamare in 
Roma quante donne s' occupano in Italia dell' educazione 



à 



— 314 - 

femminile e del miglioramento economico, morale e giu- 
ridico della donna italiana. Ogni problema che riguarda 
l' assistenza delle madri, dei bambini e dei vecchi, la 
protezione delle ragazze che lavorano lontane dalle loro 
famiglie o che emigrano, l' igiene delle case operaie, dei 
laboratori e delle scuole, sarà studiato e discusso con 
intenso amore e con praticità. L' arte e la letteratura 
richiameranno pure al Congresso tutte le donne che ad 
esse si dedicano, poiché interessanti questioni sono pre- 
sentate intorno all' educazione artistica, alla musica al 
giornalismo e alle responsabilità della donna scrittrice. 
Il Congresso nazionale delle donne italiane si radunerà 
nelle grandiose sale del Palazzo di Giustizia, palese 
omaggio maschile alla bontà e alla giustizia dell'odierno 
lavoro femminile. Sia concesso al Direttore del presente 
Annuario, che fu nel 1890 promotore e presidente della 
Prima Mostra femminile italiana auspicata nel nome 
della Beatrice di Dante (ed imitata quindi nell'anno 1893 
dall' Esposizione internazionale di Chicago) ; alla quale 
concorsero ben 2800 espositrici con oltre trentotto mila 
lavori, di salutare, coi migliori augurii, il nuovo avveni- 
mento, che, viene a dimostrare, in modo splendido, quanto, 
in diciott' anni di studii, di lavoro, e di nobili sforzi la 
donna italiana sia progredita. Le domande d' iscrizione 
al Congresso devono essere rivolte al Comitato Perma- 
nente Promotore, in Roma., Via Piacenza 4, al villino 
della Presidentessa contessa Spalletta 

— Ritornano anche per le scienziate italiane i bei 
tempi delle Agnesi e delle Tambroni ; una giovine dot- 
toressa lombarda, Rina Monti ha vinta la cattedra di 
zoologia ed anatomia comparata nell' Università di Ca- 
gliari ove attualmente insegna. 

— Dopo la morte di Louise André, 1' angelica e forte 
creatura che fondò e mantenne in Firenze la Casa di 
Lavoro e di Redenzione, avvenuta nel giugno 1907, la si- 
gnorina Berta Fantoni pubblicò nella Vita femminile 
italiana, insieme con molte notizie interessanti su que- 
sta eroica benefattrice, il suo testamento scritto prima 
di entrare nella clinica dell' Ospedale di Santa Maria 



- 315 — 

Nuova, per subirvi un' operazione che doveva esser mor- 
tale ; nel testamento si legge, tra l' altre cose : « A la 
veille de quitter ce monde, où Dieu m' a abondamment 
comblée de ses biens, je demande au Seigneur de con- 
soler et de lenir ma mère chérie, mes soeurs et mes 
frères. Je lui demande aussi du plus profond de mon 
coeur de protéger et de bénir la " Casa di Lavoro e Re- 
denzione ,, fondée par moi dans le but de prouver aux 
homines qu' il existe un Dieu vivant et toufc puissant, 
capable de relè ver les ètres les plus dégradés ». Nel te- 
stamento, quantunque protestante, richiede che non si 
faccia nella sua Casa Rifugio alcuna propaganda religio- 
sa, e che si eserciti soltanto la carità, soggiungendo : 
« Dans toutes les heures orageuses le guide sur " est 
1' amour ,, ». 

— Giuseppina Le Maire, nello stesso fascicolo di 
Vita Femminile presenta il nuovo libro « Féminisme » 
della sigaora Avril de Sainte-Croix direttrice in Parigi 
dell' Oeuvre liberatrice, una casa di rifugio per le « più 
infelici fra le donne, quelle che dopo aver servito ai 
bassi piaceri degli uomini, hanno per retaggio la malat- 
tia, la miseria e il disprezzo ». Perciò Victor Margue- 
rite, nella prefazione del libro chiama 1' autrice « essere 
di grazia e di bontà, che sempre mette al servizio delle 
oppresse la sua energia sorridente, 1' apostolato del suo 
spirito retto e limpido, del suo cuore ardente ». — La 
Sainte-Croix fa la storia del femminismo, che la Le Mai- 
re compie con alcune notizie italiane, affrontando tutte le 
sue questioni più importanti. 

— La genialissima scrittrice francese Madame Go- 
yau Felix Faure tenne all' assemblea generale dell' Union 
Mutualiste des Francaises un discorso importante e in- 
teressante, elevato, erudito e condito della sua grazia 
consueta sopra 1' entr'' aide sociale. Aiutiamoci, e saremo 
tutti più felici ; questa è la gran morale della favola ; 
questa è la sola ragione etica del collettivismo. 

— Jean Dornis, la gentilissima scrittrice francese, 
che ha già studiato in due volumi la poesia contempo- 
ranea e il teatro contemporaneo italiano, ora pubblica 






— 316 — 

presso l' Ollendorf, un nuovo volume sul Romanzo ita- 
liano contemporaneo. Gli scrittori esaminati in esso sono 
Edmondo De Amicis, Gerolamo Rovetta, Antonio Fogaz- 
zaro, Luigi Capuana, Giovanni Verga, Matilde Serao, 
Gabriele D'Annunzio, De Eoberto, Grazia Deledda, An- 
tonio Beltramelli, Pasquale De Luca, Panzini, Luigi Pi- 
randello, Palmarini, Cantoni, Benco, Pietro Giacosa, En- 
rico Corradini, Diego Angioli, Giannino Antona-Traver- 
si, De Frenzi, Alfredo Oriani, Eoberto Bracco, Gugliel- 
mo Anastasi, Ugo Ojetti, Neera, Bruno Sperani, la Ros- 
selli, Jolanda, Dora Melegari, Paola Lombroso, Sib. Ale- 
ramo, Sangiusto, la Marchesa Colombi, Clarice Tartu- 
fari, Marinetti, Zuccoli, Rivalta, Alessandro d'Aquino, 
Vanicola, Giovanni Cena, Adolfo Lambertazzi, Lipparini, 
Butti. 

— Rina Maria Pierazzi, nel fascicolo di febbraio di 
Vita Femminile, rende conto di una nuova magnifica in- 
dustria creata a San Piero a Sieve nel Mugello da Ma- 
rianna de Cambray Digny, per dare lavoro e formare il 
gusto artistico di quelle popolane, con l' aiuto del bu- 
ratto, la primitiva forma del merletto. 

— Elena Nyblom, l' illustre novelliera svedese viene 
ora latinizzata nella Vita Femminile, ove venne pubbli- 
cata, nel fascicolo di febbraio, la versione d' una novella 
intitolata: La ghirlanda che non fu mai finita. Ecco in 
qual modo il celebre scrittore norvegiano Bjòrnsterne 
Bjornson ritrae Elena Nyblom : « una testa greca piena 
di una gioia 'luminosa, di una sicurezza confidente con 
tutta la vita... ma anche con ciò che è al di sopra ». 

— La donna essendo specialmente destinata ad as- 
sicurare il benessere della casa, vi è gran fervore anche 
in Italia per promuovervi quella che si chiama la scien- 
za della casa. Non è da dimenticarsi che Teresa Man- 
nucci De Gubernatis, vivo il marito, or sono più di qua- 
rantanni, avea fondato una rivista mensile intitolata : 
V economia domestica, che visse alcuni anni; ora quello 
che eri pensiero e cura di una sola divenne sollecitudi- 
ne di molte, e in una sua relazione fatta all'assemblea 
del Consiglio Nazionale delle Dònne Italiane da Maria 



— 317 — 

Koesler Franz e- pubblicata nella Vita Femminile dello 
scorso febbraio si dà notizia di questo bel movimento ; 
ne leviamo alcune notizie : « A Roma, nel 1903, una pri- 
ma scuola di economia domestica fu aperta dall' egregia 
signora Adele Levi della Vida. Né voglio dimenticare i 
corsi di economia domestica razionale che ogni inverno 
la signora Angelica Devito Tommasi tiene a Roma per 
le insegnanti, specie delle scuole rurali (Sofìa Bisi Albini 
ricorda ancora la signorina Elena Rev'el, che alcuni anni 
fa, impiantò a Milano una Scuola di cucina modello, per 
signorine, completata da corsi d' igiene e di contabilità 
domestica, e la professoressa Adele Martignoni che fon- 
dò una scuola di cucina ora fiorente, nella Scuola Tec- 
nica Letteraria da lei diretta in Milano). 

— La signorina Giuseppina Scanni si recò in Germa- 
nia e, per oltre tre mesi neWHaushaliung di Freiburg pre- 
se parte attiva a tutti quegli esercizii di vita domestica 
che insegnano a risparmiare tempo, spazio e danaro. — 
Tornata a Roma, aperse a Roma una scuola speciale di 
economia domestica. Facciamo una medesta osservazione, 
perchè ai titoli pretenziosi e gravi di scienza della casa 
o economia domestica non si sostituisce il semplice e 
paesano del vecchio Leon Battista Alberti : Il buon go- 
verno della famiglia ì 

— Caterina Pigorini-Beri, la valorosa e intrepida 
scrittrice, nel giornale di Roma La Vita, istituisce un con- 
fronto fra la quarta pagina deleteria de' giornali odierni 
e gli avvisi de' giornali d' una volta, rievocando questi 
patriottici ricordi : « Mi ricoido dei tempi in cui negli 
avvisi di quarta pagina, nei foglietti, i nostri padri com- 
prendevano dove si vendevano le polizze del prestito Maz- 
ziniano, e dove si rifugiavano i patriotti perseguitati, o 
come si poteva cercare il mezzo di compiere l'indipen- 
denza e l' unità della patria. Mi ricordo quando, pel tra- 
mite di questi avvisi, Laura Mantegazza andava di porta 
in porta a cercare la limosina di un soldo per soccorrere 
i profughi ; o quando Teresa Arrivabene faceva giungere 
agli infelici eroi delle forche di Belfiore i segni della ve- 
glia assidua per essi; o quando Adelaide Cairoli vi leg- 



— 318 - 

geva le notizie de' suoi figli che a uno a uno morivano 
per la patria. Mi ricordo!... Oh! giorni del Vesta Verde, 
del Crepuscolo, dell'Antologia dove siete tramontati ? — 
Giorni in cui le donne, le spose, le amanti mandavano 
nei fiori le notizie ai lontani e intrecciavano le coccarde 
coi loro capelli, perchè la virtù dell' amore venisse com- 
pagna alla virtù della patria ! E ora ? Ora le quarte pa- 
gine dei giornali sono scuole di vergogna ». 

— In seguito alla ripubblicazione delle rime d' Isa- 
bella Morra, l' infelice poetessa del cinquecento, prece- 
dute da notizie biografiche di Angelo De Gubernatis, il 
municipio di Valsinni, nella Basilicata, ove la giovine 
poetessa cadde trucidata dai fratelli ha deliberato di ap- 
porre al Municipio una lapide recante la seguente iscri- 
zione, dello stesso De Gubernatis : 

ALLA MEMORIA 
DELLA CHIARA POETESSA 

ISABELLA MORRA 

ARDENTE E PROFUMATO FIORE 

DELL' ORAZIANA BASILICATA 

IN ETÀ SELVAGGIA 

SU LE RIVE DEL SINNO 

BARBARAMENTE RECISO 

QUESTO LIBERO COMUNE DI VALSINNI 

ERETTO E CRESCIUTO SU LE ROVINE 

DELLA TETRA BARONÌA DI FAVALE 

PERCHÈ QUEL MARMO FUNEREO 

CHE ELLA SPERÒ INVANO 

DALLA PIETÀ DI UN RE DI FRANCIA 

ABBIA ALMENO DALLA PIETÀ DEI POSTERI 

NELLA SUA TERRA NATALE 

TRECENTO CINQUANT' ANNI DOPO LA SUA MORTE 

COMPIANGENDO ED AMMIRANDO 

POSE. 

— Elisa Ricci ha pubblicato presso l' Istituto d'Arti 
grafiche di Bergamo due splendidi volumi, ricchi di ol- 
tre cinquecento incisioni levate dalle fotografìe di anti- 



— 319 — 

che trine originali, sotto il titolo : Antiche trine italiane 
(fili tirati, modano, burano, punto in aria, reticelle ecc. 
macramè, sfilature, punto avorio, uncinetto). 

— La professoressa Eugenia Levi pubblicò presso il 
Bemporad di Firenze una interessante scelta di rime dei 
secoli XIII-XIV-XV, illustrate con 60 riproduzioni di 
pitture, sculture, miniature, incisioni e melodie del tem- 
po ; con note dichiarative. La stessa scrittrice diede al 
Bemporad un nuovo libro per giovinette e giovinetti 
sotto il titolo: Quando sarò grande. 

— Ebbe gran successo a .Roma ed a Firenze una 
coraggiosa conferenza di Sofia Bisi Albini sul nuovo in- 
dirizzo da darsi nelle nostre scuole ; la conferenza venne 
ripetuta a Torino, a Milano ed a Bologna. 

— La Vita Femminile Italiana, fondata e diretta da 
Sofia Bisi-Albini, la più importante fra tutte le riviste 
femminili, è entrata felicemente col passato gennaio nel 
sua secondo anno di vita. Nessuna lettrice colta può ne- 
garsi il piacere di leggere questo periodico nel quale si 
rispecchia fedelmente tutto 1' odierno movimento femmi- 
nile, nelle forme più corrette e più simpatiche della mo- 
derna evoluzione. La Contessa Spalletti presidentessa del 
Consiglio Nazionale delle Donne Italiane raccomandava, 
in un suo notevole discorso in tal modo la nobilissima 
rivista alle donne italiane : « Sono certa che tutte con 
me vorranno plaudire alla coraggiosa iniziativa della si- 
gnora Sofia Bisi-Albini, la quale, non guardando a spese 
e rischi non pochi, superando difficoltà d' ogni genere, 
ha saputo con Vita Femminile Italiana creare un' opera 
bella e utile, un quadro luminoso nel quale si rispecchia- 
no tutte le nostre attività ». 

— Nello scorso dicembre, nell' Università di Koma, 
il prof. Cesare Yivante ha parlato sulla capacità giuri- 
dica della donna. 

L' illustre giurista ha rilevato quale sia la posi- 
zione giuridica della donna nella nostra legislazione e 
come essa si informi a criteri storici ormai sorpassati. 

E, in particolare, 1' eminente professore si dichiarò 
risolutamente contrario all' istituto dell' autorizzazione 



— 320 — 

maritale che inceppa ogni attività che la donna possa 
svolgere per il miglioramento economico suo e della fa- 
miglia. 

Il nostro codice deriva direttamente da quello fran- 
cese che dà alla donna una condizione di inferiorità giu- 
ridica più di qualunque altro codice. Ma come in Francia 
e in altri paesi la legislazione si viene orientando nel 
senso di far godere liberamente alla donna anche mari- 
tata il frutto dfei suoi guadagni e delle eredità che le 
pervengono, così anche 1' Italia dovrebbe partecipare a 
questa nuova tendenza del diritto più consona ai nuovi 
tempi e alla condizione attuale della donna. 

Queste le idee del dotto professore, che avranno 
certo il suffragio di tutti gli spiriti illuministi. 

— A Roma nel palazzo .Rospigliosi fu riunita una 
elegantissima mostra dell' ornamento femminile dal cin- 
quecento in poi. La famiglia Massimo di Borbone vi ha 
esposto un finissimo ritratto di Paolina Borghese Bona- 
parte miniato da Isabey, un orologio, stile Luigi XVI, 
in agata e guarnizioni d' oro, una piccola scatola con 
i ritratti di Maria Antonietta, di Luigi XVI e del Del- 
fino, recante la scritta, oggi crudelmente derisoria : lls 
soni immortela, una tabacchiera fatta eseguire da Napo- 
leone in occasione della presa di Vienna, con frammenti 
di pietra tolti dal selciato della città vinta, numerose al- 
tre scatole, orologi, bocciettine. Nella ricca collezione di 
orologi esposta dal principe Giovannelli, ne figura uno 
col ritratto della principessa Lamballe. La Regina Ma- 
dre concesse alla mostra due magnifici orologi ricchi di 
pietre preziose. La contessa Spalietti-Rasponi espose un 
cammeo del Santarelli in corniolo posseduto dalla regina 
Carolina Murat, con una classica figura muliebre di squi- 
sita fattura, montata in oro, e un piccolo calamaio in 
stile impero già appartenuto alla Murat. La marchesa 
Roccagiovine espose parecchi oggetti artistici che ricor- 
dano la famiglia napoleonica. Tra i medaglioni e i ri- 
tratti si ammira specialmente quello d' Isabey riprodu- 
conte il piccolo re di Roma con un fascio di rose sul 
seno, ritratto che adorna una tabacchiera già posseduta 









— 321 — 

da Napoleone. Il principe Rospigliosi espose il vezzo di 
perle che Luigi XIV donò a Donna Maria Mancini. Splen- 
dida e interessante la ricca collezione de' ventagli. Mirabile 
poi la raccolta delle trine, ordinata dalla signora Elisa Ricci. 

— L' ultimo romanzo di Neera « Crevalcore > è stato 
tradotto in francese e pubblicato nel Journal des Débats; 
venne pure tradotto in francese e pubblicato a Parigi 
dall' editore Girard Brièn il bel libro di Neera : Le idee 
di una donna. 

— La professoressa Amilda Pons ha iniziato in Ro- 
ma un corso d'Arte per le Signore e Signorine forestie- 
re ; la signorina Pons vi insegna la storia di Roma, la 
dottoressa L. Filippini la storia dell' arte, e la dottoressa 
E. Pressi 1' archeologia. 

— A Parigi vi sono ora otto donne che potrebbero 
esercitare 1' avvocatura; ma, per ora, trovando poche cau- 
se, o non trovandone affatto, esse sono un po' scoraggia- 
te nella nuova carriera. 

Ellenismo. 

— Neil' Università di Roma, per iniziativa simpatica 
del Rettore Tonelli, il 7 gennaio scorso, trovandosi di 
passaggio per Roma il fortunato scopritore de' papiri 
greci scavati ad Oxyrinchos in Egitto, Bernardo Gren- 
fell, giovine scienziato inglese, tenne una conferenza so- 
pra i papiri da lui e da Arturo S. Hunt ritrovati, dopo 
pazienti scavi ad Oxyrinchos ora un villaggio, al tempo 
dei Tolomei e nell' epoca romana, grande città, ai con- 
fini del Deserto Libico. Gli scavi, che ebbero così felice 
esito, furono fatti a spese del benemerito Egypt Explo- 
ration fund. Incominciando dal fornire alcune nozioni so- 
pra la resistenza del papiro, che è la sola vera carta, 
conservato sotto tumuli di terra, fino al livello dove la 
terra diventa umida, detto del modo con cui procedet- 
tero gli scavi, fatti da duecento operai indigeni, distri- 
buiti a squadre, ben sorvegliati e diretti, enumerò i prin- 
cipali papiri greci, tornati alla luce : tra gli altri, un fram- 
mento di evangelo apocrifo dove si descrive la disputa 



— 322 — 

di Gesù nel Tempio col Gran Sacerdote ; (il Gran Sacer- 
dote rimprovera Gesù d' essere entrato nel tempio prima 
di purificarsi ; Gesù risponde che basta innanzi a Dio la 
purificazione interna) ; alcuni bei frammenti di odi vera- 
mente inspirate di Pindaro in onore di Ebe, Ceor, Delo, 
Abdera, Delfo ; un frammento storico di Teopompo in 
continuazione della storia di Tucidide ; 300 versi della 
tragedia di Euripide : Hysipyle, eh' era perduta. — La 
conferenza fu animata da proiezioni che mostravano le 
operazioni di scavo, e fecero passare sotto gli occhi del- 
l' affollato uditorio i manoscritti più importanti. La stes- 
sa conferenza venne ripetuta il 15 gennaio alla sala Leo- 
nardo di Firenze, e quindi alla Sorbona di Parigi. 

— I Giornali Greci sono pieni delle lodi dell' avvo- 
cato prof. cav. Carmelo Grassi, valente letterato e giurista 
di Catania, presidente della sezione siciliana dell'arance 
S'-ientifique Universelle, il quale fece il dono cospicuo di 
dieci mila lire per V impianto di una scuola agraria in 
Nasso od in Paro. Questa liberalità di un nostro concit- 
tadino verso la Grecia ha dato occasione di varie mani- 
festazioni in Grecia di simpatia per l' Italia ; e il coni- 
mendator K. N. Muniakis, procuratore generale del re 
presso l'Areopago e presidente deìV Alliance scientifique 
universelle per la Grecia ha pubblicato in quest' occa- 
sione un opuscolo encomiastico in greco in onore di Car- 
melo Grassi, sotto il titolo : megas italos filellen' Kar- 
melos Grassi, Atene, Dicembre 1907. 

— L' Alliance Scientifique Universelle iniziata a Pa- 
rigi dal chiaro orientalista Leon de Bosny, è un' asso- 
ciazione internazionale di scienziati di letterati e di ar- 
tisti, rappresentati in tutti i paesi del mondo da Comitati 
e da speciali Delegazioni. 

Essa è intesa : 

a) A rendere più facili le relazioni fra gli scien- 
ziati, letterati e artisti di vari paesi, giovandosi anche 
della Consultazione reciproca ; 

b) A procurar loro nei viaggi e nelle escursioni 
l' aiuto e la protezione indispensabili allo svolgimento 
delle loro ricerche e al compimento dei loro studi; 



J 



— 323 — 

e) A farli tosto entrare in relazione diretta con 
gli scienziati letterati ed artisti locali e farli accedere 
alle Biblioteche ed ai Musei tanto pubblici che privati. 
A tal fine viene rilasciato dal Presidente del Comitato 
locale una specie di passaporto scientifico detto Diploma 
di Circolazione, il quale servirà quale lettera di presen- 
tazione e di raccomandazione presso i colleghi e presso 
tutti i rappresentanti dell' Associazione nei paesi che il 
socio ha in animo di visitare ; 

d) A promuovere la costituzione di società scien- 
tifiche speciali e a dare incoraggiamento a quelle già 
esistenti ; 

e) Ad organizzare Corsi e Conferenze per propu- 
gnare la Cultura di quei rami di studi non ancora com- 
presi nel pubblico insegnamento ; 

/') A promuovere l'Istituzione di Biblioteche e di 
Musei speciali, di preferenza nei paesi lontani dai grandi 
centri scientifici ; 

g) A facilitare gli scambi internazionali di libri e 
oggetti di studio e farne, possibilmente, la distribuzione 
gratuita ; 

h) A prestare ai soci nazionali e ai soci delle se- 
zioni estere de\V Alliance il concorso della pubblicità di 
cui dispone ogni socio ed ogni comitato centrale; 

i) Finalmente a rendere possibile la cooperazione 
di tutti i lavoratori della mente al trionfo di quelle idee 
che sono indispensabili al vero progresso, al vero benes- 
sere di tutte le nazioni. 

La grandissima utilità di tanto poderosa Alleanza è 
superfluo farla notare. 

Per appartenere alla Sezione Siciliana de\V Alliance 
occorre far domanda al Presidente Onorario, Avv. Cav. 
Carmelo Grassi, residente in Catania, Via Umberto I, 
N. 22, e di pagare anticipatamente lire cinque per ogni 
anno solare, a cominciare dal l u Gennaio corrente. I soci, 
oltre le grandissime agevolazioni di cui sopra, riceveran- 
no anche come premio, il periodico che sarà l'organo uf- 
ficiale della Sezione, e che s' intitolerà La Rinascenza 



— 324 — 

Italiana, scritta dai migliori scienziati, letterati ed arti- 
sti dell' Italia e dell' Estero. 

— Pio Ciuti, in uno studio pubblicato nella Nuova 
Rassegna di letteratura Moderila (luglio.agosto 1907), stu- 
dia la caduta dell' Impero romano e l'unione delle Chiese, 
ed esamina 1' opera dei Greci in Italia, incominciando col 
filosofo ed erudito neoplatonico Giorgio Gemistos detto 
il Pletone, che morto centenario a Sparta, dopo avere 
insegnato in Firenze al tempo di Cosimo il Vecchio, ebbe 
1' onore della sepoltura in Rimini per opera di Sigismondo 
Malatesta, e col suo fiero avversario l'aristotelico Gior- 
gio Curtesio, detto lo Scolarlo, nato a Castantinopoli e 
che si oppose accanitamente ed ostinatamente all' unione 
delle Chiese. Il Ciuti tocca pure di Matteo Camarioti dj 
Salonicco, maestro in Costantinopoli del Gennadio, autore 
di trattati rettorici e di due discorsi contro il Pletone. 

Lo stesso Ciuti rende conto del grandioso poema di 
Costa Palamas, intitolato : Dodecalogo dello Zingano, di- 
viso in dodici canti ; il Ciuti lo dice 1' avvenimento let- 
terario del giorno nell' oriente greco, e soggiunge : « a 
qualunque osservazione si possa fare sul significato etico 
di molti versi del Dodecalogo valga come suggello della 
intenzione del poeta il verso che egli ha inserito in que- 
sto suo capolavoro : ma vergine è V anima mia. Il Dode- 
calogo è un lavoro profondo, è un mare di luce ». 

— Il Prof. Pavolini ha tradotto in versi il canto del- 
l' Usignuolo di Costa Palamas, per il Noumas giornale 
ateniese. Nel giornale Le Panatenee è uscito un profondo 
studio di Paolo Nirvana sopra il Dodecalogo ; e il nostro 
italo-greco di Zante, Spiridione De Biasi pubblica una 
larga notizia sopra il Morosini e le sue vittorie del 1686. 

— L' Iconografimeni pubblica una versione greca di 
A. Camileri della novella di Luigi Capuana: La Sempli- 
cità del P. Andrea. 

— Col matrimonio recente del Principe Giorgio di 
Grecia e della principessa Maria Bonaparte, figlia del 
principe Rolando, pronipote del principe Luciano Bona- 
parte fratello di Napoleone primo, per la prima volta i 






— 325 — 

reali di Grecia vengono a mescolare il loro sangue nor- 
dico col sangue latino, non essendo dubbia l'origine la- 
tina, anzi toscana della famiglia Bonaparte di Corsica. 
Ma un beli' umore d' Atene, genealogista compiacente, 
per rendere ora più popolare il nuovo connubio elleno- 
latino, distruggerebbe anche la latinità del gran Corso, 
sostenendo eh' ei sarebbe nato da un Kallimeris, il quale 
passato nel secolo decimoquinto dalla Grecia in Corsica, 
vi avrebbe preso il nome di Bonaparte ; il che non si 
contraddice che possa essere avvenuto; ma se il signor 
Kallimeris mutò nome in Corsica, e preferì farvisi chia- 
mare Bonaparte, ciò significherebbe soltanto che i Bona- 
parte abitavano già la Corsica, e che vi erano popolari 
e ben veduti, in modo da farsi desiderare ad altri di 
porsi sotto la guardia del loro nome onorato. 

— Noi abbiamo conosciuto a Baltimora, negli Stati 
Uniti, un Bonaparte, avvocato stimatissimo, discendente 
in linea diretta e legittima da un altro fratello di Na- 
poleone Bonaparte, da Gerolamo, che avea sposato una 
bella americana, la Patterson. Uomo agiato ed indipen- 
dente, molto stimato come giureconsulto, uno dei grandi 
elettori del Presidente .Roosevelt, è ora ministro di gra- 
zia e giustizia degli Stati Uniti. Ecco dunque un nobile 
latino eh' è divenuto un perfetto americano. 

— Attilio Rossi che ha visitato recentemente le ro- 
vine delle città più gloriose dell' antica Grecia, descrive 
ora le sue impressioni di viaggio. 

— Nello scorso dicembre, ebbe luogo ad Atene la 
prima riunione della Scuola Inglese d'Atene ; in essa il 
Direttore Dawkins rese conto dei lavori fatti nell'anno, 
a Sparta. Si è fatto il tracciato delle antiche mura elle- 
niche di Sparta al tempo del tiranno Nabis ; venne sco- 
perto e scavato in parte da G. Dickins il tempio d'Athena 
Chalkioikos, sull' acropoli sovrastante il teatro, e si rin- 
vennero una lunga iscrizione arcaica, una beli' anfora 
panathenaica e una serie di statuette di bronzo del mi- 
glior periodo. Si scopersero tombe intatte dell' età elleni- 
ca ad occidente dell'Acropoli; si continuarono i lavori 
intorno al santuario di Artémis Osthia. Il tempio venne 



- 326 — 

spazzato, e si trovarono nell'arena dell'anfiteatro che 
riesce al tempio frammenti di tre altari sovrapposti, 
de' periodi greco-arcaico, ellenico puro e romano. Il pri- 
mo appartiene a un tempio primitivo non ancora scoper- 
to che sarà il primo oggetto degli scavi del 190S. Nel- 
1' arena si scoprirono degli ex- voto d' avorio con basso- 
rilievi (tra i quali uno bellissimo rappresenta una nave 
con le vele), figurine di piombo, pietre incise, gioielli, 
vasi. Il signor Dawkins attribuisce questi ex-voto alla 
metà del sesto secolo innanzi 1' era volgare. Crede poi 
che l'Artemision prepari altre sorprese. Oltre gli scavi 
di Sparta, altri scavi più modesti vennero intrapresi 
dai signori Wace e Droap verso il capo di Magnesia 
ove si trovarono le fondamenta di una grande chiesa 
cristiana dei primi secoli, con un bel pavimento, e dal 
professor Eonald Burrows a Mycalessus, nella ricerca 
di tombe del sesto secolo. I membri della scuola ingle- 
se d'Atene stanno pure preparando un catalogo del Mu- 
seo dell'Acropoli. Finalmente si chiuse la riunione con 
una comunicazione del signor G. Dickins, il quale espose, 
coni' egli sia pervenuto a ricostituire il gruppo di divinità 
eseguito a Lycosura dallo scultore messeno Demofonte. 

Italia. 

— Un comitato di studenti e professori ha promosso 
in Roma onoranze a Roberto Ardigò l' illustre filosofo 
che il 28 gennaio 1908 compiva gloriosamente il suo 80° 
anno d' età. Il discorso d' occasione applauditissimo, fu 
fatto dal professore Enrico Ferri antico discepolo dell' Ar- 
digò nell'Aula Magna dell' Università di Roma. 

— Belle ed affettuose furono le dimostrazioni degli 
scolari per il 25° anno d' insegnamento del prof. Felice 
Vivante dell' Università di Roma, e del professor Guido 
Mazzoni dell'Istituto di Studi Superiori di Firenze. 

— I colleghi e gli amici festeggiarono grandemente 
in Genova l' illustre romanziere e letterato prof. Anton 
Giulio Barrili nominato rettore dell' Università di Genova. 

— Al professor Fausto Lasinio, l' insigne Orientalista 



— 327 — 

toscano fu dai colleghi in occasione del cinquantesimo 
anno d' insegnamento presentata una bella pergamena. 

— Compiendo l'illustre storico Pasquale Villari il 
suo ottantesimo anno, gli furono fatte grandiose dimo- 
strazioni d'onore, alle quali parteciparono i sovrani, e 
molte accademie ed università nazionali e straniere. 

— Per il quarantesimo anno del suo ingresso nella 
carriera letteraria di Salvatore Farina gli furono fatti 
in Roma, grandissimi onori, con la presentazione di una 
targa di bronzo e un albo d' onore ove tutti i migliori 
letterati italiani e parecchi stranieri gli esternano la loro 
ammirazione; la casa Roux e Viarengo ha pubblicato 
quest'Albo. 

— Neil' ultima tornata solenne dell'Accademia della 
Crusca, il Segretario Perpetuo Prof. Guido Mazzoni ha 
degnamente commemorato Graziadio Ascoli ; proclamato 
due nuovi accademici corrispondenti, l' illustre astrono- 
mo Giovanni Schiaparelli e l' illustre ellenista Girolamo 
Vitelli; lodato il vocabolario della Svizzera italiana deli- 
berato dal Cantone di Lugano e recitato brillantemente 
1' elogio del suo grande maestro Giosuè Carducci. 

— L' Istituto Lombardo ha bandito il concorso per 
due premi i Ciani : cioè per un libro di lettura per il 
popolo italiano, originale e non ancora pubblicato per le 
stampe, eminentemente educativo e letterario ; scadenza 
31 dicembre 1910; premio un titolo di rendita di L. 500; 
per il miglior libro di lettura per il popolo italiano di 
genere scientifico (preferendosi le scienze morali ed edu- 
cative) stampato e pubblicato dal 1° Gennaio 1901 al 
31 dicembre 1909. Scadenza 31 dicembre 1909. — Premio 
L. 2500. 

— Si annunciano tra le nuove produzioni drammati- 
che italiane, Notte di neve, dramma in un atto di Ro- 
berto Bracco, La maschera dì Bruto di Sem Benelli, La 
leggenda di Edipo di Ferdinando Fontana, La moglie del 
dottore di Silvio Zambaldi, / giorni di festa commedia di 
Carlo Bertolazzi, Marat dramma storico di Enrico Cor- 
radini, Vamico di Marco Praga, dramma in un atto, La 
morale della favola commedia in tre atti dello stesso. 



t 



— 328 — 

— Tra le novità drammatiche si segnalano ancora 
« La Regina » di Guelfo Civinini, « La fermata » di S. 
Sani, « L'esodo », « TI bivacco », e « Aristocrazia » di 
Tomaso Monicelli, « Il dritto alla gloria » di De Paoli e 
Diena, « Ciccillo d'Oro » di Pier Emilio Bosi, « La So- 
rella » di A. Manassero >, «La sua profezia », « Per forza 
di cose » e 1' -« Altro profilo della signora » di Virginio 
Amadei », « La fonderia Vergoni » di Edoardo Pigna- 
losa, « Dopo il perdono » di Matilde Serao e Decourcelle. 

— La casa Fratelli Treves di Milano ha pubblicato, 
tra le sue ultime novità natalizie i « Racconti di Nata- 
le » di Haydée (Pia Pinzi) gentile scrittrice triestina. 

— Tra le ultime pubblicazioni della stessa casa ri- 
cordiamo ancora « GÌ' inglesi nella vita moderna osser- 
vati da un Italiano » . 

— Si segnala il nuovo romanzo di Giuseppe Molteni 
« Come muore la giovinezza » edito dalla Società edito- 
riale milanese. * 

— Luigi Lucatelli continua nel Pensiero Latino di 
Milano la pubblicazione del suo bel romanzo « Al di là 
della morte ». 

— Lo scultore Domenico Trentacoste fu incaricato 
del disegno per la medaglia d' oro che deve accompa- 
gnare il premio storico che deve portare il nome di 
Pasquale Villari, decretato nel giubileo dell'anno ottan- 
tesimo del compleanno dell' illustre biografo di Gerola- 
mo Savonarola e di Niccolò Machiavelli. 

— Giacomo Boni ha fatto per le Letture Dantesche 
di Or San Michele e della sala Leonardo la lettura del 
canto decimo del Purgatorio di Dante, e la illustrazione 
della colonna e leggenda di Traiano, con una conferenza 
e con proiezioni. 

— Lo stesso ha diretto al sindaco di Roma una let- 
tera riguardante i lavori di comunicazione estraurbana 
impresi a Porta Pinciana. L'illustre uomo leva alta la 
sua voce autorevole perchè non si ardisca alzare il pic- 
cone su quelle mura, sedici secoli or sono, costruite a di- 
fesa dei barbari, delle quali il Middleton nel suo libro 
Ancient Rom pubblicato nel 1897 diceva : 






— 329 - 

« Senza confronto il tratto più bello e più perfetto 
delle mura è quello di Villa Ludovisi che lambisce V orlo 
del Colle Pinciano ». 

E molti, certo, sentiranno dolore per la diminuzione 
fatta sentire a quelle mura, già sacre velut muri et por - 
tae quodam modo divini iuris. 

Ecco la lettera : 

AI Sindaco di Roma 

'Q zeóXi, Ti"/} aio y.stoa xa xstx sa >«-5 

(Anth. Palat., IX, 173) 

Trattavasi anni or sono di collegare via Piemonte 
al Corso d' Italia, evitando il lungo giro da porta Pin- 
ciana o da porta Salara. 

Parendomi inutile ogni difficoltà della Minerva ad 
una sistemazione stradale già compromessa, suggerii che 
invece di troncare le mura con tagli verticali, si prati- 
casse una porta arcuata, semplicissima, per non turbare 
l'effetto pittorico degli antichi baluardi, né introdurre 
discordi elementi architettonici. 

Il consiglio fu in quel tempo seguito ; ora si tagliano 
sette nuove aperture in corrispondenza alle strade di- 
stinte dai nomi delle regioni italiche, in lega sociale alla 
rovescia. 

E quel tratto di fortificazioni, uno fra i più belli ed 
ammirati esempi di architettura militare del terzo se- 
colo, apparirà scisso in tronchi, a lor volta, col tempo, 
soppressi. 

Ripensando le lotte per risparmiare qualche danno 
pur lieve alle cinte fortificate di altre città italiane as- 
sai meno importanti, vien fatto di chiedere se non do- 
vrebbe codesta rappresentanza comunale ristudiare il 
problema delle comunicazioni tra via Ludovisi ed i nuovi 
quartieri extraurbani. 

Vedendo demolite le mura sul prolungamento di vìa 
Abruzzo provai dolore e vergogna e disgusto. Sentimenti 
divisi forse da quanti, pur non italiani, vengono a Roma 
per istudiarne i monumenti venerandi ; tante volte invo- 



— 330 — 

cati nei poemi del Eisorgimento e nelle parole di Maz- 
zini e di Cavour e di Sella. 

Giacomo Boni 

— Guido Vitali, gentilissimo poeta, sta per pubbli- 
care presso 1' editore prof. Arnaldo De Mohr un nuovo 
volume di versi elegantissimi di classica intonazione, in- 
titolati: Antichi sogni e nuovi, ove si troveranno cose 
squisite. 

— L. M. Bossi, professore ordinario di ostetricia e 
ginecologia nell' Università di Genova ha fondato una 
nuova rivista col titolo : Ginecologia Moderna. 

— Il marchese Paulucci, egregio diplomatico e scrit- 
tore benefico, nostro degno ministro a Lisbona ha tra- 
dotto in Italiano i saggi del compianto filosofo ameri- 
cano Prentice Mulford, sotto il titolo : Le forze che dor- 
mono in noi. 

— L' avvocato Agostino Della Spada, romanziere di 
Moncalvo, ha pubblicato presso la Vedova Cogliati di Mi- 
lano « Il filo di un Romanzo ». 

— L' editore Sandron di Palermo ha pubblicato un 
nuovo romanzo di Gemma Ferruggia. 

— Tra le opere bibliografiche italiane dell'anno 1907, 
vanno ricordate : « Bibliografia Boccaccesca ; Scritti in- 
torno al Boccaccio e alla fortuna delle sue opere » Città 
di Castello, Lapi, e « Bibliografi » di Vittorio Alfieri da 
Asti » Salò, Devoti. 

— La Sacra di San Michele, monumento medioevale 
del Piemonte venne recentemente illustrata di nuovo in 
un libro di A. Malladra e G. E. .Ranieri. — Torino, 
Streglio. 

— Segnaliamo un libro inglese di Tina Whitaker. 
(Londra, Constable) sotto il titolo : « Sicily and England 
Politicai and Social Reminiscences 1848-1870. 

— A. Cippico ha pubblicato presso i Fratelli Bocca, 
una nuova traduzione italiana del King-Lear di Shake- 
speare. 

— I Fratelli Treves pubblicarono un interessante 
volume di Mario Borsa, intitolato: « Il Teatro inglese 
contemporaneo » ; e 1' editore Sonzogno la versione ita- 



— 331 — 

liana con prefazione di Enrico Aresca della commedia in 
quattro atti del Lady Windermeré's fan (Il ventaglio di 
Lady Windermere) di Oscar Wilde. La traduzione e le 
notizie non sembrano tuttavia fatte dall'originale ma di 
seconda mano per tramite francese. 

— Segnaliamo nella Nuova Rassegna di letterature 
moderne un importante e interessante scritto di E. Bu- 
dan, intitolato: li Werther e la drammatica del Goethe e 
la letteratura italiana. 

— Presso 1' editore Barbera, furono ripubblicate da 
Guido Mazzoni con prefazione e note le « Memorie di 
Carlo Goldoni » nel testo originale francese pubblicato 
la prima volta sotto il titolo di JMémoires nel 1787. 

— Fra i nuovi libri italiani, segnaliamo : Antonio 
Guadagnoli e la Toscana de 1 suoi tempi di Giacinto Stia- 
velli. Torino, Soc. Tip. Nazionale. Ferdinando Martini, 
che fu maestro allo Stiavelli, scrive sopra il suo libro 
un articolo nella Tribuna, e annuncia in tale articolo 
un proprio libro sopra la Toscana, dal 1849 al 1859. 

— Tra le più notevoti poesie apparse nel 1907 con- 
vien segnalare il volume di sonetti che Giovanni Cena 
ha pubblicato sotto il titolo « Homo » ; « La placida 
fonte » di Virgilio La Scola. 

— Segnaliamo tra le nuove pubblicazioni « Il cardi- 
nale di Hohenlohe ne la vita italiana ». Torino, Società 
Tip. editr. Nazionale ; « Venere » di Giuseppe Baracconi. 
Torino, Soc. Tip. ed. Nazionale. 

— A incominciare dal 13 gennaio 1908 il Popolo Ro- 
mano ha iniziato, nelle sue appendici del luuedì una se- 
rie di conversazioni letterarie di Angelo De Gubernatis, 
nelle quali vennero fin qui esaminati i seguenti lavori : 
Le Folklore de France par Paul Sèbillot ; La Nave di 
Gabriele D'Annuuzio; / Cairoti di Michele Rosi; la Pa- 
tria Nostra di Pasquale De Luca ; Femmes inspirai rices 
et poètes annonciateurs di Edoardo Schurè ; Artefici di 
pene e artefici di gioie di Dora Melegari ; La Basilica di 
Assisi di Adolfo Venturi ; Miniature francescane di Jo- 
landa ; Impressioni artistiche di Evelyn ; In automobile 
di Carlo Placci ; Gli inglesi nella vita moderna osservati 



— 332 — 

da un italiano ; Rivista degli Studi Orientali, Giornale 
della Società Asiatica, JSldstika Ciarvaka di Angelo Maria 
Pizzagalli ; Antliologie de V Amour Asiatique di Adolphe 
Thalasso ; V Esclusa di Luigi Pirandello ; Mes angoisses 
et nos luttes di M.me Juliette Adam; Ricordi ed affetti 
di Alessandro D'Ancona; Patria, Esercito e Re di Leo- 
poldo Pullè ; Parga dell'arciduca Luigi Salvatore; il 
Viaggio cZ' Eber Giubair tradotto da Celestino Schiapa- 
relli; Les huits paradis della Principessa Bibesco, l'Ita- 
lia nella letteratura francese di Carlo Del Balzo; Les fé- 
tes et les Chants de la Revolution francaise di Julien Tier- 
sot ; La vita femminile italiana ecc. 

— Carlo Giorni ha pubblicato a Firenze un Epitome 
Rerum Romanarum. Il libro è diviso in sei parti. Nella 
prima sono esposte, con passi di Livio, Eutropio, Cice- 
rone, Ovidio, Aulo Gellio, ecc., le leggende e le tradi- 
zioni storiche dell'età regia e dell' età repubblicana più 
antica, fino al principio delle guerre puniche ; nella se- 
conda si danno le principali nozioni sulle idee religiose 
e morali, sul culto e sulle condizioni dello Stato e della 
famiglia in quella età. La terza parte ci offre la storia 
del periodo della Repubblica dalle guerre puniche al 
sorgere dell'Impero, e la quarta un quadro delle condi- 
zioni pubbliche e private durante il periodo delle con- 
quiste. Nella quinta parte è disegnata a grandi tratti la 
storia dell' Impero dal suo sorgere alla caduta (476), con 
passi tolti da Velleio Patercolo, Svetonio, Plinio, Clau- 
diano ecc. ; e finalmente la sesta contiene un quadro della 
società romana sotto l' Impero. 

— Il maggior avvenimento teatrale del mondo la- 
tino fu certamente il varo scenico della Nave, nuova tra- 
gedia di Gabriele D'Annunzio rappresentata al Teatro 
dell'Argentina in Roma con grandissimo apparato, e col 
concorso di tutte le arti, compresa quella suprema della 
reclame. Il pubblico applaudi allo spettacolo coreografico, 
alla musica, alle danze, alle scene dipinte, e a molti bei 
versi, ma s' interessò mediocremente al dramma, un mi- 
scuglio di ferocie ed oscenità incredibili attribuite al- 
l' estuario veneto nel secolo sesto dell' era volgare. Vuoisi 






— 333 — 

che lo spettacolo sia costato alla compagnia 180,000 lire, 
e non si era mai speso tanto per una rappresentazione 
drammatica. 

— Anche la Flotta degli Emigranti dell' avvocato 
Morello (Rastignac), dramma a tinte fortissime, ebbe cla- 
moroso successo. 

— L'editore Licinio Cappelli di Rocca San Cascia- 
no ha pubblicato una prima scelta di lettere interessanti 
del Carducci alla contessa Silvia Pasolini da Faenza. — 
L' ultima è una protesta contro le preziosità della, mo- 
derna poesia italiana, e specialmente contro l' adorato 
mariniano Gabriele D'Annunzio. 

— Poiché 1' editore Zanichelli di Bologna sta prepa- 
rando un' edizione definitiva delle Liriche di Enrico Pan- 
zacchi, il dottor Giuseppe Piazza, nella Tribuna del 2 
gennaio 1908 rievocò la memoria di questo spirito gen- 
tile, che fu il più musicale de' nostri poeti. 

— Lo stesso editore ha pubblicato un' Antologia Car- 
ducciana raccolta di poesie e prose, scelte e commentate 
ad uso delle scuole da due valorosi discepoli del Car- 
ducci, Guido Mazzoni, e Giuseppe Picciola, degni inter- 
preti del pensiero e della parola del grande maestro. 

— Lo stesso Zanichelli annunciava per lo scorso 
mese di Febbraio la pubblicazione di un primo volume 
dell' Epistolario di Giosuè Carducci, compilato sotto la di- 
rezione del suo più intimo e più fedele amico, Giuseppe 
Chiarini. 

— Una strana polemica fu sollevata nel Giornale 
aV Italia, per V apposizione d' una targa a Giosuè Car- 
ducci in vicinanza del tempietto che raccoglie le ossa di 
Dante in Ravenna. Domenico Oliva avea messo il suo 
veto ; ma i Ravennati per compiere questo rito, non ave- 
vano mai creduto che fosse necessaria la previa autoriz- 
zazione di Domenico Oliva, e del Giornale d'Italia; per- 
ciò accanto alla targa in onore di Giuseppe Mazzini che 
già esisteva collocarono molto convenientemente quella 
a Giosuè Carducci, come continuatore dell'idea nazionale 
di Dante e di Mazzini. 



— 334 — 

— Francesco Chiesa, in una sua trilogia storica, in- 
titolata Calliope, la Musa dell'Epopea, pubblicata dall'edi- 
tore Cagnoni di Lugano, ha illustrato 1' architettura della 
Cattedrale della Reggia e della Città. 

— Francesco Lumachi colto libraio fiorentino ha 
pubblicato un grazioso libretto di spigolature sopra al- 
cuni bibliomani, bibliografi e curiosità librarie, intitolato 
Nella repubblica del libro. Piero Barbera ne scrisse il 
proemio. Curiose le notizie, tra le altre, sui biblioma- 
ni Don Vincente, Guglielmo Libri, Boulard e Richard 
Eber. 

— I Calabresi di Buenos Aires fecero coniare una 
medaglia d' oro in onore del letterato loro concittadino 
Nicola Misasi professore a Cosenza, con un album conte- 
nente le firme dei sottoscrittori. In tale occasione, Luigi 
De Matera pubblicò un numero unico. 

— Secondo la relazione sui concorsi per le fonda- 
zioni dell' istituto Lombardo, vinse il premio « Cagnola » 
sulla scoperta della radioattività la memoria del profes* 
sor Angelo Battelli e dei dott. Augusto e Silvio Ghiella. 
Vinse il premio « Secco Comeno » sulla natura del « vi- 
rus » della rabbia il dott. Adelchi Negri. 

— Il premio triennale « Ciani » per il migliore libro 
di lettura per il popolo italiano, di genere narrativo o 
drammatico pubblicato dal 1° gennaio 1898 al 31 novem- 
bre 1906, fu conferito a G. C. Abba, autore del volume 
« La storia dei Mille ». 

— Presso la Casa dei Fratelli Treves, e a cura di 
Corrado Ricci, si è pubblicato ora un volume monumen- 
tale di grande interesse, intitolato : La Divina Commedia 
nelV Arte deh Cinquecento, con illustrazioni artistiche di 
Edoardo Ximenes. La moderna interpretazione grafica 
della « Divina Commedia », afferma il Ricci, muove da 
Michelangioìo e dal suo tempo. Se prima di lui la storia 
dell'iconografìa dantesca registra le miniature del Codice 
Urbinate, gli affreschi di Luca Signorelli, i disegni di 
Sandro Botticella ben può dirsi tuttavia che fu Miche- 
langelo l' interprete più grande della potenza plastica di 



— 335 — 

Dante. E sulle orme di Michelangelo, gli artisti del suo 
secolo. Tra i quali, due pittori in particolar modo si ap- 
plicarono ad illustrare il poema: Giovanni Stradano, na- 
tivo di Bruges, con trenta tavole conservate alla Biblio- 
teca Laurenziana, e pubblicate da Guido Biagi presso 
l'Alinari, e Federico Zuccari. Ottantasette sono i disegni 
che sulla Commedia, ci ha lasciato lo Zuccari. E i dise- 
gni dello Zuccari ornano per l'appunto la nuova edizione 
milanese della Commedia, con altri trecento disegni di 
ottanta diversi maestri del Cinquecento, derivati, in gran 
parte, da Michelangelo. Augusto Ferrerò, annunciando 
quest' opera insigne nella Tribuna, enumerati molti de- 
gli illustri maestri, una pleiade, tra i quali parecchi im- 
mortali e molti gloriosi, conchiude : « Una famiglia, e 
sia lode al Ricci d' avercene procurata una sì luminosa 
affermazione, una famiglia tutta italiana, squisitamente 
italiana. E sembra che, con tutti questi disegni, con tutti 
questi elementi figurativi e decorativi, demoni, draghi, 
Meduse, arpie, angeli, serafini.... tutta la pittura, tutta 
la scoltura italica di quel secolo unico nella storia, ab- 
bia voluto recare la sua nota ad una Sinfonia eroica, 
intonata a esaltazione del Genio massimo di nostra gen« 
te ». 

— Goffredo Cognetti ha dato al teatro due nuovi 
drammi popolari « Mala femmena » e // Pane. 

— La Marchesa Clelia Pellicano, più conosciuta sotto 
il pseudonimo inglese di Jane Grey, ha pubblicato un 
nuovo volume, di Novelle Calabresi, scritte nel genere 
forte del Capuana e del Verga. 

— Nel dicembre 1907 il maestro Lorenzo Perosi, nel 
Salone Pio di Eoma fece apprezzare nuove sue compo- 
sizioni musicali, e specialmente due suites « A Roma » 
e « A Venezia » , il Paternostro di Dante, e un oratorio 
sapiente e commovente intitolato : Transitus animae. 

— Al Teatro Adriano di Roma venne applaudita la 
nuova opera del maestro Enrico Morlacchi, intitolata : 
Bretagna. 

— La Revne de Paris ha pubblicato le lettere che 






— 336 — 

Georges Bizet, pensionato alla Villa Medici, dirigeva nel 
1858 a sua madre, intanto che lavorava intorno all'opera 
buffa Don Procopio, rappresentata di recente a Monte 
Carlo ; egli ammirava molto Gounod, ma pur desiderava 
sottrarsi a quella influenza che gli pareva troppo forte ; 
amava sopra tutto la facilità e dolcezza di Mozart e di 
Rossini ; paragonava Raffaello a Mozart, Michelangelo a 
Meyerbeer ; ma preferiva agli Ugonotti il Guillaume Teli. 
Quanto a Verdi, lo qualificava « un homme de genie en- 
gagé dans la plus mauvaise route qui fùt jamais; mais 
il lui manque la qualité essentielle qui fait les grands 
niaitres » . 

— Alla Camera de' Deputati è stato presentato dal 
ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava un dise- 
gno di legge per un monumento nazionale a Dante, che 
gli fa grandemente onore, come ad Alfredo Baccelli prin- 
cipale promotore del progetto. 

Il disegno consta di questi tre articoli : 

Art. I. - Sarà eretto in Roma un monumento na- 
zionale a Dante Alighieri. 

Art. II. - Nella parte straordinaria del Bilancio 
del Ministero per la pubblica istruzione, sarà iscritta la 
somma di L. 600,000 per l'esercizio 1908-9, di L. 600,000 
per l' esercizio 1909-10, e di L. 800,000 per 1' esercizio 
1910-11. 

Art. III. - Entro due mesi dalla promulgazione 
della presente legge si provvedeà per Regio decreto a 
quanto occorre per la sollecita esecuzione di essa. 

Rastignac indica opportunamento nella Tribuna, co- 
me il luogo più adatto al monumento, la Piazza del Po- 
polo, di fronte al Monumento a Vittorio Emanuele ; Dante 
segnerebbe il punto di partenza, Vittorio Emanuele il 
punto d' arrivo. 

— I due busti del cardinale Scipione Borghese, opera 
stupenda del Bernini che dal 1892 stavano come in esiglio 
nelle gallerie veneziane, fecero ritorno a Roma, e preci- 
samente alla Villa Borghese del Pincio. 

— Segnaliamo 1' Urbis restituito, lavoro in terracotta 



dell' Archeologo ed artista Giuseppe Marcelliani, ha e- 
sposto al pubblico di Roma uua ricostruzione plastica 
della parte più importante della Eoma de' Cesari, dalle 
Terme di Traiano al foro Boario e dal foro Boario al 
Celio. Il lavoro misura una superfìcie di 26 metri q. 

— Nello scorso dicembre, nella Galleria Nazionale 
di Roma venne inaugurata la mostra della importantissi- 
ma raccolta di disegni, studi, e quadri (oltre 8C0) del gran- 
de pittore napoletano Domenico Morelli, sul quale scrisse 
un ampio libro Primo Levi, uno degli ordinatori della 
mostra, insieme con Corrado Ricci, Paolo Vetri, Edoardo 
Tofane e il Comm. Jacovacci. « Le varie fasi, scrive At- 
tilio Rossi, a traverso le quali procedette e si elevò l'arte 
sua hanno in questa raccolta una larga rappresentanza 
di studi, assai spesso eccellenti ; dai primi saggi giova- 
nili, sensibilmente penetrati dall' influsso accademico na- 
poletano, oscillante fra le correnti romantiche e classiche 
ancora floride intorno al 1840, e gli altri della sua età 
più matura, d'ispirazione principalmente storica e patriot- 
tica, fino a quelli del periodo religioso, l'ultimo ed il più 
nobile dell' operosità artistica Morelliana. » 

— Giselda Chiarini, la benemerita direttrice del Col- 
legio Regina Margherita d'Anagni ha pubblicato un suo 
nobilissimo discorso su la donna italiana. 

— A Lecce sorgerà un monumento affidato allo scul- 
tore Salentino comm. Antonio Bortone, alla memoria del 
martire pugliese dell'Inquisizione, il filosofo di Taurisano, 
G. C. Vannini. 

— Lo scultore Consani sembra essere stato designato 
ad eseguire il monumento al Generale Bartolomeo Mitre 
che sarà inalzato a Buenos Aires. 

— La Società Filologica Romana. Questa Società, di 
recente formazione sotto la bella insegna latina : Anti- 
quam exquirite matrem, e solertissima nell' opera sua, 
prosegue intrepida, ma senza strepito, le sue nobili pub- 
blicazioni : Oltre dieci Bollettini, e cinque volumi di Studi 
Romanzi curati dal professor Ernesto Monaci, essa ha già 
pubblicato : Il Libro delle tre scritture e il Volgare delle 
Vanità di Bonvesin da Riva, a cura di V. De Bartho- 






— 338 — 

lomaeis, sei fascicoli contenenti il testo completo del Li- 
bro de varie romanze volgare, cocl. vat. 3793, a cura di 
F. Egidi, il primo volume e due fascicoli del secondo 
Voi. dei Documenti d'Amore di Francesco da Barberino 
a cura di F. Egidi ; Rime antiche senesi, a cura di V. De . 
Bartholomaeis, e il Cantare di Florio e Biancofiore, a cura 
di G. Crocioni, e, notevolissimo, il Canzoniere di Fran- 
cesco Petrarca, riprodotto letteralmente dal cod. vat. lat. 
3195 a cura di Ettore Modigliani. Il sesto volume degli 
Studi Romanzi contiene lavori molto importanti che pro- 
seguono utilmente l' opera così grandemente meritoria 
dell' Archivio Glottologico dell' Ascoli e sono : Note Ru- 
mene di P. G. Goidanich, un irredento, scolaro del Ker- 
baker, che insegna dottamente nell' Università di Bolo- 
gna ; Il dialetto di Velletri e dei paesi finitimi di C. Cro- 
cioni, Intorno al dialetto <2' Ormea di E. G. Parodi, Di 
alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini di Con- 
cetto Marchesi, Una nuova edizione del Trespassement 
Notre Dame di A. Boselli, Di L. palatizzata nelV antico 
viterbese. Ma, sovra tutto, dobbiamo compiacerci nel ve- 
dere un dotto scandinavo Anton Lindsstrom, dopo un 
soggiorno di più mesi a Subiaco, fornirci il più compiuto 
lavoro che s' abbia fin qui sopra 11 vernacolo di Subiaco. 
Questo consenso di amorosi e diligenti studii di dotti 
stranieri non latini sopra il terreno neo-latino è confor- 
tante e il miglior indizio che si possa desiderare di un 
affratellamento spirituale nell' umana famiglia. 

La stessa benemerita Società Filologica Romana si è 
fatta calda iniziatrice di una pubblica sottoscrizione per 
la creazione di una Fondazione Ascoli, in onore del gran- 
de glottologo goriziano, che ha lasciata una così grande 
ed originale impronta nel campo della filologia, e special- 
mente sul terreno della filologia, indirizzando agli stu- 
diosi e agli amici italiani e stranieri il seguente appello, 
e sottoscrivendosi essa stessa per 300 lire : « Quando nel 
1876, venne a mancare il grande restauratore della filo- 
logia neolatina, Federico Diez, molti fra i cultori di essa, 
seguendo una consuetudine già vigente in Germania, ri- 
volgevano un appello agli studiosi d' ogni paese affinchè 






— 339 — 

concorressero a istituire una Fondazione Diez, la quale, 
mentre valesse a onorare la memoria dell'estinto, mirasse 
insieme a promuovere studi e lavori nel campo della disci- 
plina che Diez aveva sollevato al grado di scienza. Disce- 
poli e ammiratori del glorioso filologo di Bonn risposero 
numerosi e con larga generosità all' appello : onde ben 
presto la « Fondazione Diez » potè essere costituita in 
Germania, con un capitale il cui reddito ha già servito 
più volte a premiare alcuni fra i migliori lavori di filo- 
logia romanza. La Società Filologica Romana, che si onorò 
di contare fra i suoi soci Graziadio Ascoli, crede che Un 
simile omaggio debba rendersi alla memoria dell'immor- 
tale Maestro, e per questo ora propone che, accanto alla 
Fondazione Diez, esistente in Germania, sorga in Italia 
una « Fondazione Ascoli » con analogo intento. 

A tale scopo essa apre una sottoscrizione tra gli 
studiosi delle discipline filologiche e tra quanti furono 
amici e ammiratori dell' insigne scienziato, per raccoglie- 
re un capitale che consenta di assegnare periodicamente 
un premio al migliore lavoro di dialettologia romanza, 
di quella branca cioè della glottologia in cui 1' opera crea- 
trice dell'Ascoli segnò le orme più profonde ». 

Tra i primi sottoscrittori, segnaliamo S. M. il Ee di 
Italia,, per 1000 lire, Felice Puccio vecchio studioso li- 
gure residente a Firenze per 500 lire, il Comune di Go- 
rizia per 500 corone, il senatore Oreste Tommasini per 
500 lire, il comm. Marco Besso per 200 lire, la Regina 
Madre per 100 lire, Costantino Nigra per 100 lire, Paul 
Meyer per 50 lire, Ernesto Monaci per 50 lire, Carlo Se- 
gre per 50 lire, Ugo Balzani per 50 lire, Edmondo Sten- 
gel per 50 lire, molti altri per 20 lire. 

— La Società Filologica ha pure iniziata la stampa 
delle Laudi di Iacopone da Todi, secondo 1' edizione ra- 
rissima del Bonaccorsi (Firenze 1496), a cura di G. Ferri 
che sarà pronta in occasione del centenario di Iacopone 
dei Benedetti che sarà celebrato in quest' anno 1908 dalla 
città di Todi ; e una ristampa delle tre edizioni originali 
dell' Orlando Furioso. L' opera sarà divisa in tre volumi 
due dei quali conterranno, a fronte le edizioni del 1516 



— 340 — 

e del 1521 e il terzo conterrà ìa edizione del 1532, che 
pei molti mutamenti introdottivi dall'autore anche nel. 
l'ordine delle materie, non permetterebbe in nessun mo- 
do di mantenere il testo in continuo riscontro delle al- 
tre due. 

Studi neo-latini. — Seguiamo l'ordine delle notizie 
fornito dal quinto volume degli Studi Romanzi editi a 
cura di E. Monaci, pubblicato sullo scorcio del passato 
dicembre 1907, aggiungendo, ove ne sia il caso, alcu- 
n' altra notizia : 

Latino : E da segnalare il buon manuale scolastico 
del prof. C. H. Granclgent : An introduction to vulgar la- 
tin, Boston 1907, e la bella nota di 0. Salvoni, su Gli 
esempi romanzi nel nuovo Thesaurus Linguae latinae in 
Riv. di filol. class, eli W. Foerster e nella Zetschrift del 
Gròber XXX, fas. 5. Spetta alla filologia come alla pa- 
leografia del medioevo il lavoro del compianto Traube, 
« Versuch einer Geschichte der christlichen Kilrzung, » che 
forma il volume II dei Quellem und JJntersuchungen zur 
lateinische Philologie des Mittelatters. Per la letteratura, 
sono da segnalare le tre comunicazioni fatte da W, Me- 
yer di Spira nelle Nachrichten della Soc. delle Scienze 
di Gottinga : Smaradgd's Mahnbuchlein filr einer Karo- 
linger ; Die Oxforder Gedichte des Primas (magister Hugo 
von Orleans) ; Zu dem Tiresias- Gedicht des Primas und 
eine gereimte Umarbeitung der Ilias latina ; un volume 
del prof. C. Pascal : Poesia latina medievale, Catania 
1907, ove fra altri argomenti si tratta delle miscellanee 
poetiche di Idelberto di Tours e dei carmi medioevali at- 
tribuiti a Ovidio. 

Italiano : A. Boselli, Origine della lingua italiana, 
prolusione ad un corso di lett. ital. nelP Univ. di Malta ; 
G. Parodi, Sul raddoppiamento di consonanti postoniche 
negli sdruccioli italiani {Roman. Forschungen, XX,II) ; 
G. Bologna, Sui nomi composti della lingna italiana, Ca- 
tania 1907 ; Th. Gàrtner, Die, dierho, dino, che occorrono 
nei Frammenti del Libro dei banchieri fiorentini del 1211 
(Zeitschrift del Gròber, XXXI); A. Tobler Adonare del- 
l' antico ital., ricerca etimologica, nei Eendiconti dell'Ac- 



— 341 — 

cadernia di Berlino; A. Levi, La famiglia di Fanfarone 
(nella Zeitschrift del Gròber) ; A. Levi, Casi ali lapsus 
linyuae (negli Atti dell'Accademia di Torino) ; C. Salvio- 
ni. Lingua e dialetti della Svizzera italiana (Rendiconti 
dell' Istituto Lombardo, serie II, voi. XL) ; C. Salvioni, G. 
I. Ascoli e il dialetto friulano (Memorie storiche forogiu- 
liesi, voi. Ili) ; E. "Walberg : Saggio sulla fonetica del par- 
lare di Celerina-Cresta (Alta Engadina), Lund 1907; La 
traduzione italiana della Catino, di Sicco Polenton, ri- 
cerca sulP antico trentino, Trento 1906 ; E. Besta e P. E. 
Guarnerio, Carta de logu de Arborea, testo con pref. il- 
lustrativa (Studi Sassaresi, voi. III) ; A. Solmi, Sul più 
antico documento consolare pisano scritto in lingua sarda 
(Archivio Storico sardo voi. II) ; Tito Zanardelli, / nomi 
di animali nella toponomastica emiliana, Bologna, 1907 ; 
G. Crocioni, Nota sul dialetto del Diario di G. B. Bel- 
luzzi, (di San Marino), Roma, 1906 ; A. Silvani, / libri 
della Genesi e di Ruth figurati e Illustrati in antico ve- 
neto, Aosta, 1907 ; D. Olivieri, Gli Studi toponomastici nel 
veneto (Lettere Venete, 1907'; D. Olivieri, Appunti di topo- 
nomastica veneta (Studi glettologici italiani del De Gre- 
gorio) ; V. Crescini, Documenti padovani del periodo car- 
rarese (Atti dell 1 Istituto Veneto, t. LXI) ; G. Fabris, So- 
netti villaneschi di Giorgio Sommariva poeta veronese del 
secolo XV, Udine, 1907; G. Finamore, Documenti dialettali 
(abruzzesi), nella Bivista Abruzzese; Il Vocabolismo del 
dialetto di Troja (Foggia, Studi Glottologici, voi. IV) ; G. 
Pitrè, Voci siciliane alterate per etimologia popolare (Stu- 
di Glottologici, voi. IV); Note varie sulle parlate lombar- 
do-sicule (Memorie dell'Istituto Lombardo); M. G. Bara- 
toli, Das Dalmatische (voi. IV e V degli Schriften der 
Balkancom mission » . 

— Nella storia letteraria italiana, si segnalano : L. Sut- 
tina, Notizia sulV iscrizione ferrarese del 1135 (Studi me- 
dievali, II) ; A. Belloni, Per una iscrizione volgare antica 
e per uno storiografo del Seicento (ib.) ; M. Rigillo, Un 
segretario galante nel sec. XIII (Boncompagni) ; G. Fa- 
bris, Il più antico laudario Veneto, con la bibliografìa 
delle laude Vicenza, 1907 ; G. Spadoni, Il contributo delle 



— 342 • - 

Marche alla letteratura italiana nel periodo delle origini, 
(Eoma, 1907 ; S. Santangelo : « Intorno a una canzone 
politica di fra Guittone, Napoli, 1907 ; E. Percopo, Il 
Fiore e di Rustico di Filippo f Napoli, 1907 ; Milton Stuhl 
Graver, Sources of the beasi similes in the Italian Lyric 
of the thirteenth century ; B. Brugnoli, Fra Jacopone da 
Iodi e V epopea francescana, con ima lettera di Paul Sa- 
batier, Assisi, 1907; » G. Bertoni, Il dolce stil nuovo 
(Studi Medievali); B. Brugnoli, Attila, poema franco-ita- 
liano di Nicola da Casola. Friburgo, 1907 ; F. D' Ovidio, 
Nuovi Studi danteschi (Ugolino, Pier della Vigna, Simo- 
niaci, e discussioni varie), Milano, 1907 ; K, Mckenzie, 
Means and end in making a concordance with special 
reference to Dante and Petrarch, Boston; G. Traversari 
Bibliografìa Boccaccesca, Città di Castello, 1907 ; G. Tur- 
turro, La Griselda nel Petrarca ; G. Turturro : Una fa- 
miglia de.IV Esopo italiano, Bari, 1907 ; I. M. Angelini, 
Bino Frescobaldi e le sue Rime, Torino, 1907; P. Eajni 
Frammenti di un'edizione del Rinaldo di Montalbano in 
ottava rima, Firenze; A. Perducci, Notizia di un leggen- 
dario in dialetto lucchese del secolo XV, (nella Zeit- 
scheft del Gròber, XXXI) ; B. Wiese, Eine Sammlung 
alter italienischer Drucke auf der Rataschulbibliothek in 
Zwìckau ; L. Suttina, Intorno alla prigionia di Iacopo 
del Pecora da Montepulciano, (Rom. Forschungen, XXIII); 
A. J. Cook, Tasso's La Fenice (ib.); G. Bonifacio, Giul- 
lari e uomini di corte nel 200, Napoli, 1907: C. Dejob, 
La fot religieuse en Italie au qnatorzième siede, Paris, 
1908; G. Crocioni, / Teatri di Reggio nelV Emilia; Ive, 
Canti popolari Velletrani, Eoma. 1907 ; De Gubernatis, 
La peèsie amoureuse dans la Renaissance Italienne, (Eo- 
ma, 1907); Vincenzo Ansidei : Le miniature alla mostra 
d'antica arte umbra, Perugia,, 1907; Lo stesso: Un do- 
cumento del 21 gennaio 1400 relativo ai savj dello studio, 
Perugia, 1907 ; Lo stesso, Memorie sulla famiglia Bon- 
cambi, Perugia, 1907. 

Studi elvetici : Gauchat, Langue et patois de la 
Suisse Romande, Neuchàtel, 1907. 

Studi francesi ; W. Foerster, Altfranzósisches Uè- 



— US - 

bungsbuch, Leipzig 1907 (terza ediz.); G. Eydberg, Zur 
Geschichte der franzósischen e ; D. Fryklund, Les chan- 
gements de sìgniftcatìon des expressions de droite et de 
gauche dans les langues romanes et spéeialement en Fran- 
cai*, Upsal, 1907; Un' etimologia francese (par coeur); E. 
Langlois, Gai de Mori et le Roman de la Rose, Paris, 
1907 ; E. Langlois, Le Jeu du Roi qui ne ment et le Jeu 
da Roi et de la Reine (Rom. Forschungen, XX1I1) ; Me- 
yer aus Speyer, Wie Ludwig IX d. H. das Kreuz nahm 
(canzone antica francese in un manoscritto di Cambrid- 
ge), Gottinga, 1907 ; A. Parducci, Notizia di un ms. con- 
tenente componimenti religiosi in antico dialetto piccardo ' 
(Zeitschrift del Gròberg, XXX); N. Zingarelli, Il Guil- 
laume de Pater me e i suoi dati di luogo e di tempo, Pa- 
lermo, 1908; N. Zingarelli, V unità della chamon de Ro- 
land (Rivista d' Italia, ott. 1907) ; Anna S. De Feo, La 
donna nelle Chansons de geste ed Alda la bella (Rivista 
d'Italia, sett. 1907). 

Studi provenzali : C. Chabaneau, Le moine del Isles 
d'or (Annales du Midi, 1907); R. Ortiz, Amanieu des 
Escas e' om apela Dieu d' amors (Rendiconti della R. Ac- 
cademia di archeologia di Najioli) ; V. De Barthólomaeis, 
Du ròte et des origines de la tornade dans la poesie ly- 
rique du moyen dge (Annales du Midi, 1907); N. Zinga- 
relli, Re Manfredi nella memoria d' un trovatore, Paler- 
mo, 1907 ; N. Zingarelli, Qunan lo boscatges es floritz 
(Rom. Forschungen, XXIII); P. Rajna, La patria e la 
data della Santa Fede di Agen (ib.) ; E. Portai, / moderni 
trovatori, Milano, 1907. 

Studi spagnoli e portoghesi : D. Lopez, Trois faits 
de phonètique historique arabo-hispanique, Paris, 1906 ; 
L. Weigert, Grammatische Bemerkungen zur Sprache des 
Cervantes, Berlin, 1906 ; L. Weigert, Untersuchungen zur 
Sjyanischen Syntax auf Grund der Werke des Cervantes 
Berlin, 1907; F. Hanssen, Notas a la vida de Santo Domin- 
go de Silos, Santiago de Chile, 1907 ; J. J. Nunes : Clire- 
stomathia archaìca ; excerptos da litteratura portuguesa, 
Lisboa, 1906; A. Gassner, Die Sjjrache des Kónigs von 
Portugal, Erlangen, 1906, Revista Lusitana, volume IX. 






- 344 — 



Francia. 



— Il Consiglio dell' Università di Grenoble delibe- 
rava il 9 passato novembre la fondazione dell'Istituto 
Francese di Firenze. Esso dipenderà dalla Facoltà di let- 
tere come annesso all' insegnamento di lingua e lettera- 
tura italiana e la direzione ne sarà affidata al professore 
incaricato di tale insegnamento nella Facoltà di Greno- 
ble, che è ora il Lucaire. 

L'Istituto comprenderà: 

1. Una sezione di lettere italiane. — Gli studenti di 
italiano della Facoltà di Grenoble, in soggiorno a Firenze, 
gli antichi studenti della Facoltà, i diplomati o aggregati 
di altre Facoltà, gli studiosi liberi potranno venire accolti 
ufficialmente a questo Istituto. 

Il professore incaricato della direzione dell'Istituto, 
durante i suoi soggiorni a Firenze (e durate le assenze di 
questi il segretario dell' Istituto residente a Firenze), di- 
rigerà i lavori degli studenti, interverrà in loro favore 
a nome dell' università presso le autorità universitarie 
italiane, faciliterà le ricerche necessarie ai loro lavori e, 
in generale, spianerà ad essi le difficoltà della vita al- 
l' estero. 

2. Una sezione di Storia dell' arte. 

3. Una sezione di lettere francesi. 

4. Un ufficio per le relazioni scientifiche e letterarie 
fra l' Italia e la Francia. 

Ogni anno sarà inoltre organizzata una serie di con- 
ferenze per il gran pubblico, affidata a noti professori e 
letterati francesi. 

Una delle sale dell'Istituto conterrà una biblioteca 
di consultazioni per lo studio della letteratura francese, 
che rimarrà aperta al pubblico. 

— La Revue di Parigi ha pubblicato una serie di 
lettere inedite di Victor Hugo alle sue amiche. Le lettere 
specialmente a Delphine (Madame Emile de Girardin) 
scritte dall' esiglio di Jersey sono interessantissime, e 
presentano, oltre che un Hugo che ha tempo da dedi- 



— 345 — 

care alle lettere amorose, una Delphine più simpatica 
della Delphine politicante, della quale, quando fu morta 
Sainte-Beuve non voleva parlare, accusandola, con le sue 
stesse reticenze: « Et d'abord, scriveva Sainte-Beuve,j e tra- 
cerai un cercle autour de mon su] et, et je dirai à ma pensée 
et à ma piume : Tu rì iras pas plus loin. A l' intérieur de 
ce cercle, de ce cadre indispensable, dont il faut entourer 
toute figure de femme belle et spirituelle, n' entreront 
point du tont, on du moins n' entreront qu'à peine età 
mon corps défendant, les éclats, les ricochets de la poli- 
tique, de la satire, les reminiscences de la polémique, 
toutes choses du voisinage et auxquelles, si on se lais- 
sait faire, un si riche sujet pourrait bien nous convier. 
Je ne prendrai en M.me de Girardin que la femme, le 
poète de société et de théatre, le moraliste du monde et 
des salons, Delphine, Corinne et le vicomte Charles de 
Launay, rien que cela. » Ma la Girardin sotto il Pseudo- 
nimo di Vìconte de Launay, nel 1845, aveva nelle sue 
Lettr es Parisiennes trattato Sainte-Beuve come un rinne- 
gato politico, che avea fortuna nei salotti classici ed aristo- 
cratici sostenuto dalle donne, mentre che per conto suo 
diceva : « La véritable mission des femmes est de secou- 
rir ceux qui luttent seul et désespérément ; leur devoir 
d' assister les héroismes en clétresse ; il ne leur est per- 
mis de courir qu' après les persécutés ; qu'elles jettent 
leurs plus doux regarcls, leurs rubans, leurs bouquets, 
aux chevaliers blessés dans 1' arène, mais qu' elles refu- 
sent mème un applaudissement au vainqueur félon qui 
doit son triomphe à la ruse. » 

— A proposito della raccolta di racconti in due vo- 
lumi di Jules Lemaìtre pubblicata sotto il titolo: En 
marce de vieux livres, Nicola Ségur nella Bevue, ci dà 
un quadro retrospettivo della critica negli ultimi tre de- 
cennii del secolo decimonono. 

« Les lettres francaises étaient plus riches, plus ailées 
et plus riantes, quand 1' auteur des Contemporains dai- 
gnait encora tenir une piume légère de lundiste et de 
journaliste en sa main. Il ne s' était pas alors donne tout 
entier au théatre et à la politique, mais narquois et in- 



— 346 — 

saisissable i) nous racontait dans ses billets de matin, ses 
feuilletons, ses chroniques, les impressions de ses lectu- 
res, ses vues profondes et justes sur la littérature ou 
encore ]es propos de 1' onde Sercey et les rencontres et 
les conversations mémorables de mademoiselle Victorine 
Demay de 1' Horloge et de M. Ernest Renan de l' Insti- 
tut. C était le bon temps. La France n'avait pas encore 
eu l'affaire Dreyfus et on dirait qu'qlle en était plus 
gaie, plus alerte, plus spirituelle, plus gauloise. A Bru- 
netiere, qui professait gravement 1' objectivité de la cri. 
tique et P hiérarchie des genres, M. Anatole France ré- 
pondait fermement que les conditions du cerveau humain 
étaient affreuses; la critique personnelle lui paraissait la 
seule critique possible. Près de lui, M. Jules Lemaìtre 
s' amusait de doctes gamineries et il y avait mème M. 
Desjardins qui, sans sourire, prenant tout au sérieux, do- 
tait d' un grave Jérémie la nouvelle secte impressionnì- 
ste. N' ayant pas encore découvert la Lorraine, M. Bar- 
rés lancait de temps en temps par le Figaro ses reten- 
tissantes et inoubliables plaisanteries, véritables chefs 
d'oeuvre du genre. Du haut de son piedestal de gioire, 
Ernet Renan, incline déjà vers le conchant de la vie, 
pouvait bénir tous ces jeùnes gens qui pour la plupart 
croyaient s' inspirer de lui. » 

— Nella stessa Revue (15 gennaio 1908), Ernest Tis- 
set ; incorni acia una serie di profili sotto il titolo : Prin- 
cesses de lettres. Il primo profilo è dedicato a Avvede 
Barine. 

— Edouard Schuré presenta nella Revue, l'ultimo 
libro di Jean Dornis : Le roman italien contemporain, di- 
cendo: « L' étude de Jean Dornis d' une sympathie vi- 
brante et d' une hante impartialité est plus que littéraire ; 
elle est sociale et philosophique et a la valeur d'une 
sorte cZ' histoire de V dme italienne au XIX siede » e con- 
chiude: « Ecoutons maintenant la conclusion de Jean 
Dornis sur 1' ensemble de ses études. « Ainsi partis, les 
uns de la foi religieuse, les autres de la passion paienne, 
les autres de 1' amour du peuple, les autres des inquié- 
tudes philosopbiques ou sociales, ces homme sont liès 



— 347 — 

entre eux, daus leur effort, par un sentiment de la 
" spiri tualitè „ qui les montre non pas en station, mais 
en marche vers un point unique. » Ce point, quel est-il ? 
Essayons de le dire en concluant à notre tour. Depuis an 
quart de siècle, l'Italie oscille entre V hellénisne et le 
christianisme. Renoncer à une de ces deux traditions, ce 
serait abdiquer sa mission, ce serait se renier elle-mème. 
Car elles font partie 1' une et 1' autre de sa vie, elles 
sont en quelque sorte le sang de son coeurs. Elle rève 
donc leur synthèse, Jeur fusion harmonieuse dans une 
formule nouvelle de la pensée, de 1' art et de la vie. Elle 
ne 1' a pas encore trouvée, mais elle la cherche ardem- 
ment, obstinément et sans relàche. Ne faut il pas 1' en 
leuer et l' en applaudir? C'est beaucoup déjà de voir 
briller les feux tournants d' un fare, quond le navire 
cherche sa route entre cles écueils. La lumière intermit- 
tente perce les ténèbies ; e' est le signe que la terre fer- 
me n' est pas loin. Et la solutions de cette grande question 
ne semole telle pas réservée aux race* latines par leur 
glorieux passe ? Les livres qui, cornine celui de Jean 
Dornis, posent le problème avec une noble franchise et 
une sympatie penetrante sont faits pour èclairer la rou- 
te de ceux qui veulent aller de 1' avant. » 

— Il romanzo di Gustave GefFroy « L' Apprentie » 
è divenuto un dramma in due parti e dieci quadri che 
ha ottenuto un gran successo all' Odeon. Se bene il ro- 
manzo, che riguarda la guerra del 1870 e la Comune e 
da cui fu tolto il dramma, rimanga sempre superiore al 
dramma per qualità di stile, questa inferiorità viene com- 
pensata a Parigi dalla magnificienza della mise en scène. 

— Nuove pubblicazioni francesi segnalate : « La 
Bourgeoisie franeaise au XVII siècle, par Charles Nor- 
mand, » Paris, Alcan ; « Le maréchal de Gassion, 1609- 
1647, d'apris de documents inédits » par le cap. Henri 
Choppin, Paris, Berger-Levrault ; « Quarante huit, Essais 
4' histoire contemporaine » par Robert Dreyfus ; « La 
Société franeaise pendant le Consulat, sixième serie, par 
Gilbert Stenger » Paris, Perrin ; « Un Girondin, Fran- 
cois Buzot > par Jacques Hérissay, Paris, Perrin; Louis 






— 348 — 

Napoléon Bonaparte et la Revolution de 1848, par Andre 
Lebey, Paris, Juven ; « Les Maìtres de l'art. Giotto » 
par C. Bayet ; « Histoire populaire d' Emile Zola, » par 
Paul Brulot, Paris, librairie mondiale (lo Zola è presenta- 
to ai giovani come un lavoratore indefesso, e come una 
salda tempra d' uomo dotato di una volontà trionfatrice). 

— Tra i nuovi romanzi, si annunzia : « La peine de 
vivre » di Jean Lorédan, Paris, Flammarion. 

— Nel mese di marzo 1' Accademia Francese dovea 
nominare tre successori a tre posti lasciati vacanti da 
André Theuriet, Sully Prudhomme e Berthelot. Concor- 
revano al primo posto Henri de Régnier, Richepin, il 
poeta Haraucourt (Conservatore del Museo di Cluny) e 
Jean Lahor, al secondo Jean Aicard, Emile Bergerat, A. 
Dorchain, e M. Poincaré, al terzo Francis Charmes. 

— Fu notata nella inchiesta promossa dalla Deutsche 
Revue sopra l'avvicinamento tra la Francia e la Germa- 
nia, la diatriba di Paul Bourget, che se la pigliava con 
Kant e con Riccardo Wagner, sostenendo che la Francia 
non ha ricevuto dalla Germania nulla di buono ; la Revue 
ricorda all' accademico Bourget eh' egli stesso ci ha fatto 
sapere « qu' il appartient, par sa mère, à une famille lor- 
raine, venne d' Allemagne. » 

— Il prof. J.Bonnard dell'università di Losanna ha 
fondato una Union romane, per combattere l' invasione 
della lingua tedesca nella Svizzera latina. 

— Anatole France ha pronto un nuovo libro « Les 
Pingouins », i prototipi « des prèjuges et des sottises des 
humains de tout acabit ». 

— A proposito d' alcune lettere dirette da Alfredo 
de Vigny al principe Massimiliano di Baviera che voleva 
essere informato sopra la letteratura romantica francese, 
la Revue osserva: « exemple rare; il n' y disait que du 
bien de ses confrères, mème de ceux qu' il n' aimait pas. 
Ceci confirme bien la réputation de gentilhomme du 
grand poète. Vigny avait le droit d' écrire un jour daus 
son Journal cette belle et flèreparole. « Je n' ai fait de 
mal a persone. Je n' ai pas écrit une ligne contre ma 
conscience, ni contre aucun ètre vivant. » 



— 349 - 

— Nella Nouvelle Revue del 1. gennaio 1908, Marcel 
Dieulafoy annunciando una traduzione integrale dell'opera 
di Guillen de Castro, che servì al Cid di Comeille, studia 
su nuovi documenti, la gioventù del Cid, mostrando co- 
me la verità storica sia ben lontana dalla leggenda ro- 
manzesca raccolta da prima dal Castro, poi dal Comeille. 

— Nella Eevue des Deux Mondes del 1. gennaio 1908 
il marchese Costa de Beauregard, sotto il titolo U Envers 
d' un grand hornme mostra le debolezze del Duca poi Ite 
Vittorio Amedeo II, occupandosi specialmente della fa- 
mosa sua favorita, la marchesa di Spigno. 

— La Eevue de Paris ha pubblicato una serie inte- 
ressante delle lettere di G. Bizet a sua madre, nel tempo 
in cui era pensionato all' Accademia di Francia in Roma. 

— Il Mercure de Franco del 1. gennaio 1908, ha un 
interessante studio di Henri Bachelin sopra il letterato 
Jules Renard, autore del classico Poil de cavotte, lo 
scrittore umanitario che sentiva tanta compassione per 
gli infelici ; Leon Séché vi pubblica una serie di lettere 
di Hortense a Sainte-Beuve. 

— La commedia di H. Loyson Anime nemiche tra- 
dotta in italiano venne rappresentata con buon successo 
a Milano ed a Napoli dalla Compagnia Ruggeri-Gram- 
matica. 

— Ha destato molto rumore e molto malumore nel 
Belgio 1' ultimo libro di Octave Mirbeau, l' autore del 
Jorunal d? une ferrane de chambre, un libro automobili- 
stico, e intitolato dalla sua automobile La 628-E 8, scritto 
perciò in fretta, su cose vedute superficialmente, e pieno 
di spiritosaggini, che ai Belgi apparvero insolenze gra- 
tuite ; alcuni si sono sdegnati e ne hanno riso ; di questi 
Camille Lemonnier nella Revue del 1. marzo 1908 rias- 
sume così il giudizio complessivo: « C'est une parade où 
1' auteur est à la fois la grosse caisse, le barnum, le pre- 
pose au controle et 1' homme sauvage qui roule des yeux 
blancs eri mangeant des lapins vivants. Et des lapins, 
Dieu sait si on lui en a pose. M. Mirbeau qui a un es- 
tomac d'autruche, s' en est regale. Les Belges ont ri de 
leur bon rire, simplement, en pensant que M. Mirbeau 



— 350 — 

avait tout de mème un peu vieillì. » Iwan Gilkin, l'in- 
signe poeta belga, letto il libro di 0. Mirbeau, scrisse : 
« Il y a du boo et du mauvais dans cet étrange ouvrage. 
Le mauvais, ce sont les sottises qu' il débite sur Bruxelles, 
sur les Belges et sur leur roi, qu' il amai vus, qu'il n' a 
peut-ètre pas vus de tout, et touchant lesquels il s' est 
laissé conter des bourdes énormes par de bons fumistes ! » 
e un altro poeta in voga spaccia il nuovo libro con que- 
ste parole : « La 628-E-8 est un gros numero littéraàre, 
qui ressemble foit aux autres productions de son auteur. 
Monsieur Mirbeau s' est fait une specialité désespérée 
dans la caricature triste, rageuse et maniaque. C'est un 
déformateur par impuissance. » Sentiamo ancora i giù- 
dizii di due professori, Pirenne dell' Università di Gand, 
e Poi Errerà dell' università di Bruxelles. Dice il primo: 
« L' ignorane? que les sarcasmes de M. Mirbeau trahis- 
sent chez leur auteur est si monumentale qu'il vaut 
mieux n' y pas répondre. Il a beaucoup parie des ridi- 
cules qu' il a découverts chez nous. Jouissons a notre 
tour de celui qu' il nous offre ; le ridicule d' un critique 
qui ne connait point ce dont il parie. » ; e 1' altro. « Croyez- 
vous que' il faille discuter sérieusement les boutades 
d'Octave Mirbeau? Il en est des malveillantes sans 
doute. Certains de nos travers bruxellois sont grossiere- 
ment exagérés et génèralisés. Mais pourquoi protester, 
alors que les Francais bien plus malmenés que les Belges 
dans La 628-E-8, ne songent guère à se plaindre ? Cette 
fois encore, faisons donc comme on fait à Paris... » Le. 
zione ben meritata. Se 1' odierna facilità di viaggi inter- 
nazionali deve servire saltanto per visitare in fretta i 
popoli vicini per renderli antipatici e screditarli, meglio 
rimanersene prudentemente a casa. 

— Michel Brèal ha pubblicato in una rivista tedesca 
uno scritto di ricordi intitolati : Ce que je dois à V Alle- 
magne, di cui parla con molta imparzialità, per conchiu- 
dere che in fondo il francese mena minor vanto di sé 
che il tedesco, sconoscendo talora alcune delle sue mi- 
gliori qualità. 

— A proposito del nuovo libro di S. Merlant sopra 






— 351 — 

Sénancour, (Sénancour, son oeuvre, son ìnfluence) lodando 
il libro come « consciencieux, judicieux, souvent fin. » 
Emile Faguet scrive nella Revue del 1. marzo 1908, una 
pagina deliziosa sui motivi passionali che mossero Sain- 
te Beuve a inventare Sénancour per far dispetto a Cha- 
teaubriand. 

« D' ou vient qu' un homme comme Sainte-Beuve ait 
place si haut Sénancour et lui ait dressè un piédestalsi 
magniiìque ? Prenez cette clef, je crois qu' elle est bonne ; 
Sainte-Beuve ne s' est jamais trompé excepté quand il avait 
un intérèt-intérèt de passion à se tromper. Or il clevait se 
tromper sur Sénancour à cause d' un intèrèt de passion. 
Il détestait Chateaubriand, clepuis 1820, depuis toujours. 
Pourquoi ? Parce que Chateaubriand avait été aimó des. 
femmes. Jamais Sainte-Beuve n' a pardonné cela a per- 
sonne (Sainte-Beuve non solo non era bello, che poco 
avrebbe importato, ma aveva una gran testa, una grossa 
faccia bovina, che dovea renderlo ripulsivo). Il détestait 
donc Chèteaubriand. Instinoti vement, il a cherché à le dé- 
posséder, doucement, peu à peu, insensiblement, en tapi- 
nois, par de secrètes et incessantes pesées, de son privilège 
de fondateur du romantisme. Dès lors et l' homme qui 
avait critiqué amérement le « Genie du christianisme » 
et 1' homme qui avait donne Obermann dès 1804, e' est à 
dire avant la pubblication de René, cet homme devait 
ètre infiniment cher, délicieusement cher à Sainte-Beu- 
ve. Et il fallai t qu' on lùt Obermann et qu' après avoir 
lu Obermann, on fùt conduit a lire la critiqué de Sé- 
nancour sur le Genie du Christianisme. Voilà, je crois, 
tout le mystére. Je le dis tout à trac; mais je suis sa- 
tisfait que M. Merlant l'ait dit aussi très diseretement, mais 
enfìn 1' ait dit : « La critiqué se sait gre de comprendre 
à fond le grand poete avorté. Ce qu' il y a en lui de ré- 
fractaire au succès, mais aussì de supérieur aux échecs 
plait à Sainte-Beuve. Il V oppose aux gloires bruyantes. » 
C est bien cela ; opposer Sénancour, sans en avoir 1' air, 
à Chateaubriand et aussi, un peu plus tard, se consoler 
de 1' échec de Volupté en démontrant qu' Obermann, qui 
a passe inapercu est un chef-d'oeuvre, tei est le secret, 



— 353 — 

facile à pénétrer, des paroles, louangeuse prononcèes par 
Sainte-Beuve sur Sénancour en 1832, en 1833, eri L836, en 
1853, en 1954, tonjours. Notez du reste que tout ce qu' 
il a dit de Sénancour est juste, mais seulement entiché 
d' hyperbole, comme on' aurait dit au XVII siècle. » 

— Segnaliamo questi altri recenti libri francesi ; Gué- 
non, Influente de la musique sur les animaux, particuliè- 
rement le cheval, 1898 ; Morale des idées-forces par Alfred 
Fouillé : Le monde vegetai par Gaston Bonnier. 

— Tra i nuovi poeti, Leo Largnier, autore della 
« Maison du poète », degli « soleinents », ed ora di un 
poemetto rustico « Jacques » ; Madame L. Delarue-Ma- 
drus autrice di un quarto volume di versi sotto il 
titolo « La Figure de prone », e Julien Ochsé, autore di 
un « Jnvisible concert » . 

— Joseph Vianey professore alla facoltà letteraria 
di Montpellier ha pubblicato presso Coule et fils di Mont- 
pellier, un libro intitolato : Les sources de Leconte de 
Lisle ; il nostro Alfredo Niceforo, presso la Librairie Uni- 
verselle di Parigi un nuovo lavoro importante : « La pò- 
lice et V enquéte judiciaire scientifique » ; Gerard de La- 
caze-Duthiers presso OllendoriT un volume : « V Unite de 
V art » ; citiamo ancora Moralistes et poétes par Maurice 
Souriau ; Liberté et Beante, par F. Koussel-Despìerres ; 
L'etile brisée roman par Louis de Re meuf; Dans V ombre 
du soir roman, par Renée d' Ulmèr ; Jean des Brebis, le 
Livide de la Misere nouvelles par Emile Moselly; V in- 
vasion, pas Louis Bertrand. 

— Si annuncia un nuovo romanzo di psicologia po- 
polare di Anatatole France ; e un volume di studii lette- 
rari e filosofici sotto il curioso titolo : Pingouins. 

— A proposito della discussione sollevata intorno 
all' utilità e opportunità de' premi letterarii, Georges 
Le Cardonnel s' era diretto a parecchie nuove riviste sorte 
a Parigi e in provincia, per provocarne il parere sulla 
questione : la Revue ha pubblicato questi pareri, facen- 
doci conoscere i nomi di queste riviste, fatte in gran 
parte da giovani, e sono : Le Beffroi di Lille, Les entre- 
tiens réalistes redatti da Eduard Gueiber e Paul Vuil- 



— 353 — 

liaud, Le Feu di Marsigia ; Les Feuìllets, dove scrivono 
Joseph Eapine e Marcel Thellier, La Eevue Neo-roman- 
tique, redatta specialmente da André Joussam, Maurice 
de Bergal, Camille Beaulieu, la Phalange, a capo della 
quale stanno Jean Rovere et Jjóon Frapié, la Poesìe di 
Tolosa, La Eevue des lettres, di cui è segretario generale 
Alphonse Millot, La Renovation Esthétique, Les Pages 
Libres, Le Semeur ; quasi tutte queste riviste si dichia- 
rano contro i premii di poesia. 

— Segnialiamo un libro interessante di Th. de La- 
nessan : « L' éducation de la femme moderne » Paris 
Alcan. Lo stesso editore ha pubblicato un altro bel libro 
inteso a promuovere una nuova educazione estetica, sotto 
il titolo : « Liberto et Beauté ». 

— Nel Nederland olandese è comparso un largo studio 
d' Is. Guerido sopra il Rousseau. 

— Vennero pubblicati frammenti d' un libro rimasto 
inedito di Paul Verlaine, intitolato « Voyage en France. 
par un Francais » prosa ipocondriaca che sembra risalire 
all'anno 1881. 

— Victor Margùeritte, separatosi dal fratello Paul 
rimasto spiritualista, ha scritto un romanzo naturalistico 
intitolato : Prostituée. 

— Si annunzia un' opera importante di Joseph Bé- 
dier successore di Gaston Paris al Collège de France, in- 
titolato : Les légendes épiques. 

— Si segnala un romanzo di Réne Bazin apparso 
nella Revue des Deux Mondes : « Le blé qui lève » . 

— Notevole, nella stessa rivista, il carteggio fra il 
Tocqueville a il Conte di Gobineau. 

— La Revue Bleue ha pubblicato in traduzione fran- 
cese, sotto il titolo Le lìerre, il romanzo di Grazia Deledda 
(Edera). 

— Notiamo fra le novità : < La Morale des ólites » di 
Paul Adam, Paris, Méricaut ; « De la sensation d' art » di 
Péladan, Paris, Sansot ; « Ecrivains et soldats » di E. Biro, 
Paris, Falque ; « Le cheval blanc » di Leon Barracand, 
Paris, Plon; « Eugènie de Guerin intime » di C. de Col- 
leville, Paris, Libr. des Saints. Péres ; « Pessimisme, fé- 

23 






— 354 — 

minisme, moralisme », di C. Bos , Paris, Alcan ; « L' esprit 
nouveau dans le catholicisme » di L. G. Lévy Paris, Fi- 
schbacher ; « Ecrits et lettres » di E. Carrière, Paris, 
Mercure de France. 

— Giorgio Barini pubblicava nella Tribuna di Roma 
del 5 dicembre un suo studio sulla vita del poeta Paul 
Verlaine. 

— Al Teatro della Porte Saint Martin di Parigi 
ebbe grandissimo incontro il nuovo dramma in cinque 
atti e un prologo di Victorien Sardou : V affaire des poi- 
som. Il soggetto si svolge intorno all' indovina Voisin 
avvelenatrice, all' abate Griffard, e alla Montespan una 
delle belle di Luigi XIV, la quale perduto il favore del 
Re, vuole riacquistarlo per mezzo di filtri che la Voisin 
deve procurarle perchè essa li faccia bere dal Re, ma la 
Voisin invece di filtri le dà veleni, incaricata di questo 
scambio dagli amici di Fouquet soprintendente di finanza 
caduto in disgrazia, che vuole veramente far avvelenare 
il re. Scopertasi la trama, il Re per impedire lo scandalo 
sopisce l'affare. Il dramma apparve mirabilmente sceneg- 
giato e mosso : 1' abate Griffard il vero eroe della pièce 
sostenuto nella rappresentazione da Coquelin ainè, inte- 
ressantissimo ; il pubblico rimase affascinato, applaudì e 
chiamò più volte al proscenio, il meraviglioso autore, che 
da vecchio, mostra ancora, oltre 1' antica maestria, tanto 
brio giovanile, tradotto in italiano, il dramma ebbe pure 
lieto successo a Milano. 

— Intanto, altre novità drammatiche francesi, pas- 
sarono sulle scene italiane : Son pére, commedia in quat- 
tro atti di Guiche, dal teatro del Vaudeville, Potachon 
in quattro atti, di Maurice Hennequin et Felix Dusque- 
net dal teatro del Vaudeville, Amour velile in quattro, 
atti, di De Flers Cailleret, dalla Comédie Frangaise, 
V èventail degli stessi autori, dal teatro del Gymnase, 
Chacun sa vie di Albert Guinon, dalla Comedie Fragaise, 
La maitresse de piano di Felix Desquenel, dal Teatro di 
Sarah Bernardt ; Vingt Jours à V Ombre, tre atti di Hen- 
nequin e Weber; e il Million di Jules Claretie, tradotto 
da Olga Lodi. 



— 355 — 

— Il Presidente del Consiglio dei Ministri Clémen- 
ceau venne ammesso il 19 dello scorso dicembre nella 
Societé des Gens de Lettres, insieme con Raymond Poin- 
caré ! Clémenceau, oltre che uomo politico, è oratore, 
filosofo, storico, autore drammatico e romanziere. 

— Octave Mirbeau, allettato forse dall' esempio del 
Rabagas capolavoro del Sardou, tentò di tare rappresen- 
tare una sua commedia satirica alla Commedia francese, 
ma gli venne rifiutata a motivo delle soverchie personalità. 

— Edmondo Rostand ha terminato e consegnato al- 
l' attore Coquelin la sua favola in versi, dal titolo Cha?i- 
tecìctir, così vivamente attesa. Chanteclair, come è noto, 
è chiamato il Gallo, nel noto romanzo della volpe. La 
favola vien riassunta così da Gabriele Gabrielli?: Il pro- 
tagonista è un gallo : un superbo, bellissimo gallo, che 
intona, tutti i giorni, all' alba, il suo canto trionfale, 
parsuaso che, senza di esso, il sole non si leverebbe ! Gli 
altri volatili del cortile, e i rivali, sono tenuti a bada 
dall' alterigia del gallo trionfatore. Tuttavia un brutto 
giorno, capita che il gallo s' innamora perdutamente, e, 
poiché i galli innamorati perdono la voce, ecco che Chan- 
teciair — il gallo trionfatore — non getta più all' aria il 
suo sonoro chicchirichì. Il sole, naturalmente, continua a 
sorgere, ed il superbo re del pollaio diventa lo scherno di 
tutto il cortile. 

— Carmine Di Pierro ha pubblicato un esteso e dili- 
gente studio su Federigo Mistral, il grande poeta evoca- 
tore della Provenza, nella Nuova Rassegna di letteratu- 
re moderile. 

— Nella stessa rivista, Mario Chini dà notizie sul 
felibrismo, i felibri, e i loro giornali e almanacchi. 

— Il Duca De la Salle de Rochemaure ha pubblica- 
to, in dialetto dell'Alvernia, e in francese, un interessan- 
te volume nel quale descrive una sua visita fatta a Mi- 

' strai in Maillane, ove, oltre il gran maestro, la sua di- 
mora, e la sua famiglia, vengono in scena molte altre 
cose singolari ed attraenti. 

— Nella Revue, troviamo questa notizia : « On sait 
que Madame Adam accueillit les débuts littéraires de 



— 356 — 

Paul Bourget. Mais e' est elle, également, qui clécouvrit 
le délicieux Pierre Loti. Quand elle fonda la Nouvelle 
Bevue, en effet, elle s' adressa à .1' editeur Calmann Lévy, 
pour lui demander ce qu' il avait parmi ses manuscrits. 
C. L. ouvrit obligeamment ses tiroirs. Dans la foule des 
titres un parut à la nouvelle directrice fort originai : Le 
Mariage de Loti. Elle lùt, fut conquise et publia. » Loti 
ha pubblicato un euovo romanzo: Les Désenchantées. 

— Fouilles de V Ecole frangale à Bologne. Tale è il 
titolo di un libro che il giovane scienziato francese A. 
Grenier ha licenziato per le stampe, estraendolo dalla mi- 
scellanea d' archeologia e di storia, pubblicazione fatta a 
spese della scuola francese in Roma, tomo XVII Maggio e 
Ottobre 1906 e 1907. Il Grenier, che è uno innamorato del- 
la scienza archeologica, ha intrapreso una serie di lavori 
archeologici, tolti dagli oggetti trovati negli scavi fatti. 

Avere scelta Bologna quale mèta di tali studi, torna 
di sommo onore, nonché della scienza, di Bologna, della 
Regia Università degli studi, del grandioso Municipale 
Museo e dei numerosi studiosi di storia e di archeologia, 
primo fra i quali il Professore Ingegnere Zannoni, vero 
inspiratore e Maestro al Grenier come egli stesso lo 
chiama con queste gentili espressioni: 

« Je suis heureux d'exprimer ici ma trèsgrande recon- 
naissance à M.r l'Ingénieur Zannoni, l'infatigable explo- 
rateur des nécropoles villanoviennes et etrusques de Bo- 
logne. Durant tout le cours des tràvaux, il a bien voulu 
me prèter l'aide aussi dévouée que desinteressée, de son 
expérience d'archéologue et d'Ingénieur. Sa précieuse col- 
laboration réduisit à leur minimum les inévitables taton- 
nements du début. Il me fut de guide sur dans le choix 
des emplacements à fouiller, tandis que son amicale as. 
sistance me facilitait les délicates nógociations avec les 
proprietaires des terrain. » 

Ogni elogio all'Illustre prof. Zannoni sarebbe super- 
fluo, dopo ciò che chiaramente e affettuosamente ha detto 
il Grenier, uno dei pochissimi scienziati che riconosca 
sinceramente l'opera di chi gli fu d'aiuto e di guida in 
una impresa pur tanto difficile ed arida ad un tempo. 



— 357 — 

Per incidente possiamo asserire, e ciò per maggiore 
incremento della storia e dell'archeologia, che lo Zannoni 
concede l'onore agli scienziati di consultare tre grandiose 
opere da lui fatte stampare e poste in vendita, e cioè : 
Scavi della Certosa; La fonderia di Bologna ; Le Arcai- 
che abitazioni di Bologna ; opere queste che già furono 
premiate alla Regia Accademia dei Lincei, e delle quali, 
con altre, come vedremo, tanto servirono al lavoro del 
Grenier del quale teniamo parola. 

L'opera del Grenier, intanto, che gli costò sei mesi di 
fatiche, d'indagini e di dispendio, consta di un bel volu- 
me di 130 pagine di testo e 99 disegni di altrettanti og- 
getti di divèrse forme, di terra cotta, di bronzo, d'ar- 
gento, di ambra e tre piante topografiche ed una bellis- 
sima ed estesa pianta generale degli scavi praticati nelle 
diverse epoche, divisa in diversi gruppi così indicati : 
quattro gruppi della Certosa ; uno nel predio Aureli, uno 
Battistini, uno De Luca ; cinque dell'Arnoaldi Veli. Que- 
sti ultimi e quelli De Luca sono d'epoca etrusca. 

Vi sono inoltre degli scavi Benacci, Caprara, Gugliel- 
mini, Romagnoli, Melenzani, S. Paolo di Ravone, Gra- 
binski, Tagliavini, Stradello della Certosa; e dell' epoca 
Villauova, il Grenier fa una chiara esposizione storica 
archeologica accennando agli Scavi Arnoaldi, De Luca, 
alle traccie dei fossi nei limiti supposti dalla necropoli 
di Villanova. Gli scavi praticati dal Grenier sotto la guida 
sapiente dello Zannoni sono diecisette. Ogni oggetto, il 
Grenier lo ha stupendamente descritto, con opportuni 
raffronti storici e archeologici rilevati, con matematica 
esattezza, dalle opere delle quali egli si servì e cita con 
rara delicatezza storica. 

Certo che le maggiori opere consultate sono quelle 
dello Zannoni già citate, ed altre ancora del medesimo, 
tuttora rimaste inedite, con grande scapito della scienza 
e della storia. 

Naturalmente non furono trascurate le opere del Goz- 
zadini, creatore dell'epoca di Villanova, del Milani, del 
Barnabei, del Pigorini, dell'Helbig e del Ghirardini, di 
quest'ultimo specialmente, che diverrà, pei suoi indiscu- 



— 358 — 

tibili meriti, l'insegnante d'archeologia alla Regia Uni- 
versità, in sostituzione dell'illustre defunto archeologo 
Brizio. — Del Ghirardini, il Grenier paì'la con una certa 
deferenza, rilevando i pregi non comuni delle costui opere 
accennando in particolare modo ai lavori inseriti nel bol- 
lettino di paletnologia ; del Milani cita le antichità clas- 
siche ; del Gozzadini come dicemmo, i lavori su Villa- 
nova, quelli sull'Arsenale Militare ed altri ancora. 

Mentre, al riguardo, l'Illustre francese encomia giu- 
stamente le opere degli illustri italiani, fa un po' di con- 
fusione nell'ordine burocratico del personale addetto agli 
scavi eli antichità a Bologna, chiamando ad esempio ispet- 
tore un soprastante, praticanti i restauratori, assistenti 
gli Ispettori e via di seguito. 

Siccome 1' opera del Grenier mentre è così esatta 
in tutto, sembra destinata ad una larga divulgazione, 
non sarebbe male in una nuova edizione, che per la sua 
massima importanza, non potrà mancare, mettere le cose 
a posto. — Il Grenier poi è encomiabilissimo sopra tutto 
non solo pel molto che ha fatto in onore di Bologna con 
questi scavi cosi riesciti, per i quali la città dovrà essergli 
riconoscente, ma anche perchè è animato da buoni senti- 
menti e lo dice con queste parole, che riportiamo fedel- 
mente augurandogli che gli ostacoli ch'egli giustamente 
lamenta e che inceppavano l'opera sua geniale e profìcua 
siano per sempre eliminati e non risorgano più per mutar 
di uomini: Il Grenier elice: 

« Une nouvelle campagne de fouilles, avait été pré- 
parée pour l'été 1907. Le projet à vrai dire, n'avait été ac- 
culili qu'avec peu de faveur par M. Brizio. Il craignait, 
en l'autorissant, de créer un prècédent dangereux, c'est- 
à-dire, qui mit le Ministère italien dans l'obligation d'ac- 
corder également la permission de fouiller à d'autres in- 
stituts scientifìques étrangers de faire des fouilles en Italie, 
un cas prévu cepedant et réglé par la loi de 1903, sur 
la conservation des monuments historiques. La reprise 
des travaux avait été néammoins autoriseè par décision 
Ministérielle du 7 mai dernier. Mais une nouvolle déci- 
sion en date ler juin nous retirait (au moins pour l'in- 



— 359 — 

stant) la permissioni déja accordée ; le motif allégué cette 
fois l' insuffisance de personnel de surveillance du Musèe 
de Bologne retenu pour de nombreuses autres fouilles; 
nous ignorons lesquelles. ». 

Infatti per la sorveglianza agli scavi, che noi sap- 
piamo, non havvi che un soprastante, ed un restauratore, 
che, contrariamente ai regolamenti si faceva pure funzio- 
nare, come tale. 

I lamenti in forma gentile emessi dal Signor Grenier 
sono giustissimi, giacché non era il caso di fare sospen- 
dere scavi così importanti per così puerili motivi, mentre 
ciò fa supporre vi fosse sotto qualche invidiuzza che fece 
sempre capolino verso chi fece sul serio qualche cosa in 
favore dell'archeologia e della storia. 

Vogliamo sperare, e glielo auguriamo di cuore al sig. 
Grenier che le cose si siano cambiate, in virtù dei nuovo 
ordinamento degli Scavi e Musei e dei monumenti, im- 
perocché con tale ordinamento saranno bandite le puerili 
invidie personali ; e chiunque faccia, o voglia fare, ben 
inteso sotto Vegìda della legge, e spende del proprio, come 
nel caso del Grenier nell'interesse della scienza, la q uale, 
ben inteso, deve essere cosmopolita, lo si lasci fare e lo 
si incoraggi anziché impedirlo, come purtroppo avvenne. 

La legge è sufficientemente benigna perchè si possa 
supporre per un momento che essa contempli il caso della 
insufficienza di personale. — A Bologna abbiamo oltre il 
Governo anche il Comune che non ha mai lesinato né 
lesina nelle spese per mantenere al grandioso suo Museo, 
il personale. Gli addetti al Museo sono 12 ed erano 13; otto 
li paga direttamente il Comune, a due assegna un sopras- 
soldo in più dello stipendio governativo, oltre il mante- 
nimento del grandioso Museo, per il quale spende annual- 
mente la bellezza di 22 mila lire! Dunque a Bologna non 
si lesina il soldo per la scienza e per la storia. I forestieri 
quindi che qui giungono per cooperare ad illustrare la 
città, debbono essere accolti e ben trattati, sorretti e 
aiutati. 

Mercè tutto ciò che fecero il Conte Gozzadini e lo 
Zannoni e ciò che si propone di fare il Grenier auguriamo 






— 360 

ordine; < 

vente vegeto e pieno di buona volontà sia tenuto nel 
debito conto, per tutto quanto ha fatto ed ha in animo 
di fare, dando alla luce le sue inedite opere archeologi- 
che, materiale del quale il Grenier già maestrevolmente 
si servì per gentile concessione dell'autore e che il signor 
Grenier, nell'interesse universale della scienza e della 
storia, possa, nel nome e per conto della Illustre bene- 
merita scuola francese, per gli scavi, sedente in Roma, 
trovare nel nuovo Direttore generalo per le antichità e 
Belle Arti, profondo conoscitore del tesoro storico e ar- 
cheologico di Bologna ove passò tanti anni, e in Sua Ec- 
cellenza il Ministro della Pubblica Istruzione Rava, pure 
cittadino di adozione bolognese ove passò i migliori anni 
della sua vita e ove è ancora nell' album degli illustri 
maestri della nostra secolare ed illustre Università degli 
studii, quell'appoggio e quella condiscendenza che non 
mancarono mai in quei due chiari viventi ravennati. 

Auguriamo ancora al Grenier di trovare nel nuovo 
insegnante di archeologia che verrà a sostituire l'Illustre 
trapassato un cooperatare efficace. 

E. Z. 



Romania. 

— A proposito del busto consacrato in Roma a Luigi 
Mercantini, il poeta marchigiano che compose 1' inno a 
Garibaldi, il capitano Bosi nella Nuova Rassegna di lette- 
rature moderne del luglio-agosto segnalava 1' autore della 
marsigliese rumena : Andrea Muresanu nato a Bistritza 
in Transilvania nel 1816, morto pazzo nel 1863, e che in- 
vitò nel 1848 i Rumeni ad insorgere con 1' inno : Desteap- 
tate, Romàne. ! nel tempo stesso in cui Goffredo Mameli 
scriveva i suoi Fratelli d' Italia. 

— Neil' università di Padova il professor Vincenzo 
Crescini, e nell' Istituto di Studi superiori il professor E. 
G. Parodi, nell' anno scolastico 1906-1907, tennero un corso 
speciale di lingua rumena. 



— 361 — 

— Il valente poeta Vlahutza, commosso dai recenti 
avvenimenti agrarii della Romania, ha ridestato la sua 
musa civile, con robusti e fieri carmi. 

— SI annunzia un dramma in quattro atti scritto 
in francese, dal titolo: Inassouvis della scrittrice rumena 
Lelia Georgescu, autrice degli Aphorismes du coeur. 

— Si segnala la Biblioteca pentru ioti (Biblioteca per 
tutti) pubblicata dalla casa editrice libraria di Leon Al- 
calay di Bucarest, ove si trovano libri classici di autori 
come Alexandri, Bolintineanu, Urechia, Maiorescu, Vla- 
hutza, Caragiale ecc. in volumetti che si vendono al prezzo 
di 30 centesimi ; ne fanno parte anche la Fiaccola sotto 
il moggio di G. D' Annunzio, pubblicata sotto il titolo: 
« F Clelia sub obroc, e il bel dramma di Haralamb Lecca: 
Caini (I cani). 

— Barbu Costantinescu traduce in rumeno nella 
Viatza literaratsi artistica (Vita letteraria ed artistica) tre 
poesie di Leopardi: L'infinito, Alla Luna, A sé stesso); si 
segnala nella stessa rivista settimanale uno studio di 
Nestor Urechia, (figlio del grande, compianto Basilio) sul 
Teatro e la letteratura drammatica originale rumena. 

— Nella Viatza Romineasca {Vita Rumena) si segnala 
uno studio di Octav George Lecca sopra le Domnile o 
Principesse della Romania. 

— Il fratello N. Mihailesco Nigrim, ha pubblicato in 
edizione postuma i versi malinconici della sua povera so- 
rella Alessandrina, raccolti sotto il titolo : Fiori de Za- 
padà {Fiori di neve). 

— P. G. Bosi loda nella Nuova Rassegna, un volume 
di schizzi e novelle di Caton Theodorian, raccolti e pub- 
blicati a Bucarest sotto il titolo : Prima durere (Primo 
dolore). 

— Gaston Deschamps, collaboratore del Temps ha 
tenuto a Bucarest alcune conferenze applauditissime. La 
prima trattava questo argomento : L' idée latine dans la 
Ut ter a tur e francaise. 

— Il capitano de' Bersaglieri Pier Emilio Bosi, il no- 
stro forte e gentile poeta che è uno de' pochi in Italia che 
s' occupino con amore e con seguito della letteratura ru- 






— 362 — 

mena, ha tradotto dal rumeno in italiano un dramma di 
Haralamb G. Lecca « Suprèma forza » che si dice com- 
moventissimo e che 1' attrice Vitaliani rappresenterà fra 
poco in Italia ; lo stesso Haralamb Lecca ha dato un 
nuovo dramma « Cancer na mima » (Cancro al Cuore) 
al teatro nazionale di Bucarest, e al Teatro Nazionale di 
Jassy di cui è direttore. 

— Alcuni amici ed ammiratori di Smura la valorosa 
ardente scrittrice rumena, nello scorso dicembre (1907) 
festeggiarono il giubileo de' suoi 50 anni d' età e 25 
d'insegnamento e di carriera letteraria. In questa occa- 
sione, il capitano Bosi scrisse un articolo che venne pub- 
blicato nel fascicolo di gennaio della Nuova Eassegna di 
letterature moderne. 

— Il dottor Gòran Bjòrkman ha intrapreso a tradurre 
in svedese poesie scelte di moderni poeti rumeni. 

Spagna. 

— Victor Oliva segnala la Biblioteca catalana intra- 
presa da Ramon Miguel y Planes, dove si pubblicano in 
edizione popolare i migliori testi classici, sotto il titolo di 
Histories oV altre temps. I testi sono scelti fra le produ- 
zioni di carattere romanzesco scritte o tradotte in cata- 
lano durante i secoli XIV-XVII. Ogni volume costa sol- 
tanto una lira. Il primo volume contiene la novella di 
Griselda fatta sulla traduzione latina del Petrarca da 
Bernat Metge, e le novelle : La figlia del Re oV Ungheria 
(o di Dacia), e Parigi e Vienna. Si preannunzia la tradu- 
zione della Fiammetta del Boccaccio e del Decamerone. 
Del Corbaccio si trovano reminiscenze nel Somni di Ber- 
nat Metge, già pubblicato. 

— J. Poàn, nella Veu de Catalunya, loda molto 1' ele- 
ganza dell' Annari Oliva offerto in omaggio allo stampa- 
tore Oliva di Villanova, con scritti di Businyol, Caselles, 
Riquer, Pin y Soler, Planes, Aguilò, illustrati dai migliori 
pittori catalani. 

— La rivista spagnola Rìnascimiento diretta da Gre- 
gorio Martinez Sierra ha pubblicato una corrispondenza 






— 363 — 

inedita di Angel Ganivet, morto console di Spagna a 
Riga nel 1898; le lettere sono scritte dal Belgio e dalla 
Russia, e si riferiscono in parte a due delle sue opere filo- 
sofiche più trascendentali: L' Idearium Espanol e la Con- 
quista del Reino de Maya. Si hanno pure di lui due opere 
intitolate: Hombres del Norie, Cartas Finlandesas, e il 
dramma El escultor de su alma. 

— Tra le novità spagnole dell' anno 1907, si segna- 
lano un' opera di Martinez Salazar sulle antichità della 
Gallizia; Las Hermandades (Le confraternite di Castiglia, 
ma tratta specialmente delle confraternite, dei fori ec- 
clesiastici e della inquisizione a Burgos) di Anselmo Sal- 
va; uno studio interessante dell' igienista Dottor Paco y 
Fernandes Calvo professore dell' Università di Granata 
sopra Le idee di Don Chisciotte intorno all' igiene ; un vo- 
lume di poesie del Professor Unamuno. A proposito di 
Unamuno, Havelock Alis, in uno scritto, inserito nella 
Fortniglit Rtview di gennaio presenta come 1' ideale odier- 
no spagnuolo gli scritti di Miguel de Unamuno. 



America latina, 

— Il libro che ha destato maggior interesse, e sol- 
levato maggiori proteste per le sue lacune, è il volume 
di Manuel Ugarte, pubblicato a Parigi dal Colin, sotto 
il titolo La joren literatura hispano-americana. Fra i di- 
menticati, che meritavano essere nominati, si segualaro- 
no dai critici i colombiani José Asunción Silva, Rujano 
Torres, Martinez Rivas ; tra i messicani, Valenzuela, Se- 
vero Amador, Alberto Herrera, Abel Salazar, Luis Ca- 
stillo, Rosado Vega, Salvador Diaz Mirón, Rafael Delga- 
de, Heriberto Frias, Barrerò Arguello, Efrén Rebolledo, 
Federigo Gamboa, Humberto Galindo e Carlos Pena G.; 
tra i cubani : Juliàn del Casel, Manuel de la Cruz, René 
Lopez, Juan Guerra Nunez, Bonifacio Byrne, José Marti, 
Dulce Maria Borrero: Juana Borrrero, José de Armas, 
José Manuel Carbonell ; fra i Domenicani, Osvaldo Bazil, 
Mase e Pedro Henriquez Urena ; nel Venezuela, Cesar 



— 364 — 

Zumeta, Benavides Ponce, Juan D' loia, Jacìnto Lopez 
e Andrés Mata ; a Porto Rico, Felix Matos Barnier, De- 
getan, Bonafoux, Cristobal Real y José de Diego ; tra i 
Paraguayani Jose Decond : nel Panama, Andres e Ricar- 
do Mire ; nell'Equatore, Crespo Coral e Gallegos del Cam- 
po ; nella Bolivia, Ricardo Jaimes Freire e Àngel de Me- 
diana. Naturalmente, essendo 1' Ugarte Argentino, si oc- 
cupò specialmente degli scrittori argentini. 

— La casa editrice libraria Paul Ollendorf di Parigi 
ha iniziato un emporio di libri dell'America latina. Tutti 
gli scrittori ispano americani sono invitati a mandare 
dieci esemplari in deposito delle loro opere alla casa. 

— Rafael Angel Troyo autore di Terracotas, Corazon 
jouén, Ortos e Poemas del Alma, ha pubblicato in San 
José de Costa Rica un nuovo volume intitolato : Topacios. 

— Julieta P. Mac Grigor, scrittrice di Puerto Rico» 
ha pubblicato un primo suo lavoro intitolato : Almas de 
Pasiòn. 

— José Maria Zeledòn, noto poeta di Costa Rica, ha 
pubblicato nuovi Cantos de vita. 

— Si annunciano ancora da Costa Rica i seguenti la- 
vori : Silencio, poesie di B. Brenes Mesén, De Ayer sce- 
ne di Claudio Gonzalez Rucanedo, Maria del Rosario 
dramma di Daniel Urena, Arqueologia criminal america- 
na di Anastasio Alfaro. 

— Ruben Dario, poeta e critico del Nicaragua, nel 
Nuèvo Mercurio di Parigi, loda molto una nuova novella 
del noto forte scrittore venezuelano Rubino Bianco Fom- 
bona : El Hombre de Rierro. 

— È stato tradotto in francese il . nuovo libro di 
Enriquez Comes Carillo del Guatemala, dal titolo : El 
alma japonesa. 

— D' Angel De Estrada figlio, scrittore argentino, 
ci annuncia una novella Redencion e un nuovo volume 
di poesie. 

— Il Marchese J. De Carvalho, ha pubblicato in por- 
toghese a Belem de Para, un volume di suoi Contos de 
Norie, e riguardano costumi Brasiliani del Para e delle 
Amazzoni. 



— 365 — 

— Al Messico si continua mensilmente la pubblica- 
cazione del Boletin de Instrution pubblica diretto da E- 
•zequiel Chavez sotto-segretario di stato al Ministero 
della pubblica istruzione e Belle Arti ; ne è segretario 
di Redazione il Dottor Alfonso Pruneda. L'ultimo Bollet- 
tino contiene il discorso del Presidente della Repubblica 
per inaugurare il 3° periodo delle sedute del 13° Congres- 
so o Parlamento dell'Unione apertosi il 16 settembre del 
1907. Diamo qui il testo di quella parte, che riguarda le 
scuole e il movimento intellettuale del Messico. 

«Sostiene en estos momentos la Federación quinien- 
tas sesenta y ocho escuelas primarias. La asistencia à 
las mismas asciende a sesenta y dos mil seiscientos o- 
chenta y seis alumnos, y en consecuencia, concurren tres 
mil trescientos treinta alumnos mas que los que concur- 
rian el ano ùltimo. De dichas escuelas corresponden al 
Distrito Federai trescientas ochenta y nueve y à los Ter- 
ritorios ciento setanta. 

Con el fin de dejar tiempo à los niftos que esisten à 
las escuelas rurales, para que puedan ayudar à sus fa- 
milias en los trabajos del campo, y teniendo en cuenta 
as especiales condiciones de vida y las boras en que por 
lo comùn se efectùa la alimentasión en varias de las lo- 
calidades foraneas, acaba de establecerse en ellas para 
las labores escolares el sistema de horarios continuos, lo 
cual permite ademàs, qne quede algùn pequeno espacio 
de tiempo libre, en el que los maestros puedan perfec- 
cionar sus conocimientos. 

Entre otras medidas importantes tomadas reciente- 
mente para mejorar las condiciones bigiénicas de las e- 
scualas nacionales, se ba procedido a la vacunación de 
todos los alumnos de la ensenauza primaria y de las e- 
scuelas de Artes y Oficios. 

Subsistia basta junio ùltimo, en el Distrito Sur de 
la Baj a California, una Delegación del Director General 
de Instrucción Primaria ; pero corno con esto habia allf 
una organización diversa de la que se ha establecido con 
mejor éxito en el resto de la Baj a California y en Tepic, 
se suprimio desde julio, y fuó substituida por dos inspec- 



— 366 — 

tores generales : uno de ellos tècnico y otro para la parte 
administrativa. 

Està ya instalada en la cabecera de la municipalidad 
de Ixtapalapa la primera de las escuelas rurales construi- 
das bajo la vigilancia de la J unta Directi va de Edificios 
de Instrucciòn Primaria, y se ha concluido el edificio de 
la segunda de dichas escuelas de la calzada que conduce 
à la Villa de Guadalupe Hidalgo. 

Las excursiones de alumnos de las escuelas naciona- 
les han seguido efectuàndose con notorio provecho : la 
ùltima y mas importante se hizo por las dos escuelas 
normales de la capital al través de parte de los Estados 
de Puebla y Veracruz. Los excursionistas tuvieron du- 
rante todo su viaje la mas satisfactoria acogida, que ha 
contribuido para estrechar la union de las escuelas me- 
xicanas. A esa union centribuyò también el hecho de 
que asisterion an Jalapa à la ceremonia de la colocación 
de la primera piedra de un monumento erigida en la es- 
cuela normal de esa ciudad, à uno de los mas distingui- 
dos educacionistas de la Eepùblica. 

Dado el aumento del labores dela Secretaria de In- 
strucciòn Pùblica y la oomplexidad da las mismas, ha 
sido preciso crear una nueva Sección destinada à la en- 
senanza tècnica. En ella se han aprovechado los cono- 
cimientos de dos de los profesores que, comisionados por 
esa Secretarla, han permanecido durante varios aiìos en 
paises extranjeros. 

Aceptando varias de las conclusiones formuladas por 
el Consejo de Educación, se ha dispuesto que en la E- 
scuela Nacional Preparatoria, en la de Jurisprudencia, 
en la de Medicina y en la de Comercio, se efectùen re- 
conocimientos periódicos durante el ano para valorizar 
los progresos de los alumnos. Por este medio se reduci- 
ràn de un modo considerable las dificultades ocasionadas 
por los exàmenes del fin del curso, y los bnonos efectos 
de este sistema, que acaba de establecerse," porque la as- 
sistenza de los alumnos ha llegado a ser mas regular 
y por lo mismo mas regular también su aprovechamiento. 
Sistema anàlogo sé ha puesto en vigor en el Consarva- 






— 367 — 

tario N. de Mùsica, y en la Escuela N. de Artes y Ofi- 
cios para Mùj eres . 

La ensenanza de las clinicas no podia hacerse sati- 
sfactoriaraente por los alumnos de la Escuela N. de Me- 
dicina que al proprio tiempo fueran practicantes en el 
Hospital Juàrez, y por otra parte, en el servicio de este 
mismo hospital se resentia de que los que à el concur- 
rian tenfan precisión de abandonarlo para ir a recibir sus 
clases en el Hospital General. Ha sido preciso pues, esta- 
blecer nuevas clases de clinicas en el Hospital Juàrez y 
estàn abiertas desde el pasado mes de junio. 

Desde julio se modificò el pian de estudios prescrito 
para la carrera de cirujano dentista. Expidióse la nueva 
ley en uso de la autorizaciòn que tiene concedida el Con- 
greso al Ej ecuti vo, y de conformidad con las reglas con. 
tenidas en ella se limitaron los estudios obligatorios pa- 
ra los cirujanos dentistas à lo que fuere rigurosamente 
indispensable, y se esteblecieron principios conforme à 
los que puedan fundarse mas tarde ensenanzas de per- 
feccionamiento. 

El Instituto Bacteriológico ha logrado obtener ya, 
con garantfas de óxito, una cantidad considerable de tu- 
berulina asì corno varias dosis de suero anti-neumónico. 

El Museo se ha enriquecido recientemente con una 
de las mas interesantes collecciones formadas por parti- 
culares en la flepùblica, y que fué comprada por la Sec- 
ción de Arqueologia. Ademàs, està ùltima està siendo re- 
visada y clasifìcata por un distinguido arqueólogo alemàn, 
que al proprio tiempo presta servicios para perfeccionar 
los conocìmientos de los alumnos de la clase relativa. 

Gracias à las obras de exploración emprendidas en la 
zona arqueologica de Teotihuacàn, se han descubierto alli 
recentemente nuevos y notables frescos. Como dichas o- 
bras pusieron de manifìesto que una parte considerable 
de los restos de la antiquisima ciudad se encuentra en 
predios de propriedad particular, se ha decidido la ad- 
quisiciòn de esos predios, con lo cual podràn conservarse 
en buen estado los despojos de las civilizaciones extin- 
guidas. 



— 368 — 

Acaba de convocarse a los escritores de la Eepùblica 
para el segando de los concursos anuales de comedias y 
dramas, organizado conforme a las bases que se aproba- 
baron en 1905. 

Invitado el Gobierno para que nombrara represen- 
tates de Mexico en el Congreso Internacional de Derma- 
tologia que acaba ds reunirse en la ciudad de Nueva 
Yorck del dia 9 al 14 de este mes, y en la Asociación 
Nacional de Maestros de los Estados Unidos que se efe- 
ctuó en los Angeles à principios de agosto ùltimo, nom- 
bró oportanamente delegados. Debe mencionarse el hecho 
de que, en la referida Asociación Nacional de Maestros, 
por unidad de votos se resolvió hacer constar que se re- 
conoce corno un suceso de primera importancia, para las 
futuras relacionas de las Eepùblicas americanas, la con 
currenda de delegados oficiales de la Secretarla de In- 
strucciòn Pùblica. 

En los diversos departamentos y depenclencias de la 
Secretarla de Fomento, Colonización é Industria, se ha 
notato el ano pasado mayor movimiento que en los pe- 
riodos anteriores, corno consecuencia del aumento progre- 
sivo de la riqueza publica y del desarollo crecente de los 
elementos agrlcolas é industriales de la Nación. 

Durante el segundo semestre del ano fiscal de 1906 
à 1907 ; se expidieron mil ciento treinta y cuatro titulos 
de propriedad sobre terrenos baldios y nacionales, com- 
prendiendo una superficie de trescientos ochenta y un 
mil cuatrocentas setanta y nueve hectàreas. 

En el mismo periodo la Comision Geogràfìco-explo- 
radora situo astronomicamente treinta y nueve puntos 
de importancia para la Carta de la Eepùblica; determino 
la altura sobre el nivel del mar de doscientos noventa 
y seis poblados ; hizo levantamientos de odio mil tre- 
scientos setenta y ocho kilómetros de itinerarios topo- 
grafìcos y de rios ; termino los trabajos de campo para 
la Carta del Estado de Puebla ; imprimió y publicò cua- 
tro hojas del fraccionamiento de la Carta General de la 
Eepùblica y le murai del Estado de Nuevo Leon y con- 
struyó y entregó por duplicado, en dieciocho hoja, el 



— 369 — 

plano de la linea divisoria, convenida corno lindero, en- 
tre los Estados de Naeve Leon y Tamaulipas, linea que 
mide ochocientos noventa y siete kilómetros. 

La Comisión Geodésica termino, por el lado Sur, sus 
trabajos de precisión para medir el arco meridiano de 
noventa y ocho grados al Oeste de Greenwich en las co- 
sta Oaxaca, y concentro sus elementos en la parte Norte, 
eligiendo vèrtices en las llanuras de Tamaulipas hasta 
cerca de nuestra frontera con los Estados Unidos, donde 
se ligaràn sus operaciones con las de este pais, segùn el 
convenio internacional celebrado con ól. Ha medido, ade- 
mas, los triàngulos que enlazan està cadena meridiana 
con la base del Rio Verde, y se prepare para determinar 
la longitud de la Ciudad Victoria, que tendrà cuarenta 
kilómetros y sera la linea de mayor extension que hasta 
hoy se ha intentado medir aplicando todos los adelantos 
modernos. 

Siendo de mucho interés cientifico el conocimiento 
de lòs elementos magnéticos de la tierra, dentro del ter- 
ritorio nacional, se proyectó, entre el Observatorio Astro- 
nomico de Tacubaya y la Comisión Geodésica, el levan- 
tamiento de la carta magnètica de la Repùblica. Se ban 
determinado ya, en la mayor parte de los puntos prin- 
cipales de Mexico, la declinación de ia brujula, la incli- 
nación y la componente horizontal del par terrestre, da- 
tos que serviràn para nuestra primera carta magnètica 
completando los trabajos que sobre està materia fue- 
ron ejecutados por el Instituto Carnegie en los Estados 
Unidos. 

La Comisión scientifica de Sonora terminò el borde 
para defansa entre Pótam y el Guamuchil ; construyó 
una calzada que liga el pueblo de Tórin con la estación 
mas próxima del ferrocarril de Guaymas a Guadalaj ara, 
y entregó ciento treinta lotes de terrias de sembradura 
a los colonos de los pueblos situados en las regiones 
de los rios Yaqui y Mayo. 

Quedó establecida la Sección Meteorològica de Coa- 
huilla y se terminò el Ohservatorio de Salina Cruz, que 
fué dotado con los instrumentos necesarios, lo mismo que 






— 370 — 

la nueva estación de la Isla de Glipperton en el Oceano 
Pacifico. Estos nuevos elementes vienen a perfeccionar el 
sarvicio de la red meteorologica de la Eopubblica. 

Las investigaciones cientifìcas del Instituto Mèdico 
Nacional, no solamente han dado lugar a aplicaciones te- 
rapèuticas, sino también à negociaciones industriales. Se 
han formado algunas compaiìias extranjeras para explo- 
tar el hule y las resinas del palo amarillo, la cera ve- 
getai de la candelilla y otras substancias cuya aplica- 
ciones se han descubierto en los laboratorios botànico, 
quimico y medico de ese plantel. 

Como en anos anteriores, Mexico concurrirà la feria 
de San Antonio, en Texas, para la cual estan ya reuni- 
dos los objetos que deberàn exponerse en aquel certa- 
men. También se han remitido a nuestro Cónsul en Trie- 
ste colecciones de productos naturales, suscetibles de ex- 
portación para exponerse en el Museo Comercial de aquel 
puerto. Estas exposiciones y el Museo Tecnologico que 
ya se organiza en la Secreteria de Fomento, serviràn 
para poner en contacto a los productores y consumidores 
de nuevas materias primas que cada dia se descubren en 
nuestro territorio. » 

— Ne' rendiconti della seduta del Consiglio Superiore 
dell' agosto 1907 si fece una constatazione penosa, cioè 
che 1' iuglese va soppiantando il francese nel Messico ; il 
che mostra quanto sia grande l' influenza degli Stati U- 
niti anglosassoni sopra i vicini stati latini del Messico, 
e si raccomanda già 1' obbligatorietà dell' insegnamento 
dell' inglese nelle scuole messicane. 

— Neil' ultimo Boletin de instruccion pubblica del 
Messico (20 settembre 1907), è uno scritto interessante 
di Amadio Nervo, sul « Castillano en America » ch'egli 
difende contro il Padre Don Julio Cejador, il quale giu- 
dicando tutto lo spagnolo dell' America da quello che si 
parla nel Chile (dove sono pure alcuni egregi stilisti), 
si osserva « que Chile con ser pais tan adelantado e 
importante, no es toda America »; « comprendo, scrive il 
Nervo, que aunque en Chile y la Argentina nuestre idio- 
ma anda muy mal parado, en Messico, Perù y Colombia 



— 371 — 

se habla mucho mejor, » raa quindi soggiunge: « Ha- 
yen la Argentina un poeta, un muchacbo, que levantò 
bandera de ribellion literaria Leopoldo Lugones, i cuya 
osadìa sabia y llena de pericia en la metrica nuestra, ha 
sabido sacar un maravilloso partido de la lengua ver- 
nacula. Pues bien, Leopoldo Lugones ultramodernista en 
sus procedimientos, sabe sin embargo, corno cualquiér a- 
cademico de la Espanda, y su admirable libro « El im- 
perio gesuitico, que nadie ha léido en Espana es un pri- 
mor de buen decir, ademas de ser un primore de eru- 
dicion histórica. A Ruben Dario, que es intelectualmente 
argentino, ya que, en aquella brillante tierra, se formò ; 
hombres de Espana tan notables corno Valle Inclàn, 
Azorin, Luis Bello lo han califìcado el Primer lirico ca- 
stellano actualy el que dude de la stima en que aquì se 
lo pregunte à Da Emilia Pardo Bazàn, à Don Marcellino 
Menéndez Pelayo y a las cartas americanas De Don 
Juan Valera, y cito dos casos j ustamente porque podrian 
ser )os mas sospechosos. En cuanto al vulgo, aseguro 
que tan mal habla en las Vascongadas ó en Andalucia 
corno en la Argentina o Chile. Por que olvidar por otra 
parte que aquel Don Rafael Angel de la Pena de quien 
tambien me ha hablado el Padre Cejador y aquel Don 
Rufino Cuervo à quien tamto admira, que continua ad- 
mirablement à Bello y que con su dicionario de Con- 
strucción y régimen està levantado uno de los maximos 
monumentos de la Lengua, nacieron en esa America donde 
segù el Padre Cejador se habla tan mal el castellano ! » 



NECROLOGIO 



i 



NECROLOGIO (*) 



L' Italia ha perduto nell' anno 1907, e nel principio 
del 1908, i suoi due più illustri, e più grandi scrittori, 
Giosuè Carducci ed Edmondo De Amicis ; i loro funerali fu- 
rono vere apoteosi. Le commemorazioni che ne seguiro- 
no numerose e sentite ; e il compianto ne dura sempre. 
Cosi duri e serva 1' esempio delle virtù civiche nell' uno 
e di angelica bontà nell' altro, che li resero onorandi e 
sacri all' affetto e alla reverennza degli Italiani. 

Giosuè Carducci. 

Appena giunse a Roma il doloroso annunzio della 
morte di Giosuè Carducci, Angelo De Gubernatis, nella 
prima commozione, salendo in cattedra nell' aula quarta 
della Sapienza, proferì il seguente discorso : 

« Gli storici contemporanei furono concordi nell' af- 
fermare che nessun avvenimento è stato, nell' evo mo- 
derno, più meraviglioso, anzi più miracoloso del Risorgi- 
mento Italiano. 

A questo miracolo di risurrezione concorsero parec- 
chi taumaturghi, fattori ideali dell' unità della nostra Pa- 
tria redenta, che parvero quasi messi di Dio predestinati, 
un araldo e profeta veggente, Giuseppe Mazzini, un mi- 
nistro sapiente, Camillo Cavour, un Gran Re, Vittorio 
Emanuele, un eroe glorioso, Giuseppe Garibaldi ; ma ora 



(*) Il Direttore dell'Annuario sarà grato a quanti vorranno for- 
nirgli notizie necrologiche di scrittori del mondo latino, mancati 
negli anni 1Ì/07--1Q08, per tenerne conto, nel futuro Annuario. 






— 376 — 

soltanto che lo piangiamo estinto, e che ne prepariamo 
in Italia, come a Victor Hugo in Francia, 1' apoteosi, 
sembriamo esserci accorti che, fino a ieri, era ancora 
vivo tra noi, il vate e poeta storico, il lirico ed epico 
del nostro Risorgimento, Giosuè Carducci. 

Il nome di Victor Hugo fu più volte rievocato in 
questi giorni, per una certa rispondenza fatidica che si 
avvertì tra il sublime vendicatore d' ogni libertà oppres- 
sa e di ogni ingiustizia sociale, tra il poeta castigatore 
delle autocrazie e delle teocrazie, il fulminatore, dall'esi- 
glio, di Napoléon le petit e 1' autore dell' Inno di ribel- 
lione che s' era intitolato a Satana, del Qa ira, del poeta 
archilocheo, che, insieme col 

Secoletto vii che cristianeggia 

fustigava l' Italietta vile, burocratica, borghese, parassita 
che aveva incominciato a rodere le radici della magnifica 
pianta rigermogliata gagliarda sul suolo italico. 

Meno splendido forse e meno umanitario dell' Hugo, 
in compenso, Giosuè Carducci è stato più nostro ; e noi 
lo abbiamo venerato ed ascoltato come il più nobile can- 
tore della gente latina e di Roma gloriosa, come 1' evo- 
catore più potente de' nostri spiriti più alti e più ga- 
gliardi, come il trovatore inspirato di antiche forme l'in- 
novellate, che rivestirono d' una corazza d' acciaio la 
nostra canzone nazionale per mandarla in guerra, fra il 
clangore delle trombe, il rullar de' tamburi, il tuonar 
de' cannoni nelle future nostre battaglie; ed il canto di 
Giosuè Carducci seppe ora di tuono minace, ora di peana. 

Adesso il Mazzini dorme 1' eterno sonno a Staglieno, 
Vittorio Emanuele riposa nel Pantheon, Cavour nella 
pace di Santena, Garibaldi nella solitudine di Caprera, 
ciascuno in sede conveniente, divenuta meta di pio pel- 
legrinaggio alla gratitudine riverente degli Italiani. E 
Bologna, che, per quasi mezzo secolo ospitò il forte ar- 
tefice de' carmi più robusti che l' Italia abbia dato dal 
meraviglioso secolo di Dante fino al nostro meraviglioso 
secolo decimonono, ed il più insigne maestro di nostra let- 
teratura,, rivendica a sé giustamente l' onore di custo- 



— 377 — 

dirne le spoglie mortali ; tutta l' Italia ha poi applaudito 
al voto d' un poeta geniale perchè, come s' era fatto nei 
secoli passati per alcuni famosi maestri dello studio bo- 
lognese, in nome del genio alato, Giosuè Carducci non 
venga calato, col volgo, sotterra, ma sollevato, quasi in 
arco di alleanza fra la terra e il cielo, quasi transuma- 
nato, sopra un alto sarcofago aperto alla luce del nostro 
sole divino, suscitatore di genii. 

Gli antichi maestri dello studio bolognese avevano 
insegnato la Giustizia, che è somma e perfetta nella sola 
sapienza di Dio. 

Giosuè Carducci, con la sua strofa gittata nel bron- 
zo, ma, quasi sempre alata, fermò, come maestro di ritmi, 
all'arte nostra alcuni tipi e canoni di bellezza classica, 
che parvero degni di bellezza eterna e divina. Il grande 
innamorato di Omero e di Orazio, di Dante e del Ma- 
chiavelli, del Poliziano e dell' Ariosto, del Parini e del- 
l' Alfieri, del Foscolo e del Leopardi sembra avere ac- 
colto e compendiato nell' anima sua poetica ed infiam- 
mabile tutta la vita più bella che fu vissuta nel miglior 
mondo elleno-latino ed averne aspirato tutte le aure vi- 
vificatrici, per farla rinverdire in nuovi germogli con 
la voce tonante del cantore, con la voce sapiente del 
maestro. 

Egli s' era mirabilmente assimilato le forme artisti- 
che più elette di ogni età, per recarci nel tripudio della 
sua lirica e della sua prosa vivace e nervosa, le voci di 
ogni tempo; ma egli ha specialmente espresso, nel modo 
più sincero e più efficace 1' anima italiana del tempo in 
cui era stato chiamato dal Nume a vivere, perchè egli, 
col suo artiglio leonino, ne segnasse le vibrazioni più 
forti. 

Se il suo canto fu molte volte monito più tosto che 
preghiera; s'egli imprecò più spesso che non abbia be- 
nedetto, offeso dalla viltà e pochezza di una parte degli 
uomini ai quali era stata affidata la custodia e la difesa 
della patria tornata in libertà, che s' era sognata fortis- 
sima e bellissima, è pur notevole, che dopo aver fatto 
vibrare i suoi giambi, e flagellato molte nequizie, e ri- 



— 378 — 

chiamato alla memoria degli Italiani i ricordi più eroici 
di Roma, e rievocato le memorie di Legnano, e salutato 
San Giusto e Trento, vide egli pure finalmente passare 
per le vie d' Italia come Dante per le vie di Firenze e 
sorridergli, la Maestà regale di una nuova Beatrice, che 
lo commosse e lo rese pietoso ; onde, or sono a pena dieci 
anni, già placate le maggiori tempeste dell' anima sde- 
gnosa, egli non vide soltanto più nell' umile chiesetta di 
Polenta, Dante ed Aroldo piegar le ginocchia riverenti, 
ma augurò che fosse ridonato all' Italia il dono della pre- 
ghiera, e recitò, egli stesso, come ne' giorni della sua in- 
fanzia, profondamente commosso, un'Ave Maria. 

Salve chiesetta del mio canto ! A questa 
Madre vegliarda, o tu rinnovellata 
itala gente de le mclte vite, 

rendi la voce 
de la preghiera; la campana squilli 
ammonitrice ; il campanil risorto 
canti di clivo in clivo a la campagna 
Ave Maria. 

Così Enotrio Romano che cantava l' Inno a Satana, 
placati gli spiriti ribelli, finisce manzoniano, mormoran- 
do la più dolce delle preghiere, e chiude il suo ciclo poe- 
tico, dopo avere significato, ne suoi vari commuovimenti, 
tutti gli atteggiamenti più fieri e tutte le movenze del- 
l' anima italiana. 

Questo forse non si era bene compreso in Italia 
stessa, fin che lo stupendo e titanico nuovo Prometeo 
agitava tra gli uomini la sua fiaccola ardente, fin che 
egli si muoveva ancora tra noi in mobile figura di com- 
battente ; ma, quando, oppresso e stanco della lunga fa- 
tica, egli s' adagiò a guisa di leon quando si posa e, gi- 
rando intorno il suo guardo malinconico, egli non fece 
più sentire il suo ruggito, e s' incominciò, anzi, a con- 
frontare quel ruggito col belato de ? nuovi Arcadi italiani, 
si presentì l' odierna sventura, che avrebbe chiuso per 
sempre, Col morire del suo cigno, il ciclo della nostra me- 
ravigliosa epopea. 

Ma io non avrei dovuto da questa cattedra, parlarvi 
del poeta che tutti conoscete ed ammirate, ma soltanto 






— 379 — 

del maestro che, per quarantacinque anni, inondò della 
sua luce sfolgorante la cattedra dell' Ateneo Bolognese. 

S' egli non fu unico, fu certamente tra i più gloriosi 
maestri di lettere nella nuova Italia. 

Quando si celebrava nel novembre 1900, in Italia, 
nel tempo stesso, il giubileo de' quarant' anni d'insegna- 
mento di Graziadio Ascoli e di Giosuè Carducci, io inco- 
minciai nell'Ateneo di Roma un corso di lezioni su le 
orme di Dante, che volli dedicato, con queste parole ai 
due grandi maestri : 

« Onorandi Colleghi ed Amici, 

» In tutto quest' anno, io mi confortai, esaltai e pu- 
rificai con Dante, mia prima guida luminosa. Con Dante , 
nella giovinezza acerba, mi mossi e tentai timidamente, 
sorretto da Ernesto Rossi, su la scena Italiana, la tra 
gica storia di Pier delle Vigne, un anno innanzi che Voi 
due, già chiari per fama, foste, da un Ministro poeta e 
filosofo, chiamati, non a coprire ma ad illuminare in Mi- 
lano ed in Bologna, due alte cattedre universitarie, so- 
pra le quali, come due soli purissimi, con la vostra sa- 
pienza, profonda e fervida, per quarant' anni, avete te- 
nuto acceso, con magnifico fulgore, il fuoco della scienza 
e dell' arte italiana. Umile adoratore di cose divine, io 
lietamente, a Voi, dalla cattedra di Roma, mando ora e 
sommetto il tenue omaggio de' miei affetti e pensieri più 
puri e più alti, dopo essere stato, per un anno, in com- 
pagnia devota e in colloquio austero con Dante, nostro 
comune Maestro e Signore immortale. 

» Graditelo, illustri amici, con quel cuore non pic- 
colo con cui ve l'offre, Angelo De Gubernatis ». 

In que' due atletici geni della nuova Italia, nel pri- 
mo nostro linguista, e nel primo nostro scrittore, mi era 
sembrato allora poter ravvisare alcuna sembianza del 
primo interprete e del primo poeta di nostra favella. 

Ora, a brevissima distanza, l' uno dall' altro, i due 
grandi e venerati maestri sono caduti, e i loro magna- 



— 380 — 

nimi spiriti immortali migrano insieme nelle regioni ete- 
ree onde il loro genio attinse la prima luce. Grandeg- 
giarono insieme dal 1860, l' uno venuto da Gorizia ad 
integrarci 1' unità della patria con la descrizione de' con- 
fini estremi della favella ladina, 1' altro, riportando da 
Firenze a Bologna ravvivate e fortificate le grazie nuo- 
vamente frementi del dolce stil nuovo. 

L' uno e 1' altro maestro hanno fatto scuola grande- 
mente, nobilmente ed efficacemente ; i loro numerosi sco- 
lari ne ricordano con affetto la molta sapienza ; ma da 
essi, abbiamo anche noi lontani, anche senza sederci ai 
piedi della loro cattedra, imparato qualche cosa, racco- 
gliendone il forte verbo disciplinante e guardando in su a 
quel cielo che essi ci avevano snebbiato e purgato dalla 
caligine dell' ignoranza e dalla lue della rettorica. 

Giosuè Carducci ha percorso signorilmente quasi tutto 
il dominio della nostra letteratura. Dovunque egli è pas- 
sato, ha lasciato un solco di luce, scoperto qualche filone, 
suscitato qualche fantasma, animata alcuna figura, colo- 
rita una movenza del pensiero italiano, con frase così 
scultoria e vivace che già non sembra ora quasi possi- 
bile contemplare alcuno scrittore nostro in aspetto di- 
verso da quello in cui piacque al Carducci rappresentar- 
celo. Nella prosa, come nella poesia, il suo scalpello era 
Michelangiolesco. Come nella vita, egli non amava i ba- 
ciamano, le riverenze, le parrucche, il belletto, le ma- 
schere, così egli bandì sdegnosamente dal suo linguag- 
gio ogni ornamento vano, ogni fronzolo ; la sua prosa 
materiata di fatti, densa di idee, misurata, castigata, de- 
cente, limpida, incisiva e persuasiva era e rimane mira- 
bilmente didattica; schiettamente toscana, il suo forte 
contenuto ideale la sollevava a grande nobiltà, talora 
fino alla magnificenza, quando il poeta sembrava dire al 
critico : ora ritirati, perchè io sento le mie ali agitarsi 
al volo. A traverso la voce spesso brontolona del mae- 
stro, quasi di roco tuono minace, uscivano spesso guizzi 
di lampo inattesi, che scoprivano vasti orizzonti luminosi, 
sia ch'egli evocasse il passato, sia che il suo discorso 
prendesse un certo tono di vaticinio. 



— 381 — 

Il Carducci non ha dato in vero, alla patria né un 
solo gran poema, né un solo gran libro di alta dottrina 
in cui tutto il suo sapere, tutto il suo genio si condensi 
e si rispecchi, ma le sue liriche stupende formano insie- 
me un tessuto di rapsodie vibranti, che rendono tutta 
1' anima della .molteplice e varia epopea italiana. Le sue 
prose disperse, raccolte insieme, compendiano il meglio 
della nostra più nobile coltura letteraria, mostrando co- 
me la molta dottrina non debba escludere la genialità, 
come la molta libertà debba allo scrittore essere conces- 
sa per salire fino alle più sublimi altezze e non mai per 
voltolarsi ed inquinarsi nel fango. Per questo, il Car- 
ducci riuscì scrittore incontaminato. Se non può esser 
lodato sempre come polemista, perchè obbedì talora a 
scatti, che gli fecero usar parole invereconde ed ingiuste, 
egli non si compiacque mai in alcuna bruttura e tenne 
sempre ben alto il suo fantasma poetico. 

L'uomo si compiaceva d'esser nato di popolo, e del 
popolano conservò pure la semplicità, la naturalezza, an- 
che se dovesse alcuna volta apparire un po' ruvida; e la 
sua vita esterna, non avendo offerto nulla di straordina- 
rio, si sottrae quasi alla biografia, e ci narra poche cose 
di lui che sembrino degne di esser tramandate alla me- 
moria de' posteri ; ma, in compenso, la vita interna del 
suo spirito ci deve apparire e fa meravigliosa. Nella fu- 
cina della mente di Giosuè Carducci arse un fuoco di- 
vino e sottile che foggiò prose e versi mirabili, traendo 
fuori da ogni fiamma una gemma fulgida. Quel fervore 
divino è ora, pur troppo cessato, né è concesso ad alcun 
mortale di farlo durare sulla terra oltre i limiti concessi 
alla nostra breve parabola. Ma 1' apoteosi che spontanea- 
mente ha decretato al Carducci, con popolare consenso, 
la patria nostra, indizio consolante di alte idealità risor- 
genti in una età che alcuni corruttori della vita pubblica 
aveano voluto render fiacca e vile, ci lascia pure sperare 
che la fiaccola ardente e prometea caduta di mano al 
vecchio maestro venga presto raccolta da alcun giovane 
animoso, già avvezzo a guardare in alto, già tutto fre- 
mente di nobile entusiasmo, e degno, nella sua purità, e 



— 382 — 

nell' ardore della sua fede, di essere nuovamente visitato 
in secreto dal nume, nelle sue veglie studiose, come fu 
certamente visitato il Carducci negli anni della sua gio- 
vine povertà laboriosa, vagheggiante, in pia adorazione 
e con viva aspettazione, il giorno sereno in cui 1' Inno 
di Mameli sposato con 1' Jnno di Garibaldi, avrebbe ride- 
stato dal sonno secolare la più bella delle dormienti 
della terra. 

Ma, nel far voti, perchè 1' esempio del Carducci, do- 
po i giorni presenti che gli cantano 1' epinicio trionfale, 
non vada perduto, io non ho uopo d' avvertire i giovani 
che ogni genio deve avere indole propria e servire il 
tempo in cui vive, in modo conforme a quello che 1' età 
sua richiede. L' opera del Carducci non si può ripetere 
da alcuno; quasi inconsapevolmente egli ha secondato le 
necessità presenti della nostra patria. Ora la patria è 
sempre la stessa, ma le sue condizioni sono mutate ; essa 
è in piedi; ma non basta; bisogna farla gagliarda e ri- 
darle moto e splendore nuovo, trovando nuove vie per 
venirle in aiuto. Il Carducci, come sapete, non amava le 
scimmie ; ma egli stesso e' insegnò il modo con cui si 
può imitare, attingendo ispirazione dal nume e cercando 
nella luce divina le fonti d'ogni bellezza. — Guardiamo 
tutti in alto, e inalziamoci un po' tutti; è questo il solo 
modo di rifar la patria bella come il suo cielo, di ridarle 
grandezza e maestà; i migliori patrioti dell'avvenire 
saranno quelli che avranno fatto per la patria, con sen- 
timento buono, opere più belle e più utili ; e 1' amor pa- 
trio non può essere dono transitorio di una sola genera- 
zione, se i modi di dimostrarlo sono infiniti. 

Edmondo De Amicis. 

Appena giunse in Eoma la notizia della morte di 
Edmondo De Amicis, Angelo De Gubernatis lo ricordò nel 
Popolo Romano, con queste parole : 

Lo scrittore che ha fatto versare in Italia le più 
soavi lacrime e che ha destato le più dolci commozioni, 
il primo scrittore di bella prosa italiana dopo il Manzoni, 



— 383 — 

il più amabile de' nostri prosatori che, dall' idioma gen- 
tile da lui studiato con tenerezza figliale, avea levato le 
perle più preziose per farne collana allo stil nuovo della 
moderna Italia, non ci farà più sentire la sua voce. Il 
mirabile strumento si è spezzato improvvisamente. Af- 
franto, esso avea sperato ritemprarsi al sole ed alle aure 
avvivatrici della nostra riviera, tra le palme lucenti di 
Bordighera, per ritrovare nuove armonie e riversarle nei 
cuori de' suoi lettori italiani grandi e piccoli, che egli 
avea il douo di interessare, di commuovere, facendosi di 
ciascuno di essi un amico. 

Egli non seppe forse mai quante anime abbiano pal- 
pitato per lui e con lui, sognato ne' suoi fantasmi, deli- 
ziandosi nelle sue visioni d' artista e di cittadino. Ma 
sommano forse a qualche milione ; domandatene ai sol- 
dati che i suoi primi bozzetti militari hanno commosso, 
alle lettrici delle sue prime novelle, agli ammiratori dei 
suoi libri su la Spagna, sul Marocco e su l'Olanda, pieni 
di luce, pittoreschi, veri quadri viventi; interrogate i 
marinai che lo hanno seguito sulP Oceano : ma sopra 
tutto, chiedete ai fanciulli quale sia stato in Italia il loro 
più grande benefattore; essi vi nomineranno l'autore del 
Cuore. 

E questo libro che i fanciulli hanno premiato, senza 
che alcuno facesse loro da suggeritore, con decreto spon- 
taneo e plebiscitario, è 1' indice più sicuro della gloria 
di Edmondo De Amicis. Come Cristo guadagnò a sé tutte 
le madri e tutte le spose, col solo e semplice sìnite pue- 
ros venire ad ?ne, così Edmondo De Amicis, nella pienez- 
za della sua vita, senti un giorno, che la pianta uomo 
dovea esser presa, raddrizzata e carezzata dalla prima 
infanzia, e chinò la sua bella testa d' artista, con un buon 
sorriso, verso i fanciulli, per vivere della loro vita, dei 
loro affetti, delle loro piccole passioni ; e, senza aria di 
farsi precettore ad alcuno, per indirizzarli soavemente 
al bene, anche divertendoli. 

Semplice e schietto nel suo costume, lo fu pure, nei 
suoi scritti, scevri di qualsiasi pedanteria, candidi e di- 
sinvolti, animati sempre da una fiamma di gentilezza 



— 384 — 

che peaetrava a traverso ogni sua pagina buona, e la 
rendeva luminosa e benefica. Egli non ebbe cortigiani, e 
non curò che si facesse rumore intorno al suo nome; ma 
la gloria lo avvolse subito, fin dai primi suoi scritti e 
non lo abbandonò mai, per coronarlo infine con un con- 
senso così largo di ammirazione che nessun altro scrit- 
tore ha forse trovato mai ugualmente spontaneo e viva- 
ce, se bene esso non sia mai stato chiassoso per rumor 
di gazzette o per altre stamburate. 

Tutti ammiravano l'artista; ma, anche senza ren- 
dersene ragione, tutti si sentirono affascinati da quelle 
sue tante visioni di bellezza che erano al tempo stesso 
visioni di bontà. 

Il suo gran cuore egli non mise soltanto nel libro 
che porta questo nome, ma in quanto egli scrisse. E 
quantunque egli abbia pure dato alle stampe due volu- 
mi, nei quali parrebbe che egli si proponesse di provare 
che gli amici veri sono introvabili, nessuno forse fu più 
caro amico di lui ed ebbe amici più sinceramente affe- 
zionati. Non li cercò, è vero, tra i grandi e tra i potenti, 
ma soltanto fra quelli che convenivano meglio all'indole 
propria, gioviale, compagnevole, e, sopra ogni cosa, alie- 
na da ogni impostura e da ogni pompa vana ; ed è an- 
che un bel miracolo che il suo proprio editore, Emilio 
Treves, che dovette contribuire a creargli una condizio- 
ne di vita, che poteva somigliare all' agiatezza, sia rima- 
sto uno de' suoi più fidi amici. 

Ma è pure da rilevarsi e ricordarsi, a lode del De 
Amicis, nella fretta di questo primo doloroso compianto, 
che la sua fortuna nascente non solo non lo allontanò 
dalla povera gente, ma gli fece anzi sentire più profon- 
damente la pietà delle miserie umane; e, in questi ulti- 
mi tempi, egli porse un orecchio più attento ai lamenti 
di quelli che gemono, di tutti gli oppressi, di tutti i di- 
seredati ; la sua letteratura gentile si fece letteratura 
civile ; l' idillio si convertì spesso in dramma : e, dopo le 
prime commozioni che erano state soavi egli ci fece pro- 
vare commozioni più forti e salutari. 

Era naturale allora che anche i socialisti si accor* 



— 385 — 

gesserò dell' aiuto che poteva loro venire eia un così 
forte alleato, il quale oramai metteva tutta la sua lingua 
bella, tutto il suo stile veramente smagliante, tutta la 
sua arte poderosa in servigio degli umili, non già per 
partito preso, ma perchè egli riconobbe che non vi era 
più nulla di meglio da fare, amando tanto, che rendere 
1' amore intieramente pietoso, e fare perciò assai più at- 
tiva e continua la pietà. 

Tutti i suoi scritti, nei quali i sorrisi e le lacrime 
s' alternano, formano adesso una ghirlanda di semprevivi, 
che non può più appassire. Il genio buono di Edmondo 
De Amicis che 1' ha intrecciata manderà ancora sempre 
luce di grazia e di bontà dalle sue pagine veramente de- 
gne di immortalità. 

Egli non ha mai fatto scuola ; ma la scuola italia- 
na si è bene accorta di lui e ne venererà sempre la 
memoria, come di gran maestro di gran sapienza e di 
bontà. 

Intanto, si può prevedere che tutti i fanciulli delle 
scuole di Torino seguiranno piangendo il feretro dell'au- 
tore del Cuore ; e le loro lacrime, certamente sincere, 
saranno i fiori più accetti, 1' omaggio più degno reso alla 
cara salma di uno scrittore italiano, tanto più grande 
quanto meno s' accorgeva di esserlo. 

Azzerimi Tito Architetto, direttore dell'Accademia di 
Belle Arti di Bologna, membro della Commissione Beale 
per il Monumento a Vittorio Emanuele in Roma, autore 
dello splendido ediflzio della Cassa di Risparmio di Pi- 
stoia, morto in età di 70 anni, a Bologna il 7 dicem- 
bre 1907. 

Besso Beniamino ingegnere italiano, fratello del com- 
mendator Marco Besso, autore di un' opera assai prege- 
vole che ebbe numerose edizioni intitolata Grandi in- 
venzioni e scoperte, nato a Trieste nel 1840, morto a Ro- 
ma il 16 dicembre 1907. 

Conforti Luigi morto a Napoli, figlio del patriota e 
giureconsulto Raffaele, sarà sempre ricordato specialmente 



— 386 - 

come il poeta di « Pompei », poema clie a Edmondo De 
Amicis parve musica dolcissima. 

Fastenrath Giovanni poeta e letterato tedesco, grande 
amico de' popoli latini, organizzatore delle Feste floreali 
di Colonia, morto in età di 69 anni il 16 marzo 1908. 

Giorgini Giambattista poeta, letterato, uomo politico, 
senatore del Regno, genero di Alessandro Manzoni morto 
di 90 anni. Egli era nato nel 1818. Si crede che Giusti 
abbia voluto fare la caricatura del Giorgini, nel Gio- 
vinetto. 

Henry Victor 1' eminente indianista francese professore 
al Collegio di Francia. 

Irigoyen Bernardo (de), giureconsulto, uomo di stato 
più volte ministro della Repubblica Argentina, 1' Argen- 
tino più colto, più amabile e dalle idee più elevate, econo- 
mista insigne consigliere prudente, contribuì efficacemente 
a migliorare le relazioni dell' Argentina con le nazioni 
straniere. 

Lee Hamilton Eugenio, poeta anglo-italiano morto re- 
centemente, paralitico, ai Bagni di Lucca. I suoi migliori 
poemi sonò nati in Toscana. 

Lovenjoul, (Vìcomte Spoelberch de) il celebre illustra- 
tore e bibliografo appassionato di Balzac. 

Oscar II Re di Svezia nato a Stoccolma nel 1879 morto 
a Stoccolma, V otto dicembre 1907 ; re umanista, dot- 
tore in filologia e giurisprudenza, doctor honoris causa 
delle Università di Bologna, e di Oxford, Cambridge, Lei- 
da, Erlangen, Vienna, Berlino, Pietroburgo ; amava molto 
l' Italia, e al suo soggiorno in Italia nella sua gioventù 
si richiamano parecchie delle sue liriche ; s'interessò nel 
1906 perchè il premio Nobel di letteratura fosse dato a 
Giosuè Carducci. Ne' Congressi scientifici internazionali 
che si tennero a Stoccolma, usò sempre speciali riguardi 
e mostrò singolare simpatia agli scienziati italiani. Il 
Re Oscar II avea tradotto in tedesco il Torquato Tasso 
di Goethe. 



— 387 — 

Pellegrini Carlo ex-presidente della repubblica argen- 
tina, uomo intraprendente, impetuoso, dominatore ; era 
d' origine, italiano, anzi nizzardo. Ma voleva essere sol- 
tanto argentino; ordinò, nella sua Presidenza, lo splen- 
dido concorso della Repubblica Argentina alla grande 
penultima esposizione Universale di Parigi. 

Saenz Pena Luigi due volte presidente della Repub- 
blica Argentina, nato nel 1822, morto nello scorso di- 
cembre a Buenos Aires; fu molto stimato per le sue grandi 
virtù civili, per il suo patriottismo, per la sua fermezza 
nelle idee costituzionali. 

Stigell Roberto scultore finlandese, nato nel 1852, morto 
nello scorso dicembre ad Helsingfors. Lo ricordiamo nel 
necrologio latino, poiché incominciò la sua vita artistica 
a Napoli, e all' Accademia di San Luca a Roma, ove 
studiò quattro anni. Passò quindi la sua vita artistica 
fra Helsingfors e Parigi, dove fu decorato della legion 
d' onore. Il suo capolavoro è un gruppo in bronzo di 
Naufraghi che sorge sulla collina dell' Osservatorio di 
Helsingfors, all' ingresso del porto. 

Tornielli Conte (G.) insigne coltissimo diplomatico pie- 
montese, morto in età di settantadue anni a Parigi, ove 
come ambasciatore d' Italia rese segnalati servigi all' u- 
nione franco-italiana ed alla causa della pace. 



SUPPLEMENT ANNUEL 

AU 

DICTIONNAIRE INTERNATIONAL 

DES 

ECRIVAINS DU MONDE LATIN ( l ) 



(') Noi abbiamo invitato molti scrittori a fornirci le aggiunte opportune al 
lostro lavoro essenziale, per tenerlo al corrente, d' anno in anno ; pochi hanno 
isposto : tuttavia affinchè si vegga come possono esser fatte queste aggiunte, dia- 
no principio a questo Supplemento perpetuo, nella speranza di potere raccoglie- 
e per i futuri Annuarii più larga messe. 



Albertini Antonio, publiciste i- 
talien, correspondant du Cor- 
riere della Sera, à Saint-Peter - 
sbourg ; il est riè à Ancone, le 
11 novembre 1879. 

Albertini Giacomo, Voir au Di- 
ctionnaire sous son pseudony- 
me de Mario Leoni. Il a été 
conseiller municipal et adjoint 
du maire de Turin, pour l'in- 
struction publique ; il a été de- 
putò du troisième college de 
Turin où il rèside. 

Albertini Luigi, publiciste ita- 
lien, directeur du Corriere della 
Sera du Milan. né en 1871 à 
Ancone. On lui doit, entr' au- 
tres, un livre de sociologie : 
« Le ot f o ore di lavoro ». 

Albites Edouard, (Voir Diction- 
naire, p. 16). Il demeure habi- 
tuellement à Marina di Pisa. 

André Marius, poète de la Pro- 
vence, mèstre en gai sabé, vi- 
ce-consul de France à Constan- 
tinople, né à Sainte Cécile en 
1868 ; il est auteur d' un Be- 
cueil de vers fort admiré sous 
le titre : « Plou e soulèio ». 
Citons en outre : « La glori 
d'Escarmoundo », Montserrat ; 
« Li Pirenèu »; « Le bienheu- 
reus Baymond Lulle » . 

Angeli Diego, il est né à Flo- 
rence le 8 novembre 1869 ; en 
1894, il fuit recu docteur ès- 
lettres à 1' Université de So- 



me. Il collabore surtont au 
Giornale d'Italia, au Marzocco 
et à l' Illustrazione Italiana; le 
clinquant de ses critiques d'art 
et de ses salons en ont fait un 
écrivain en vogue. 

Anglade Joseph, écrivain fran- 
cais ; citons de lui : « Contri- 
bution à P étude du languedo- 
cien moderne »: « Le trouba- 
dour Giraud Bequies »; « Deux 
troubadours narbonnais»; «Les 
troubadours, leur vie, leurs o- 
euvres ». 

Aprile Pietro, (voir Diction- 
naire, p. 37). Il est né à Cai- 
tagirone, et il rèside à Catane, 
où il a fonde et dirige le « Cor- 
riere di Catania ». 11 est de- 
corò de la médaille d' or pour 
les campagnes contro le cho- 
lèra des années 1886 et 1887, 
en Sicile. 

Arnavielle Albert, poète prò- 
vencal, dit 1' Aubanel du Lan- 
guedoc, ancien maj orai duféli- 
brige, ancien directeur de VAr- 
maria Cevenou, et ancien réda- 
cteur en chef de la Cigolo d'or 
bien connu pour ses « Cants de 
V Aubo »; il est né à Alais en 
1844. -On lui doit aussi : « Volo 
biou » : « La priero de Mur- 
cio » et « Lous Gorbs ». 

Astengo Carlo, jurisconsulte i- 
talien, ancien préfet consieller 
d' état et senateur, né en 1835 



i 



392 



à Savone ; il dirige les « An- 
nali comunali e provinciali » ; 
et il a publiè : < Guida Am- 
ministrativa »; « Illustrazione 
della legge comunale e pro- 
vinciale »; « Dizionario ammi- 
nistrativo » etc. 

Aude Edouard, écrivain érudit 
de la Provence, bibliothècaire 
de la Mèjanes à Aix, Archivi- 
ste de la Société d'Études pro- 
vencales, né à Toulon en 1866 ; 
on lui doit, entr' autre, P« E- 
loge de M. Leon de Berluc Pé- 
russis ». 

Aufhan Mathilde, félibresse de 
Apt, en Provence, plus connue 
sons le pseudonyme de Féli- 
bresse de la Travesso : ses piè- 
ces en vers ont été remarques ; 
mais, après un pélérinage a 
Rome, elle s' est retirée du 
monde et elle est entrée dans 
un monastère d' Avignon. 

Baccelli Alfredo, (cfr Dici., pa- 
gina 55). Son dernier livre « La 
meta » roman, a eu un trés- 
beau succès. 

Bacqué Fonade Marius, félibre 
du Languedoc, ancien majoral 
du félibrige, fondateur de la 
revue Terrò oV oc, organisateur 
des jeuxfloréaux de Toulouse, 
coli aborateur de plusieurs j our- 
naux de la Provence et de la 
Gascogne, né en 1854 ; on an- 
nonce de lui une « Histoire 
des rues de Toulouse ». 

Banchieri Gian Giacomo, mé- 
decin en chef de 1' hópital de 
Trèvise. Signalons de lui un 
essai « Sulla filosofìa di Sha- 
kespeare » . 

Barbe Paul, fèlibre francais, 
ancien majoral du Félibrige, 
né à Buzet ; on lui doit entre 
antres: « La verité sur la lan- 
gue d' oc » ; « Ensaj en formo 
de dialoguo sur la lengos » ; 



et ces drames : « La Peste de 
1721 à Avignon » ; « Picam- 
bril »; « Fernando Cortes ». 

Barbiera Attilio, romancier ita- 
lien, né en 1879 à Aragona (Si- 
cile) où il rèside ; signalons de 
lui « I Ribelli » et « Vita pae- 
sana ». 

Bard Louis, vieux poéte pro- 
vencal, móstre en gai sabé, 
conservateur du musèe de Ni- 
mes, fìls. d 7 ouvrier, né en 1818 ; 
il est auteur de vers élégants 
plusieurs fois couronnés; ci- 
tons : « La Crisantemo »; « Lou 
Moulonu de Cavaioun » ; « I 
pèd de la Crous ». 

Barine (Arvède), Nous complé- 
tons ici la notice insuffisante 
sur cette dame parisienne (Cé- 
cile Vincens née Bouffé) qui 
brille, comme écrivain, sous 
un noni de piume russe, ajon- 
tant la liste de ses ouvrages: 
« L'Oeuvre de Jesus ouvrier » 
1879 ; « Portraits de Femme » 
1877; « Essais et Fantaisies » 
1888 ; « Princesses et grandes 
Dames » 1890 ; « Bernardin de 
Saint-Pierre » 1891 ; « Alfred 
de Musset » 1893 ; « Bourgeois 
et gens de peu » 1894 ; « Les 
Névrosés » 1894 ; « Saint-Fran- 
cois d 1 Assise » 1905 : « Jeu- 
nesse de la Grande Mademoi- 
selle » 1905 ; « Louis XIV et 
la Grande Mademoiselle » 1906. 
Signalons eucore son étude sur 
les comtes de Perrault qui ob- 
tint en 1885, le prix d' élo- 
quence à 1' Académie francai- 
se: une sèrie d'articles : « Hors 
de France » au Journal des 
Débats : une autre sèrie, au 
Figaro : « Les idées d'une mó- 
nagère » etc. « Ernest Tissot, 
résumé ainsi son oeuvre dans 
la Bevue • * Femme d'infìni- 
ment d : esprit et d' un esprit 



393 — 



presque molièresque, tellement 
il est francais, savante dont 
on entendrait dire, surtout si 
l' était par elle mille et une 
page sans lassitude; butineuse 
iniatigable des champs de la 
pensée, voici trente et quel- 
ques années qu' elle tire des 
fleurs de la littérature mon- 
diale la poussière blonde, le 
miei dont sont gami les ra- 
yons de ses beaux ouvrages. 
S' ils manquaient à notre li- 
brairie, il manquerait quelque 
chose à notre culture. Ne résu- 
ment-ils pas a eux seuls, toute 
une bibliothèque et comme cet- 
te bibliothèque, imprtmée en 
plusieur langues, serait sans 
eux inaccessible à la majorité, 
Madame Barine, on peut le dire 
sansflatterie, a vraiment agran- 
di, enrichi le domaine intellec- 
tuel de ses contemporains. » 

Baroncelli Javon, (Marquis Fol- 
que), félibre de la Provence ; 
ajoutons de lui ; « Lou Rousàri 
d'Aubeto » en vers. 

Barone Enrico, (voir Diction- 
naire, p. 81). Il est né à Na- 
ples le 2 dècembre 4859 ; il est 
colonel d' état major on retrai- 
te, et rèdacteur du journal 
« La Tribuna » . 

Barracco Giovanni (Baron), ar- 
chéologue et homme politique 
italien, ancien deputò, depuis 
1885, sénateur, docteur honoris 
causa de l'Université de Halle, 
né le 26 avril 1829 à Isola Ca- 
po Rizzuto (Catanzaro) : il a 
illustre sa propre collection 
d'antiquitès grecques « La col- 
lection Barracco » dont il a 
fait cadeau à la ville de Rome. 

Barzilai Salvatore, (voir Di- 
ctionnaire, p. 88) ; il est Pré- 
sident de l' Associaton de la 
Presse à Rome. 



Battelli Angelo, (voir Diction- 
naire, p. 93 ; il prèside l'Asso- 
ciation universitaire des pro- 
fesseurs). 

Bernard E. (L'Abbé), ècrivain 
prò vencal, directeur du sémi- 
naire de Sainte Garbe, on lui 
doit des pastourelles, des noéls 
et des drames ; citons : « Uno 
messo de miejo-nine au Ca- 
stéu de Soumano » ; « Fèsto 
de Nouvé »; « La Bouneto d'ou 
viel Jacque » ; « Vihado » ; 
« Philippe Herard »; « Le Fra- 
xinet »; « Scènes comiques »', 
« Jeanne d'Are » etc. 

Bernard Valére, peintre et é- 
crivain de la Provence, né à 
Marseille en 1860 ; on signale 
de lui les « Ballado d' Arain »; 
« Li Cadara»; «La Pauriho»; 
« Bagatouni »; (Romans). 

Bertarelli Pietro, conseiller 
d' état et ècrivain italien, che- 
valier de la lègion d'honneur, 
ancien préfet, ancien deputò, 
né le 17 dècembre 1845 à Ca- 
sale Monferrato. On lui doit 
entr' autres ; « Le Nazionali- 
tà » et « Epistolario di Gali- 
leo Galilei ». 

Bertas Pierre, ècrivain de la 
Provence né en 1859 a Marseil- 
le ; on lui doit entr' autres, une 
brochure qui a fait quelque 
bruit ; « Li set saume d' a- 
mour » ; « La nacionalità prò- 
vencalo e Lon Felibruje » ; 
« Pierrot Badaio » poéme. 

Berthet Marguerite, (Dans le 
Supplèment au Dietionnaire 
International des Écrivains du 
Monde Latin on a fait quel- 
ques confusions, que nous te- 
nons à rectifier. On a attribué à 
sa soeur ses essais d' interpré- 
tation qui ont été écrìts sous 
la direction du regrettè pro- 
fesseur Victor Henry. Sa soeur, 



394 



en revanche, vient de publier 
une étude sur les proverbes 
anglais en collaboration avec 
M. de la Quesnerie et d' entre- 
prendre une nouvelle traduc- 
tion des sonnets de Shakespea- 
re. M.He Marguerite Berthet, 
en dehors de ses remarquablos 
études su les fernmes poètes et 
de son délicienx recueil « Les 
voix de la Forèt » prèpare un 
autre poème dont plusieurs fra- 
gments ont été approuvés et 
applaudis par un grand mai- 
tre, Sully Prudhomme. 

Berthier Antony, écrivain pro- 
vencal, collaborateur de tous 
les Almanacs provencaux ; son 
poème : « Li Santo Mario de 
Provènco » a été couronné pur 
T Académie de Marseille ». On 
lui doit en outre « La Noél de 
T hirondelle, legende proven- 
cale » « Lou libre de la Na- 
ture ». 

Beltrame Vincenzo, (voir Di- 
ctionnaire p. 107) dèputé pro- 
vincial ; il réside à Casale Mon- 
ferrato ; il est né le 5 avril 
1847 à Torrione di Costanzana 
(Nonare). 

Belvederi Gualtiero, publiciste 
italien, rédacteur de la Tribu- 
na, ancien directeur de la Gaz- 
zetta dell'Emilia, du Veneto de 
Padoue, et de La Sera de Mi- 
lan, docteur en droit; il est né 
en 1862 à Bologne. 

Bellone Angelo, fonctionnaire 
italien, secrétaire au ministère 
des finauces, docteur en droit, 
né à Savigliano (Piémont) le 
l.er mars 1868; on lui doit un 
« Commento alla legge sulla 
riscossione delle imposte di- 
rette ». 

Bertolini Pietro, avocat, juris- 
consulte, et homme politique 
italien, professeur de droit ad- 



ministratif, ancien sous-sécré- 
taire d' état aux finances, a- 
ctuellement ministre, né en 
1853 à Montebelluna : on signa- 
le, entr' autres : « Sulla Giusti- 
zia amministrativa e sul de- 
centramento ». 

Bigot P. H., poète et littéra- 
teur de la Provence ; on lui 
doit : « Le Chàteau de Tara- 
scon » ; « Lou Kinfaro » con- 
tes provencaux ; « Manosque 
son origine, son passe »; « Les 
félibres cl'Avignon au tombeau 
d'Aubanel ». 

Blavet Alcide, écrivain pro- 
vencal, un des fondateurs de 
la Cigolo oV or, directeur du 
journal: Cascavel, né en 1868 
à Alais. Il n' avait que dix- 
buit ans losqu' il publiait son 
recueil: « Labro e roso ». Ci- 
tons encore de lui : « La Muso 
Camisardo »; « Baragno flou- 
rido ». 

Boillat J., écrivain francais 
de Nìmes; on lui doit: « Le 
repetiero »; « Proumenado dins 
Nime »; « Mi Losé »; « Li Ba- 
tarelo »; « Uno partido à Char- 
lot »; « La Barde de l'Age »: 
< Oumage à Bigot »; « La Fe- 
rigouleto » ; « Caouqui can- 
soun »; « Cuatre ferigouleto 
nouvello »; « Li Mazetiero ». 

Bongarcon (L' Abbé), félibre 
provencal, prédicateur en Ter- 
re-Sainte. Il à publié : « Le 
Provencau en Palestino » ; 
« Très dougéno de cantico pò- 
pulari »; « Cantiques francais 
et provencaux »; « A la me- 
mori de ma maire »; « Sou- 
venirs poètiques »; « Lou coup 
d'Estat d'un Vicàri de Lus »; 
« Tres dougéno de' Nouvé » . 

Bonnet Baptiste, félibre fran- 
cais, né en 1844 à Bellegard, 
issu d'une pauvre famille, dont 



395 



il a caconté les vicissitudes dans 
un ouvrage demearé inèdit : 
< La partenco de Brisquinié ». 
Il a été un des fondateurs du 
Félibrige parisien. En 1892, 
« Li memori d' uno guarro » 
lui ont me ri té le titre de « mó- 
stre en gai Sabé ». On lui doit 
deux volumes en prose, avec 
préface de Daudet « Vido d'en- 
fant » et « Le valet de fer- 
me » et plusieurs poèsies in- 
sérées dans l' Armano, prou- 
vencau. 

Bonnet TAinè, poète populaire 
de la Provence, né en 1843 à 
Opède ; on lui doit deux poè- 
mes : « Margai » en 25 chants 
et « Maridage de Mise Rous- 
seto » en huit chants. 

Boy Charles, poète et philo- 
logue francais, né en 1852 à 
Mondragon ; en dehors clenom- 
breuses poèsies d'occasion (en- 
tr' autres, une à Béatrix), on 
lui doit : « Apercu sur la lit- 
térature provencale » ; « La vie 
et les oeuvres de Louise La- 
be »; il a traduit du oatalan en 
francais : « Etude sur la littéra- 
ture catalane » de Rubió y Ors. 

Bruti Charles, poète francais 
et provencal de Montpellier, 
où il est né en 1870 ; on cite 
de lui : « Canso » ; « A Madon- 
na »; « Les chants d' èphèbe » 
que Mistral a fort loué comme 
remplis de jeunesse grecque et 
de poesie provencale. Directeur 
de L'Action régìonaliste, on si- 
gnale encore de lui : « L' évo- 
lution félibréenne »; « Les trou- 
badours à laCour desSeigneurs 
de Montpellier »; « Onyx et Pa- 
stels »; « Toasts et discours »; 
« Les littératures provenca- 
les » avec une lettre de Mi- 
stral. Il prépare « La vie des 
Troubadours ». 



Camelat Michel, philologue et 
folkloriste francais, de la Ga- 
scogne, né en 1871, à Arrena. 
On lui doit, entr' autres : « Le 
patois d'Arrens », « Louis La- 
contre » , < Belino » poème 
gascon, « Armana gascon », 
« L' élément étranger dans le 
patois d'Arrens », « Lous ga- 
bes de Bigorre ». 

Canudo Ricciotto, écrivain ita- 
lien, résidant à Paris (19 bis 
Rue de Boulainvilliers), réda- 
cteur du Marcare de France 
et de VArt et les Artistes, ré- 
dacteur en chef de l' Europe 
Artiste, initiateur de la Lectu- 
ra Dantis à Paris, membre 
fondateur du Nouveau Théd- 
tre d'Art de Paris, promoteur 
du Théàtre en plein air, né en 
1879 à Gioia del Colle. On lui 
doit : « Le Livre de la Gónè- 
se » (La IXe Symphonie de 
Beethoven) 1906 ; « Le livre 
de V Evolution : L' Homme » 
(Psychologie musicale des Po- 
pulations) 1907 ; « L' evolution 
du sens de la vie chez Gabriel 
d'Annunzio », 1904; « Diony- 
sos » (tragedia mistica) 1906 ; 
« La mort d' Hercule » (tra- 
gedie heroi'que) 1907 ; « Le De- 
lire de Clytemnestre » (tragè- 
die heroi'que) 1904 ; « Nacque 
al mondo un sole » (lectura 
Dantis sur Dante et Saint- 
Francois, faite en 1906 à l'Am- 
bassa'de d' Italie) ; « L' Evan- 
gile Moral Méditerranéen — 
Dante et Saint-Francois » 1907. 

Carra de Vaux Bernard (Le Ba- 
ron ; voir Dictioìinaire, p. 269). 
Le B.on Carra de Vaux publie 
dens le Corpus scriptorum chri- 
stia no rum orientalium la deu- 
xième partie des annales d'Eu- 
tychius, contenant leur conti- 
nuation par Jean d' Antioche; 



— 396 — 



chez Poussielgue et chez Har- 
rassowitz, 1908. Le mème au- 
teur poursuit ses recherches 
étrusques, inaugurées en 1904 
par deux articles du Museon, 
développóes ensuite dans trois 
fascicules intitulés Etnisca, 
Paris, Klincksieck, 1904-1906, 
et dans diverses notes. En 
rapportant V étrusque aux ra- 
cines altai'ques, il interprete 
les inserì ptions et expìique 
quantité de mots dont 1' éty- 
mologie ótait jusqu'ici fort ob- 
scure. Parrai les inscriptions 
qu' il a déjà étudiées sont cel- 
les de 1' Orateur de Florence, 
du Lampadaire de Cortone, du 
tombeau des Volumni à Pé- 
rouse. L' un des mots dont il 
éclaircit 1' étymologie est Ita- 
lia, qu' il considère comme une 
forme voisine de Vetulonia, ap- 
parteuant à une racine ot, vot, 
qui signifie « pàturage », — 
L'auteur signale d'ailleurs dans 
son travail de nombreux rap- 
prochements entre les racines 
alta'iques et aryennes. 

Chambrand Marius, iélibre de 
la Provence, cigale du Mont 
Ventoux, depuis 1891 ; on lui 
doit entr'autres: « Lou Cre- 
seréu » , « Saul » , « Resto dias 
tomi vilage », « L' oulo d'Ar- 
pian », « Viveto » comédie. 

Charave! Eugènie, félibressede 
Cannes, soeur du félibre Mau- 
rice Raimbault ; on a d' elle des 
récits en provencal : « La Te- 
starda », «Li Cacalauso » etc. 

Chassary Paul, poète et litté- 
rateur de la Provence, cigale 
de Nimes depuis 1895, né en 
1859 à Grabels; on lui doit un 
recueil de récits : « En terra 
galesa » et: « Pecato migno- 
to », L. Roumieux »: « En va- 
cances »: « Vin dou Misteri ». 



Cheilan Paulin, poète de. la 
Provence né en 1834 à Aix. 
On signale de lui : « Lou Viro 
Soulèus e « Meissoun » pièces 
de vers couronnées ; « Mi Bias- 
so » recueil de vers ; citons en- 
core de lui 1' ode: « Cristòu 
Couloumb » . 

Chiara Bernardo, (voir Di- 
ctionnaire, p. 326) Ajoutez : 
« Tipi, scene, avventure d'Ita- 
liani in Spagna, studii dal ve- 
ro » Trèvise 1907 ; « Dante e 
la psichiatria » (dans la Gaz- 
zetta Letteraria de Turin, en 
réponse à Cesare Lombroso » 
Corrigez, au lieu de « Mae- 
stro di Scuola » « Maestra di 
scuola, romanzo di vita magi- 
strale » En préparation, un 
grand onvrage : « Il Piemonte 
Moderno, quadri e ritratti let- 
terarii ». Cfr, sur cet écrivain 
une étude critique et biogra- 
phique du prof. Giovanni Zur- 
letti. 

Cholodniak Jean, latiniste rus- 
se, professeur à l' Institut hi- 
storique et philologique de 
Saint Petersbourg, né en 1857; 
on lui doit des traductions en 
russe magistrales de classiques 
latins : « Properce » (1886), les 
« Menerhmi » (1887) et le « Mi- 
les Gloriosas » de Plaute (1894), 
Lucrèce (1901), et une édition 
critique du grammairien Cen- 
sorinus. Mais son ouvrage ca- 
pital demeurent les « Car- 
mina sepulcralia » où il a réu- 
ni les anciennes inscriptions 
funéraires latines en vers, avec 
des commentaires. 

Ciscato Antonio, (Cfr. Diction- 
naire, p. 343) ; on y a fait con- 
fusion entre le D.r Antonio Ci- 
scato secrétaire en chef de la 
municipalité de Vicence. au- 
teur de quelques brochures 



397 



historiques. Voici la liste exa- 
cte des publicatioos du Pro- 
fesseur Ciscato : « Attraverso 
ì secoli »; « Storia di Este dalle 
sue origini al 1890 »; « Gli E- 
brei in Este »; « La famiglia 
di Vò e lo cronaca di Agosti- 
no » (1575-1630); « Gli Ebrei 
in Montagnana sotto la domi- 
nazione Carrarese »; « Bianca 
Aurora da Este » ; « Biagio 
Lombardo e l'Archeologia ate- 
stina »; « Gli Ebrei in Pado- 
va » (ouvrage couronnó par le 
prix Lattes de l'Universitó de 
Padove) ; Gli avvenimenti del 
1509 nel Padovano » ; « Un 
epigramma storico su Barto- 
lomeo d' Alviano, 1513 »; Isi- 
doro Alessi, Paolo Vagenti e 
una polemica letteraria nel 
700 »; « I portalettere in Pa- 
dova nel 500 »; « L'arte ve- 
traria in Padova >; « Una leg- 
ge suntuaria agrigentina e al- 
tre leggi del 1426 ». 

Coffinières Paul, écrivain fran- 
cais, né en 1827 ; il a débuté 
en 1855 par une étude sur la 
ville de Montpellier ; il a diri- 
ge une revue : « L' Echó de Ta- 
maris » . Signalons de lui: « L'a- 
mour dans la poesie provenca- 
le » ; « L' auteur de Maniclo » . 

Constans Lèopold, (Cfr. Dictìon- 
naire p. 373). Ajoutez que le 
troisième volume de 1' édition 
critique du Roman de Troye a 
paru par les soins de la So- 
ciété des ancies textes fran- 
cais et: « Mistral et son oeuvre 
conférence faite à l'exposition 
de Liège le 17 juillet 1905 », 
Avignon 1906 ; « Les Chapitres 
de Paix et le Statut maritime 
de Marseille, texte provencal 
des XlIIme et XlVme siècle 
(extrait des Annales du Midi 
octobre 1907 et janvier 1908). 



Court G. Felicien, jeune bio- 
graphe, publiciste et romancier 
de la Provence ; citons de lui: 
« Los Pirinéos »; « L' as de 
de 1' Oustal » ; « L' enfer pas- 
sionnel »; « Lengo d'oc e l'en- 
seignemen »; « Les Trouba- 
dours de Pescolo toulousenco »; 
« Troubadours et félibres »; 
« JBimas toulousencos»; « L'Au- 
be future » (roman) ; « Flou 
des acrin-s ». 

Creonti Alberico, éducateur ita- 
lien, fonctionnaire au Ministè- 
re de la Guerre, chevalier de 
la Couronne d' Italie, né a Flo- 
rence le 8 dicembre 1865. Sui- 
vant la tradition de sa famille, 
il cultive, avec beaucoup de 
passion les études pédagogi- 
ques. On lui doit : « I figli, 
Educazione e storia del fan- 
ciullo » ouvrage fort estimé, 
originai, et bienfaisant, soit 
pour son contenu et pour sa 
méthode, soit pour il but qu' il 
se propose. Il n' y à pas de 
doute que si la méthode edu- 
cative que M. Creonti a indi- 
quée avait, comme il serait né- 
cessaire, une très large appli- 
cation dans les familles et 
dans les écoles, 1' éducation 
nationale ferait des grands 
progrès. 

Cros Pascal, fèlibre de la Pro- 
vence, chef de T école marseil- 
laise, qui suit l'ortographe tra- 
ditionnel des Troubaires ; dire- 
cteur de la Sartan, il a publiè 
un recueil de poèsies véristes : 
« Muso nuso ». 

Daniel Lazarine, félibres se 
franco-italienne, issue de la fa- 
mille napolitaine Russi, née en 
1850 à Forcalquier, plus con- 
nue sons le nom de Felibresse 
de la Crau; elle debut a en 1870 
avec de vers sur la bataille de 



— 398 



Sedan ; aprés avoir connu Mi- 
stral, elle se passionila pour 
la poesie provengale. 

D'Arbaud Felix, nom de piume 
de la félìbresso dou Caulon, 
fille de Valére Martin; en 1863, 
elle publia « Lis amours de 
Ribas » un recueil de vers fort 
appréciés. 

Daschkewitsch Nicolas, littera- 
teur russe, professeur d'histoi- 
re de la littérature universelle 
à V université de Kieff. Il a 
publié : « Legende de Saint- 
Graal » 1876 ; « Le romanti- 
sme de la Table Ronde dans 
la littérature et la vie de l'Oc- 
cident » 1890. 

Desasars de Montgailhard (Ba- 
ron), directeur de la Eevue des 
Pyrenées, ancien magistrat, 
promoteur du mouvement lit- 
téraire dans sa région ; il est 
né en 1837 à Avignonet. 

Devoluy Pierre, (voir Diction- 
naire, p. 495); il dirige le jour- 
nal Prouvengo. 

Di Natale Emilio, on doit ajon- 
ter à son bagage littéraire un 
volume d' excellentes tradu- 
ctions : « Fiori poetici stra- 
nieri fatti italiani » 1907 (les 
poètes traduits sont Cowper, 
Tennyson, Shelley, Longfellow, 
Victor Hugo, Maurice Faucon, 
Josephine von Lippert et Pla- 
ten). 

Due Lucien, (cfr. Dictionnaire, 
p. 522). On annonce encore de 
lui : « Le poème de ma vie ». 

Du Caire Gonzague, nom do 
piume de Gonzague de Rey, 
poète et órudit de Marseille. 
On signale de lui un ouvrage 
sur les « Sanctuaires Proven- 
caux »; « il publie chaque an- 
née V « Almanach des Saints 
de Provence » . Dans la Calan- 
co il a inséré des poèsies et 



des études sur les invasions 
des Sarrasins en Provence. 

Duclos Claude, félibresse bear- 
naise, plus connue sons le pseu- 
donyme de Filadelfo de Gerdo 
marièe à Pau avec M. Riquier, 
fort admirée par les Félibres, 
le vieux Mistral et le jeune 
André en tète, aux fétes de 
la Sainte Fstelle à Carcassonn, 
pour sa chaste beauté, pour sa 
gràce, pour son chant et pour 
ses quatre recueils : « Posos 
perdutos »; « Brumos d'auton- 
ne » ; « Cantos d' esil » ; « Can- 
tos d' azur ». 

Elliott Arthur Marshall, fefr. 
Dictionnaire, p. 537 ; complé- 
tons la notice de cet éminent 
philologue romaniste araéri- 
cain. Aprés avoir obtenu tous 
ses degrès en Amérique, il 
poursuivit, pendant six aus, ses 
études en Europe, à Paris, Flo- 
rence, Madrid, Lisbonne, Mu- 
nich, Tubingue, Berlin et Vien- 
ne ;' il a étó un des premiers 
fondateurs de la Modem Lan- 
gnage Associaticn of America, 
et son secretaire, pendant les 
premières sept années, son pré- 
sident pendant une année et il 
en publia la Revue qui paraìt 
de trois en trois mois ainsi 
que la revue mensuelle uni- 
versitaire Modem Langnage 
Notes ; il est président de nom- 
breuses associations scientifi- 
ques et littéraires de Baltimo- 
re. Ses essais et articles ont 
paru surtout dans V American 
Journal of Philology et dans 
les Moderne Language Notes. 

Estieu Prosper, poète de la 
Provence, né en 1861, connu 
surtout pour son recueil de 
beaux sonnets « Lou Terra- 
dou »; il est né en 1861 à Fein- 
delle. On iui doit, en outre. 



399 — 



« Gens de Galgo » (sur,les 
paysans de Corbières), L'Eco- 
le, poème francais », « Fabre 
d'Eglantine réhabilité »; « Bor- 
done pagans »; « Sonnets »; 
« Bordons biblics »; « Flors 
d' Occitani a ». 

Faure Maurice, sénateur et fé- 
libre francais, cigale du Gar- 
doun, grand promoteur du Fé- 
librige ; en debors de nombreux 
discours, il à publié un volu- 
me sous le titre : « Neblo e 
Soulèu »; il est né à Saillans 
en 1850. 

Frizet Malachie, félibre de la 
Provence, cigale du Leberoun, 
né en 1850 à Pernes ; on lui 
doit entr'autres : « Prouvencau 
e catouli » cbant mis en mu- 
sique par,Granier, « Li fueio 
morto « Eloge de Cleinenco I- 
sauro » . 

Froment de Beaurepaire, écri- 
vain francais de la Provence, 
rédacteur en cbef de la Revue 
du Traditionnisme né en 1872 
à Moissac-en'Caorsin »; on lui 
doit : « Cbansons populaires du 
Caorsin »; « Aubanel et son 
amie »; « Pensée d' un bomme 
de treize ans » ; « Le 7 le Train- 
glaux » étude de moeurs mi- 
litaires, qui a fait grand buit. 

Garbier Francois Garbier, écri- 
vain provencal couronné pour 
ses récits, et pour une come- 
die « Lou Maridage i coumi- 
sàri »; il est né à Cannes en 
1869. 

Garcin Eugène, félibre fran- 
cais, vice-président des félibres 
de Paris ; il à publié deux bro- 
chures. « Francais du Nord et 
du Midi » et « Les Origines 
du Félibrige ». 

Garofalo Pasquale Duca di Bo- 
nito, (cfr. Dictionnaire, p. 689, 
Supplementi pag. 114); on an- 



nonce de lui un nouvel ouvra- 
ge sons le titre : « Acrisia Vi- 
chiana nella scienza nuova, an- 
notazioni critiche ». 

Gasparri Pietro, cardinal ita- 
lien né le 3 mai 1852 à Visso 
(Norcia); il a été professeur 
de tbéologie à l' Institut Ca- 
tholique de Paris. Ancien dé- 
léguó apostolique en Bolivie, 
dans la république de l'Equa- 
teur et au Pérou, désigné en 
1898 comme arcbevèque de Ce- 
sarea, il a été chargé de pré- 
parer le Code du Droit canon; 
il est auteur d'un livre appré- 
cié : « Impressioni dell'influen- 
za francese in Oriente » . 

Gautier Auguste, félibre fran- 
cais, né en 1847 ; en francais, 
il a publié « Le Commentaire 
du Code d' Amour » ; et en 
dialecte des Cevennes et du 
JR,hòne , « Dóu Prouvencau e 
de soun influenco sur la lengo 
e la literatura angleso »; « E- 
ster »; « Lou rèi Davi »; « Li 
Catalino » contes. 

Gautier Joseph, poète francais 
et provencal, ancien directeur 
de la Cornemuse de Marseille; 
on lui doit, entr' autres ; « Au 
bord du Nid »; « Bribes poé- 
tiques ». 

Giraud Henri, jeane poète et 
romancier de la Provence ; on 
lui doit: « Pecu de vers »; 
« Deux poèmes »; « Lou mcu- 
lin de la Lubiano » roman. 

Giron Aimè, poète, romancier 
et publiciste francais, couron- 
né aux fètes centenaires de 
Pétrarque et de Saboly, né en 
1846 ou Puy en Velay. On si- 
gnale surtont son livre « No- 
éls » par lequel, dit M. Portai, 
il a bien mérité de la langue 
provencale. 

Glaizè Antonin, poète et juri- 



— 400 



sconsulte francais, professeur 
à la faculté de droit de Mont- 
pellier, où il est né en 1833; on 
lui doit entr' autres : « Lou 
doutour de la Princesse »; « La 
Cansoun de Jean d'amour »; 
« Li caprìci d' ou tèms » . 

Goiran Léontine, félibresse d'A- 
lais ; sous le pseudonyme de 
« Felibresso d' Areno » elle 
publia un beau recueil de vers 
« Li Risént de l'Alzoun ». 

Guillaume Paul, chanoine et 
èrudit francais, archiviste des 
Basses Alpes, ancien professeur 
à Montecassino et à Cava de' 
Tirreni, né en 1842 à Van ; il 
a publiè et illustre de « Mi- 
steri » des vies de religieux, 
et une étude sur « Le langage 
d' Embrun au XV siècle ». 

Haendlor Otto, poète et litté- 
rateur allemand, conseiller à 
la Cour d'appel de Coblence, 
né le 22 ottobre 1851 à Franc- 
fort sur V Oder. Il a fait son 
droit à Heidelberg, Palerme, 
Berlin. On lui doit la tradu- 
ction d' un choix de poèsies de 
Giosuè Carducci, Dresde 1905. 
Il a aussi traduit et il publie- 
ra bientòt la traduction des 
Poèsies de Fogazzaro, et du 
roman de Salvatore Farina 
« Amore Bendato » . On an- 
nonce encore la traduction 
d' une pièce de Salvatore Fa- 
rina, traduite par Haendler et 
qui va ètre représentée en Al- 
lemagne. 

Hébrides Paul (des), nom de 
piume de 1' abbé J. B. de Ter- 
ris, prédicateur de la Proven- 
ce. Son Sermoun prouvencau, 
écrit M. Portai, est un des 
plus beaux sermons en langue 
d'oc. Son frère Jules de Ter- 
ris est 1' auteur d' « Un prò- 
vencal oubliè » histoire de fa- 



mille du XVII siècle. Leur 
onde, évèque de Frejus avait 
ordonné ; dans son diocèse, aux 
prètres de prècher en proven- 
cai ». 

Honde Albert, écrivain proven- 
cai, né à Manosque, en 1859 ; 
sa legende en vers « Lou len- 
deman de la Creacioun » a été 
couronné à l'Acadèmie de Vau- 
cluse. On lui doit, en ontre ? 
des études sur les traditions 
et moeurs de Pourtougau »; 
« L' ouro dóu pastre » ; Li 
Flourete de Durènco »; « Garo 
garo dessouto ». 

Houchart Cenina, (voir Dì- 
ctionnaire, p. 810). Elle est née 
à Thalanet, et décorée des pal- 
mes académiques. 

Hugues Clovis, (voir Diction- 
naire, p. 813) ; il est aussi poéte 
provencal et cigale de la Du- 
vengo ; panni ses poèsies pro« 
vencales, on cite un sonnet à 
Mistral ; « Lou bon fièu » ; 
« Lis Oulivado »; « Pas sena- 
tour ». 

Janculesco de Reuss Eug., (cfr. 
Dictionnaire, p 826). Aux publi- 
cations de cette vaillante fem- 
me écrivain romaine, ajoutez : 
« Arianna » , roman ; des con- 
férences : « Education, droits 
et devoirs de la femme », « La 
Paysanne roumaine », « Niets- 
zche »; « Besoin de la religion 



en B,oumanie 



B,aja » ro- 



man. 

Jovacchini Alfonso, (cfr .Diction- 
naire, p. 834). Il vient d' ache- 
ver un ouvrage important in- 
titulé : « Il cavallo nella Storia 
della Creazione e della Civiltà » 
un beau voi. de 400 pages. 

Jouveau Elzéar, poète et com- 
positeur de la Provence, cigale 
de VArc de Sedo, né à Cau- 
mont en 1847 ; on lui doit 



401 



entr* autres : « Leu libre de ina 
vido »; « Lou piéu piéu »; 
« Ciuq cantique sur lou caste 
Jousè »; « La mort d' ou pa- 
stre » « A mis ami »: « Vint 
sounet prouvencal e francés. 

Lalanne Victor, écrivain fran- 
cais du Béarnais, promoteur 
du mouvement litéraire de sa 
région, né en 1849 à Lagoz ; 
en dehors de nornbreux arti- 
cles de propagande, il a écrit 
en prose béarnaise : « Coundes 
Biarnés, » et « Le Benyeuse » 
roman ; il a été un des sept 
fondateurs de 1' école Gaston 
Phébus. 

Leveghi Leonardo, écrivain ita- 
lien, professeur de pliilologie 
classique au Lycèe de Trento, 
né à Martignano (Trento) le 
23 février 1858 ; il a publié : 
« Disposizione e critica del 
Dialogo de oratoribus di P. C. 
Tacito, » 1890; « Esercizi di 
sintassi latina », 1893; « Ca- 
talogo della biblioteca de' pro- 
fessori nel Ginnasio Superiore 
di Trento » 1899-1900; « Odis- 
sea di Omero, per i ginnasii, 
italiani » 1900. 

Lieutaud Victor, poète et éru- 
dit provencal, cigale du Trèlus, 
né en 1844 à Apt, ancien bi- 
bliotecarie à Marseille, notaire 
à Volonne, plusieurs foir cou- 
ronné à Montpellier et à Bar- 
celonne. Il prèpare une Ency- 
clopédie provencale.On lui doit, 
entr' autres : « La Vido de San- 
t' Amador » texte du XIV sie- 
de ; « Notes pour servir à l'hi- 
stoire de Provence »; « Carta- 
béu dou Félibrige »; « Lou 
Eoman d'Arles » ; « Contes po- 
pulaires provencaux »; « La 
Cour d' Amour » ; « Les clo- 
ches Provencales »; « Un sé- 
minaire à Manosque »; « Un 



bumaniste provencal : L. A. 
Berluc »; « Louis II eoi de 
Provence ». 

Lorenzoni Giovanni, economiste 
italien, (voir Dictionnaire^ p. 
895 ; nous complétons ici sa no- 
tice). Il est né à Fondo (Tren- 
tino) le 5 janvier 1873; il a 
fait ses études classiques à 
Trento et Rovereto, les uni- 
versitaires à Graz, Vienne, Ro- 
me, Munich. Privat docent d'e- 
conomie politique à 1' Univer- 
sitó de Innsbruck en 1903, en 
1904 il occupait cette chaire 
dans la mème université ; mais 
on connait les péripéties dou- 
loureuses de 1' enseignement 
des professeurs italiens dans 
ce milieu réactionnaire . Le 
Gouvernement italien le char- 
gea de V enquète sur la con- 
dition des paysans en Sicile. 
Il a publié : « La cooperazione 
agraria nella Germania moder- 
na » deux voi. Trento 1901- 
1902; « Le inchieste statisti- 
che dell'ufficio del lavoro della 
Società Umanitaria di Milano » 
Milan 1903 ; « I lavoratori delle 
risaie » deux voi. Milan 1904 ; 
« Le organizzazioni agricole 
in Austria, Germania ed Olan- 
da » (dans le volume : L' ini- 
ziativa del Re d ì Italia e V Isti- 
tuto internazionale d'agricoltu- 
ra) Rome 1905 ; « L' efficacia 
educativa dell'Alpinismo » con- 
férence, Trento 1905 ; « In Ca- 
labria, dopo il terremoto » 
Trento 1905. 

Loubet Joseph, jeune poète de 
la Provence, auteur de vers 
couronnés : on signale surtout 
« Li roso que saunon » . 

Lugano (R.) Piacido, (cfr. sup- 
plément au Dictionnaire, pag. 
128); ajoutez à ses publica- 
tions : « Il Dictionnaire d'Ar- 



— 402 — 



chéologie chrétienne et de Li- 
turgie dell' abate F. Cabrai » 
Roma 1907. « L' abate Don 
Alberto Gibelli, generale del- 
l' ordine camaldolese cenobiti- 
co » Roma 1907. « Le idee 
strane di un ingegno bizzarro: 
L' abate olivetano Don Secon- 
do Lancellotti » Roma 1907. 
« Intorno ad un quadro attri- 
buito a Raffaello » Napoli 1907. 
« Manuale Devotionis ad usum 
monachorum Ordinìs Sancii Be- 
nedicti Montis Oliveti et Nobi- 
lium Oblatarum Piae Domus 
Turris Specularum, necnon prò 
omnibus sub regula s. Bene- 
dicti militantibus > Roma 1908. 
« S.ta Francesca Romana nel- 
la memoria dei contemporanei 
e dei posteri » Roma 1908. « La 
Congregazione Camaldolese e- 
remitica di Monte Corona dalle 
origini fino ai nostri tempi » 
Subiaco, 1908. 

Malignon Celestin, poète pro- 
vencal et cure à Arre, né en 
1846 à Russan près Ntmes : on 
lui doit : « Nosto Damo de 
Lourdo » poème en 12 chants ; 
« L' Ermito de Prouvenco » 
poème en quatre chants ; « No- 
sto Dame de Primo Coumbo » 
poème en six chants : « Jeanne 
d' Are » poème en 12 chants. 

Marabelli Giovanni, philosophe 
italien, docteur ès-lettres, pro- 
fesseur de philosophie au Ly- 
cèe Galvani de Bologne, né en 
1859. Il a publié : « Di un pro- 
cesso politico avvenuto negli 
ultimi tempi della repubblica 
romana » 1890; « Saggio di 
recensioni filosofiche (estratte 
dai periodici : La Cultura et 
La Rivista Italiana di filosofia 
1892 ; « Notizia critica dell'o- 
pera di Julius Pickler »; « The 
Psychology of the belief in 



obiective existence » , 1892 ; 
« Notizia critica dell'opera dei 
proff. G. Stuart Fullerton et 
F. Max Cattel : On the perce- 
ption of small difìerences etc. » 
1891 ; « Notizia critica del trat- 
tato di etica del prof. G. Mo- 
rando » 1900; « 11 sentimento 
dell' umanità » 1905 ; « Rifor- 
me liceali e scuola universita- 
ria di magistero » 1905 ; « Il 
Bollettino della Società filoso- 
fica italiana negli anni 1905, 
1906, 1907 »; « I saggi di filo- 
sofia sociale e giuridica di le. 
Vanni » voi. I. 1906 ; « Il Con- 
gresso filosofico di Parma » 
1908. Le prof. Marabelli à fait 
aussi des lepons et des confé- 
rences à 1' Université populai- 
re de Bologne, sur la philoso- 
phie de Spencer, etc. 

Marcelin Rémy, poète de la 
Provence, cigale des Mauro, né 
en 1832 à Carpentras ; A. Ma- 
thieu a préfacé un recueil de 
vers de lui publié, dans sa jeu- 
nesse, sous le titre : Lou long 
dòn Camin. On lui doit encore 
« Sirventès » , « Lou bon tèmz » ; 
« Libre nouviau »; on annon- 
ce encore de lui un volume de 
vers « Li Mountagnardo » et 
un opera en trois actes : « Li 
trevan de Roco Martin ». 

Marièton Paul, (cfr. Diction- 
naire, p. 955). Dans le Figaro, 
on publiait un portrait de cet 
écrivain brillant, que nous re- 
produisons en partie : « C est 
en 1885, — il était très jeune, 
il n'avait que dix huit ans — 
qu' il entendit pour la premiè- 
re fois des vers provencaux. Il 
alla vers le beau Midi : l'azur, 
le soleil, les paysages et les 
monuments le ravirent. Frédé- 
ric Mistral lui enseigna l'hai*- 
monie et 1' enthousiasme con- 



— 403 — 



tinu pour la Beauté. Dans la 
farandole puissante et cordon- 
née. où le géuie lanca sa race, 
Paul Mariéton fut mie des plus 
fécondes activités l'élibréennes. 
Le Théàtre antique d'Orange, 
où se rencontrent la gràce a- 
thénienne et la force roniaine, 
frappa sa conscience méditerra- 
néenne et luì parut marqué 
pour devenir un centre lyri- 
que. Il donna aux fètes poèti- 
ques qui périodiquement y ont 
lieu une direction réflèchie. Il 
y institua les assises de 1' e- 
stétique dramatique des Latins. 
Dans Le livre de mèlancolìe et 
dans Hippolyta, Pani Mariéton 
innova un genre où les divers 
poèmes constituent la narra- 
tion lyrique d' un amour. Quel- 
qu' un, à propos de ces poè- 
mes, a parie de sonata amou- 
r ease et cette locution les ca- 
ractèrise avec profondeur ». 

Martin Charles, écrivain de la 
Provence, né en 1846 à Aix a 
publié : « Brinde »; « Trones 
de proso »; « Lei dous gau »; 
« L' empremarié »; « Lou ca- 
stéu e li Pape d'Avignoun »; 
« Assabé de mariage ». 

Mattioli Nestore, (voir Diction- 
naire, p. 975: nous complétons 
ici sa notice) : inspecteur des 
monuments à Konciglione, ma- 
jor médecin à la retraite, che- 
valier de la Couronne d'Italie, 
«aé à Viterbo le 29 janvier 1851. 
Kecu docteur à l' Université 
de Home, il a voyagé en Fran- 
ce, en Espagne, en Autriche, 
en Allemagne, en Suisse pour 
s' instruire. Ancien collabora- 
teur du hiritto de Rome et du 
Pro Patria et de plusieurs jour- 
naux littéraires, politiques et 
scientifiques, il a publié: « Boz- 
zetti patologici, Saggi di me- 



dicina popolare » 1886 ; « La 
condizione sanitaria di Ronci- 
glione » deux parties, 1898; 
« Ricordi di un medico, Rac- 
conti » un voi. de 500 pages, 
Trieste 1890 ; « Di un' opera- 
zione cesarea e di alcune con- 
siderazioni sull' azione fìsiolo- 



1897 ; « Sopra un caso di cisti 
di echinococco del fegato che 
si fa strada colla suppurazione 
dell' esterno » 1896 ; « Rela- 
zione di analisi chimiche e di 
esami microscopici e batterio- 
logici dell' acqua del lago di 
Vico » 1902. 

Maurras Charles, félibre de la 
Provence, collaborateur de la 
Gazette de France, né en 1866 
à Martègue ; on lui doit. en- 
tr' autr<3s : « Li quatre amo de 
moun pàis »; « Li trènto beuta 
dóu Martègue » ; « Per lei 
chenchaire ». 

Marsal Edouard, peintre et 
poète de Montpellier, où il est 
né en 1845 il a écrit en vers 
et en prose dialectale : nous 
citons entr' autres, « Las erbe- 
tas »;« Dins las carrieras dau 
Clapas ». 

Mazière Pierre, félibre de la 
Provence, né en 1851 à Mar- 
seille; il a publié « La gvèvo 
dei bedó » (poème humoristi- 
que) : « Lou fué de Dieu »; 
« Souveni d'Americo »: « Tri- 
nità ». 

Mazzucchi Pio, Il faut ajou- 
ter aux publications de cet è- 
mient folkloriste italien, un 
excel lent « Dizionario Polesa- 
no italien » très important pour 
la dialectologie italienne, et 
surtout de la Vénétie. 

Mistral Fréderic, (voir Diction- 
naire, p. 1005). La gioire de ce 
maitre était bien grande ; elle 



404 — 



pousse encore. Ce bienfaiteur 
de la Provence dont le nom 
est devenu mondial, ne fait 
que se recueillir, ori dirait pre> 
sque s' en racine dans son pays 
nata], mais ce n' est que pour 
taire germer de son cep auguste 
la fleur de vie. On lui a otìert, 
de remplacer Brunetière à l'A- 
cadémie Francaise ; il rèpon- 
dait spirituellement et gracieu- 
sement, comme d' habitude : 
« Je suis habitué, comme Saint 
Siméon Stylite, à vivre isole 
sur ma colonne, et si Dieu me 
réserve encore quatre ou cinq 
ans pour lier ma falourde, il 
serait peu sage a moi de brù- 
ler, comme on dit, le chemin 
qui me reste : Parva Domus, 
magna quies et l'Académie est 
une grande maison! Je n'eus 
jamais d' ambition autre que 
celle de sauver malangue pro- 
vencale et de glorifier ma race, 
tout cela par la poesie. Mais 
je n' ai jamais fait ni un pas ni 
un songe pour ma gioire per- 
sonnelle, et (ce qui me fait 
croire à quelque Providence 
ou conjoncture astrale favora- 
ble à mon oeuvre) tout m' est 
venu par surcroit, à preuve 
l'extraordinaire proposition 
que vous me faites et que le 
bon Legonvé, puis .1' excellent 
Claretie m' avaient faites dans 
le temps ». Il à publié derniè- 
ment « Discours e Dicho » et 
il en est train d' organiser, 
aidè pur Mèste Eisseto et par 
Marièton, dans le palai s Lavai 
de Arles un grand Musée histo- 
rique et ethnologique Proven- 
cal. 

Monne Jean, poète et littéra- 
teur de la Provence, directenr 
du Bulétin dóu Félibrìge, pré- 
sident de la Freirié Prouven- 



calo, qui remplace V ancienne 
Maintenance de Provence, ri- 
gale depuis 1881 du Roussihoun, 
né en 1838 à Perpignan. On lui 
doit : « Lou Brout d' arangie » ; 
« Casau » dram e en cinq actes 
et en vers, qui a fait du bruit, 
« Pastouralo » trois actes en 
prose ; « Espigneto » drame 
en vers sur la guerre des Al- 
bigeois, un recueil des prover- 
bes provencaux, la traduction 
de 1' « Atlantide » de Verda- 
ger, la traduction francaise de 
« Marineto » de Lucien Due », 
une étude biographique sur 
« J. Roumanille »; « La Péste 
de Marsiho » et deux recueils 
de Vers : « Pluéio d' Estello » 
et surtont « Kousari d'Amour», 
fort admiré et très passionile, 
qui vient d'ètre traduit en por- 
tugais. — Ori annonce encore 
« Mentino » poème. Il a aussi 
écrit des vers « En ounour de 
Beatris ». 

Mouzin Alexis, poète de la Pro- 
vence, né en 1846 à Avignon: 
l'ode qu' il composa en l'hon- 
neur de Pétrarque à l'occasion 
du centenaire de sa mort avait 
étó couronné à l'Académie de 
Toulouse. Son drame « L'Em- 
pereur d' Arles » a eu grand 
succès au théàtre ancien d' 0"i 
range. Deux autres drames de 
lui portent ces titres : « La 
Félibresse », « Litharis » On 
lui doit, en dehors d' un re- 
cueil de vers et de proses en 
francais, une étude sur le 
« Pouèmo dóu House ». 

Natoli Francesco, (cfr. Dictìon- 
naire, p. 1045) ; nous complé- 
tons ici sa notice ; il est né 
a Milazzo; il a été ebarge 
d'un cours d'archeologie à l'u- 
niversité ; en dehors des deux 
ouvrages annoncés, il a publié: 



405 



« Istruzione e libertà » 1872; 
« Le scuole elementari » 1879 ; 
« La scuola e lo stato secondo 
la moderna Sociologia » ou- 
vrage couronné à 1' Exposition 
didactique de Messine. De son 
cours d' histoire ont pani qua- 
tre parties ; la quatrìème par- 
tie, publiée.en 1906,comprend 
l'histoire du Moyen Age; « Um- 
berto Biancamano e le origini 
di Casa Savoia » 1896. 

Nussac Louis (de), félibre de 
la Provence, né en 1869 à Bri- 
ve ; il a publié : « Ventadou »; 
« L'annada lemouzia»; « Santo 
Estello », « Dires limousins »; 
« Mélauges d' histoire et d'ar- 
cheologie limousines ». 

Onofri Arturo, ce jeune poète 
yient de publier un nouveau 
volume de vers, sons le titre: 
Poemi tragici. 

Palay Simili, félibre de la 
Gascogne ; Mistral a écrit la 
préfnce à ses « Sounets de 
quatuorsis »; citons en outre: 
« La«cansoun de la terra »; 
« Canzous entaus majmader 
sus layrés lou mey connegutz 
en Biarn e en Guascougne »; 
« Cadets de Gascogne »; « Tin- 
gade »; Bercets de younesse e 
coudes entarise ». 

Painella Giacinto, (cfr. p. 1093 
du Diotionnaire). Sa Rivista 
Abruzzese continue à rendre 
des services excellents, polli- 
la connissance des Abruces. 

Pascal Francois, (L^Abbé), é- 
crivain francais des Basses Al- 
pes, cigale du Doufìnat, né en 
1848 à Lespine; en dehors de 
quelques écrits en francais, on 
lui doit « Una nia dóu pai's » 
ouvrage fort appréciè, « Sant 
Jean e lo fuec de Sant Jan », 
« Les Fatourguetos ». 

Pascal Louis, félibre proven- 



cal, né en 1871 ; il a écrit l'hi- 
stoire de sa ville natale et pu- 
blié un volume de vers: « Li 
Dindoulo ». 

Paul de Lauribar (Madame), 
femme de lettres et romanciè- 
re francaise, membre du Con- 
seil d' administration de La 
Francaise, journal du progrès 
féminin ; on lui doit : « Douze- 
ans en Abyssinie », un voi. de 
560 pages, en deux parties, 
dont la première décrit les 
Moeurs abyssiniennes, la deu- 
xième raconte 1 T Histoire poli- 
tique et militaire de l' Italie 
en Erythrée ; « Les Amours 
d' un savant » roman ; « Rève 
d' art et d' amour » roman ; 
« L' enseignement de l'Italien, 
dons les lycées des jeunes fil— 
les » avec préface de M. Emile 
Faguet de 1' Académie fran- 
casse ; prèt à paraìtre : « Le 
violiniste » roman; en prépa- 
ration : « Lorenza Strozzi » 
roman, et « Le Ca'id Omar » 
roman. 

Pépratz Justin, écrivain félibre 
de Perpignan ; il a traduit du 
catalan l'Atlantide de Verda- 
guer et publié une étude sur 
son « Canigo »; on lui doit en 
outre : « Rameìlet du Prou- 
verbis ». 

Perbosc Antonin, écrivain fran- 
cais de la Gascogne, cigale de 
la Liberta, né en 1861 ; il a 
surtout illustre la région du 
Querc}^ ; on lui doit, entr'au- 
tres : « Bri n de al Carci » ; 
« Conte de Gascogne », « Los 
Blavets », « A Bernat do Ven- 
tadorn », « Los Abats e los 
Papalins », « De Ventadour a 
Montsegur », « La canson del 
Campestre », « Remembransa » 
« Vendemias ». Il dirige la re- 
vue locale: La Got cVOccitania. 



— 406 



Peregrino Adalberto, poète brè- 
silien, membre de la dóléga- 
tion fiscale a Priauhy (Bré- 
sil), résidant àTheresma; on 
lui doit : « Setestrello-Versos » 
Eecife, 1904 ; « Ode a Satan, 
poemeto en cuatro cantos », 
Theresina 1907. Od annonce : 
« Rimas d' Alma » versos ; 
« Pelo azul » poema. 

Peri Severo, (cfr. Dictionnaire, 
p. 1130); ajoutez qu' en 1903, 
à la suite d'une brillante di- 
scussion il a été recu docteur 
és-lettres à l' Institut des Etu- 
des Supérieures de Florence. 
La deuxième edition de son li- 
vre essentiel « Ippolito Pinde- 
monte, studii e ricerche, con 
l'aggiunta della tragedia ine- 
dita Ifigenia in Tauride e di 
liriche inedite o rare, » 2.me 
edit. Bocca San Casciano 1906 
fait partie de la collection: 
« Indagini di storia letteraria 
e artistica dirette da Guido 
Mazzoni » et a été fort apprè- 
cièe ; citons, entr' autres, le 
jugement du prof. Flamini, 
dans la Rassegna bibliografica 
della letteratura italiana 

Pericaud Elisabeth, félibresse 
provengale; son recueil devers: 
« Gondelivo » a eu 1' honneur 
d'une préface de Mistral. 

Perroni Grande Ludovico, (voir 
Dictionnaire, p. 1134, et Sup- 
plément) ; ajoutez : « Letterine 
dantesche » 1900 ; « Un sonetto 
di Guido per la morte di Bea- 
trice » 1901 « Saggio di biblio- 
grafia dantesca » 1902 ; « Bi- 
bliografia messinese » 1902- 
1904: « Uomini e cose messi- 
nesi de' secoli XV e XVI » 
1903 ; « Per una celebre avve- 
lenatrice siciliana del secolo 
XVII » ; « Notizie sull' aper- 
tura a Messina del banco pri- 



vato di Antonino Mirullu nel- 
l'anno 1491 » 1905. 

Piante Adrien, érudit, critique 
et poète bèarnais, cigale de 
Gers, président de la Société 
Gaston P/ioeòzw,illustrateur du 
Béarn, né en 1841 à Orthez. 
On lui doit, entr' autres. « L'U- 
ni ver si té protestante du 
Béarn » ; « San Sebastian » ; 
« Bilbao » ; « Les tapisseries 
du chàteau de Pau » ; « Une 
grande baronie du Béarn du 
XIII an XlV.e siècle »; « Sant 
Pourqis dóu Diable » ; « Con- 
grés de Huelva » ; « Un sou- 
per chez Gaston Phoebus » ; 
« Le Bèarnais et les Basses 
Pyrénées » ; « Lettres de la 
Baronne Sophie deCrousilh.es». 

Plauchud Eugène, poète fort 
connu et vénèrable savant de 
la Provence, cigale de la Ca- 
margo, né en 1831 à Forcal- 
quier. Son chef d'oeuvre est: 
« Ou cagnard » mélange de 
poesie sincère et de prose lim- 
pide. Citons encore son poème 
sur Bèatrix de Provence, pu- 
blié sons le ti tre : « Lou dia- 
mant de Saint-Maime » ; citons 
encore : « Blancoman »; « Pan- 
taiage »: « La Fado de l'Aven »; 
« Lei Mourre » ; « Durenco »; 
« La Damo di Parfum »; « Soui 
li mele »; « Conte Gavouot » ; 
« Moureto Bloundinet »; « Lou 
revenge de Moureto » ; « La 
rnouort d' Imbert » ; « Char- 
méu e Mirèi'o »; » La darrie- 
ro fado ». 

Portai Emmanuel, On lui doit 
encore un preci eux manuel 
dont il vient de parer la Col- 
lection des Manuels Hoepli à 
Milan « Letteratura provenzale, 
I moderni trovatori » ; il y a 
là tout ce qu' il importe de 
savoir au sujet des félibres, et 



407 — 



du grand mouvement léttérai- 
re créé eri Provence par le ge- 
nie de Mistral. 

Raimbault Maurice, poète et 
érudit de la Provence, cigale 
de Nice, un des représentants 
de la Provence aux fètes flo- 
rentines en 1' honneur de Béa- 
trix en 1890, né à Cannes en 
1865 ; son roman « Agueto » à 
été traduit en langue tchéque 
par le pére Sigism. Bouska. On 
lui doit, en outre : « Un ome 
qu' a de principi » ; « Uno our- 
dounanco de polico » Istori 
mai que vertadiero dóu sout 
prefet de Capito » ; « Inven- 
tàri dóu castéu d' Iero »; « Li 
Darbouso » recueil de vers; 
« Le Monnoyage de Jules II »; 
« Un maréchal de Franco, sa- 
vonnier à Marseille »; « Les 
obbligations de 1' administra- 
teur de l'Abbaj^e de Saint Vi- 
ctor »; « La Dardenne »; « J. 
F. Laugier » ; « Les dessous 
d'un traité d'alliance en 1350 ». 

Rasi Pietro, (cfr. p. 152 du 
supplément et index). Corrigez 
« Epistula critica » au lieu do 
« Epistola critica »; « Nama- 
tiani au lieu de Numatiani »; 
et « Ticinensi quo » au lieu 
de Ticinense in quo ». — Ajou- 
tez : « De positione debili quae 
vocatur. seu de syllabae anci- 
pitis ante mutarci cum liquida 
usu apud Tibullum » 1907; 
« De lege Woelfliniana quae 
ad Tibullianum syllabae sa icr) 
usum refertur » (dans la Ber- 
liner philolog. Wochenscrift de 
l' année 1907). << A proposito 
dell' A propos du Corpus tibul- 
lianum : Un siècle de philolo- 
gie latine par A. Cartault, Pa- 
ris, 1906) dans la Rivista di 
filologia classica. 1907, fase. 2 : 
des Communications à differen- 



tes revues sur des inscriptions 
latines et sur Horace {Classici 
e neolatini, 1907), sur Perse 
(Rivista di filologia), sur Juvé- 
nal, 1907 (Rivista di Storia 
Antica, 1907); des inscriptions 
latines en honneur de Camillo 
Golgi, Ferdinando Galanti, Ste- 
fano Grosso. 

Ratier Charles, écrivain fran- 
cais de l'Agenais, cigale de la 
Garonne, né à Agen, illustra- 
tela du poète Jasmin, dont il 
s' est montré disciple dans 
le recueil de vers : « Lou Ri- 
go-Rago agenés »; on lui doit 
en outre : « Courtète de Pra- 
des »; « Goudelin et Jasmin »; 
A propos de la langue d' oc »; 
« Los dos Ensorcilhaires » ; 
« Lou Boutsou e lou sermoun 
del cure de Bideren » : « Se- 
ptn per la Faidito » ; « Alma- 
nac Jasmin »; « Centenari de 
Jasmin ». 

Redonnei Paul,félibre de Mont- 
pellier, ancien directeur de la 
revue « La Chimère ». Il écrit 
en francais et en langue d'oc : 
on lui doit : « La mort du Veil- 
lard » poème : « Les Chansons 
éternelles »; « Mai que sèu » 
poème ; « Liminaires »; et une 
étude sur le folk-lore de l'Hé- 
rault. 

Ricard Xavier (de), écrivain 
provencale, cigale de Cleira, né 
en 1845 à FontenayauxBois, 
résidant à Toulouse, promo- 
teur de la renaissance litté- 
raire du Languedoc, editeur 
et compilateur de 1' « Alma- 
nach de la Lauseta »; il a col- 
laborò a plusieurs journaux, 
dirige le journal L'i Dépèche, 
voyagé dans 1' Àmérique du 
Sud et aux Indes ; on lui doit 
entr' autres : « Autour de Bo- 
naparte », fragment des Me- 



4Ò8 



moires de son pére ; « Histoire 
du Languedoc » ; « L' esprit 
de la Reforme » ; « La Cata- 
lane » etc. 

Ricci Serafino, (cfr. Diction- 
naìre, p. 1227 : Supplementi p. 
153). Ajoutez à ses publications 
de l' année 1907 ; « La zecca 
di Milano nel periodo romano » 
On annoncait en préparation : 
« Catalogo delle medaglie espo- 
ste al Saggio di Mostra siste- 
matica dei Risorgimento al Ca- 
stello Sforzesco in Milano. — 
L'opera di Solone Ambrosoli. 
Catalogo scientifico del Museo 
Numismatico di Brera : I Con- 
tributi : Monete inedite o rare 
del Museo — Quadro storico e 
iconografico delle zecche ita- 
liane : Memoria. 1. La zecca 
di Solferino. 2. La zecca di Mi- 
randola ». 

Rieu Charles, poète antique 
et populaire de la Provence, 
plus connu sons le nom de 
Charloun dóu Paradou, né pay- 
san à Baux en 1846. On lui 
doit des « Cant dóu terraire » 
« Nouveau Cant dóu Terrai- 
re », e « Li darrié cant dóu 
terraire » où le sentiment de 
la nature campestre èclate à 
chaque page. Charles Rieu a 
au3si traduit en provencal 
« L' Odyssée » d' Homère. 

Rieux Rodolphe, plus connu 
sons le nom de Xavier de Four- 
vières ; (voir le Dictionnaire, 
sons le nom de Fourvières, p. 
417); il est né en 1853 à Rou- 
bien : il est chanoine de 1' ab- 
baye de Saint Michel de Fri- 
golet ; il à été couronné aux 
jeux floréaux de Forcalquier. 
A propos de ses talent de predi- 
catemi M. Portai écrit : « Ses 
immenses succès comme ora- 
teur sacre lui ont valu une 



place d' honneur dans le féli- 
brige. Rétablissant sur les au- 
tels chrètiens la langue prò- 
vencale il est devenu très po- 
pulaire, et sa renommée est 
croissante à cause de ses ser- 
mons en langue provengale ». 

Rochemaure (Due de la Salle), 
félibre auvergnat, auteur des 
« Récits Carladejens » en dia- 
lecte de Carladez (Auvergne); 
il a été très fètè dernièrement 
à Cologne, à l'occasion des jeux 
floréaux de Cologne organisés 
par Jean Fastenrath ; citons 
encore son dernier livre : « Une 
visite à Mistral ». 

Romains Jules, poéte francais; 
son premier volume de vers 
« L' àme des hommes » a été 
publiè en 1904 par la Société des 
Poètes Francais ; suivirent, en 
prose : « Le Bourg régénéré » 
Conte de la vie unanime, 1906: 
et en 1908 « La vie Unanime » 
poème. On annonce pour pa- 
raìtre : « Les Groupes dans la 
Ville ». 

Roman Paul, (cfr. Dictionnaire, 
p. 1250) ; il est secrétaire de 
la Freirié provengale ; il est 
né en 1866 à Rognes. Citons 
encore son poème dejeunesse 
sur « Gaspard de Besse » ban- 
dit du XVJII siècle. 

Roque-Ferrier Alphonse, écri- 
vain, francais, fondateur de la 
revue Le Félibrige Latin et un 
des fondateurs de la belle i?e- 
vue des Langues Romanes, or- 
ganisateur des fètes latines de 
1' année 1878, ancien directeur 
de 1' Occitania. On lui doit, en- 
tr' autres, une étude sur Gui- 
raldenc, un « Parla men », un 
« Mélange de critique littéraire 
et de philologie », « Le Féli- 
brige à Aix et Montpellier », 
« Lous Atges de 1' humanitat » 



— 409 — 



poème épique ; « De l' idée la- 
tine » ; « Recueil de poósies 
roumanches » ; « Oeuvres com- 
plètes de l'Abbé Favre »; « Qua- 
tre contes Languedociens » ; 
« Cartabéu de Santo Estello »; 
« La Bisca et l' inauguration 
du théàtre roman » : « Le vin 
du Purgatoire » ; « Une poesie 
de P. Martin » ; « La voulada 
de las Foucas de M. Vivarès »; 
« Enigmes populaìres en lan- 
gue d' Oc » ; « La Roumanie 
dans la littérature du Midi de 
la France » ; « Le Midi de la 
France, ses poètes et ses let- 
trés de 1874 à 1890 ; « Lou de- 
puta de Balarguet » comédie ; 
« L' aubre de la tristessa gal- 
lica » (fragment sur Vercin- 
gétorix). 

Rovere Alberto, colonel de l'ar- 
mée italienae, enthousiaste 
pour la langue et la littéra- 
ture provengale, qu' il propose 
cornine langue internationale; 
voir sa brochure: « Lingua e 
città internazionali ». 

Savinien, (Frère ; voir au Di- 
ctionnaire, Lhermite, p. 882). 

Sarran d' Allard (Louis de), fé- 
libre d'Alais où il est né en 
1858; il a publiè, en dehors de 
rnémoires érudits et de geolo- 
gie, des vers provencaux, et 
des « Leggende latine », qui 
ont paru en italien. 

Senna Ernesto, publiciste bré- 
silien ; od lui doit, entr'autres, 
deux études biographiques : 
Conselheiro Antonio Ferreira 
Vianna, sua vida e suas obras, 
notas de um reporter » Rio de 
Janeiro 1902; « Jose Clemente 
Ferreira ; notas de um repor- 
ter » ib. 1907 ; « Jornal do 
commercio » ib. 1907. 

Siciliani Luigi, — (cfr. Di- 
ctionnaire, et Supplément ; en 



dehors des poèmes annoncès 
dans cet Annuario, il prépare : 
ou il a tout prèt : « Epistole », 
« Poesie per ridere »'; « Nella 
tempesta » (drame en prose) ; 
« I baci » vers ; « Arida nu- 
trix » vers ; « Giovanni Fran- 
cica » roman. 

Smara, (on a fèté au mois de 
décembre 1907 à Bucarest la 
25.me année de son ensei- 
gnement. Madame Smara Geor- 
ghiu (Smara est la réduction 
de Esmeralda) née Androne- 
scu, est née à Targoviste le 
15 septembre 1857 ; le general 
Vladescu était son onde. Elle 
a publiè des livres ponr les 
enfants, ot plusieurs recueils 
de vers : « Din pana suferint- 
zei »; « Calvar »; « Tzara 
mea » des « Nuvele » des 
« Mozaicuri », des Conférenees 
et Discours, des souvenirs de 
voyage, entr' autres : « Mam- 
ma Roma » et des Esquisses 
et souvenirs d'Italie; parmi 
ses discours signalons ceux sur 
« Veronica Micie » la bien ai- 
mée d' Eminescu » le fabuliste 
« Grigore Alexandrescu » L'E- 
ducation nationale »; « L' in- 
teligence de la femine »; pour 
la théàtre elle a écrit : Domi 
de tsara (Nostalgie de la pa- 
trie) et « Mirza »; a l'occasion 
du j ubile du Roi Charles, Sma- 
ra a publiè un poème histori- 
que sons le titre : « Stalpi de 
paza ». 

Solvani Marco, auteur dramà- 
tique italien, résidant à Ro- 
sario di Santa Fé dans 1' Ar- 
gentine : on lui doit entr'autres 
une comèdie sous le titre : « La 
paternità teatrale ». 

Sondèreguer Pedro, jeune écri- 
vain de V Amérique Latine, 
poète et conférencier de la Co- 



— 410 — 



lombia ; on lui doit « Condor » 
novela, « Critica del Genio » 
monographie avec préface; il 
réside à Santiago del Chile ; 
on annonce de lui : « Etica in- 
vestigativa » et « Eulogia del 
Amor ». 

Soulet Joseph, felibro de Cette, 
où il est né en 1881 ; on lui 
doit : « Souveni félibrene », un 
éloge de Fabre d'Oulivet; «Odo 
à Bezies » ; « Lou Cassoulet » , 
« A mous enfants » ; « Lous 
Pescadous Lengodoucian » (poè- 
me). 

Scurreil André, félibre de la 
Gascogne ; on lui doit : « Ou- 
ros d' amour »; « Nineto » co- 
médie ; « L' unite littéraire en 
félibrige »; « Eloge du poète 
Mengaud »; « Jan lou souscai- 
re » (poème) ; « Per un ribau » 
(comèdie) ; « Petite grammaire 
en langue d' oc ». 

Spariat Leon, poète et prédi- 
cateur provencal, cigale deMar- 
seille, né en 1861 à Roumules ; 
on lui doit: «LoutriounfediSant 
de Prouvenco »; « Panegiri de 
Santo Madaleno »; Pantai de 
nouvé »; « Is escoulan de Santo 
Madaleno »; Pantai de nouvé »•, 
« Lis eros de Lerins »; « Un 
cantico prouvencau » ; « La 
communion de Roso »; « Le 
Sant Aloi de B.oussinet »; 
« Brinde », « Per mounto-da- 
valo » recueil de poèsies pro- 
vencales ; « Cantico à S. Filo- 
meno »; « Roumulo » poème. 

Spineanu (N. D.), géographe 
roumain, ancien professeur, an- 
cien député de la chambre rou- 
maine, grand propriétaire et 
exploitateur de carrières de 
marbré et granit, officier de 
1' ordre « Coroana Romaniei ». 
« Rasplata Muncei » I. >ère 
classe età, né le 21 Septem- 



bre 18.... dans la commune Pa- 
desiu, du district Mèhédintzi. 
En 1879, il a èté nommè pro- 
fesseur à T. Severin, Chef-Lieu 
du district Mèhédintzi. 11 a 
occupé cette fonction pendant 
25 ans, jusqu'en 1904, date à 
la quelle il a été elu député 
de la chambre roumaine. Pen- 
dant cette pèriode de 25 ans, 
il a rempli plusieurs fois la 
fonction de riviseur (inspe- 
cteur) des écoles du district 
Mèhédintzi. En cette qualité, 
il a fonde les premières ban- 
ques populaires dans son di- 
strict et plus tard, cette in- 
stitution, des plus importan- 
tes de la Roumainie, s' est é- 
tendue dans tout le pays, par 
T intervention de 1' état. Com- 
me professeur, il a publiè plu- 
sieurs travaux scientifiques, 
parmi les quels, les plus im- 
portantes sont : - Dictionarul 
geografie al Judetulai Mèhé- 
dintzi. (Le dictionnaire géogra- 
phique du district Mèhédintzi). 
Ouvrage couronné par la So- 
ciété Géographique roumaine, 
sons la présiclence de S. M. Le 
Roi Charles I.er; JJrme Roma- 
ne in Mèhédintzi. (Traces ro- 
maines en Mèhédintzi, ouvra- 
ge publiè en roumain, fran- 
cais et italien ; Geografia Ju- 
detului Mèhédintzi. (La Gèogra- 
phie du district Mèhédintzi). 
Ouvrage approuvè par le Mi- 
nistère de l'instruction publi- 
ques et des cultes, à 1' usage- 
des écoles. 

Spineanu G. D., medecin rou- 
main, né en 1871, dans la com- 
mune Padesiu, du district Mè- 
hédintzi ; il a fait ses études 
en Roumanìe. En 1897 il a été 
nommé interne des hópitaux 
civiles et chef des travaux à 



411 — 



l' Istitut de Physiologie de Bu- 
carest. En 1897, il a été char- 
gé. par le Ministère de 1' in- 
struction publique, de la sup- 
pléance de la chaìre de Physio- 
logie generale de 1' Università 
de Bucarest. En 1902 à la suite 
d' un exaraen passe avec suc- 
cès, il a eté nomine Médecin- 
Capitaine dans l' armée rou- 
maine et y resta jusqu'en 1907. 
En 1903, il a été nommó chef 
du service antipaludique de 

V hópital centrai « Regina Eli- 
sabeta » de Bucarest, service 
créé specialment pour lui, en 
vue de ses recherches scienti- 
fiques sur le paludisme. Le 
docteur Spineanu a publié plu- 
sieurs travaux scientifiques, 
parmi les quels on peut citer 
les suivants (vingt-six) dans 

V ordre chronologique de leurs 
publications : — « La secrétion 
interne des reins » en colla- 
boration avec le professeur D.r 
Al. Vitzou, 1895. « Alcoolismul 
tsi actiunea alcooluui in orga- 
nism. » (L' alcoolisme et 1' a- 
ction de l'alcool dans l'orga- 
nisme), 1895. « Noi progrese 
siintifice. Regenerarea tesu- 
tului nervos ». (Nouveaux prò 
grès scientifiques. La ^régéné- 
ration du tissu nerveux), 1895. 
« Berea tsi influentia ei asupra 
consumatorilor ». La bière et 
son influence sur les eonsomma- 
teurs), L896. « Esectele tutu- 
mului asupra fumàtorilor ». 
(Les effets du tabac sur les 
fumeurs), 1896. « Untura de 
peste tsi intrebunitarile ei te- 
rapeutice ». (Huile de foie de 
Morue et ses emplois théra- 
peutiques), 1896. « Studiul pe- 
linului din punct de vedere 
medicai ». (L' étude de l'absin- 
the (piante), au point de vue 



medicai), 1897. « Ceree tri e- 
xperimentale asupra secretiu- 
nei interne a rinichilor. » (Re- 
cherches expérimentales sur la 
secrétion interne des reins), 
1899. « Importan tia Medicului 
in societate ». (L' importance 
du Médecin dans la Société), 
1899. « Necesitatea spitalelor ». 
(La nécessité des hópitaux), 
1899. « Descoperirea circula- 
tiunei Sangelui ». (La decou- 
verte de la circulation du sang) 
1899. « Studiul Cimbrului din 
punct de vedere medicai. L'é- 
tude du thym, au point de 
vue medicai), 1900. « Recher- 
ches expérimentales sur le 
chlorure d' acétyle », 1001. 
« Sur la gastro-acìdimétrie. 
Appareil pour le dosage de 
l'acidite totale du sue gastri- 
que. » 1902. « Recherches e- 
xpérimentales sur le pouvoir 
digestif de la pepsine, en pré- 
sence des acides associés ». 
1902. « Sur 1' action pharmaco- 
dynaroique du chlorure d'acé- 
tyle », 1902, « Recherches e— 
xpérimentales sur 1' aconitine 
amorphe », 1902. Surmenagiul 
intelectual in Scóla si societa- 
te». (Le surmenage intellectuel 
dans 1' école et dans la Socié- 
té), 1902). « Prabusirea corpu- 
lui omenesc din cauza alcooli- 
smului ». (Déchéance corporelle 
par l'alcoolisrae). Travail cou- 
ronné par le Ministère de 
l' instruction publique, 1902. 
« Recherches expérimentales 
sur 1' action dynamique de la 
Thermodine », 1903. « Action 
pharmaco-dynamique de la 
thermodine dans le paludisme 
et autres maladies fébriles », 
1904. « Fièvres palnstres in- 
termittentes papulo-érythéma- 
tiques, traitées par la thermo- 



— 412 



dine, » 1904. « Effets de la 
thermodine sur la tuberculose 
pulmonaire », 1904. « Traite- 
ment de l' érythème noueux 
rumatique par la thermodine », 
1904. « Pericolul tsi vindecarea 
frigurilor palustre ». (Le pe- 
rii et la guerison des fièvres 
palustres), 1905. Travail cou- 
ronné par le Ministère de l'in- 
struction publique. « Recher- 
ches expèrimentales sur la pro- 
fìlaxie médicamenteuse de la 
Malaria, par la quinine et par 
la thermodine », 1906. 

Tavernier Eugène, magistrat 
et écrivain francais ; on lui 
doit, entr'autres: « Le mou- 
vement littéraire provencal »; 
« Le Félibrige à Marseille » ; 
« Les Mystères de Noél » ; 
« La Renaissance provencale ». 
Thalasso Adolph^, écrivain 
franco-oriental ; il a passe de 
longues années à Constantino- 
ple, où il a recueilli des ma- 
tériaux précieux, pour les ou- 
vrages suivants. « Molière en 
Turquìe » ; « Karagueuz » ; 
« Le théàtre ture, de l'origine 
à nos jours » ; « Le Thèàtre 
persan, de V origine à nos 
jours »; « Fètes et spectacles 
religieux en Perse » ; « Les 
premiers salons de Constanti- 
nople »; « Fausto Zonaro pein- 
tre orientali>te »; « Antholo- 
gie de l' Amour Asiatique », 
trois èditions. (Dans les annèes 
1885 et 1886, il publiait à Con- 
stantinople, « La Revue Orien- 
tale ». TI habite actuellement 
Paris. On lui doit encore, qua- 
tre volume de poésies. « Les 
Epaves »; « Insomnies »; « Jours 
de soleil »; « Nuits Blanches », 
deux volumes de prose; « Ré- 
surrection des Cours d'amour», 
et « Le Téàtre libre », deux 



pièces de théàtre : « La faim », 
drame en trois actes en prose, 
et « L' Art », trois actes en 
prose. On annonce en prèpa- 
ration : « De Becque'à Rostand 
es sai sur le théàtre contem- 
porain »; « Les cauchemars de 
Krapt » roman ; « La peinture 
et la sculpture orientales »; 
« Le Théàtre Asiatique ». 

Therond Gustave, écrivain 
francais du Languedoc, cigale 
de Valerge, né en 1866 a Saint 
Martin de Londres; on lui doit: 
« Los pechas de Maura s » ; 
« Countes populaires » ; « Ga- 
lejades » « Contes lengodou- 
cians » •. « Conte divers » ; 
« Grammaire cettoise » etc. 

Tinayre Marcelle, romancière 
francaise arrivée à la célébrité, 
décorée avec la légion d' hon- 
neur », on lui doit : « Helle » 
« La Rebelle », « La Maison 
du pèché » Elle avait été prónée 
d' abord par Madame Juliette 
Adam dans sa Nouvelle Revue. 

Tessnni Adolfo, (voir Supplé- 
raent au Diciionnairé). Ancien 
rédacteur de la Rassegna Sco' 
lastica (1905), fondateur et Di- 
recteur de la Nova Rassegna 
di letterature moderne; il vient 
d' en cédéer la propriété, à une 
Société fiorentine. Corrigez : 
« Biblioteca di Pirolino » au 
lieu de « Biblioteca di Giroli- 
mo ». Il est né le 10 aoùt 1869; 
son livre de voyage porte le 
titre : « Dall'Arno al Mar Ne- 
ro » ; ces publications ne lui 
appartiennent pas, mais elles 
revienuent au D.r Allodoli : 
« Chatterton — I Centauri — 
Saggi vari — Miscellanea — 
Milton e V Italia — Sonetti di 
John Keats — Iperione di 
John Keats ». 

Tournier Albert, écrivain et 






413 



député provencal, rigale de VA- 
mourié, répresentant de l'Ariè- 
te, né à Pamiers : en collabora- 
tion avec Roux et Savi e il a 
publié un voi. : « En terre 
d' oc » ; on lui doit en outre, 
des études sur Aubane], Michel 
Due, Gambetta, « Mistral à 
Maillane »; « Le Chansonnier 
provencal > ; « La chèvre d'or » ; 
« Les lètes cigalières»; « Les 
papalines » etc. 

Tourtoulon Charles (Baron de), 
félibre francais, ancien ma] orai, 
fondateur de la Revue du Mon- 
de Latin, né à Montpellier en 
1836; en 1836; on lui doit : 
« Renaissance provengale et 
catalane >. « Les Etats du Lan- 
guedoc » ; « En Jaume de 
Tarragouna » ode, « Un Brin- 
de »; « La Lauseta »; « Notes 
pour servir à un nobiliaire de 
Montpellier »; « De la noblesse 
en rapport à nos moeurs et 
à nos institutions »; l'hérédité 
et la noblesse »; « Les Fran- 
cais aux expéditions de Major- 
que et de Valence sous James 
l.er le conquérant »; « J acinto 
Verdaguer »: « Des dialectes, 
de leur classification et de leur 
délimitation géographique » ; 
« La vraie décentralisation ». 

Vermenouze Arsene, félibre de 
l'Auvergne, rigale de la Moun- 
tagno Negro ; on lui doit : 
« Brousteìs oy felibres oy ci- 
galies»; « Flour de Brousso »; 
« En plein vent » ; « Moun 
Auvergne » (vers). 

Vesselofsky Alexis, littéraire 
russe, frère puinè du défunt 
professeur Alexandre, né en 
1843 ; il est professeur d'histoi- 
re de la littérature à 1' Uni- 
versité de Moscou ; il s' est 
dédié surtout à Molière sur 
lequel il a publié deux volu- 
mes d' études en russe (1879, 



1881) ; cfr. encore ses articles 
dans les journaux « Le Moliè- 
riste » et < Molière Museum » 
On lui doit en outre des es- 
sais sur < Diderot » 1884) et 
sur « Beaumarchais » 1887. 

Villeneuve Esclapon Christian 
(marquis de), félibre et deputò 
provencal, rigale des Mauro, 
né à Aix : il a écrit : « Les jue 
florau de Fourcaquie »; « La 
Felibréjado de Santo Estello »; 
« Le pain du péché » . 

Visner Gabriel, pseudonyme du 
félibre M. Sirven (pas à con- 
fondre avec M. Alfred Sirven 
romancier naturaliste, nommé 
à la page 1345 du Dictionnai- 
re). Il a publié en provencal : 
« Le Ramel Paisan » ; « La 
litsou de patoues »; « J. B. 
Noulet»; « Dictionnari moundi 
de Jan Donjat »; « La mescla- 
dis moundi »; « Rebrecs de 
moundi ». 

Zanella Arnaldo, (voir page 
1493, du Dictiomiaire, ec pages 
169, 182 dn Supplément) ; si- 
gnalons encore, son essai sur 
Neri Tanfucio (Renato Fucini); 
sa confèrence sur Néron déli- 
vrée à Pesaro, ses articles et 
études sur la langue publiós 
dans le journal 11 Vaglio etc. 

Zucalli Macedonio, Directeur 
de 1' école tecnique de la via 
Lazzeretto a Trieste. Ajoutez 
à ses publications : « Libro di 
lettura tedesco » Voi. I et II, 
Vienne 1905 ; « Grammatica e 
comporre per le scuole tecni- 
che » Trento, 1907 ; « Geogra- 
fìa per le scuole medie » Vien- 
ne 1907 ; « Elem. di cosmogra- 
fia » Turin, 1907; « Nuovo 
atlante scolastico per le scuole 
medie » Vienne 1908. Sous 
presse : « Storia dell' evo an- 
tico » (à Trento); « Nuovo te- 
sto di geografia » (à Vienne). 



ELENCO 

DEI SOCI ISCRITTI ALLA " SOCIETÀ ELLENO-LATINA 

(Aprile 1908) 



Soci perpetui fondatori. 

1. Contessa CARMEN DE NOER 

(Schleswig Holstein) Noer par Gettorf 

2. Baronessa JOSEPHINE DE KNORR 
(Austria) Gersten (Chàteau de Stiebar) 

3. Contessa E VELINA CESARESCO MARTINENGO 

Salò (Lago di di Garda) 

4. Signora LINA TESSERA — Pallanza 

5. S. A. R. 1' Arciduca LUIGI SALVATORE 
(Austria) Zindis (Trieste) 

6. VICTORIEN SARDOU 

membre de TAcadémie francaise — Paris 

7. D. EGAZ MONIS DE ARAGAO 

Bahia (Brasile) 

8. Cav. Uff. GIOACHINO PENSO 
Rue Larochefoucauld 32 — Paris 

9. Ingegnere GIOVANNI PELLESCHI 

Buenos Aires 

10. Dottor Prof. Cav. Uff. CARLO SEGRÈ 

Via Magenta Roma 

11. LAZZARO DONATI — Milano 

12. Avvocato ROBERTO ROSSETTI — Montana 



— 416 — 

13. On. FRANCISCO SOS A Deputato 

Coyoacan (Messico) . 

14. LEVANTINI-PIERONI (cav. prof.) GIUSEPPE 
Via Pergola Firenze 



Soci Ordinari. 



Abignente Filippo Presidente del Comitato della Dan- 
te Alighieri - Sarno (Salerno). 

Antona Traversi Giannino — Meda (Brianza) 

Arullani prof. V. A. — Liceo di Alba. 

Avetta cav. Carlo Bibliotecario dell' Università — 
Padova. 

Averesco (Monsieur le General) — Bucarest 

Strada Rozelor, 14 

Athènée Roumain — Bucarest. 

Antolini Patrizio — Argenta (Ferrara) 

Arzano Aristide Capitano ne' Bersaglieri — Brescia. 

Arbaud Pani — Aix en Provence 

Rue 4 Septembre 

Antoniaci cav. C. Console d' Olanda — Corfù. 
Antonnicola Giuseppe — Sermoneta. 



Bertet M.lle Marguerite professeur à 1' Ecole Norma 

le de Nevers (France) 
Bevilacqua (Amelia de Freitas) Largo de Rio Com- 

prido 9. Rio de Janeiro (Brasile). 
Bruschetti prof. Francesco — Perugia. 
Bocci (prof.) Baldovino — Università di Siena. 
Boccara (prof.) Vittorio — Livorno 

Viale Margherita, 10 






— 417 - 

Berenzi cav. prof. Angelo — Cremona. 

Biblioteca del Ministero degli Esteri — Roma. 

Botti-Binda Rachele — Cremona. 

Biblioteca Civica — Gorizia. 

Benelli prof. Iacopo Direttore della Scuola d'appli- 
cazione — Bologna. 

Biblioteca Marucelliana — Firenze. 

Bonola Bey avv. F. Segretario Generale della So- 
cietà Khedi viale di Geografìa al Cairo (Egitto) 

Biblioteca comunale — Perugia. 

Boghen-Conigliani prof. Emma — Firenze. 

Biblioteca Nacional — Santiago del Cnile. 

Baes Edgard — Ixelles (Belgique). 

Rue Véry, 12 

Blankenfeld Arnold — Belgique. 

Berlin, Regensburgestrasse, N. 2 

Berlasco Lieutenant Colonel — Bucarest. 

Strada Carolina, 5 

Botteri dott. G. — Cittavecchia (Dalmazia). 
S. A. le Prence Roland Bonaparte — Paris. 
Avenue de Iena, 10 

G. Bardack — Paris, Rue Richelieu 97 

Boyani Del Mayno Contessa Paolina — Este (Padova). 

Tenuta del Sei-raglio 

Bertini (dott.) Oreste — Firenze. 

Via Bolognese, 44 

Beer (M.me) Héléne (Jenn Dornis) — Paris. 

Rue des Mathurins, 34 

Blumenstihl (cav.) Emilio — Roma. 

Via Vittoria Colonna, 1 

Buzzeo (prof, sac.) Gaetano — Sora (Caserta). 
Biblioteca Governativa — Lucca. 
Bondi (d.r Alerino) ispettore scolastico — Terni. 
Boito (comm. prof.) Camillo — Milano. 
Baensch Drugulin Johann (cav.) — Lipsia. 
Kònigstrasse, 10 

27 



— 418 — 
Barzellotti comm. prof. Giacomo — Roma. 

Via Borgognotta, 12 

On. Boselli Paolo Deputato — Roma. 

Boissier Gaston professeur ou Collège de France, Mem- 

bre de P Acadéinie francaise — Paris. 
Biblioteca del Senato — Roma. 
Biblioteca della Camera dei Deputati — Roma 
Biblioteca del Ministero d'Agricoltura e Commercio — 

Roma. 
Burghele G. G. Dèputé — Dorohoi (Roumanie). 
Bjòrkman Dr. Goran — Stoccolma. 



CJ 



Cavriani Marchese Antonio — (Mantova. 
Cora comm. erof. Guido — Via Nazionale — Roma. 
Caporali Dottor Enrico — Todi. 
Constans Professeur Léopold — Aix en Provence. 
Ciampoli prof. Domenico, Bibliotecario — Roma. 
Chiarini Giselda, Direttrice del Collegio di Anagni. 
Claretie Jules, Memore de l' Académie Francaise 
Administrateur de la Comèdie Francaise — Paris. 
Creonti cav. Alberico — Roma. 

Porta Salaria, 14 

Chiara prof. Bernardo — Torino. 
Via Groppello, 20 

Caraffa comm. Felice Ott. Tolentino. 
Cassone Giuseppe — Noto. 
Corbellini prof. Alberto — Pavia. 
Costa comm. Francesco D. — Genova. 

Passo Zerbone, 2 

Cerioli Dottor Edoardo — Firenzuola d'Arda. 
Cecconi General Giovanni — Firenze. 

Via Serragli, 75 

Carra de Vaux (Monsieur le Baroni — Paris 

6, Rue de la Trémoille 



— 419 — 

Convento de' Frati Minori di San Bernardino — 

Trento. 
S. E. avocat Casasus Joaquim D. ancien ministre — 
Messico. 

San Agustin, 316 

Catopol — (Docteur, Mèdecin Colonel) au Ministère 

de la Guerre — Bucarest. 
Conforti avv. Pasquale — Cosenza. 
Cantarelli prof. Luigi — Roma. 

Piazza Manfredo Fanti, 132 

Cittadella Vigodarzere (conte) Gino Senatore del Re- 
gno — Cittadella. 
Canna prof. cav. Giovanni — Università di Padova. 
Cervesato (Dr) Arnaldo. — Roma. 

Piazza Borghese, 12 

S. E. Cuesta Johann Ministro dell'Uruguai — Roma. 
On. Ciocazan C. M. — Craiova (Roumanie). 
Callander W.Th. B. — Genève. 

Chemin Sauther, 5 

Collacchioni Marianna nata Giovagnoli — San Sepolcro. 
Caire (comm. avv.) Gaudenzio — Novara. 
Caleca cav. Giuseppe — Consolato Italiano — Corfù. 
Culini G. N. segretario comunale — Corfù. 
Corinaldi (conte) Gustavo — Padova. 
Croce (prof, cav.) Benedetto — Napoli. 
Via Atri, 23 

Cavagna Sangiuliani (conte) Antonio — Pavia. 
Cavalieri Cantalamessa Giulia Istituto Villa Regina 

— Torino. 
S. E. Cottafavi (dep. avv.) Vittorio — Roma. 
Crolla (avv. cav.; Giuseppe — Consolato d' Italia 

Beirut (Siria) 
Casanova-Lutoslawska Sofia — Varsavia. 
Carpegna Falconieri (conte) Guido Senatore — Roma. 

Via Consolato, 6 



420 — 



TD> 



Dejob prof. Charles, Rue Ménilmontant — Paris. 
Dienne (Monsieur le Comte de) Chàteau de Cazidero- 

que (Tarn et Garoone, France. 
Dalla Vedova prof. Giuseppe — Roma. 

Via Cavour 

D' Onufrio prof. Felice — Palermo. 

Via Sant'Agostino, 19 

De Favero dottor Silvio — Vicenza. 
Di Montalbo (conte) — Roma. 

LiTugo Tevere Castello, 3 

Di Napoli prof. Giuseppe — Caltanisetta. 
Douglas Scotti conte Giacomo — Piacenza. 
De Gubernatis Cecilia — Pistoia. 
De Prang (M.lle Zoe) — Pietroburgo. 

Pouchkinskaya, 8 
De Gubernatis corani. Enrico — Susa di Tunisi. 
Da Ponte nob. cav. Pietro — Ispettore degli Scavi — 

Brescia. 
D' Orraea (Marchesa) Rina nata Ferrerò De Guberna- 
tis-Ventimiglia — Torino. 
Via Saluzzo 

D' Aquino (conte) Alessandro — Napoli. 
Salita Museo Nazionale. 73 

Da Costa Lucrezia — Deva (Transilvania). 
Dei cav. Giunio — Roma. 

Via Nazionale, 87 

De Diasi Spiridione Direttore della Biblioteca Fo- 
scolo, Zante. 

D'Albertas (corate d') L. — (Provence) Chàteau 
d' Albertus par Bone. 

De Luciano cav. Arturo — Beirut (Siria). 

Dragon A. Libraire — Aix en Provence. 

Da Cnnha dottor Antonio Goa — (Indie portoghesi) 



— 421 — 

De Duranti de la Calade — Aix en Provence. 
Chàteau de la Calade 

De Portugal de Faria — Console di Portogallo — 
Paris. 

Rue Boissier, 11 

Devoto | comm.) Tommaso — Buenos Aires. 
De Fabrizio (prof.) Angelo — Maglie (Puglie) 



Ermini prof. Filippo — Roma. 
Botteghe Oscure, 19 

Eusebio (prof.) Federico — Università — Genova. 
Ellis Leonardo — Valparaiso (Chile). 

Frontero (prof) Antonio — Verona. 

Via S. Tommaso, 19 

Foerster Prof. Wendelin Università de Bonne — (Ger- 
mania). 

Fontana prof, canonico Giacinto — Mantova. 

Finotti prof. Filippo — Novellara (Reggio Emilia). 

Franci 3Iario — Pavia. 

Foramiti Italia, Collegio Uccellis — Udine. 

Finali S. E. Gaspare Senatore, Cavaliere dell'Annun- 
ciata — Roma. 

Ferrari (comm. prof.) Ettore — Roma. 
Via Valenziani, JO 

Ferrerò De Gubernatis Ventimiglia (Marchesa) Adele 

— Torino. 

Via Po 

Finot Jean Directeur de la Eevue — Paris. 

Avenne de 1' Opera, 12 

Fogazzaro Antonio, Senatore — Vicenza. 



— 422 — 



Garofalo (comm.) Pasquale Duca di Bonito — Napoli. 
Via Duomo, 51 

Gambetti Adele — Imola. 

Vìa Cavour Palazzo Gambetti 

Gavanescul (prof.) Joan a 1' Univ. de Yassy (Rou- 

manie). 
Goyau-Félix Faure (madame) Paris. 

12, Rue Pierre Scarron 

Grassi avv. cav. Carmelo presidente della Sezione 
Siciliana dell' Alliance Universelle. Catania. 

Gamurrini comm. Francesco — Arezzo. 

Goldenberger Giulia — Carrara. 

Geddes James professerà* — Brookline (Massachus- 
sets, Stati Uniti). 

20 Firniount Street 

Guimet Emile Directem da Musèo Guimet au Tro- 

cadero — Paris. 
Golfarelli-Pieromaldi Atenaide — Roma. 
Grifftni Umbertina — Roma 

Via Nazionale, 54 

Grassi (comm.) Filippo — Cervione (Corsica). 
Grottanelli (conte) Lorenzo — Firenze. 

Via Iacopo da Diacceto 

Gantelmi d' Ille (Marquis), Aix en Provence. 
Gabba (prof. ) Francesco Senatore del Regno — Pisa. 
Galanti (cav. prof.) Arturo — Roma. 

Corso Vittorio Emanuele, 51 

Giotopulos avvocato — Corfù. 
Garlanda (prof, cav.) Federigo — Roma. 
Via Tomacelli, 15 

Greppi (conte) Giuseppe — Senatore — Roma. 

Hotel Excelsior 



— 4-2:5 — 

Galanti (comni. prof.) Ferdinando Presidente del Li- 
ceo Tito Livio — Padova. 
Gallenga dottor) Romeo — Perugia. 



Hanbury Caterina (Lady) — La Murtola (Ventimiglia). 
Hepp C. — Darmstadt (Germania). 
Hartel (General) — Bucarest. 
Str. I Junie, 34 



Imbert (Duca prof.) Gaetano Presidente del Liceo 

Cutelli — Catania. 
Istrati Dr. prof. C. S. — Bucarest. 

Jovacchini Alfonso — Atessa (Abruzzo). 



Luiggi Luigi (comm. ingegnere) — Roma. 

81, Via Sardegna 

Licata Lopez De Markel Giacomo — Girgenti. 

La Greca Giuseppe arciprete — Santa Domenica To- 
lao (Cosenza). 

Lugano Don Placido Santa Francesca al Foro Roma- 
no — Roma. 

Lanzalone prof. Giovanni — Salerno. 

Lumbroso (barone) Alberto Direttore della Rivista di 
Roma — Roma. 

Lesca prof. Giuseppe — Firenze. 

4, Piazza Vittorio Emanuele 



— 424 — 

Landi prof. Carlo — Padova. 

Via Garibaldi, 87 

Lerra prof. Angelo — Roma. 

12, Via della Pace 

Lanzi Achille redattore della Perseveranza — Milano. 

Via dell' Agnello, 10 

Lasserre avocat Emanuel — Bordeaux 

21, Kue Iean Iaeques 

Landucci Landò prof, avvocato, deputato — Roma. 

Via della Rotonda, 1 

Lauribar (M.me) Paul (de) — Paris. 

70, Rue d'Anteuil 

Leonte adjoint I. 

Bucarest Bugeste 93. 
Lopresti Paolo ingegnere — Corfù. 
Lotti Adele — Firenze 

Via Guicciardini, palazzo Machiavelli 

Lister Roma — Roma. 

Banco Santo Spirito, 12 

Liceo Dante — Firenze. 

Liceo Ennio Quirino Visconti — Roma. 

Lazzari-Turco (Baronessa) — Trento. 

Lanza di Scalea (Principe) Pietro Deputato al Par- 
lamento Presidente dell' Associazione per il Mo- 
vimento dei Forestieri. 

Leopardi contessa Sofia — Recanati. 

Lucchini Luigi Parroco di Bozzolo — (Mantova) 

Lawrence Turnbull Signora Fr. — Baltimore (Stati 
Uniti). 

Park Avenne, 1530 

Luzzatto Carolina — Gorizia. 

IME. 

Mistral Frédéric — Maillane (Provence). 
Morandi (prof.) Luigi Senatore — Roma. 

Via Firenze, 43 






— 425 — 

Maggioli (prof.) Giuseppe presidente del Liceo di San 

Marino. 
Mannelli Luigi — Tavarnuzze (Firenze). 
Mancini Diocleziano — Terni. 

Majorca dott. Luigi di Francavilla (conte) — Palermo. 
Palazzo Sperlinga 

Morizzo Padre Maurizio — Borgo di Valsugana (Tren- 
tino). 
Monaci (corani, prof.) Ernesto — Roma. 
Via Condotti 

Milesi G. B. Avvocato professore — Lo vere (Lom- 
bardia). 
Mondello Ugo — Firenze. 

Via Anguillara, 19 

Marre avv. Efisio Presidente del Tribunale di Chieti 

(Abruzzo). 
Ministère de la Guerre — Bucarest , 
Mineiu Intendant general de l 7 Armée — Bucarest. 

Soarelui, 8 

Moskwitinow (M.lle) Barbe (de) — Roma. 

Via Piemonte, 1 

Monasterianu Daniel — Hussi (Roumanie) 
Meyer (prof.) Paul — Paris. 

Avenue de la Bourdonnais 

Maccari comra. Cesare — Roma. 

Piazza Sallustiana 

Mezières Alfred sénateur, membre de V Académie 
Francaise — Paris. 

Boulevard Saint Michel 

Monticolo (cav. prof.) Giovanni — Roma. 

Via Arenula, 41 

Melegari Dora — Roma. 

Via della Consulta, 50 

Monteverde comm. Giulio — Roma. 
Piazza Indipendenza 



— 426 - 

Moreno S. E. Enrico — Ministro dell' Argentina — 

Bruxelles. 
Manteyer George (de) Manosque (Basses Alpes) — 

France. 
Marre Aristide (prof.) — Vaueresson (Versailles). 

Monti (can. prof.) Angelo — Cremona. 
Macpherson Miss M. — (Scozia) Blairgowrie. 
Montagne de Firmont — Aix en Provence. 
Marazzi (conte) G. Ministero degli Esteri — Roma. 
Marini Evelyn — Sansepolcro. 
Morelli (prof.) Enrico — Roma. 
Corso, 219 

Marcelli (conte) Federico Nicola — Firenze. 
Via Solferino 



ixr 



Nobili (conte) Amedeo — Fine Art Buildings - 

Chicago. 
Navone (comm.) Giulio — Roma. 

Via Ferdinando Savoia, 10 

Nunziante (Marchese) Ferdinando — Napoli. 
Palazzo MoDterodimi 

Negreano D. professeur à T Universi té de Bucarest 
Nicolaidi Sènateur et avocat — Craiova (Roumanie) 
Novicow Giacomo — Odessa. 
Kue de la poste, 16 

Nin Frias Alberto professore — Monte video. 
Orlando Filippo (cav. prof.) — Firenze. 

Piazza Beccaria, 7 
Ohlsen (Dr.) Franz. 
Oberziner Ludovico Bibliotecario — Trento. 



427 



G. Paninoci di Calboli Ministro d' Italia — Lisbona. 
Pagliai Guido — Roma. 

Via Castro Pretorio, 42 

Padula (comra. prof.) Antonio — Napoli. 
Strada dei Fiorentini, 67 

Peri (dott. prof.) Severo — Reggio Emilia. 
Paladino prof. Giovanni — Univ. di Napoli. 
Prampero (conte) Antonino (di) Senatore — Roma. 
Palatiano (cav.) Giorgio — Corfù. 
Pizzirani (avv.) Ettore — Roma. 

Via Ripetta, 142 

Patrasco colonnello, Ministero della guerra — Bucarest. 
Pannella prof. Giacinto — Teramo (Abruzzo), 
Pellegrini (dott. can.) Paolo, Arciprete di Roccasecca 

(Caserta.) 
Pop Gavril canonico — Balaszfalva (Transilvania 

Ungheria). 
Pedrotti Giorgio professore — Girgenti. 
Prades Leopoldo professore — Torino. 

Corso Principe Oddone, 51 

Prampolini (comm. avv.) Pietro Giudice al Tribuna- 
le Internazionale — Cairo (Egitto). 
Peìlati (dottor) Franz — Roma. 

Piazza S. Claudio, 96 

Penso (chevalier) José Console — Bruxelles. 

Bruxelles (Aveuue Louise, 117 

Popert Carlotta — Roma. 

Lungo Tevere Flaminio, Villino Carlotta 

Pitteri (cav. avv.) Riccardo — Trieste. 
Pavesi Amelia professoressa. 

Via Fabio Massimo, 60 

Prato (prof.) Stanislao, Noto (Sicilia). 
Pélissier (prof.) Leon — (France) Montpellier. 



— 428 — 

Papa prof. Pasquale provveditore — Lecce. 
Pecorini-Manzoni (conte avv. Emilio) Biblioteca Ca- 

sanatense — Roma. 
Pellizzari cav. Pietro Presidente del Liceo di Mad- 

daloni. 



Quintieri (Dr.) Riccardo — Milano. 

Piazza S. Carlo, 1 



Rossi Amalia — Moncalieri (Torino). 
Renzetti Francesco — Sarnano (Macerata). 
Rasi (cav. prof.) Pietro — Pavia. 
Rametta-Garofalo (prof.) Giuseppe — Siracusa. 
Rieppi (prof.) Antonio — Maddaloni. 
Raineri Biscia (conte) Camillo — Bologna. 

S. Stefano, 21 

Rapolla (cav.) Diego, Str. Riv. di Chiaia, palazzo pro- 
prio — Napoli. 
Ricci cav. Serafino — Milano. 

Via dello Statuto, 25 

Racca (prof.) Vittorio — Roma. 

Via Panisperna, 86 

Romano-Catania (prof.) Giuseppe — Palermo. 

Ili, Via Vittorio Emanuele 

Ravizza (ingegnere) Valentino — Milano. 

Via Senato, 8 

G. T. Rivoira (ing. comm.) — Roma. 

Via Cavour, 46 

Roncella (prof. a) Magda — Pontremoli. 
Rivera (comm.) Giuseppe (dei Duchi) — Roma. 
Ruggia Maria — Milano. 
Via Olmetto, 1 



— 429 -- 

Ricci Paterno Castello (Marchesa) Maria — Carmigna- 

no (Firenze). 
Rado prof. Antonio — Budapest. 
Karoly Kòrut, 11 

Rod Edonard — Auteuil (Paris). 

Rossi (prof, cav.) Gerolamo — Ventimiglia. 



Stefani (prof.) Stefano — Ferentino. 
Stauder Costantino — Londra. 

Stauder Institute, G-ower S treet 

Sacerdote (avv.) Salvatore — Torino. 

Corso Vinzaglio, 71 

Stella Marranca (prof.) Filippo — Lanciano (Abruzzo) 
Spineanu (Dr.) G. D. B. — Bucarest. 

Rue Bratianu 

Spineanu N. D. Turn Severin (Roumonie). 
Sandys (Dr. F. E.) — Cambridge (Inghilterra). 

Merton Housse 

Santi (prof.) Antonio — Sezze (Roma). 
Saulesco Colonnello — Bucarest, 
Lucaci, 17 

Soutzo Capitano — Bucarest. 

Str. Dosokantzi 

Stechert G. E. Libraire Nuova York. 

129, 133 West : 20 th. str. 

Seeber Bernardo Libraio Firenze — New Yorck. 
Sainarine (M.me) C. (de) — Roma. 

Via Marche 

Stan I. V. — Com. Talpa (Roumanie). 

Iud. Nearutza 

Scagliosi Giuseppina — Palermo. 

Via Benedetto d'Acquisto, 2 

Streeter Ada — Londres, 
Palace Court, 49 



— 430 — 
Schurè Edouard, chevalier de la légion d' honneur. 

9, Rue d' Assas 

Società Archeologica Romana — Roma Paris. 
Sacheresse A. professeur. Toulon (France). 
Scarano (avv.) Giuseppe — Massafra (Taranto). 
Schiff M.me, Hambourg- (Germania). 

Esplande, 37 

Sudario Egidio professore, Alessandria. 
Scuola Tecnica — Iglesias (Sardegna). 
Santamaria Nicolini Francesco Senatore del Regno - 

Napoli. 
Stancescu (prof.) C. L. Athéné Roumen Bucarest. 
Sangiorgio (prof.) Gaetano — Milano. 

Via Aurelio San 

Sènart Émile Membre de V Institut — Paris. 

Rue Francois 1, 16 

Sabatier Paul Chantegrillet près Crest (Drome) - 
France. 



Trompei Rosina insegnante — Biella. 

Trabalza (cav. prof.) Ciro — Padova. 

Toesca (conte) Gioachino — Torino. 

Toplicesco maggiore, al Ministero della Guerra — 

Bucarest. 
Trotter (prof.) Alessandro — Avellino. 

Scuola Agraria 
Theotokis Nicazza (barone) — Corfù. 
Tufelcica Elisa — Focsani (Roumania). 
Tome (prof.) Giuseppe — Gaeta. 

Via Lalatta, 10 

Tomasetti (cav. prof.) Giuseppe — Roma. 

Via Sudario, 4 

Topali Giorgio G. — Corfù. 



431 



Terrier- Vicini Leone professore — Paris. 

Rue d' A umalc, 12 

Tasset Jacques — Molosme Tonnere (France). 
Trebitsch Siegfried I — Vienna. 

Nibelungengasse, 8 

Toledo Diana — Catania. 

Piazza Vittorio Emanuele III 

Tambosi (avv.) Antonio — Trenta. 
Tiirr (generale) Stefano — Paris. 

Rue Jouffroy, 91 

Trotti-Belgioioso (Marchesa) Maria — Milano. 
Tchobanian Arshag — Paris. 

Rue La Bruyére 

Tomulescu (avv.) Christian — Bucarest. 

Boulevard Maria, 26 

Tiberi (prof, cav.) Leopoldo — Perugia. 
Turquan Joseph — Lyon (France). 
Rue de la Martinière 

XJ 

Urseanu Valerian professore all' Università di Bu- 
carest. 
Uberti Teresah — Firenze. 

Viale Regina Elena 

Urechia Florica (M.lle) — Jassy. 



V 



Vacaresco Teodoro generale, ministro plenipotenziario 
aiutante di campo del Re di Romania — Bu- 
carest. 

Chaussèe Kisseleff, Villa Vacaresco, 4 

Vittori Giovanna professoressa — Napoli. 
Riviera, 217 



— 432 — 

Vibert Paul Thèdore Conseiller du commerce extè- 
rieur de la Franee — Paris. 

19, line Faraday 

Valli (prof.) Luigi — Spoleto. 

Vising prof. Johann — Gotenburg (Svezia). 

Vigoni Giuseppe, senatore — Milano. 

Via Fatebenefratelli, 20 

Valdarnini Angelo, professore alla Univ. di Bologna. 
Vlandi (cav. avv.) Spiridione — Santa Maura (Isole 

Jonie). 
Venuti (Marchesa) Teresa — Roma. 

Piazza S. Silvestro, 84 

Vaccaro Ciro professore — Caserta. 
Veress Andrea — Kolozsvar (Ungheria). 
Villari (cav. DrJ Luigi Antonio — Portici. 
Villa Ciria 

Vollmiiller prof. Karl — Dresden. 
Wienerstrasse, 25 

Vital (avv.) Andrea Presidente della Società Reto- 

Romania (Engadina) Fetan. 
Valeriu (prof.) Alessandro al Liceo di Dorohoi. — 

(Romania). 
Vesnitch Mil. S. E. Ministre de Serbie — Paris. 
Vivaldi (prof.) Vincenzo — Catanzaro. 



Zucchi Maria — Firenze. 
Via Venezia, 10 

Zupi Carlo pubblicista Sindaco di Marano (Cosenza). 
Zannini Arturo C. Ministro evangelico — Firenze. 

Via Ghibellina, 57 

Zo*is Leonida Direttore delle Muse — Zante. 
Zuccaro Luigi professore, Console dell' Argentina — 

Alessandria. 
Zavizian (contessa) Urania — Cor fu. 



— 433 — 

Zamboni prof. Filippo, Mayerhofgàsse — Vienna. 
Zironi (cav. i Enrico Bologna. 
Via Altobello, 10 



I soci ordinarli, in Italia, versano la quota an- 
nua di lire cinque; daW estero, la quota di lire sei, 
e hanno diritto di ricevere, senza spese, V Annua~ 
rio del mondo latino. 



Fine. 



INDICE DEL VOLUME 



Ai Lettori pag. 3 

V Idea latina (Angelo De Gubernatis) ...» 5 

V Ellenismo (Angelo De Gubernatis) .... » 13 
Les Grecs en Roumain (Neoklès Kasasis) . . » 24 
Una Gloria Rumena — Hasdeu — (P. E. Bosi) » 32 
Sully Prudhomme (Marguerite Berthet) ... » 44 
Aux disparus — Chant des absents (Margue- 
rite Berthet) » 52 

Un banchiere mecenate del Cinquecento (Evelyn) » 54 
La musica italiana alla coiste Sassone (R. Pròlss) » 67 
La famiglia nelV etica di G. Mazzini (Ugo del- 
la Seta) » 110 

Le Commerce de V Exportation des Lìvres Fran- 
gala à V ètrangers (Th. Vibert) » 132 

Nuovo saggio sulla lingua etrusca (Giulio Buo- 

namici) » 140 

Poesia giuridica popolare italiana (Raff. Corso) » 179 
Sardegna latina (Salvatore Ruju) , . . . . » 201 
Bibliografia : Leggendo Marcello Tinayre (L. 

Stf.) » 209 

Due romanzi di donne italiane (Magda Roncella) » 213 
(recensioni di libri di Pier Ludovico Oc- 
chini, Evelyn, Eug. E. Chiaradia, Antonio 
Santi, Carlo Del Balzo, Vincenzo Vivaldi, 
Paul Sébillot, Ed. Schurè, Luigi Pirandel- 
lo, Felice D' Onufrio, Della Torre e Ram- 
baldi, Ces. Aug. Levi, Joseph Tarquan, An- 
gelo Lerra, Art. Farinelli, Charles Dejob, 
Jolanda, Alfredo Nota e Pietro Fontana, 



— 436 — 

Francesco Pititto, Joseph Errico, Cornelia 
Antolini, Arnaldo Zanella, Federico Gar- 
landa, Augusto De Benedetti, Alberico 
Creonti, Evaristo Marsili, Bonaventura Dei, 
C. Velitchkoff, Ernesto Monaci, Ottorino 
Pianigiani, Avv. Sacerdote, N. Gane, Ro- 
meo Lovera, Luigi Siciliani, Adolphe Tha- 
lasso) pag. 219-270 

Pubblicazioni ricevute » 271-297 

Fiorita di notizie (Espansione di vita la- 
tina — La donna latina — Ellenismo 
— Italia — Francia — Romania — 
Spagna — America Latina) .... » 299-371 

Necrologio : Giosuè Carducci (Angelo De 

Gubernatis) » 375 

Edmondo De Amicis » 3S2 

Altre notizie » 385 

Supplément annuel au Dictionnaire Inter- 

national des Ecrivaìns olii Monde Latin » 389-414 

Elenco dei Soci inscritti alla Società El- 

leno-Latina » 415 



ANNUARIO 
LETTERARIO E ARTISTICO 

DEL 

MONDO LATINO 

(ORGANO DELLA SOCIETÀ ELLENO- LATINA DI ROMA) 

PUBBLICATO PER CURA 

DI 

ANGELO DE GUBERNATIS 
i. 



ROMA 

VIA LUCREZIO CARO, 67 

1908 



La Società Elleno-Lafina 

entrò col mese d'Aprile (1908) nel suo settimo 
anno di vita. Essa promuove, per mezzo dei suoi 
socii, per quanto è possibile, ogni manifestazione 
della Civiltà Latina. 

Per essere soci, basta farne richiesta al Pre- 
sidente Fondatore Angelo De Gubernatis, in Ro- 
ma, Via Lucrezio Caro, 67. 

I soci pagano una rata annua di lire 5 in 
Italia, di lire 6 all' estero, e ricevono contem- 
poraneamente V Annuario del Mondo Latino, che 
contiene scritti varii relativi alla Civiltà Elleno 
Latina, una bibliografia latina, una fiorita di no- 
tizie relative alla Civiltà Latina, e un supple- 
mento annuo al Dictionnaire International des 
Ecrivains du Monde Latin, di Angelo De Guber- 
natis. 

Questo Dictionnaire, che contiene circa 
12,000 notizie di scrittori contemporanei, in un 
grande voi. in-8, a due colonne di 1506 pag. con 
un Supplèment di 240 pag., e costa complessi- 
vamente Lire 32 ; ma i soci dell' Elleno-Latina 
possono ottenerlo, ora, a metà prezzo, ossia per 
Lire 16. 



Prezzo del Presente volume : 

Per V Italia : Lire cinque 

Per TEstero: » sei.